“Henriette è una donna decisa, stabilisce di organizzare in prima persona la spedizione nonostante i dileggi dei valligiani e le aspre critiche che le vengono rivolte da alcuni degli stessi appartenenti alla nobiltà…”.
Quote rosa
di Davide Scaricabarozzi
(pubblicato su Annuario del CAI di Bergamo, 2022)
Presa di coscienza
Era la terza settimana di agosto del 1978, arrivammo al bivacco Ghiglione nel primissimo pomeriggio, appena dopo l’ora di pranzo, per occupare due posti sul tavolato prima che si riempisse come un uovo. Avevo compiuto sedici anni da un mese ed era la prima volta che mi trovavo di fronte alla parete tanto desiderata nei miei sperticati sogni adolescenziali: la Brenva.
Ho bene in mente quando arrivai sul Colle del Trident, la scatola di metallo del bivacco era a pochi metri sulla sinistra ma nemmeno ci feci caso. Come uscii sul colle dal ripido pendio rimasi annichilito e soggiogato da quell’ambiente così sfacciato e potente. Era come se fossi stato investito da un treno in corsa, ma prima che ti travolga arriva lo spostamento d’aria che non fa altro che acuire la forza della sua spinta spaventosa in arrivo. Sulla neve ormai fangosa del colle provai la stessa sensazione di azzeramento totale di quando sentii per la prima volta Breathe dei Pink Floyd col suo incipit stravolgente che ti scaraventa addosso onde sonore quasi solide capaci di sbatterti contro il muro, in un angolo dall’altra parte della stanza.
Ecco, la stessa cosa l’ho provata nel preciso momento in cui dall’ombra del pendio gelato passai alla visione sconvolgente, assolata e quasi himalayana del circo della Brenva.
Fu uno schianto emotivo feroce, accentuato dalla fresca e improvvisa brezza che mi aveva colto, dal lontano rumore delle cascate di fusione e di qualche sasso che rotolava chissà dove. Potenza pura, roba da uomini duri e noi ci tenevamo ad apparire sufficientemente duri e ragionevolmente credibili nella nostra acerba e velleitaria mascolinità ancora tutta da sperimentare.
Dopo una mezz’ora arrivarono due inglesi con la faccia da inglesi e i denti storti che sfavillavano sui loro sorrisi sghimbesci per il fiatone e probabilmente per la stessa sorpresa disorientante di trovarsi lì con dinnanzi un preoccupante universo che non avrebbe permesso nessun bluff.
Alla spicciolata una piccola comunità di spostati multinazionali aveva popolato il colle, la piccola e maleodorante scatola di latta era ormai in over booking, la Brenva ormai era in ombra e mi era decisamente meno simpatica rispetto a qualche ora prima. Mi chiedevo come avremmo fatto a stare tutti dentro quel fetente loculo metallico.
Improvvisamente fecero la loro apparizione due giovani e splendide donne francesi: la Blonde e la Brune. Il cieco priapismo imberbe e onanista di sedicenne si sentì defraudato della maschia identità e intimamente svilito. Il mio machismo, così duramente coltivato perché potesse esprimersi e trovare un orgoglioso compimento su queste “barbare” pareti, venne smantellato in un nanosecondo alla vista di queste iconoclaste mademoiselles che si muovevano leggere e leggiadre sulla neve ramponata di questo stupefacente avamposto.
Oltretutto la Blonde era salita fin lì con un paio di pantaloncini corti che lasciavano in bella vista due annichilenti lunghe cosce tornite all’inverosimile ulteriormente sbeffeggianti per via delle strette caviglie che si potevano intuire, o forse immaginare, racchiuse nei pesanti scarponi.
Per sovrapprezzo la Brune indossava quello che sembrava essere un paio di frusti pantaloni da sci neri che, a mio parere, per un chiaro calcolo, impreziosivano un già prezioso e preciso fondoschiena incriticabile. Effettivamente ci fu un certo fermento quella sera al Ghiglione. Tra l’altro la Blonde e la Brune sarebbero andate su una via più impegnativa della nostra e allora ci pensai su…
Le prime rose
Che si sappia, la prima donna balzata agli onori delle cronache alpinistiche è stata tal Marie Paradis e non poteva che accadere sul Monte Bianco. Non è ben chiaro se fosse proprio originaria di Chamonix o del vicino villaggio di Saint-Gervais, di certo si sa che lavorava come cameriera in una locanda di Chamonix e che non avesse mai mostrato il minimo interesse per le montagne.
Per qualche ragione non documentata fu ingaggiata da Jacques Balmat, il primo salitore della montagna assieme a Michel-Gabriel Paccard (forse sarebbe meglio invertire l’ordine dei due nomi) che voleva certamente farsi della significativa pubblicità portando per la prima volta sulla montagna un’appartenente al gentil sesso e altrettanto sicuramente Marie Paradis sperava di raggranellare qualche mancia nella locanda di Chamonix raccontando della sua ascensione sul Monte Bianco. Ed è così che partì aggregandosi al corposo manipolo di scalatori guidati da Balmat: era il 14 luglio 1808, quasi ventidue anni dopo la prima salita della montagna.
La povera Marie fu presto in difficoltà, non era abituata alle lunghe salite in montagna e men che meno a quelle altitudini.
Le mancava il respiro, le si offuscava la vista e si lasciò cadere nella neve implorando di lasciarla lì dov’era, sì perché sarebbe stato preferibile morire in un crepaccio piuttosto che continuare quella salita infernale che le toglieva la voglia di tirare il fiato e fare un solo passo in più verso l’alto.
Infine fu letteralmente trascinata e trasportata dai compagni fin sulla cima del Monte Bianco e riuscì anche a scendere non senza qualche intoppo fino a Chamonix.
Dopo questa salita Marie Paradis venne fregiata con il glorioso appellativo di Marie du Mont Blanc ma non salì mai più in montagna. Chamonix ha onorato la sua memoria dedicandole una passeggiata che fiancheggia l’Arve e svariati altri luoghi dell’Alta Savoia, la sua fama è arrivata addirittura fino a Parigi dove una palestra porta il suo nome.
In ben altro modo si è svolta la salita, sempre al Monte Bianco, della contessina Henriette d’Angeville, nata in Borgogna nel 1794 da un’aristocratica famiglia francese: suo nonno venne ghigliottinato durante la Rivoluzione, il padre venne arrestato e tutta la famiglia si spostò nella valle del Rodano in un bel villaggio abbracciato da un’ansa del grande fiume.
Henriette, come quasi tutti gli appartenenti alla nobiltà dell’epoca, poteva attingere da importanti risorse economiche che le avevano consentito di potersi dedicare ai diletti alpestri e alpini dato che l’ansia della sopravvivenza non era cosa che la riguardasse. La sua era una vera passione che negli anni le consentì di collezionare numerose gite in montagna e grazie a queste temprare il suo fisico preparandolo ad ascensioni ben più importanti. Henriette è una donna decisa, stabilisce di organizzare in prima persona la spedizione nonostante i dileggi dei valligiani e le aspre critiche che le vengono rivolte da
alcuni degli stessi appartenenti alla nobiltà. Nulla può smuoverla dal suo intento e alle 2 del mattino del 4 settembre 1838 lascia Chamonix accompagnata da Joseph-Marie Couttet e altre cinque guide alle quali si aggiungono sei portatori e inizia la sua lunga marcia verso la vetta del Monte Bianco.
Alle 13.15, dopo undici ore di estenuante marcia, calpesta la neve della cima dove al rumore debole del vento si aggiunge quello meno naturale dei tappi che saltano dalle bottiglie di champagne; non paga di questa vittoria si fa alzare da due uomini per poter ammirare il panorama più in alto della cima più alta.
A testimonianza di questa salita resta il suo libro Io in cima al Monte Bianco corredato di 50 pregevoli tavole ad acquerello dipinte dai migliori artisti ginevrini e dove si legge una sua frase emblematica che sottolinea il carattere visionario di questa donna.
«Ho 44 anni, 5 mesi e 24 giorni, per l’esattezza! Gli anni! Gli anni sono come i giorni, si susseguono, non si somigliano».
All’età di 69 anni sale l’Oldenhorn nelle Alpi Bernesi, muore a Losanna otto anni più tardi, il 13 gennaio 1871.
Il valore simbolico di queste salite rappresenta una concreta contrapposizione al pregiudizio che, a dire il vero, perdurerà ancora per moltissimi anni e che riteneva le donne incapaci di compiere ascensioni di grande spessore ritenute esclusivo appannaggio del “rude” universo maschile.
Tra queste straordinarie e coraggiose protagoniste dell’alpinismo femminile va ricordata Lucy Walker, la sorella del più noto Horace Walker, primo salitore delle Grandes Jorasses, che fu la prima donna a salire in vetta al Cervino per la cresta dell’Hörnli nel 1871. Da notare che delle sue novantotto (leggi 98) ascensioni viene ricordata solo questa.
Sempre in questo secolo, che vide un considerevole florilegio dell’alpinismo femminile, è importante annoverare Alessandra Boarelli, prima salitrice del Monviso, e ancora Isabella Charlet-Straton che compì la prima invernale al Monte Bianco con il futuro marito Jean-Estéril Charlet-Straton.
Ma è oltremanica che il pioneristico sviluppo dell’alpinismo femminile trova le sue più riconosciute radici, ad esempio Elisabeth Hawkins-Whitshed (classe 1861) fonda il “Ladies alpine club”, raggiunge la cima dell’Aiguille du Midi, delle Grandes Jorasses e del Piz Roseg. L’elenco è infinito e sarebbe necessario lo spazio di un libro per essere un minimo esaustivi.
Loulou Boulaz e Ninì Pietrasanta
L’ordine dei nomi è squisitamente cronologico, Loulou Boulaz (1908 Avenches- 1991 Ginevra), Ninì Pietrasanta (1909 Bois-Colombes – 2000 Arese).
Loulou non è stata una gregaria, bensì una protagonista. Dopo adolescenziali simpatie per i movimenti anarchici militò nelle aree della sinistra, questa sua appartenenza le costò l’impiego come giornalista presso il Palazzo Federale di Berna durante la seconda guerra mondiale. Per un lustro (1936-1941) fece parte della squadra nazionale di sci svizzera vincendo in Francia i campionati nel 1936 e 1937. Si avvicinò all’alpinismo con lo stesso spirito di competitività che aveva quando calzava gli sci, la visione romantica e retorica della “lotta con l’Alpe” non le apparteneva: l’alpinismo era uno sport.
Questa visione modernissima, in controtendenza con il mainstream dell’epoca, fece in modo che potesse realizzare straordinarie ascensioni totalmente libera dalle pastoie che vedevano relegate le donne come seconde di cordata. Con Lucie Durand formò una cordata femminile di livello, una cosa più unica che rara per quegli anni, ripetendo alcune vie di polso nel gruppo del Monte Bianco, tra queste la traversata dei Charmoz-Grépon, l’Aiguille du Peigne e la Dent du Requin che destarono una certa contrarietà nella popolosa tribù degli alpinisti maschi al punto tale che queste ascensioni furono messe in discussione e mai riconosciute. La straordinarietà della Boulaz trova il suo compimento quando sente il prepotente bisogno di trovare un compagno che potesse essere all’altezza delle sue capacità e aspettative. Lo trova in Raymond Lambert di cinque anni più giovane di lei.
Lambert aveva lasciato il lavoro da giardiniere per la professione di guida alpina e spesso preferì, per ovvie ragioni di sopravvivenza, legarsi con i clienti piuttosto che salire en amateur assieme a Loulou. Nel 1935 fecero la terza ripetizione della via Charlet alla Nord dell’Aiguille du Pian e furono nuovamente terzi nella corsa sulla parete nord delle Grandes Jorasses tallonando d’appresso l’agguerrita cordata Gervasutti-Chabod.
Mancarono di un soffio la prima della parete nord dei Dru riuscendo “solo” nella prima ripetizione (nel 1936) dei complicati e difficili ottocento metri risolti dal fuoriclasse Pierre Allain con il compagno Raymond Leininger. Proprio su questa via aprirono una variante lungo una fessura che porta il nome di Lambert.
Durante la seconda guerra mondiale i ginevrini non poterono più recarsi sul Monte Bianco e l’attenzione di Loulou si concentrò sulle grandi montagne del Vallese: proprio in quegli anni si legò, non solo alla corda, con Pierre Bonnant con il quale ripeté e aprì alcune vie dal carattere tipicamente occidentale sulle montagne di casa. Nel 1949 fecero la terza ripetizione della Poire e salirono nuovamente sulla Allain al Dru e poi ancora l’Aiguille Verte dall’Aiguille Sans Nom, la cresta sud dell’Aiguille du Fou, l’invernale all’Aiguille de Bionnassay, al Grépon e chissà quante altre.
Nel 1952 Loulou e Pierre furono presi dal maltempo durante la quindicesima ripetizione della Cassin allo sperone Walker che li costrinse a due bivacchi in salita e uno in discesa e che costò l’amputazione di due falangi dei piedi a Loulou, mentre a Pierre vennero amputati entrambi i piedi.
L’attività alpinistica di Loulou la Rouge – così soprannominata per l’immancabile maglione rosso – è sconfinata, va dalle Alpi all’Himalaya (tentativo al Cho Oyu nel 1954) fino al Caucaso. Credo che le parole di Silvia Metzeltin rappresentino profondamente l’animo e l’anima di questa protagonista dell’alpinismo in quota rosa:
«Penso inoltre che, contrariamente ad altre donne alpiniste eccezionali ma per nulla femministe come ad esempio Claude Kogan, Loulou sperasse nel suo intimo anche di essere di esempio e di sprone a numerose donne delle generazioni successive. Ma personalità di questo livello vengono difficilmente capite e seguite dalle masse. Così, presumibilmente, il destino storico di Loulou la Rouge resterà quello di costituire una personalità di riferimento, un motivo di riflessione soltanto per una piccola avanguardia di donne. E se personalmente ciò mi pare purtroppo quasi scontato, per lei, per la sua memoria, vorrei che questa sottile beffa del destino avesse un giorno ad esaurirsi o a ribaltarsi; vorrei che molte donne, alpiniste o arrampicatrici o sciatrici che siano, sapessero riconoscere in Loulou Boulaz la figura d’eccezione che ha agito non solo per se stessa ma anche per tutte le altre».
Ninì Pietrasanta si trasferisce a Milano da piccola dopo la perdita della madre e presto si inserisce negli ambienti liberali dell’alta borghesia della città.
Ha un animo sensibile con una naturale inclinazione alla musica e in questo senso si forma studiando violino e violoncello, dipinge e si appassiona alla fotografia apprendendone i fondamentali principi in breve tempo. Alla fine degli anni Venti del XX secolo si avvicina alla montagna, anzi all’alpinismo, e affronta le prime salite nel gruppo del Monte Rosa e dell’Ortles accompagnata dalla guida di Alagna Giuseppe Chiara e in seguito effettua alcune salite di grande impegno con Tita Piaz. Nel 1929 si aggiudica la prima ascensione femminile della parete nord del Lyskamm Orientale e l’anno seguente si ripete sulla Nord-ovest della punta Zumstein e il versante nord del Corno Bianco. Queste salite le danno la giusta notorietà e nel 1932 viene invitata dal conte Bonacossa in Abruzzo per effettuare alcune gite scialpinistiche di ampio respiro come la traversata del gruppo del Gran Sasso.
E una donna avanguardista sotto molti aspetti, tra questi c’è la sua antica passione per la fotografia, infatti non abbandona mai la sua cinepresa da sedici millimetri con la quale documenta le sue escursioni.
Nell’estate del 1932 incontra a Chamonix Gabriele Boccalatte: è la svolta nella sua vita. Oltre che alla corda si legano per sempre unendosi in matrimonio nel 1936. Si tratta di un connubio perfetto, assieme coltivano le medesime viscerali passioni: la montagna e la musica: infatti Boccalatte, oltre che essere un forte alpinista è anche un pianista di prim’ordine. La cordata Boccalatte-Pietrasanta o Pietrasanta-Boccalatte qual dir si voglia compie una serie impressionante di salite di grande impegno; spesso Ninì scala con Gervasutti, Chabod, Ghiglione e Zanetti.
L’elenco delle salite di Ninì è impressionante, ne elenco solo alcune per ragioni di spazio. Nel 1932 con Chabod, Ghiglione e Zanetti sale partendo dal rifugio Leschaux alle Périades: salgono un inviolato gendarme a cui danno il nome di Pointe Ninì in onore a lei. Effettua la rude traversata delle Aiguilles du Diable, nel 1934 con Boccalatte apre una nuova via sull’Aiguille de la Brenva e nella stessa estate si aggiudicano la terza ripetizione della cresta sud dell’Aiguille Noire de Peutérey.
Nel luglio del 1935 con Gervasutti e Chabod realizza la prima ascensione del Pic Adolphe lungo lo spigolo ovest e la parete nord, un mese dopo Ninì e Gabriele portano a segno la difficilissima diretta alla parete ovest della Punta Bich dopo un tentativo andato a vuoto per il maltempo. Nel 1936 tracciano una complicata e pericolosa via lungo la remota parete sud-ovest dell’Aiguille Blanche de Peutérey e subito dopo salgono lo spettacolare pilone sul versante est del Mont Blanc du Tacul che oggi porta il nome di Pilier Boccalatte. Questa salita vale alla cordata la medaglia d’oro al valore alpino, che potremmo identificare come una sorta di Piolet d’Or ante litteram. Dopo questa impresa decidono di sposarsi nell’ottobre dello stesso anno e nel 1937 nasce Lorenzo.
Quella sul Mont Blanc du Tacul sarà la loro ultima scalata: nell’agosto del 1938 Boccalatte con Mario Piolti tenta la salita dell’arcigna parete sud dell’Aiguille de Triolet, purtroppo la cordata precipita e i loro corpi vengono ritrovati sul ghiacciaio sottostante.
Ninì non ha ancora trent’anni e resta sola con un bambino quasi neonato, abbandona per sempre l’alpinismo voltando le spalle alle cime da lei tanto amate.
Di lei ci rimane il libro Pellegrina delle Alpi e un immenso archivio fotografico.
L’eredità degli anni Settanta
L’alpinismo non è uno sport nonostante ne porti indiscutibilmente i connotati: prestazioni, record, prime salite, allenamento e competizione. L’alpinismo è un’attività, per così dire, che trascende per sua natura i meri numeri e forse proprio per questo risente, e ha sempre risentito, dell’influenza derivante dai risvolti politici e socio culturali.
Tra le possibili, direi certe, motivazioni determinanti questo processo c’è sicuramente l’approccio mentale e culturale indispensabile per potervisi dedicare, naturalmente ognuno secondo il suo metro.
Gli scossoni derivanti dai fermenti politici e intellettuali post 1968 sono stati il fattore dirimente che ha condizionato, nel bene e nel male, almeno tutto il decennio seguente. In Italia, soprattutto dopo la strage di Piazza Fontana a Milano del dicembre del 1969, nulla fu più come prima. Si era scoperchiato il vaso di Pandora dal quale uscirono ferocemente le peggiori nefandezze di una nazione in balia di uno stato ombra che mirava al totale sovvertimento di un ordine costituito che non rappresentava più nessuno se non gli stessi reazionari intenti allo smantellamento dello stato sociale che cercava la sua onesta coesione e identità attraverso il raggiungimento di obiettivi comuni di ugual distribuzione di diritti e doveri. In quel momento fu chiaro a tutti che sarebbe stato necessario mettere in discussione ogni cosa, le dinamiche inchiodate sulla genesi della Repubblica andavano riviste, ma soprattutto i ruoli delle classi sociali sempre meglio connotate e dei generi avrebbero dovuto intraprendere un difficile percorso evolutivo verso un paritetico orizzonte identificativo quanto più possibile privo di barriere, retaggi e preconcetti. Da questo assunto nacquero movimenti giovanili che tendevano a scardinare uno status quo insostenibile, purtroppo prese anche piede la lotta armata che in taluni casi si fondava su un complesso ragionamento ideologico avvalorato da una significativa e attenta organizzazione politica ben strutturata e rigorosa.
Travolti completamente da questo clima presero origine collettivi di ogni genere e tipo che avevano come missione la ricerca del ruolo sociale e politico degli stessi appartenenti e che sarebbe stato necessario trasporre nel tempo, in scala macroscopica, sul mainstream polveroso e stantio di una nazione che necessitava di salire, almeno di un gradino, verso un’onestà intellettuale che richiedeva la rivisitazione di arcaici e pericolosi assunti nostalgici: fu un momento di duro confronto intellettuale, politico e fisico.
Tra questi movimenti, che reputo oggi invidiabili per il loro fervore intellettuale, ci fu quello femminista declinato in mille sfaccettature, altrettanti eccessi e in sconfinate grandezze. Gli ialini fervori, spesso ridicolizzati ingiustamente, sprigionarono una sensazionale energia che costrinse tutti, per lo meno tutti coloro che avevano uno straccio di spirito critico, a profonde riflessioni e soprattutto all’accettazione compiuta del ruolo assolutamente paritetico delle donne.
Quest’ondata culturalmente rivoluzionaria s’infranse sugli scogli ormai erosi del machismo alpinistico costringendo questa piccola e insignificante enclave, di quasi soli uomini, a rivedere umilmente la propria granitica egemonia su un’attività destinata ad aprirsi senza retorica e senza resistenza alle indiscusse, indiscutibili e comprovate doti delle donne in montagna.
Questo background diventa l’humus da cui nasce la consapevolezza delle proprie possibilità di affermazione della parte femminile delle giovani alpiniste che si approcciano addirittura al difficile mestiere di guida.
Solo per citare alcuni nomi pioneristici è d’obbligo nominare la chiavennasca Renata Rossi, prima donna guida in Italia e tra le pochissime all’epoca in Europa, che conseguì il brevetto nel 1984; Serena Fait di Sondrio e Palma Baldo, la prima donna guida trentina. Donne tenaci con un attivo impressionate di dure ascensioni su tutti i terreni.
Impossibile non ricordare la straordinaria veneziana Luisa Jovane, meravigliosa icona e interprete dell’arrampicata libera, ad oggi l’unica italiana ad aver vinto una prova nella Coppa del Mondo. Le donne conquistano la scena alpinistica su tutti i terreni e su tutte le montagne del globo.
La francese, ma nata in Algeria, Catherine Destivelle vince le competizioni di arrampicata libera Sportroccia in Valle Stretta per ben tre edizioni diventando la leader indiscussa di questa specialità, ma questo non le basta perché lei nasce alpinista (a soli sedici anni ripete la via Desmaison-Couzy al Pic d’Olan e la rognosa Devies-Gervasutti sull’Ailefroide Occidentale) e ritorna quindi al suo alpinismo con la prima solitaria femminile del Pilier Bonatti al Petit Dru in sole 4 ore e mezza nel 1990. L’anno seguente apre una via nuova in solitaria sulla Ovest del Petit Dru restando in parete per undici giorni e superando difficoltà fino all’A5!
Sale in scioltezza e in prima solitaria femminile le Nord dell’Eiger, delle Jorasses e del Cervino in inverno, quest’ultima per la Bonatti, seconda solitaria in assoluto.
Lascia il suo segno anche in Asia ripetendo la via slovena sulla Nameless Tower e la salita dello Shishapangma come suo unico Ottomila. Chiude il suo straordinario palmares nel giugno 1999 salendo in due giorni e in prima solitaria femminile la Hasse-Brandler alla Nord della Cima Grande di Lavaredo.
Tra le himalayste va ricordata la polacca Wanda Rutkiewicz scomparsa sul Kangchenjunga nel 1992, così come va menzionata la britannica Alison Hargreaves rimasta sul K2 nel 1995.
Ma qui mi devo fermare per non ridurre il tutto a uno sterile elenco di nomi e di montagne che nulla aggiungerebbe alla riconosciuta grandezza delle Quote Rosa sulle montagne del mondo.
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Rapidissima correzione
Laura Rogora ha vinto in Coppa del Mondo a Briançon nel 2020, battendo in finale la Garnbret.
Spero (e non credo) che il titolo dell’articolo volesse riferirsi al significato “legale” delle quote rosa. Di cui, nella scalata, non ve ne è bisogno, viste le persone nominate nell’articolo. Venendo a tempi piu recenti ed attuali: la Destivelle ha saputo essere fuoriclasse in falesia come in montagna, con salite eccezionali. Io ricorderei anche Lyn Hill, una fuoriclasse su vie da 10 a 1000 metri (il Nose in libera…). Ai giorni nostri seguo con interesse Jainja Garnbret, non tanto per quello che fa in gara (non mi appassiona) ma per i tiri che sale come li sale. Sarebbe un errore considerarla una tira prese di plastica, dietro tali risultati eccezionali come dicevo anche in falesia, ci sta una dedizione fisica e mentale fuori dal comune.
J’aime ce qu’ont fait toutes ces femmes, mais ma préférence va à Catherine Destivelle, extraordinaire dans ses réalisations.