Quelli del Movimento studentesco della Statale di Milano

Non c’era mica solo Lotta continua. Ecco l’Ms, un pezzo di ‘68 sconosciuto che non ha saputo scrivere la sua storia. E che gode di cattiva stampa, malgrado tanti suoi militanti siano diventati giornalisti e perfino direttori.

Quelli del Movimento studentesco della Statale di Milano

di Gianni Barbacetto, con la collaborazione di Sergio Vicario
(Versione arricchita e aggiornata di un articolo uscito su Il venerdì di Repubblica, 12 dicembre 2008. Pubblicata su giannibarbacetto.it il 12 dicembre 2016. Ultime modifiche 22 aprile 2017)

La sera andavamo in piazza Santo Stefano“. Lo ha scritto nel suo blog, qualche tempo fa, Nando dalla Chiesa, sociologo, professore universitario, ex senatore della Margherita ed ex sottosegretario del governo Prodi. Piazza Santo Stefano è il centro del Sessantotto milanese. È lo slargo a un soffio dall’università Statale dove aveva la sua sede il Movimento studentesco: l’Ms, come era chiamato, quello di Mario Capanna, di Salvatore Toscano, di Luca Cafiero, quello che organizzò migliaia di giovani studenti (e non solo) dal 1968 fino alla metà degli anni Settanta e poi si trasformò in Mls (il Movimento lavoratori per il socialismo; ma per i “compagni” degli altri gruppi extraparlamentari era il “mele-lesse”).

Quarantacinque anni dopo, i ragazzi che andavano in piazza Santo Stefano sono naturalmente molto cambiati e ciascuno ha fatto le sue scelte di vita. Eppure hanno mantenuto qualche contatto. Lobby no, non l’hanno mai fatta, a differenza – chissà poi se è vero ­– di altri ragazzi che volevano fare la rivoluzione, quelli di Lotta continua. Qualche filo dev’essere però rimasto a unire persone che hanno imboccato strade tanto diverse se, quarant’anni dopo, è ripresa una rete di contatti fatta di messaggi e-mail, dibattiti, siti web, qualche libro. Il fatto è che quell’esperienza di Sessantotto è sì lontana, nel tempo e nelle idee, eppure – formidabili quegli anni? – è stata incredibilmente coinvolgente. Le interminabili assemblee del sabato pomeriggio all’università Statale, le manifestazioni, la militanza, la passione, la speranza di cambiare il mondo, il senso di appartenenza a una comunità fatta di uomini e di idee…

Luca Cafiero, Salvatore Toscano, Giannino Zibecchi

Così Sergio Vicario – ieri militante dell’Ms, oggi professionista della comunicazione con la sua azienda Metafora – sta da tempo coordinando in rete un fitto dibattito sul Sessantotto, sull’esperienza del Movimento studentesco della Statale e sui successivi percorsi dei partecipanti. Così Patrizia Cavallotti tiene, sempre via e-mail, i collegamenti con un gruppo di “ex compagni” del Movimento, fin da quando ha contribuito, con Mario Martucci Agnese Santucci, a raccogliere le firme sotto un ricordo di Salvatore Toscano pubblicato a pagamento su Repubblica, a 30 anni dalla sua morte per incidente stradale. Un altro gruppo di ex Ms, tra cui Roberto Tumminelli, è riunito attorno al sito web pernondimenticare.net. Ed Ezio Rovida, che delle interminabili e affollatissime assemblee in Statale era l’instancabile presidente, oggi coordina la pagina facebook Quelli di Piazza Santo Stefano.

La Statale occupata

Tumminelli di quella esperienza di Sessantotto salva quasi tutto e la racconta nel libro Passate col rosso (Baldini Castoldi Dalai). Al contrario, Giovanni Cominelli – che dell’Ms era il responsabile culturale e oggi è del Pd, dopo essere stato per 18 anni nel Pci, consigliere regionale per due legislature, per due anni nei Radicali (tendenza Bonino) e nella Compagnia delle Opere – non salva quasi niente: «Il comunismo non era una buona idea realizzata male, bensì una pessima idea realizzata benissimo», dice e argomenta nel suo libro La caduta del vento leggero (Guerini). Ma no, ribatte Vicario: «Eravamo ragazze e ragazzi che, cercando di combinare libertà e solidarietà, hanno fatto un po’ di pasticci, teorici e anche pratici, senza però perdere il contatto con la realtà e il senso della vita». L’Ms occupava infatti una posizione mediana nella arzigogolata geografia politica dell’epoca; a sinistra del Pci quanto necessario per raccogliere l’aria nuova del Sessantotto e la sua cultura antiautoritaria; ma comunque distante dalle altre organizzazioni extraparlamentari, chiamate sprezzantemente “i gruppetti”.

Mai estremista come Lotta continua, mai antagonista con il sindacato, mai connivente con il terrorismo. Lontanissimo dal rifiuto della scuola: praticò in università l’”uso parziale alternativo” (cioè corsi e lezioni autorganizzate dagli studenti con l’aiuto dei professori), tra i suoi slogan c’era “studiare e lottare per il socialismo”. E poi i ragazzi dell’Ms per alcuni professori avevano una vera e propria venerazione: i filosofi Mario Dal Pra ed Enzo Paci, il sociologo Angelo Pagani, il filosofo della scienza Ludovico Geymonat; simpatia ricambiata, per alcuni docenti più giovani, come i sociologi Guido Martinotti e Alberto Martinelli. Alcuni dei ragazzi che sfilavano dietro gli striscioni del Movimento (il logo e la testata del giornale erano stati disegnati nientemeno che dal designer Salvatore Gregorietti) sono diventati professori a loro volta: il sociologo Renato Mannheimer, il filosofo Giulio Giorello. Qualcuno professore lo era già, come l’economista fiorentino Franco Volpi.

«Eravamo dentro un grande cambiamento sociale», racconta Mannheimer. «Imparagonabile con i movimenti successivi nelle scuole: allora non c’erano solo rivendicazioni per scuola e università, ma era in corso una profonda rivoluzione culturale, stavano cambiando le relazioni sociali, i comportamenti sessuali, la vita… È stato un passaggio d’epoca che sono molto contento di avere vissuto».

Luca Cafiero e Mario Capanna

Poi c’era l’altra faccia della medaglia dell’Ms: lo stalinismo esibito negli slogan e la durezza del suo servizio d’ordine – i Katanga – inflessibile non solo con i fascisti, che dopo la strage di piazza Fontana furono cacciati da piazza San Babila e da molte scuole milanesi, ma anche con i “concorrenti” dei “gruppetti”. Sarà anche per questo che il Movimento studentesco della Statale non ha una buona fama. I suoi militanti, del resto, non hanno saputo scriverne la storia.

Non gode di buona stampa, l’Ms, benché siano tantissimi i giornalisti che vengono dalle sue file. Tra questi, Giovanni Cerruti della StampaNino Bertoloni Meli del MessaggeroGiuliana Sgrena del ManifestoDanilo Taino e Lorenzo Fuccaro del CorriereMaria Teresa Cometto che ha lavorato al Mondo e al Corriere e ora vive a New York, Roberto Casalini che ha lavorato a Wired. E anche chi firma questo articolo e ora lavora al Fatto quotidiano. Alcuni sono diventati direttori, da Ferruccio de Bortoli (Corriere della seraIl sole 24 ore) a Vera Montanari (BoleroDollyMarie ClaireGraziaFlair…), da Fiorenza Vallino (Io Donna) a Fabio Tamburini (ex direttore di Radiocor e Radio 24, oggi vicedirettore dell’Ansa), da Massimo Bianchi (ex direttore di Tuttoturismo) a Dario Di Vico, vicedirettore del Corriere.

L’Ms mandava i suoi militanti a fare i sindacalisti nella Uilm, il sindacato metalmeccanici della Uil. Di Vico fu mandato a Torino, alla Fiat, e compare, occhialoni e maglioncino che oggi si direbbero vintage, a fianco di Bruno Trentin nel film documentario In fabbrica di Francesca Comencini. Renzo Canciani era invece all’Alfa Romeo di Arese. Poi è diventato dirigente Rai, responsabile del centro di produzione tv di Milano. In quegli anni, anche un giovane Sergio Cofferati, sindacalista dei chimici Cgil, partecipava alle riunioni della Commissione operaia dell’Ms diretta da Sandro Cerquetti. Molti ex militanti dell’Ms hanno scelto di restare a lavorare nel sindacato: tra questi, Susanna Camusso, oggi segretaria nazionale della Cgil, Elena Lattuada, segretaria della Cgil Lombardia, Anna Rea, già segretaria della Uil Campania tornata in azienda per dissidi con la segreteria nazionale.

Secondo congresso dell’Mls a Roma, 1978. In piedi, Luca Cafiero. Accanto: Paolo Gentiloni e Luciano Pettinari.

«Il Movimento studentesco è l’unica delle formazioni della nuova sinistra sessantottina a non avere prodotto né salti della quaglia verso Berlusconi, né cadute nel cerchio infernale del terrorismo», ricorda Dalla Chiesa, all’epoca studente all’università Bocconi. Ha fornito invece molto personale politico alla sinistra. Paolo Gentiloni (Pd) dopo essere stato ministro degli Esteri è stato incaricato nel dicembre 2016 di formare il nuovo governo. C’è stata una legislatura in cui erano al governo ben quattro ex Ms: due ministri, Barbara Pollastrini (Ds-Pd) e Paolo Gentiloni (Margherita), e due sottosegretari, Alfonso Gianni (Rifondazione comunista) e lo stesso Dalla Chiesa (Margherita). In Parlamento sono poi passati Luca Cafiero (eletto nelle liste del Pdup), Luciano Pettinari ed Erminio Quartiani (Pds), Valerio Calzolaio (Pdup), Giovanna Capelli, Pietro Mita Ramon Mantovani (Rifondazione comunista). Mantovani fu al centro di furibonde polemiche, prima per aver portato in Italia il capo dei comunisti curdi Abdullah Ocalan ricercato dalla Turchia, poi per i suoi rapporti con le Farc colombiane.

Raffaele De Grada, Luciano Pettinari e Luca Cafiero, aprile 1976

In verità, qualche eccezione c’è alla regola secondo cui nessun Ms è passato a Berlusconi. Per esempio Gaetano Pecorella, che nel 1968 era già professore, formalmente non era del Movimento studentesco, ma ne era uno degli avvocati. «Sì, avevamo un gruppo legale molto agguerrito», ricorda Alfonso Gianni, diventato poi braccio destro di Fausto Bertinotti. «C’erano Giuliano SpazzaliMarco JanniFrancesco FenghiGigi MarianiMichele Pepe… Ma Pecorella era il più autorevole. E il più coinvolto. Il suo apporto non era soltanto tecnico, Gaetano era un vero militante politico». «È l’unico di tutti noi che non ha cambiato idea», dice ironico un “ex compagno”, «era contro i magistrati e la legalità allora, continua a esserlo oggi». Di fatto, ricorda Luciano Pettinari, «Pecorella faceva parte del gruppo dirigente informale del Movimento studentesco, quindici-venti persone tra cui Mario Capanna, Salvatore Toscano, Luca Cafiero, Alfonso Gianni… All’inizio non avevamo una sede, di giorno ci trovavamo in università, la sera ci riunivamo a casa di qualcuno di noi. Poi arrivò la sede di piazza Santo Stefano».

Quante discussioni sulla Cina, su Mao, sulla Banda dei Quattro, per Gabriele Nissim, in quelle stanzette al primo piano sopra la prima osteria di Peppino Strippoli. Oggi Nissim («proprio per fare i conti con una mia responsabilità morale sulla Cina») ha scritto alcuni bei libri sugli ebrei nell’est europeo ed è l’anima di Gariwo e del Comitato promotore della Foresta dei Giusti. In fondo al corridoio della sede di piazza Santo Stefano c’era il mitico ciclostile per i volantini, presidiato da Federico Ceratti, che poi fondò Acea, l’associazione per i consumi etici. Di fronte, lo stanzone del giornale dell’Ms, Fronte popolare, diretto per un periodo da Gino Strada, che poi tornò alla medicina e fondò Emergency.

Sono stati militanti dell’Ms anche i fratelli Boeri, che studiavano al liceo Manzoni di Milano. Oggi Stefano Boeri è architetto, ha diretto Domus e Abitare ed è stato lo sfidante di Giuliano Pisapia per diventare sindaco di Milano, Tito Boeri è un autorevole economista, animatore del sito web lavoce.info e oggi presidente dell’Inps. Era un dirigente dell’Ms anche Bruno Contigiani: quarant’anni fa, la sera andava in piazza Santo Stefano, voleva andare veloce e cambiare il mondo; oggi ha scritto Vivere con lentezza, il libro-manifesto che ha lanciato la Giornata mondiale della Lentezza.

Chi c’era sotto gli striscioni
Dall’Ms proviene anche il banchiere Pietro Modiano, diventato poi direttore generale di Intesa Sanpaolo, presidente di Tassara e oggi al vertice della Sea. Vittorio Meloni, capo della Comunicazione e delle relazioni esterne di Intesa Sanpaolo. Pietro Cirenei, direttore generale di una società di gestione di fondi d’investimento. Claudio Casaletti, già direttore del marketing della Popolare di Milano. L’economista Alessandro Laipold, capomissione del Fondo monetario internazionale. Il finanziere Sergio Cusani, che passò dalla raccolta fondi per il Movimento ai grandi affari di Tangentopoli, per arrivare oggi a occuparsi di volontariato e carcerati. Gli editori Alessandro Dalai, che ha rilanciato la Baldini e Castoldi, e Giuseppe Liverani, il fondatore di Charta. Dal mondo del volontariato provengono Giangi Milesi, oggi presidente del Cesvi, e Maurizio Carrara, fondatore del Cesvi, poi presidente di Unicredit Foundation e presidente a titolo gratuito del Pio Albergo Trivulzio.

Al centro, con il montgomery, Roberto Franceschi

C’erano il musicista jazz Gaetano Liguori, il bluesman Fabio Treves, e poi gli Stormy Six di Franco Fabbri e Umberto Fiori, quelli di Stalingrado, cantato a squarciagola in mille manifestazioni. Il regista e attore Elio De Capitani (Berlusconi nel Caimano di Nanni Moretti, fondatore del teatro Elfo-Puccini), l’attore e regista Silvano Piccardi, il critico teatrale Ugo Volli, il critico della fotografia Roberto Mutti, il fotografo Leo Torri, il poeta Giulio Stocchi, i giornalisti Piero Somaini e Roberto Peretta, diventato uno dei massimi esperti di guide e turismo. Giulia Arborio Mella, che ha lavorato all’Adelphi e ha firmato la bellissima traduzione italiana di Lolita di Nabokov. I designer Franco Origoni Anna Steiner. Il grafico Massimo BorghesiMario Giusti, che si è occupato di organizzazione musicale e di arte. E il filmmaker Ranuccio Sodi, che iniziò girando i cinegiornali delle manifestazioni del Movimento studentesco e oggi è l’anima della casa di produzione Show Biz.

Gli Stormy Six, con Franco Fabbri e Umberto Fiori

C’era Michele Cucuzza, che iniziò a fare il giornalista a Radio Popolare e approdò poi alla Rai. Sergio Serafini è stato di Radio Popolare l’amministratore delegato. Mauro Crippa, invece, militante nell’Ms quando era liceale e subito dopo giornalista a Radio Città (l’emittente dell’Ms), ha poi fatto una carriera sfolgorante dentro la Fininvest, fino a diventare direttore generale Informazione di Mediaset e membro del suo consiglio d’amministrazione. A Radio Città hanno lavorato anche Claudio Lindner, poi vicedirettore dell’Espresso, e Paolo Colonnello della Stampa. Vengono dall’Ms anche Rodolfo Sala, di Repubblica, che era vicesegretario della sezione Mls di Sesto San Giovanni, Rossella Citterio, direttore Comunicazione e Relazioni esterne della Mondadori e poi di Expo Milano 2015, e Gino e Michele, i geniali autori che hanno inventato Passati col rosso, le Formiche e Zelig.

Nell’Ms c’erano tanti medici arrivati ai vertici di importanti strutture sanitarie. Tra questi, gli scomparsi Fabio Guzzini e Mario Buscaglia, primario di Ostetricia e Ginecologia all’ospedale San Carlo di Milano (uno dei pochi che si espose sui temi sensibili, come la pillola RU). Oggi Ugo Pastorino è primario di Chirurgia toracica all’Istituto Nazionale dei Tumori e chirurgo di rilevanza internazionale. Claudia Balotta è una delle ricercatrici di punta sull’Hiv all’ospedale Sacco e all’Università di Milano. Massimo Galli ha preso il posto di Mauro Moroni alla guida dell’Istituto malattie infettive e tropicali dell’Università di Milano presso l’ospedale Sacco. Francesco Rossi è stato primario all’Ospedale di Melegnano. Massimo Fontana è primario all’ospedale dei Bambini di Milano. Piero Gambrioli è chirurgo della spalla di fama internazionale all’ospedale Gaetano Pini di Milano.

Un manifesto disegnato da Albe Steiner

Nell’Ms c’era anche il trio sardo Mulas, Scalas e Piras: Tonino Mulas è diventato presidente della diaspora dei sardi nel mondo, Alberto Scalas è un affermato pittore, Giovanni Piras è stato direttore di banca. La guida dell’Ms in Sardegna era Paolo Frau, oggi assessore all’Urbanistica a Cagliari nella Giunta Zedda. Monica Levy, esperta di Est europeo scomparsa qualche anno fa, nel 1980 ha tradotto in Italia le tesi di Solidarnosc e poi è stata per un paio di decenni la principale traduttrice dall’inglese e dal francese per il Corriere della SeraAntonio Malerba è diventato un importante libraio piemontese ed è stato anche sindaco di Novara. Umberto Pedroni ha diretto una società per lo sviluppo tecnologico della Camera di commercio di Napoli. Gianni Vallardi, che nei Settanta operava alle dirette dipendenze di Mario Martucci nelle squadre di propaganda, è diventato direttore dei periodici Mondadori e poi Rizzoli.

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Quelli del Movimento studentesco della Statale di Milano ultima modifica: 2021-11-11T04:22:00+01:00 da GognaBlog

8 pensieri su “Quelli del Movimento studentesco della Statale di Milano”

  1. 8
    Dario Liotta says:

    C’ero e sono felice di esserci stato. Il dopo è stato meno gratificante. Un appunto all’articolo “molto milanocentrico” poco è detto dei compagni catanesi di allora e dei loro destini successivi o dei calabresi del pensionato Bassini che sono diventati quasi tutti importanti professionisti o tornati al Sud politici di rilievo.

  2. 7
    marco vegetti says:

    Ebbene sì, io c’ero. Anche in quel servizio d’ordine che i “benpensanti” chiamavano Katanga. Che, chi c’era sa, non sempre ha avuto diatribe con gli altri (LC o AO, Avanguardia Operaia), a volte gli ha salvato le chiappe. Eppure non rinnego nulla, nulla. Per parlare di cosa fosse il MS, credo fermamente che si sarebbe dovuto starci dentro allora. Qualche rimpianto? Sì, soprattutto per la comunità che eravamo. E solo un demente può buttare a mare il suo passato.

  3. 6
    Geri Steve says:

     
    CAMBIARE IL MONDO…
     
    Non abbiamo capito in tempo che il nemico era ed è la delinquenza organizzata, che apparentemente rispetta le regole sociali ma che nella realtà agisce contro la società civile.
     
    Erano e sono: la/le mafie, la/le classi politiche, i servizi segreti, i poteri finanziari.
     
    Noi eravamo cittadini del mondo che avremmo voluto migliorarlo.
    Loro erano poteri che volevano impadronirsene.
     
    Là dove esistevano dei cittadini volevano dei sudditi, dei consumatori senza pensieri pericolosi per loro, controllati dalla pubblicità occulta e palese, dalle repressioni governative, dalla delinquenza politica, dalle multinazionali, dai poteri finanziari e dalle grandi logge segrete di potenti delinquenti.
     
    Certamente “la nostra generazione ha perso” e il mondo è stato cambiato in direzione opposta. La globalizzazione ha garantito l’incontrollabilità dell’economia e ha depotenziato qualsiasi governo statale e  iniziativa locale.
    Dalla sorveglianza poliziesca stiamo approdando alla capillare sorveglianza informatica di massa.
     
    Il re è nudo, ma ormai molti non vedono più niente che il re non voglia.
     
    Siamo usciti dall’equilibrio del terrore nucleare per entrare nel terrore ambientale.
     
    Abbiamo lasciato alle generazioni successive una brutta situazione e una partita difficile.
     
    Geri
     

  4. 5
    Geri Steve says:

     
    CAMBIARE IL MONDO
     
    Nel ’68 e nel ’77 ci sono vissuto dentro. Nel MS no, stavo a Roma.
    Per raccontarne servirebbe un libro, non un commento.
    Faccio soltanto due affermazioni.
     
    – La nostra profonda spinta e volontà a cambiare il mondo non si è spenta: è stata scientificamente spenta.
     
    Cito rapidamente: la Strategia della tensione, teorizzata in documenti della CIA già anni prima della sua applicazione, le infiltrazioni, la disinformazione, l’annientamento con diffusione di droghe leggere e pesantissime.
     
    – Gli errori del movimento. Ne abbiamo fatti tanti, ma uno è stato grosso e imperdonabile.
    Abbiamo sbagliato obiettivo: il capitalismo, la rivoluzione, la società borghese…
     
    Non abbiamo capito in tempo che il nemico era ed è la delinquenza organizzata, che apparentemente rispetta le regole sociali ma che nella realtà agisce contro la società civile.
     
    Erano e sono: la/le mafie, la/le classi politiche, i servizi segreti, i poteri finanziari.
     
    segue

  5. 4
    Roberto Pasini says:

    Gino Strada. Certo,  giusto. E Maccaccaro e i suoi libri dimenticati e la sua visione della sanità e della medicina che influenzò tanti giovani di allora che poi andarono in ospedale con il loro carico di ideali e il successivo impatto con la realtà. Appunto. Ci sarebbe tanto da raccontare, con sincerità.  Magari ai nipoti qualcosa potrebbe interessare. 

  6. 3
    Marco Lanzavecchia says:

    A onor del vero andrebbe menzionato Gino Strada.
    Ai posteri l’ardua sentenza.
    Del resto inutile come ogni sentenza postuma.

  7. 2
    Roberto Pasini says:

    Un pezzo molto povero. Un piatto elenco di nomi. Da usare tuttalpiù per un po’ di gossip del tipo “Vestivamo alla Che Guevara”. C’era molto di più da dire su quel versante ambrosiano della storia di un pezzo della generazione dei boomer (tra l’altro ho visto che i giovani usano boomer come un insulto: sei proprio un boomer). Solo un frammento di quella generazione in realtà, perché altri facevano altro e avevano altri riferimenti. Vedi gli scritti di Camanni o i gialli politici di Ludovico Festa. Ammesso che a qualcuno al di fuori dei reduci interessino ancora queste storie che giacciono in cantina, destinate altrimenti alla critica roditrice dei topi come diceva Marx.

  8. 1
    lorenzo merlo says:

    La storia ci porta ovunque da qualunque porto si salpi.
    Ma il vento portante è sempre il più amato.
    Spinge a sud, verso le terre del sogno.
    Ciò che eravamo può essere buttato a mare.

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