Revelation in free solo
di Antoine Le Menestrel
(pubblicato su La Bagarre il 28 agosto 2025)
Parto dalla Francia con una idea precisa in testa: risolvere Revelation in giornata, è la via più difficile d’Inghilterra e anche la più bella via di Raven Tor. A liberarla era stato Jerry Moffatt l’anno prima, nel 1984, si trattava probabilmente del primo 8a+ al mondo. A Raven Tor le vie hanno appigli slavati e sfuggenti e si procede verso l’alto quasi sempre allungandosi da piccole tacchette rovesce. Anche i piedi sono sempre appoggiati su roba slavata e sfuggente, è un’arrampicata molto intensa e aleatoria.

Revelation inizia con un boulder violento abbastanza vicino a terra, poi c’è un tratto di continuità fino al passaggio finale, che è un lancio delicato su un piattone da tenere a mano aperta. Da lì ancora un tratto tecnico di piedi prima di arrivare in sosta. Mi riescono tutti i movimenti singoli già al primo giro e me li lavoro un po’, cerco di memorizzare le sequenze e i punti dove sistemare i piedi, poi mi calo. Mi riposo un po’, sfilo la corda, mi lego un’altra volta e riparto. Al primo tentativo, dopo essermela lavorata, salgo in sosta rotpunkt concatenando tutti i movimenti, la via è fatta. Mentre faccio passare la corda nel moschettone di sosta mi balena in mente un’idea: salire Revelation slegato. Mentre scendo a terra il pensiero è una sciabolata di calore che si diffonde nel mio corpo, è come un fuoco d’artificio che mi esplode nella testa. Inizio a pensarci e la cosa mi fa paura.
Il giorno dopo salgo di nuovo la via con lo scopo di scattare alcune fotografie, anche questa volta la via mi esce subito al primo colpo in continuità, senza problemi. Mi sembra persino facile. Ben Moon lo stesso giorno realizza la via scalando secondo l’etica inglese. Etica inglese vuole dire che ogni volta che fai un errore, senza stare a provare i movimenti, devi farti calare a terra e ricominciare da capo. Gli inglesi si facevano un sacco di pippe mentali inutili a quel tempo, per me le possibilità erano soltanto due: o salire la via on sight, al primo colpo e senza errori oppure lavorarsela. Casomai, la differenza la facevano il numero di tentativi che uno impiegava dopo.
Lascio passare qualche giorno e l’idea di fare la via slegato non mi abbandona. Ci penso continuamente. Magari è una idea folle, non lo so. Di notte mi sveglio e comincio a pensarci, da sdraiato ripeto mentalmente tutti i movimenti della via decine e decine di volte, ci penso non soltanto con la testa ma soprattutto con il corpo. Registro e memorizzo ogni sensazione, ogni spostamento di peso, ogni modo di afferrare e tenere gli appigli. Per alcuni giorni vivo questo stato di eccitazione continua che è difficile da descrivere. Nel frattempo parlo della mia idea con Jibé, (Jean-Baptiste Tribout, NdR) che è il mio compagno di viaggio, sta a sua volta provando la via e non sa bene cosa consigliarmi, è silenzioso. Non mi incita e nemmeno mi frena. Non sa che dire, credo. È un po’ disorientato.
L’8 agosto 1985 arriviamo in falesia nel primo pomeriggio, c’è un sacco di gente in giro, troppa. Non arrampico e assicuro Jibé che sta ancora lavorandosi la via, a lui non riesce il bloccaggio iniziale. Rifaccio un giro sulla via per levare i rinvii e ancora una volta mi viene in continuità al primo colpo, con facilità. Prima di scendere lascio un pezzetto di cordino e un moschettone in sosta, poi mentre mi calo pulisco bene tutti gli appigli con lo spazzolino. Arrivo a terra e Jibé non dice niente, non ci scambiamo nemmeno una parola. Io sono stranamente calmo, le scariche di adrenalina e l’eccitazione dei giorni scorsi hanno lasciato spazio alla quiete, sono come un bicchiere d’acqua che si è riempito lentamente senza fare bolle. Mentre mi slego e mi tolgo l’imbrago guardo verso l’alto la via e penso che è impossibile che io possa sbagliare qualcosa, la via ormai è dentro di me. Nel frattempo la falesia si sta svuotando, i climber un po’ alla volta stanno andando via e le ombre si allungano. Anche Jibé ha finito di arrampicare. Io sento di essere pronto, il momento è arrivato.

In giro non c’è più nessuno e io sono concentrato. Mi tiro dietro un cordino e parto. Jibé resta sotto di me per pararmi in caso di caduta al primo movimento, quello che lui non riesce a fare, poi dopo che sono passato lo sento spostarsi di corsa un po’ di lato, immagino stia andando a fare qualche fotografia. Smetto di occuparmene e di pensarci. Sono in una bolla, oltre a me e alla roccia non esiste nient’altro. I movimenti si susseguono alla perfezione, fluidi, nessuna esitazione, nessun movimento di troppo, nessuna tensione o necessità di stringere le prese più del dovuto, la concentrazione è totale e scalo come non ho mai scalato in vita mia. Non sono io a scalare la parete, in effetti è lei che scala me. Senza quasi rendermene conto sono in sosta. Con il cordino che ho legato in vita per la magnesite e con la corda che mi sono tirato dietro mi aggancio al moschettone che ho lasciato e ritorno a terra, dove c’è Jibé che mi aspetta. Ancora una volta senza dire una parola ci abbracciamo. Poi di quel giorno, dopo quell’abbraccio, non ricordo più niente, tranne la sensazione di essere felice.
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Non era mia intenzione fare impossibli paragoni oggettivi. Solo cercare di capire dove eravamo ieri e dove siamo oggi, non solo per quello che riguarda gli avambracci, anche se gli avambracci sono molto importamti. Massari ha colto lo spunto. Spero Gogna trovi altri episodi leggendari (non solo in arrampicata sportiva) da restituire ad un presente un po’ troppo secolarizzato.
Beau geste! E ben raccontato
Non credo che sia finita l’epoca delle sperimentazioni. Ondra è uno sperimentatore , sharma , e altri continuano a sperimentare, ognuno a modo suo….per quanto riguarda le gare è un mondo a se…non c’entra nulla con la roccia…ognuno fa quel che vuole…. le epoche iniziano finiscono o meglio si trasformano..altrimenti non si chiamerebbero così….
14. Hai ragione, nel mio commento non ho specificato che mi riferivo al commento di Enri, anche se pensavo fosse chiaro.
Peccato che sia stato proprio tu il primo a farlo…
No. Quelli da 9 erano solo tre in quel periodo e tu ne hai citati solo 2 il terzo l’ho detto io …ora sei a 18
@11
me ne sono dimenticati molti altri……non ho citato Berhault, Manolo, Fawcett….
che personaggi, si fa fatica a ricordarseli tutti. Questo avvalora quello che ho provato a dire nel commento precedente.
Enri peccato meritavi un 30 in storia dell’arrampicata sportiva ed invece più di 26 non ti posso dare….ti sei dimenticato di Alex huber….errore gravissimo…accetti o rifiuti e torni al prossimo apello
Salita memorabile e anche simbolica dell’eterna rivalità tra climber di livello e nella fattispecie tra Inglesi e Francesi, basti pensare, anni dopo, a Le Plafond a Volx e ad Agincourt a Boux due vie tentate dai francesi ma liberate da Ben Moon (che gli aveva sarcasticamente cambiato il nome in due note battaglie perse dai francesi, nomi però velocemente affossati e perduti…)
Sicuramente con metodologie di allenamento e nuovi materiali (anche se oggi strabilia un Charles Albert a piedi nudi) quei climber citati da Enri avrebbero potuto fare certamente di più anche se un paragone è molto difficile non solo per le qualità condizionali da sviluppare per le riuscite ma sopratutto per l’attuale cambio di prospettiva.
Arrampicare allora era un vero e proprio lifestyle, quasi una sorta di coinvolgente ossessione, e tutti si allenavano comunque tantissimo alla ricerca delle “prime” (come nel caso di Antoine nel suo viaggio inglese dove oltre alla prima in giornata ha piazzato anche quell’incredibile e storica free solo) e se allora la roccia era praticamente l’unico obiettivo, oggi il focus dei migliori (tranne poche mirabili eccezioni) si è spostato sulle gare ufficiali (non più su quelle che prima avvenivano tacitamente sulla roccia), Olimpiadi in primis, con la roccia come importante contorno ma pur sempre un contorno.
E’ morta un’epoca, come dice Enri, di ricerca e sperimentazioni e aggiungerei di focalizzazione sulla crescita delle difficoltà in ambiente naturale e ne è nata un’altra; quella dei Tension, dei Kilter e degli allenamenti di forza come in qualunque altro sport.
E per rispondere ancora ad Enri proprio Antoine, che ho incontrato diverse volte con la sua famiglia tra l’80 e l’’85 in Verdon, al Saussois e perfino al nostrano Corno Stella aveva quella caratteristica che tu citavi e cioè aveva iniziato da bambino ed anche se non c’era ancora l’arrampicata sportiva le sue performance sono state eclatanti ed assolute.
Non so quale sia il senso di paragonare epoche così diverse, anche se apparentemente vicine. In tutti gli sport, come nelle attività umane, c’è un’evoluzione, e ogni generazione agirà in base a quello che c’è stato prima e alle condizioni del momento. In ogni caso prima o dopo si arriva a toccare il limite delle possibilità umane e da lì non ci schioderemo. I 4 9c attualmente proposti non hanno ancora ripetizioni ed hanno richiesto ai loro apritori centinaia di tentativi. Ipotizzare che anche i più forti degli anni 80 e 90 sarebbero arrivati agli stessi risultati, oltre al fatto che, come hai già detto, non lo.sapremo mai, non cambia nulla, perché con i loro risultati dell’epoca hanno già fatto la storia dell’arrampicata. Rimane comunque un bell’argomento sul quale trascorrere un post arrampicata davanti a 4 birre, nulla più.
Ripensare che questa impresa da leggenda sia stata fatta nel 1985 può far nascere alcune riflessioni. La prima sulle scarpette che indossa nella foto….
Scherzi a parte, volendo provare una ragionamento, forse un po’ da bar, mi sono chiesto cosa avrebbero fatto oggi alcuni nomi dell’arrampicata anni 80. Ho girato la domanda al mio socio storico e lui mi ha risposto “sarebbero tutti da 9c”. Non lo so e non lo sapremo mai ma il ragionamento mi stuzzica.
Partiamo dal fatto che il grado 9 venne raggiunto proprio da due della folta schiera di fuoriclasse di allora, Gullich e Ben Moon (la cui Hubble del 1990 è stata poi rivalutata 9a quindi prima di Action Direct del 91). Gli altri di quei tempi erano Moffat, Edlinger, Tribout, Glowacz…
In 35 anni si è passati ad alcuni fuoriclasse che hanno salito il 9b che quindi è un grado diciamo ormai consolidato, con invece sole due vie di 9c (almeno quelle piu certe e cioè Silence e DNA). Questo salto a mio avviso è stato possibile anche perché alcuni fuoriclasse di oggi hanno iniziato ad arrampicare molto molto giovani, sotto i dieci anni e a quella età sei avantaggiato perlomeno per due motivi: sei leggero e hai le mani piu piccole per cui le prese ti sembrano in proporzione piu grandi. A quel punto, ovviamente con pratica, dedizione e facendo gli allenamento giusti, questi ragazzini hanno raggiunto rapidamente il grado 8 e prima dei vent’anni erano pronti per spiccare il salto al 9 (i piu bravi intendo). Chissa quindi cosa sarebbero stati in grado di fare i nomi anni 80 che ho citato, se anche a loro il destino avesse riservato di iniziare da fanciulli. Tutto questo però per dire che, forse, il talento “mentale” di quei personaggi oggi non lo ritroviamo o è comunque raro rispetto al gran numero di praticanti. Mi riesce difficile infatti fare un lungo elenco di nomi piu attuali che io possa accostare al protagonista di questa storia o che si siano resi protagonisti di salite da leggenda. Me ne vengono in mente due: Sharma e Honnold, per motivi noti a voi tutti, ma non molto altri nomi. Che le nuovissime generazioni delle tabelle, palestre indoor, allenatori e tutte le info sullo smartphone, abbiano avuto il dono di poter iniziare nell’età migliore per diventare dei super atleti ma, d’altra parte, proprio questo abbia “soffocato” in qualche modo il loro potenziale talento “mentale”? Talento mentale che i ragazzi anni 80, a quei tempi ormai uomini, hanno sviluppato non solo sulla trave ma anche vivendo la scalata come scoperta e avventura di vita, cosa che oggi forse si è un po’ persa per strada. Chi lo sa. Certo è che rileggere la salita di Revelation in free solo dopo 40 anni fa ancora paura….
Una prestazione ai limiti dell’incredibile, se consideriamo che il grado massimo in quell’anno era 8b+!
Più o meno sarebbe come salire slegati un 9b oggi. Ricordo anche Webber che salì slegato un 8c ad Arco!
Oui, une très belle performance !
Un racconto leggero eppur profondo in cui trasmette la serenità che deve aver provato.
Invidiabile la serenità con cui è stata fatta.
Da brivido.
Episodio leggendario, ben noto ai Climber di allora. Sono straconvinto che alcune imprese di alcuni fuoriclasse di allora rimangano insuperate. Questa certamente e’ una di quelle. Pensare che è stata fatta 40 anni fa
bellissimo racconto soprattutto le sensazioni che descrive, era comunque avanti di almeno vent’anni….