Quattro chiacchiere con Cesare “Cege” Ravaschietto

Il nome Cesare Ravaschietto forse potrebbe non dire molto al grande pubblico. Eppure è un personaggio simbolo dell’alpinismo contemporaneo, autore di vie prestigiose sui grandi massicci montuosi del mondo. Fratello di Vincenzo Vince Ravaschietto (intervista), alpinista fuoriclasse purtroppo scomparso nel 2022, Cege è un vero amante della montagna, uno scalatore che mantiene un basso profilo e si ingaggia per puro amore dell’avventura. Anche per questa “Cuneotrekking story” mi aiuta a condurre la chiacchierata l’amico e guida alpina Adriano Ferrero (intervista), che ci ha gentilmente ospitato presso la Global Wall, la nuova palestra di arrampicata di Borgo San Dalmazzo gestita dalle guide alpine di Global Mountain (Valerio Dutto).

Quattro chiacchiere con Cesare Cege Ravaschietto
di Valerio Dutto*
(pubblicato su cuneotrekking.com il 14 febbraio 2024

Chi è Cesare Ravaschietto?
Un grande appassionato di montagna che ha avuto la fortuna di trasformare la propria passione in un mestiere: la guida alpina.

Com’è arrivata nella famiglia Ravaschietto la passione per la montagna?
Da bambini, parliamo di fine anni sessanta, nostro padre ci portava a fare escursioni ai rifugi. Vince, più grande di cinque anni, era già un talento sugli sci. Intorno ai quindici anni si appassionò all’arrampicata: non potendo partecipare al corso CAI perché minorenne, si faceva spiegare qualcosa da un amico più grande. Nello stesso periodo, grazie ai salesiani, iniziai anche io ad avvicinarmi all’alpinismo.

Cesare Ravaschietto. Foto: Valerio Dutto.

Eri giovanissimo.
Avrò avuto dodici anni. In colonia a San Giacomo di Entracque don Luciano Giovanni aveva formato un gruppo di ragazzini cui impartiva lezioni di alpinismo, sia sul campo sia in aula. Fu lui che mi attaccò questa “malattia”.

Nel frattempo mio fratello proseguì a livelli decisamente superiori. Poi, un paio di anni più tardi, mi prese sotto la sua ala protettiva e iniziammo a fare cordata insieme.

Com’è stato il rapporto con lui?
Abbiamo sempre avuto un ottimo rapporto, ma le litigate che abbiamo fatto le sappiamo solo noi due, senza mai portare rancore. Dal punto di vista alpinistico, da quando siamo diventati entrambi guide, occasionalmente è capitato di fare qualche salita insieme, un piacere enorme che mi rimane tutt’ora dentro e a cui penso sovente, ma molto meno rispetto agli inizi.

Chi furono i tuoi maestri?
Innanzitutto proprio don Luciano, poi Vince e il suo amico Sergio Savio. Infine Piero Marchisio, all’epoca fidanzato di mia sorella.

Appena se ne presentò l’occasione, durante il servizio militare, mi iscrissi ai corsi per diventare guida alpina diventando aspirante a ventuno anni.

Cesare Ravaschietto all’uscita del tereno misto prima della sezione rocciosa, prima ascensione di Free Tibet, Naso di Zmutt, Cervino. Foto: Patrick Gabarrou.

Hai iniziato giovanissimo anche a fare spedizioni.
Nell’86, appena finito il corso per diventare aspirante guida, con Vince, Andrea Sarchi, alpinista milanese che aveva già fatto il Cerro Torre in invernale l’anno prima, Guido Cavagnero e altri tentammo la parete sud del Cerro Torre. Pisciammo un po’ fuori dal vaso.

Nevicò per dieci giorni di fila, perdemmo tutta l’attrezzatura che avevamo lasciato in una truna sommersa dalla neve. Con quello che ci era rimasto tentammo il Cerro Torre: arrivati appena sotto al compressore il brutto tempo ci costrinse a girare i tacchi [per chi non la conoscesse la storia di questo trapano compressore è molto affascinante, NdR]. Nel complesso è stata comunque un’esperienza magnifica.

Cesare Cege Ravaschietto apre l’undicesima lunghezza della via Padre Pio prega per tutti sul Picco Muzio (Cervino), 15-16 agosto 2002. Foto: Patrick Gabarrou.

I vostri genitori non erano preoccupati?
Ci hanno sempre lasciati fare. Al giorno d’oggi sarebbe impensabile.

Nell’84 come regalo di maturità chiesi due milioni di lire: non mi interessava la moto, volevo andare nello Yosemite. Ci andai con Davide Bosio, tutt’ora mio compagno di cordata, e salimmo il Nose con cinque friend. Era la mia seconda via lunga. Nello stesso periodo mio fratello andò con Andrea Sarchi al Bhāgīrathī II nell’Himalaya indiano. Compii vent’anni mentre ero nello Yosemite, Vince ne aveva venticinque. I nostri genitori chiaramente erano in apprensione, ma ci hanno sempre supportati sapendo che era la nostra passione.

Grosse sciocchezze non le abbiamo fatte, ma i rischi indubbiamente c’erano. Come dice il grande Alberto Paleari «la prima qualità della guida non sono nodi o contronodi: è avere una buona dose di fortuna».

Cesare Ravaschietto (a sinistra) e Adriano Ferrero. Foto: Valerio Dutto.

Che altri viaggi hai fatto?
Sono stato molte volte in Patagonia, sia per spedizioni sia con i clienti. Feci un tentativo al Bhāgīrathī IV con Andrea Sarchi e Pier Mattiel, oltre a trekking con mia moglie nell’Himalaya indiano. Sono stato diverse volte nello Yosemite, feci due viaggi a cui sono molto legato in Alaska e Groenlandia con Paolo Cavagnetto, che definisco mio fratello non di sangue. Si inventava spedizioni strane, traversate di ghiacciai con pulke [le slitte utilizzate per il trasporto del materiale, NdR]. Era un vero esploratore. Purtroppo è precipitato durante un corso guide in Trentino. Eravamo appena tornati dalla Groenlandia, dove avevamo fatto una grande traversata con gli sci e aperto tre belle vie su montagne senza nome.

Quello spirito di avventura, di esplorazione, arrivava da Paolo. Quando è mancato, pur avendo continuato, non ho più fatto esplorazioni così. Tutti i viaggi sono sempre stati fatti con l’idea di andare ad aprire qualche via, andare dove non è mai stato nessuno.

Qualche esempio di nuova via che hai aperto nelle Alpi Marittime?
Quella a cui più sono legato è “Ge.La.Mo.” sul Corno Stella, che aprimmo nell’86, l’anno in cui prendemmo in gestione il rifugio Bozano. Si sviluppa sulla parete sud, una via bellissima, verticale o strapiombante, aperta in stile tradizionale.

Contrariamente a quello che farei adesso aggiungemmo anche due spit dall’alto: all’epoca c’era la convinzione che senza spit la via non era bella. Una cosa sciocca. Recentemente li abbiamo sostituiti con fix: la roccia ormai era stata bucata, tanto valeva mettere un tassello che desse maggior sicurezza.

Conservo un ricordo bellissimo di quando, molti anni dopo, tornai con Vince e mio nipote, diventato anche lui guida alpina, a effettuarne la prima in libera. Quello stesso giorno apprendemmo la notizia della scomparsa di Campia, il nostro mito. È stato il primo cuneese ad aver fatto veramente delle grandi ascensioni sulle nostre montagne.

Oltre a Campia quali sono i tuoi miti del passato?
Dopo l’attività di Campia c’è stata un po’ di défaillance, anche se ci sarebbe stato veramente tanto da fare. Le Marittime sono così diventate terreno di caccia dei francesi, tra cui un certo Patrick Berhault che se la cavava piuttosto bene.

Solo più tardi sono arrivati Vince, Savio e Morgantini che hanno fatto grandi cose. Ma il più grande alpinista cuneese secondo me rimane Gianni Comino. È morto giovane, appena ventottenne, su un seracco della Poire nel gruppo del Monte Bianco, ma sarebbe potuto entrare sul podio dei più grandi alpinisti del mondo.

Addirittura del mondo?
Secondo me sì, soprattutto nell’arrampicata su ghiaccio. È stato lui ad aver spinto Vince e Savio a diventare guide.

Tornando al Corno Stella, sei stato il primo gestore del rifugio Bozano.
Era l’86. Prima di allora i rifugi delle Alpi Marittime non erano gestiti: come i moderni bivacchi, ma con tutto il necessario per cucinare. Si andava a prendere le chiavi da Ghigo alle Terme di Valdieri o da Piacenza a Sant’Anna di Valdieri.

Con Guido Cavagnero e Sergio Morieri prendemmo in gestione il Bozano perché era quello più alpinistico. È stata un’esperienza bellissima. Le nostre madri ci insegnarono a fare una pasta e uno spezzatino. Aspettavamo fino a mezzogiorno, se non arrivava nessuno mettevamo il bigliettino “torniamo per cena” e andavamo a scalare.

Nel cuneese sei stato molto attivo anche su Rocca la Meja.
È stata una parentesi importante della mia vita, un bel parco giochi. All’epoca, parliamo di metà anni novanta, non c’era ancora praticamente nessuna via se non qualche classica. Rocca la Meja ha una roccia eccezionale a patto di andare fuori dalle vie naturali, diedri e fessure, con l’ottica dello spit.

A proposito degli spit, qual è la tua filosofia?
Li accetto. Non sono un purista, ma mi infastidisce l’eccesso. Il Corno Stella è una delle montagne più massacrate delle Alpi: troppe persone hanno voluto lasciare la propria impronta intrecciando vie storiche e snaturando grandi itinerari aperti con mezzi tradizionali.

Non sono contro gli spit, ma sono contrario a rendere tutto plaisir, perché ce n’è già talmente tanto. Credo valga la pena metterne di nuovi solo a patto di interferire il meno possibile con la storia.

Tra le montagne che hai visto in Italia o nel resto del mondo qual è quella che più ti è rimasta nel cuore?
La più bella che ho visto in vita mia è il Cerro Torre. Dal punto di vista estetico è strepitosa: una parete di roccia slanciata, bellissima, con un fungo di ghiaccio sopra.

Ci sei salito su quel fungo?
No, mi sono sempre fermato appena sotto. Il ghiaccio della Patagonia è diverso da quello alpino, meno consistente, penso a causa delle correnti umide che lo impastano sulla roccia.

In compenso hai aperto una grande via sul Cervino.
“Free Tibet” sul Naso di Zmutt è stata la più riconosciuta tra le vie che ho aperto. L’idea fu di Patrick Gabarrou, per me un mito. Mi chiamò agli inizi di agosto 2001, un periodo carico di lavoro, ma disdissi tutti gli appuntamenti. Non ci conoscevamo di persona ma abbiamo subito legato: Patrick è una persona molto colta, con una grande conoscenza delle Alpi. L’itinerario si è rivelato bellissimo.

Bellissimo? Penso sia una salita da brividi.
Lo ammetto: è un posto nel quale non tornerei, ma mi ha lasciato tantissimo a livello interiore. Se vai a cacciarti in quei posti è perché hai “la malattia” dentro e sei contento di viverla.

Non lo fai per il riconoscimento?
Penso che tutti quelli che vanno in montagna lo facciano per sé. Il rischio non varrebbe la pena.

Tua moglie cosa dice?
Ho sempre avuto la fortuna di essere appoggiato da lei. Lorena [Bianco, ndr] è una brava alpinista: insieme abbiamo aperto tante vie, molte delle quali su Rocca la Meja, inclusa quella che ritengo essere la più bella, “Guanta la Meja”.

Durante la mia vita sono stato lontano da casa per lunghi periodi. Però è sempre stata Lorena, quando si rendeva conto che stavo diventando un animale in gabbia, a dirmi «non è meglio se te ne vai per un po’ con i tuoi amici?».

Fai ancora spedizioni?
No, faccio viaggi plaisir. Ho tirato i remi in barca. Mi piace ingaggiarmi, ma non in cose troppo grosse con grandi sacrifici.

Chi sono gli alpinisti in attività più forti delle nostre zone?
Alessandro “Tato” Gogna e Daniele Macagno, tra le più forti guide del panorama italiano. Con loro condivido il mestiere di istruttore.

Appena diventato aspirante guida, grazie a Giuliano Ghibaudo (intervista), feci per un anno da istruttore per il CAI di Cuneo. In quel corso ebbi la fortuna di avere allievi di cui mi vanto ancora oggi: oltre al già citato Tato Gogna penso a Luciano “Ciano” Orsi, Ermanno Giordanengo e altri bravissimi che continuano a praticare.

Negli anni successivi diventai istruttore ai corsi per guide alpine, il più bel lavoro che ho fatto in vita mia. Ancora adesso, anche se ho ridotto l’impegno, continuo a tenere il modulo dedicato alla roccia.

Sei un istruttore severo?
Come tutti gli istruttori lo ero di più in gioventù. Invecchiando ci si ammorbidisce.

Come funziona il percorso per diventare guida alpina?
Dico sempre che si tratta dell’“università dell’alpinismo”. Per prima cosa occorre farsi un buon curriculum che dia la possibilità di accedere alle selezioni. A quel punto si passano tre giorni sul campo in cui si viene valutati dal punto di vista tecnico nelle varie discipline: sciare in una certa maniera, fare una cascata di ghiaccio di V grado e arrampicare sul 6c, un livello che i ragazzi di oggi che hanno voglia di mettersi in gioco raggiungono facilmente.

Superate le selezioni si accede al percorso formativo. Il primo anno si fa formazione: sicurezza, autosoccorso, uso delle corde, nivologia, cascate di ghiaccio, sci da discesa e scialpinismo, alta montagna, roccia, aspetti ambientali, geologia, territorio.

Il secondo anno si ripetono gli stessi moduli, ma in esame. Superati anche quelli si diventa aspirante guida, un titolo che dà la possibilità di lavorare, ma con qualche limite. Per fare un esempio non si può accompagnare all’estero o sul Cervino.

Diventato aspirante occorre mantenere i livelli e dopo due anni rifare i moduli di roccia, alta montagna e scialpinismo. Al termine si deve dare l’equivalente dell’esame di stato, che in Piemonte non dico sia una formalità, ma è un test teorico che si fa in regione, mentre in altre zone è quasi come una seconda selezione.

Diventato a tutti gli effetti guida alpina si continua a fare aggiornamenti ogni tre anni, come tutte le figure professionali, con i crediti. Un tempo era un vero momento di confronto, ora è più burocrazia.

È un gran bel mestiere, ma devi sentirtelo. Non si diventa ricchi, ma per chi ha voglia lavoro ce n’è. Come diceva Maestri: «è un lavoro duro, ma è pur sempre meglio che lavorare».

Come funziona lo sbarramento costituito dalle selezioni?
Ai miei tempi quando ti presentavi dovevi essere già un buon alpinista: il curriculum richiesto era importante. Lo si costruiva per gradi, dalla camminata al rifugio, alla via normale, alla via di III grado e così via.

Adesso è diverso: ci sono ottimi sciatori e bravi arrampicatori cresciuti in sale boulder come quella in cui ci troviamo ora. Rispetto ai nostri tempi conoscono meno il territorio, ma i giovani che arrivano senza chissà quale esperienza riescono ad apprendere molto velocemente.

In passato ritenevo che il curriculum fosse fondamentale, ma con il tempo ho cambiato idea. Chi arriva con anni di esperienza alle spalle fa fatica a correggere abitudini sbagliate. Come studiare quando hai vent’anni piuttosto che a cinquanta. Poi durante il corso i ragazzi vanno a fare un sacco di salite tra loro e il curriculum se lo fanno.

Nelle nostre zone ci sono giovani alpinisti particolarmente bravi?
Visto che siamo nel contesto Global Mountain direi Stefano “Pongi” Filippazzi e Enrico “Bac” Turnaturi.

A proposito di Global Mountain, perché non ne fai parte pur essendo stata fondata, tra gli altri, da tuo fratello?
Inizialmente ne facevo parte, quando ancora si chiamava scuola di alpinismo Alpi Marittime. Quando si trasformò in scuola di alpinismo Guide alpine Cuneo, gli albori di quella che poi sarebbe diventata Global Mountain, prendemmo in carico diversi lavori in quota: consolidamenti, paramassi, messa in sicurezza di pareti rocciose. A quel punto uscii e avviai una mia attività dedicata ai lavori, sia dal punto di vista pratico di effettuarli, sia per quanto riguarda la formazione dei futuri operatori.

E il negozio di abbigliamento e attrezzatura da montagna che porta il tuo cognome?
Nostro padre aveva un negozio di abbigliamento classico che la famiglia decise di trasformare in negozio sportivo. Io volevo portare avanti il mestiere di guida, ma in qualche modo mi incastrarono, in senso buono. Dopo due anni, parliamo di fine anni ottanta, lasciai perché la sedentarietà e il rapporto con i clienti non facevano per me. Vince ci rimase ancora fino a inizio anni duemila: lo dirigeva insieme a Silvia, nostra sorella. Nel frattempo entrò suo marito Giorgio Ferrero, che ne è tuttora il pilastro portante insieme alla figlia.

Anche come guida devi avere a che fare con clienti.
È diverso. Negli anni ho avuto clienti molto colti: sovente è più quello che mi trasmettono loro di che quello che gli posso dare io. Con molti si è instaurato un rapporto duraturo di grande amicizia e rispetto reciproco.

In certe zone la guida fa un lavoro da catena di montaggio, come chi lavora a Zermatt sul Cervino: si aspetta il cliente all’Hörnlihütte, se alle sette del mattino non è a capanna Solvay si girano i tacchi e si torna indietro. È un tipo di mestiere che non mi piacerebbe.

Una giovane guida come fa a farsi conoscere?
Negli ultimi quindici anni il lavoro è cresciuto in maniera esponenziale. Sia a livello locale, sia a livello di richieste dall’estero. La mentalità è completamente cambiata: un tempo prendere la guida poteva essere visto come sminuirsi, oggi invece c’è una maggiore consapevolezza del fatto che affidarsi a una guida comporta un rischio minore, perché si sceglie di essere accompagnati da qualcuno con una conoscenza approfondita dell’ambiente montano.

Hai girato le montagne di mezzo mondo. Ti piacciono ancora quelle cuneesi?
Viviamo nel posto più bello del mondo: abbiamo le Alpi intorno a noi, il mare a un’ora di auto, massicci montuosi a due ore e mezza. Ho un amico negli Stati Uniti che per arrampicare deve prendere l’aereo.

Sei sempre appassionato di montagna?
Tutt’ora mantengo una buona dose di passione. Fino a qualche anno fa dicevo “cerchiamo di mantenere il livello”, ora invece dico “cerchiamo di peggiorare il più lentamente possibile”.

Valerio Dutto

Valerio Dutto*
Ha fondato Cuneotrekking insieme a Elio nel 2007. Ingegnere informatico, appassionato di montagna, di sport all’aria aperta e di tecnologia, si occupa delle recensioni e delle guide. I suoi articoli sono stati pubblicati su quotidiani come La Stampa e riviste di settore come Skialper. È pilota drone con attestato per operazioni specializzate. Nel 2011 ha co-fondato Delite Studio, la società informatica che si occupa del “dietro le quinte” di Cuneotrekking.

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Quattro chiacchiere con Cesare “Cege” Ravaschietto ultima modifica: 2024-05-05T05:45:00+02:00 da GognaBlog

11 pensieri su “Quattro chiacchiere con Cesare “Cege” Ravaschietto”

  1. Grande Cege! Ce ne fossero di Uomini come lui! Invece c’è tutto il resto????

  2. …per fortuna c’era un giovane sedicenne in testa ad un nutrito gruppo misto di monregalesi e cuneesi sulla Demande ed era la vigilia di Pasqua 1982.Altrimenti sarei ancora adesso alla base del camino finale….invece alla sera eravamo tutti al Lou Cafetie’ con una bella birra a festeggiare il mio battesimo sul calcare più bello del mondo! Grazie ancora grande Cege!
     

  3. Da ragazzo ho provato ad arrampicare un po’, anche grazie a Cege e molti dei personaggi che cita nell’intervista. E’ stata un’esperienza molto bella, interrotta, forse, troppo presto. L’amore per la montagna, le nostre in particolare, rimane immutato, come l’amicizia con Cege, anche se le occasioni per incontrarci sono sempre meno. Personaggi come Cege restano nel cuore di chiunque gli ha conosciuti, a presto, spero. 

  4. Chiediamo scusa ai lettori, a “Cege” e all’autore: durante la redazione di questo articolo è “saltata” una consistente fetta di testo. Grazie agli autori dei commenti 2, 4 e 5 che hanno sottolineato questa mancanza.
    Abbiamo provveduto adesso all’inserimento della parte mancante. Buona lettura!

  5. Si! Un personaggio come “Cege” Ravaschietto merita molto di più. Sarebbe auspicabile che prendesse in mano lui la “penna” per raccontarci un po’ delle sue avventure di montagna

  6. Conosciuti i ” Ravaschietto” in Patagonia e nel Garwal… sopratutto Cesare sembrava uno”scappato di casa” con capelli lunghissimi e un douvet in cui stava tre volte ma si intuiva gentilezza e classe da vendere.
    Si, intervista troppo minimalista.

  7. Grande Cege! Nell’intervista solo un assaggio della sua ciclopica attività. Tra i ricordi con lui o su una delle sue vie (sempre terribilmente “alpinistiche”) ho in mente una bellissima immagine di una ripetizione dei Nani Verdi a Foresto con lui e Carlo Ejnard e seguente seduta boulder a Pera Pluc dove si discuteva già di prospettive e prestazioni citando i nostri miti di allora (Patrick Berhault e Marco Bernardi in primis)
    Era l’autunno 81…

  8. Peccato di quest’intervista un po’ monca…pensavo fosse l’introduzione.
    Un personaggio come  Cege avrebbe avuto un’infinità di cose in più da raccontare!
     

  9. A testimoniare il “basso profilo” da sempre ma doti precoci, un aneddoto del 1979, forse ricorderà. Secondo anno del corso di Alpinismo alla Scuola Ellena a Cuneo, direttore Martini (all’apparenza un “previot”, che però sapeva gestire bene gente come Savio, Parola, Vince Ravaschietto, Morgantini,  Bertaina, Poggio che quando si faceva impegnativo si toglieva gli scarponi e saliva scalzo, ecc).
    Con Parola ( che il giorno prima aveva salito in canale di punta Caprera) e il mio amico Nino arriviamo all’attacco della Balzola alla Rocca Castello. C’erano già 2 ragazzi giovani pronti a partire per la via con variante al diedro Calcagno. L’altro aveva qualche anno in più e credo si chiamasse D’Angelo. Cege avrà avuto 14 anni, un viso da bambino timido e con la camicia bianca come se stesse andando a fare la Cresima. Con Nino rimanemmo impressionati un tot. Poi loro deviarono per il Calcagno e alla partenza al suo compagno venne via un masso non piccolo, precipitò un po’ di metri e rimase ferito e per un po’ non cosciente. Parola decise di abbandonare la Balzola, demmo una mano a loro per la discesa dal Camino Palestro. Quella camicia bianca, un ricordo difficile da dimenticare.

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