Ricordati… di non cadere!

Banale. Eppure imprescindibile.
E’ appena terminato il corso di cascate su ghiaccio, e io come altri istruttori ho la speranza che alcuni (molti?) degli allievi maturino una bella passione per questa meravigliosa attività, senza però avere fretta di bruciare le tappe.

Sulla cascata Pattinaggio Artistico, Valeille (Cogne, AO)

Un episodio, in particolare, narratomi da chi l’ha vissuto, mi ha fatto suonare qualche campanello d’allarme. Questa persona, nel corso di una scalata, si è trovata a pochi metri dall’uscita della cascata con l’acido lattico (la “ghisa”, insomma) che cresceva negli avambracci. Prova a mettere una vite da ghiaccio, niente da fare.

Ci riprova cambiando mano, nulla.
La getta via. E tenta di uscire dal tratto difficile.
Vola!

Per fortuna il tutto si è risolto senza che si facesse male (magari un bello spavento), ma non bisogna ritrovarsi in quella condizione, che è il frutto di una serie di errori e valutazioni sbagliate.

Siccome mi è capitato recentemente di leggere un articolo che si rivolge sia a chi, principiante, voglia approcciarsi all’arrampicata da capocordata, sia a chi abbia già una certa esperienza, ho chiesto all’autore se gli dispiaceva che lo pubblicassi con una mia – necessariamente amatoriale – traduzione.

Ricevuto quindi il benestare da nientemeno che Sua Maestà Will Gadd (uno dei più forti cascatisti in circolazione, con un’esperienza mostruosa nell’insegnamento), sono a proporvi una traduzione del suo articolo. Qua e là, un paio di foto e commenti personali. Nel frattempo, buone arrampicate! (Wolfjack).

Ricordati… di non cadere!
di Will Gadd
(pubblicato su mollatutto.worpress.com il 7 marzo 2017 e ripreso da willgadd.com, 12 gennaio 2017))

Il totale complessivo degli incidenti locali (Canmore in Alberta, Canada, NdT) è approssimativamente di sei gambe/caviglie rotte, un grave trauma alla testa irrisolto, un paio di lunghe cadute che hanno provocato diverse altre ferite, e un paio di cadute che hanno fatto morire di paura le persone, ma senza nulla di grave. Dal mio punto di vista sono numeri ben più alti del “normale”, e ho abbozzato alcuni pensieri su cosa io possa fare meglio per non cadere scalando sul ghiaccio. Rispetto gli infortunati come arrampicatori e come persone, e desidero sfruttare le loro esperienze per plasmare la mia attitudine e i miei risultati.

Osservate la proporzione: le cadute da capocordata che hanno comportato un infortunio sono circa il doppio di quelle senza conseguenze. Questo dato da solo dovrebbe dirci tutto quello che abbiamo bisogno di sapere riguardo alle cadute su cascate di ghiaccio. In 35 anni di cascate non sono mai caduto da capocordata. Volerò, ma oggi è un buon giorno per fare le cose fatte bene.

Prima di iniziare a scalare da primo, può essere molto utile fare pratica in moulinette, così da essere comunque assicurati dall’alto.

Le ragioni di questi incidenti sono complesse e la quantità di esempi e problematiche che conosco è troppo ridotta perché possa avere una rilevanza statistica, ma ho intenzione di fare dei ragionamenti “selvaggi” su alcune delle motivazioni e soluzioni. Probabilmente qualcuno si sentirà offeso, ma certe persone meritano di essere offese, incluso me stesso. Sto scrivendo queste note con la stessa voce con cui parlo a me stesso mentre scalo, come promemoria per fare bene oggi e perché non sono mai così incline all’ascolto come quando c’è un forte avvertimento.

Regola n. 1
Devi comprendere che volare da capocordata su ghiaccio come minimo comporterà una brutta frattura alla gamba, caviglia, testa, bacino, collo, schiena o a tutta questa lista: il tuo modo di pensare e il tuo approccio alla giornata devono essere appropriati. Non si tratta di arrampicata su roccia, o drytooling, o di saltellare sulla morbida neve in mutandine! Su roccia o drytooling ti spingi al limite in un contesto relativamente controllato, e una caduta è messa in conto.

Se voli in cascata, hai commesso molti errori e sei veramente fregato!

No, il ghiaccio non si è “semplicemente spaccato”, no, non è stato un “pazzesco incidente”, hai commesso un errore. E piccoli errori possono portare a gravissimi risultati quando la posta in gioco è alta. Molto raramente ho letto di qualcuno che sia stato colpito in testa da un pezzo di ghiaccio caduto casualmente e che sia volato di conseguenza, ma questo è davvero più unico che che raro, raro come un unicorno. Se imposti il tuo metro di giudizio su “se cado mi faccio davvero male, come minimo” allora arrampicherai come se dovessi restare attaccato. Guy Lacelle non è morto arrampicando su ghiaccio nonostante abbia scalato in free solo (ossia slegato, NdT) migliaia di tiri nel corso degli anni. Lui restava appeso perché era consapevole delle conseguenze di una caduta.

Candelone di Patrì, Valnontey (Cogne, AO)

Regola n. 2
Non esiste, in cascata, un terreno “facile”. Che tu sia su ghiaccio verticale o su una placca appoggiata, i rischi della caduta sono quasi gli stessi. Portiamo tutti rispetto verso i flussi più verticali, ma sui terreni più appoggiati spesso ci facciamo cullare nella mentalità del “non è poi così ripido”… Ma se cadi su un piano appoggiato scivoli a velocità crescente finché non colpisci qualcosa. Conosco un buon numero di scalatori con le caviglie distrutte o – peggio – perché sono caduti su “facile” ghiaccio appoggiato, o perché facevano boulder a un metro da terra. Immagina di scendere con uno slittino da una ripida collina, e di ficcare la tua gamba in una morsa fissata al terreno vicino alla fine della corsa. Questo è ciò che accade quando cadi, scivoli e il rampone morde il ghiaccio. Ogni terreno ghiacciato va trattato come se fosse letale. Devi assicurarti anche sul facile, perché una caduta si risolverebbe in un brutto schianto. Una caduta del genere su una placca rocciosa sarebbe facile da prendere (per il secondo che assicura, NdT), o al massimo ci si procura una grattuggiata. Non sul ghiaccio. La maggior parte dei brutti incidenti questo inverno si sono verificati su terreni poco ripidi, o dove l’arrampicata diventava più facile.

Regola n. 3
Tu cadrai prima o poi, e per citare Fight Club, “finché non lo capisci sei inutile”. Voli sempre lungo sull’ultima protezione quando arrampichi sul ghiaccio. Anche con una vite all’altezza della tua vite, cadrai sorprendentemente a lungo prima che la corda entri in tensione, sicuramente abbastanza a lungo perché il rampone possa far presa sul ghiaccio e romperti il femore, come ho visto succedere. Ma probabilmente sopravvivrai, se hai posizionato delle buone protezioni, se vivi in un Paese ricco con un valido soccorso alpino e SE hai messo abbastanza protezioni per non colpire troppo duramente il terreno in un qualsiasi momento della tua caduta. Ho alcuni amici che sono andati lunghi (cioè non hanno messo protezioni per moltissimi metri, ndt), e hanno avuto terribili danni, metto viti da ghiaccio in loro onore anche se non mi sento affatto come se stessi per cadere. Le viti “Mark, Raf, Kevin, ecc.” sono lì per quelle situazioni in cui farò qualcosa di sbagliato, e succederà prima o poi.

Ho trovato una vite messa così. Errori come questo possono costare caro, perdete tempo a mettere buone protezioni!

Regola n. 4
Mettete bene i piedi. La maggior parte della cadute a cui ho assistito o che mi hanno raccontato recentemente cominciavano con un piede che si stacca del ghiaccio, poi un carico improvviso e strano sulla piccozza, e infine la caduta. Se i tuoi piedi non sono saldati, brutte cose possono capitare.

Regola n. 5
Infiggi bene le tue piccozze, e provale veramente con un netto colpetto di spalla se hai un qualsiasi dubbio sulla tenuta, anche il più piccolo. Se le tue piccozze non sono in grado di reggere qualora dovessero “partire” entrambi i piedi, e non ti fidi a tal punto, allora non è un buon posizionamento, è una “beccata”. Non beccare come un pollo, colpisci come devi finché non ottieni un BUON posizionamento. Questo può significare scavare la superficie ghiacciata per 1 come 20 cm, e il ghiaccio che togli obbedirà alla gravità e cadrà sotto di te. Non urlare “ghiaccio!”, sarebbe come gridare “disco!” a una partita di hockey, ci si aspetta che accada. Ci saranno occasioni in cui potrai scalare solo agganciando la piccozza su cascate piene di appigli, ma la regola devi comunque applicarla: gli agganci devono essere degni della tua completa fiducia. Bada bene che un posizionamento buono per un carico verso il basso può non esserlo per una spinta verso l’esterno. Vedo un sacco di medi scalatori che “strozzano” continuamente i loro attrezzi (cioè usano spesso la seconda presa, o addirittura la terza, molto alta, NdT); questo significa che non hanno posizionato i piedi sufficientemente in alto prima di spiccozzare, e correggono il loro errore prendendo l’impugnatura più alta. Questa manovra comporta una maggiore trazione verso l’esterno per la becca della piccozza. Devi comprendere perché ciò è sbagliato, e non farlo.

Se non conosci abbastanza bene il suono di un buon posizionamento, del ghiaccio e come provare la tenuta di un posizionamento, allora non sei in grado di scalare da primo una cascata.

Regola n. 6
Non scalare, non fare sicura e non finire in nessun modo sotto altri scalatori. La caduta di ghiaccio fa parte del cascatismo (vedi la regola 5 qui sopra), e se ti colpisce puoi cadere o venirne mutilato. Non fare come quegli idioti del Colorado che fanno capolino nelle Rocky Mountains ogni inverno o come gli inglesi a Rjukan. Ho sentito con le mie orecchie questi stupidi lamentarsi quando venivano bombardati dal ghiaccio sopra di loro, “Hei, smettila di farci cadere ghiaccio addosso” è solo la versione breve di “sono un idiota che non capisce cosa significhi scalare il ghiaccio”. Se qualcuno inizia a scalare sotto di me, gli spiego in modo molto diretto che non ho nessuna voglia di soccorrerlo, o di avere a che fare con sangue ovunque. Se sto scalando una linea ben distinta, e qualcuno inizia a obliquare verso di me, o (usa, NdT) la mia sosta, allora gli parlo educatamente e raggiungiamo una soluzione condivisa. Sperare che tutto andrà bene non è una soluzione.

Regola n. 7
Non mettere le tue viti troppo in alto. Questo infatti causa una trazione verso l’esterno della becca, e così uscirà dal ghiaccio. Le viti, in generale, dovrebbero essere posizionate in basso (altezza bacino, più o meno, NdT), così sono più facili da avvitare e non ti faranno cadere. Ho visto più volte i luoghi di alcuni incidenti dove erano rimasti una vite avvitata per metà e una piccozza rimasta nel ghiaccio, ed è abbastanza facile immaginare cosa sia successo.

Regola n. 8
Non cercare di muoverti veloce. Parecchi dei recenti incidenti locali riguardavano persone che arrampicavano “veloci”. Lento è “morbido”, morbido è veloce anche se non sembra. Scalciare con i tuoi piedi qua e là come un pollo spastico non è figo, è come vedere un principiante alla guida curvo sul volante a dieci sottozero sulla corsia di sorpasso. Posiziona i tuoi piedi. Posiziona le tue piccozze. Muoviti velocemente attraverso un movimento solido, con una buona tecnica. Quando vedo qualcuno scalare coi piedi o le piccozze messe male mi spavento da morire, soprattutto perché probabilmente quello stupido non ha idea del pericolo che corre. Uno come Ueli Steck ha un’esperienza decennale nel muoversi bene, ma tu non sei Ueli Steck… E ricordiamoci che anche Ueli ha sbattuto a terra molto duramente in un paio di occasioni. Lui è durevole. Io non lo sono.

Regola n. 9
Fai attenzione ai segnali. Poco tempo fa stavo scalando con un grande ospite e una piccozza è saltata fuori relativamente presto, sorprendendomi. Niente di serio, ho piazzato le mie piccozze saldamente, e ho finito il resto di quel breve ma difficile tiro con posizionamenti a prova di bomba. Ho tenuto la mia lezione all’ospite, poi siamo andati a scalare un po’ di ghiaccio verticale e a gettare l’ancora su una sicura moulinette. Mi fido di questo ospite, fa bene sicura, e così stavo scalando appoggiando le piccozze invece di seppellirle nel ghiaccio, e la corda era tesa verso l’alto. Improvvisamente, sono caduto. Doh!, smettila di fare l’esibizionista. Ho piantato di nuovo la piccozza, l’ho trazionata e sono caduto di nuovo. Ma che cazzo! Questo ghiaccio non sa chi sono io? Imbarazzato, ho colpito più duramente il ghiaccio e scalato fino alla fine, ma ero scosso, tutto ciò non aveva senso per me. Quella sera ho controllato la mia piccozza, e ho constatato che in qualche momento prima della moulinette avevo rotto la punta della becca a 45 gradi. Funzionava come gli sci sul ghiaccio invece di afferrarlo, ma sembrava totalmente a posto da dietro e la sentivo normale mentre la infiggevo. Non ho prestato attenzione ai primi segnali di qualcosa che non andava. Sarei potuto cadere prima quel giorno, e nonostante avessi messo delle protezioni non sarebbe stato entusiasmante. Negli anni ho scoperto che quando ho la percezione che qualcosa sia sbagliato, di solito è così, solo che magari non ho ancora capito cosa.

Regola n. 10
Non essere ottimista riguardo le tue capacità, la qualità del ghiaccio, l’esito della giornata, e comunque riguardo a nulla che abbia a che fare con la scalata sul ghiaccio o in montagna in generale. L’infondato ottimismo lascialo a cose come ottenere un appuntamento o vincere la lotteria. Se vuoi sopravvivere, ciò che importa sono il pessimismo e un’accurata autovalutazione. Ti renderai conto da solo quando sarai bravo abbastanza, perché avrai il background (potremmo dire il bagaglio, NdT) necessario per essere bravo abbastanza. Fai moulinette, scala con dei mentori, rallenta e fai le cose per bene, oppure sostieni la linea di prodotti Stryker (cercala su google, ci sono tanti cascatisti che la conoscono) (è una marca americana di prodotti ortopedici, ndt).

Regola n. 11
Disarrampica prima che sia troppo tardi. Se senti che stai per diventare esausto, aggancia una fettuccia al manico di una piccozza piantata bene e appenditici (mentre sei appeso, posiziona una vite o due, o magari fai un’abalakov). Disarrampica fino a un buon riposo. Se il ghiaccio sta diventando sempre peggio, disarrampica, non salire pensando che migliorerà. Scalare esausti su ghiaccio è una pessima idea, hai bisogno di più controllo. La ricompensa deve bilanciare il rischio, e se sei già stanco non sarai in grado di restare appeso se ti scappano i piedi. C’è onore nel gestire bene una situazione, c’è rimpianto nel cadere.

Regola n. 12
La paura è il segnale che sei al di là delle tue competenze. Il “divertimento” è invece il segno che sei solido, ben posizionato, e competente in quel territorio. E’ come il sesso: se non ti stai divertendo e non stai apprezzando l’esperienza, allora, probabilmente, lo stai facendo male.

Infine…
Devi avere un piano qualora tutto andasse per il peggio, e abbastanza materiale per sopravvivere. Ho due amici che sono sopravvissuti perché avevano delle inReach Communicator (navigatori satellitari con la possibilità di inviare e ricevere messaggi di soccorso). Se scali in zone dove il cellulare non prende e non le hai, allora sei un idiota. Comprati meno caffelatte per un paio di mesi e acquista una inReach.

Prima del cambio pendenza, anche se ci si sente bene, meglio proteggersi
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Ricordati… di non cadere! ultima modifica: 2024-02-06T05:12:00+01:00 da GognaBlog

24 pensieri su “Ricordati… di non cadere!”

  1. Eppure, secondo me, è molto più facile valutare l’affidabilità di una colata ghiacciata che non un pendio di neve.

    Di una colata ghiacciata sicuramente, ma di una stallattite che pende nel vuoto, e pesa delle tonellate, (il peso non dorme) non lo so…?

  2. Un tempo per mettere i chiodi e le viti si usava il terzo attrezzo. Per le viti veniva usato per avvitarle, per i chiodi (snarg) per batterli . Chiaramente per fare tutto questo ci si appendeva agli attrezzi a cui si era collegati tramite un  cordino creando un sistema a carrucola per mettersi in tensione così da regolare la distanza. All’inizio si faceva  con una jumar, poi con una semplice piastrina con due fori, uno più piccolo e uno più grosso per farla scorrere bene sul cordino. Molto più leggera e assai meno ingombrante della jumar. Ottima era la vecchia piastrina degli spit dell’ 8 della Petzel. Ma ce la costruivamo anche da noi. Poi sono decisamente migliorati gli  attrezzi , le viti (quelli a percussione non si usano più) e le tecniche. Quindi non più collegamenti , ma la sola dragonne ai polsi con attacco e stacco rapido. Poi in seguito, grazie alle ottime impugnature dei manici che facilitano  e rendeno meno faticosa la tenuta,  via anche  la dragonne e l’attrezzo viene impugnato liberamente, e questo da  una maggiore gestualità e la possibilità di passare l’attrezzo da una mano all’altra a seconda delle necessità di progressione.

  3. Da molti degli interventi si capisce che il ghiaccio verticale incute un certo rispetto e, per questo, un po’ di paura. Eppure, secondo me, è molto più facile valutare l’affidabilità di una colata ghiacciata che non un pendio di neve. 
    Pur vivendo in montagna con i piedi sulla neve dall’autunno alla primavera, se devo andare lontano a sciare o a scalare una cascata, mi informo molto di più sulle condizioni della neve che del ghiaccio. Trovo il comportamento del ghiaccio molto più prevedibile.
     
    Negli ultimi anni ho notato (ma non solo io) che sulle cascate si è sviluppata una mentalità da falesia che mette il ghiaccio alla stregua della roccia. Ovvero: se c’è si può scalare! Quindi si vedono cordate che attaccano le vie alle 11 anche quando le temperature di quel giorno lo sconsiglierebbero vivamente. Altre si buttano di tutto in testa senza meravigliarsene minimamente. Altre ancora si avventurano su difficoltà troppo al di sopra delle loro capacità, intanto metto tanti chiodi, ma non considerano che salendo una cascata verticale la cosa più impegnativa è mettere le viti, e se lo fai sopra la testa (evidente segno di incapacità) a ogni metro, dopo 10 m sei cotto e le probabilità di caduta aumentano drasticamente. 
    L’evoluzione di piccozze e ramponi è stata tale che oggi “scalare” a livello di gesto è quasi banale. Il segno evolutivo più rimarchevole l’hanno lasciato i chiodi/viti con la loro odierna semplicità di posizionamento (anche se bisogna essere capaci) e leggerezza estrema. Sono anche delicati ma si avvitano che è un piacere e riducono di molto il tempo e la forza necessari a metterli, lasciando più energie da dedicare alla progressione.
    Comunque: cadere MAI! Possibilmente. 

  4. Non è un’uscita fuori luogo quella (qui sostenuta da Enri, al n. 1) che le condizioni del ghiaccio vadano monitorate di persona (quasi epidermicamente) giorno per giorno. Per cui chi sta in città, chiuso in ufficio o in fabbrica, dal lunedì al venerdì sera, non ha la stessa percezione di chi abita sistematicamente in valle. Se vogliamo, può valere anche per le condizioni delle neve (rischio valanghe nello scialpinismo), ma in questo campo, con l’esperienza, la questione è relativamente più gestibile (solo “relativamente”, se vediamo quanti incidenti “incomprensibili” accadono…). Invece il ghiaccio ha un equilibrio decisamente più fragile e aleatorio. Bisogna sapere non solo com’è in quello specifico giorno, ma come è stato nei giorni precedenti. Discorso diverso se uno, pur residente in città, frequenta le valli con una certa sistematicità infrasettimanale o addirittura quotidiana, ma si tratta di pochi “privilegiati”, per scelta di vita o altre cose del genere.

  5. #19 anche io quest’anno, per la prima volta, non ho tolto le picche dall’armadio. Ma il ghiaccio non è mai stata la mia prima passione. Concordo sulla regola n°6 che qui non è rispettata ma anche per quanto mi riguarda imprescindibile.. anzi io la applico anche sulle vie lunghe, ma per fortuna raramente ho dovuto cambiare meta. Ma continuo a non condividere la necessità di poter contattare i soccorsi in ogni momento. A questo punto preferirei girare con il piantaspit

  6. #18: per aver discusso di persona con Will, l’articolo si riferisce al contesto canadese, dove la copertura cellulare è inesistente in vaste zone (non esiste il “mi sposto 100 m e chiamo il 112”, prova ad andare nei Ghost e poi ne parliamo…).La cosa che mi ha infinitamente male è che in Europa la regola numero 6 è totalmente ignorata, mentre in Canada è religiosamente rispettata. Non serve a niente che attacchi alle 4 e mi faccia mezza cascata alla frontale, tanto poi quando scendo in doppia ci saranno i cervelloni del giorno che faranno di tutto per lapidarmi. Eppure il concetto mi sembra abbastanza semplice: 1 cascata = 1 cordata. Se arrivo ed è occupata, vado alla prossima cascata. Se non c’è la prossima cascata, vado a farmi un giro a piedi e settimana prossima mi sveglio prima. Ma poi che foto metto sui social se non ho arrampicato? Perché alla fine, la domanda è quella.
    Sì sono frustrato, dopo quasi 20 inverni (nei quali a ottobre andavo già a cacciarmi nei posti più impensabili per controllare se il flusso d’acqua era giusto per gelare) per la prima volta quest’inverno non ho neanche tolto le lame da dry alle picche (il mio personale “cambio di stagione”). Non ho più nessuna voglia di andare a rischiare la vita per colpa di una banda di mentecatti che mira solo al like sui social. C’è gente che continua a dire che questa mania della montagna è passeggera come tutte le mode, che il numero di alpinisti è in declino (oddio, se si chiamano “alpinisti” solo quelli che non puntano alla foto sui social, allora forse è già tardi anche per chiamare il WWF…). Io aspetto e spero. I saggi cinesi dicono di sedersi in riva al fiume e aspettare di veder passare il cadavere del proprio nemico. Ma taglia il cuore dover abbandonare la propria passione così.

  7. Pochi ma preziosi consigli. Certo, molti di questi sono intuitivi ma per chi inizia (o per chi, come me, è da sempre una schiappa paurosa – nel senso che se la fa sotto – su ghiaccio), sono oro.
    Non condivido però l’ultimo punto: si può anche scegliere di non dotarsi di satellitare senza essere considerato un idiota. Ecco, questo mi pare proprio un’uscita di pessimo gusto. 

  8. Se cadi, anche se un’altra cordata ti ha mollato addosso un bel mattone trasparente, è sempre colpa tua. Perchè hai comunque sbagliato qualcosa, incluso il fatto di trovarti nel posto sbagliato al momento sbagliato, perché sei tu che decidi.
    Personalmente amo scalare tanto sulla roccia quanto sul ghiaccio. E’ l’attività che maggiormente svolgo in inverno perché mi piace. E’ una bella alternanza con la roccia e non è vero che il frapporsi della piccozza tra mano e ghiaccio toglie il piacere del contatto. Le punte d’acciaio sono dei prolungamenti dei nostri sensi.
    Diversamente sul ghiaccio si scivolerebbe e basta. Anche gli sci non privano di certo del contatto con la neve. Sono contatti diversi da quello diretto con la roccia ma non per questo meno piacevoli.
    Il ghiaccio (il cosiddetto Water Ice)  è un elemento straordinario, mutevole, esteticamente bellissimo, piacevole al tatto (anche delle mani) e che va conosciuto e interpretato per evitare cadute sempre disastrose e magari goderne.
    Con le moderne attrezzature (ramponi e piccozze) anche il drytooling è molto divertente offrendo possibilità e impegno infiniti, anche in alta montagna.
    Il total dry è forse un po’ una forzatura e modificare la roccia non mi piace, ma questo non significa che sia da condannare. Basta non farlo, se non piace.

  9. Adesso capisco per quale balzana ragione non ho mai pensato di salire le cascate di ghiaccio. Sono al 100% con antoniomereu

  10. Insomma un mondo difficile

    Il mondo è sempre sato difficile,  è che siamo cambiati noi. Si pretende sempre di più. Ho iniziato a fare cascate nel 1982/83 non ricordo di preciso. Allora non si avevano tante informazioni come adesso. Se conoscevi qualcuno in zona gli telefonavi per avere informazioni. Ad esempio si telefonava a Romeo Isaia per la val Varaiata,  oppure per le cascate di Cogne chiamavi  Albino Savin al Bar Liconi dove aveva creato un punto di ritrovo dei cascatisti con tanto di registro delle salite, dove potevi dare e trovare informazioni. Albino ti trovava anche da dormire. Mi è capitato di telefonare anche a G. C. Grassi , oppure a R. Balagna, ed ancora  rifugio Città di Ciriè al Pian della Mussa. Se invece non avevi informazioni , andavi e ci provavi. Alcune volte riuscivi, altre invece rinunciavi. Dalla Toscana comunque si partiva sempre il giorno prima. Adesso con i social, spesso si  parte il giorno stesso con il rischio poi di trovarsi tutti ammucchiati sulla stessa cascata. Tutto corre più veloce e di sicuro anche i numeri degli appassionati sono cambiati.

  11. Oggi più che conoscitori del ghiaccio e delle sue condizioni, occorre essere lettori attenti e sgamati delle relazioni che si trovano sui social. Il più delle volte sono delle specie di “Ex voto”: poco ghiaccio brutto aperto scollato, viti pessime… però si sale. Certo altrimenti non era un post ma una seduta spiritica. 
    Quando parti dalla cittù con 15 °c e danno 15 gradi dove vai a fare cascate devi essere di una certa pochezza a scrivere attenti alle frange: e tu avevi la dispensa papale scritta da Gadd che non sarebbero cadute in testa a te?
    Insomma un mondo difficile

  12. #2 Enri, come il Bonfanti sono anch’io un cittadino di pianura che dal 1984-85 d’inverno andava in montagna a fare modeste cascatelle SOLO AL FINE SETTIMANA, quando a parte poche eccezioni, gli alpinisti nati in montagna non avevano ancora preso coscienza di questo nuovo terreno di gioco.
    Quindi ribadisco, hai detto una monata e pervicacemente insisti sulla stessa.
    Se tu di ghiaccio capisci quanto io conosco di nautica a vela o ad elica da giramento di zebedei, non sputare sentenze su quanto non conosci. 
    Altrimenti fai la figura della figlia di Geo&Geo per cui la fisica è una opinione.
    Daiii….

  13. Città ,mare o montagna l’unico ghiaccio sicuro è quello del mio freezer!
    C.Bucowski 

  14. Per saperne di più sulla rinuncia in montagna consiglio la lettura di NARCISI DI MONTAGNA del nostro NEREO ZEPPER

  15. Cittadini o non cittadini, il problema è il buon senso. Non essere ciechi e sordi e saper rinunciare se le condizioni ce lo suggeriscono, anche se hai fatto tanti km e ore di macchina. Saper rinunciare è sempre difficile, ti puoi trovare in contrasto con i compagni, ma anche con te stesso. La valutazione del terreno in ambiente invernale, la valutazione della struttura che si vuole salire, se è appoggiata oppure molto in piedi, la sua conformazione, la sua esposizione. Sono valutazioni di primaria importanza.

  16. Nel corso di una discesa in corda doppia su ghiaccio, in lieve diagonale e con i ramponi ai piedi, una mia amica ha pendolato. I ramponi si sono conficcati nel ghiaccio mentre lei ha continuato a pendolare. Risultato: frattura scomposta della tibia, a spirale.
    Provate ad afferrare un grissino e a torcerlo fino alla rottura: ciò che vedrete è uguale a una tibia con frattura da torsione.
     

  17. Mi permetto solo di dissentire sull’affermazione che indica in un nostro errore la caduta.

    Concordo con Elio. Non è sempre così facile valutare il ghiaccio, soprattutto su strutture molto eteree, oppure frastagliate a cavolfiori , petali, colonnette ect. Li si va molto in aggancio e non in battuta per non rompre le strutture, ma a volta basta il peso e la semplice trazione a rompere.
    Comunque impegnarsi su una cascata con  gente davanti , pur bravi e delicati che siano, è chiaro che qualcosa in testa te lo prendi.
    Detto questo l’unica volta che mi sono preso qualcosa in testa, con tanto di 4 punti di sutura , è stato su una via di roccia in Dolomiti.

  18. Ah dimenticavo confesso che sono un cittadino… Non bisogna dimenticare che dalle nostre parti coloro i quali hanno scritto la storia dell’arrampicata su ghiaccio sono stati perlopiù dei cittadini. Boivin, Cecchinel, Damiano, Gabarrou, Grassi 

  19. Comunque su cascata è bene non cadere , o non cadere lungo,  i ramponi fanno facilmente presa, i piedi girarsi facilmente  a 360°  e addio caviglie.

  20. Ciao a tutti e buongiorno. Ho iniziato a scalare sul ghiaccio nel 1985 e sposo in toto quanto afferma Will Gadd. In generale in alpinismo esistono dei rischi oggettivi e dei rischi soggettivi. Questi a volte si sommano e può essere drammatico ed in altre uno annulla l’altro. Su ghiaccio verticale talvolta questi per la presenza di altre cordate si amplificano ma  rimane sempre la discrezionalità di ognuno di noi per fare delle scelte. Mi permetto solo di dissentire sull’affermazione che indica in un nostro errore la caduta. In 40 anni di attività grazie a dio sono caduto una sola volta in uno strapiombo a causa della rottura di un cavolfiore che una volta trazionato in chiusura è saltato come un tappo di champagne ????

  21. Senza contare   che tenere un appiglio di roccia in mano per me è’ molto più bello che stringere una piccozza, che rimane sempre un attrezzo intruso fra te e l’elemento naturale, il ghiaccio in questo caso. Ma questo appartiene al de gustibus….

    Questo è un fatto di sensibilità e di predisposizione all’ambiente invernale. Chi non considera il ghiaccio come un elemento alieno, ci si sente a proprio agio e ne ha la giusta sensibilità,  percepisce l’attrezzo come una naturale prosecuzione della propria mano e non come una protesi.

  22. @2
    Io mi riferivo a coloro che lavorano 5 giorni alla settimana e nel we prendono l’auto e vanno a fare la cascata. Che non sono gente di pianura che passa la maggior parte del suo tempo in montagna.
    Resto della mia idea che non ha nulla a che vedere con il Cai o i pantaloni alla zuava ed è banalmente di buon senso.
    Comunque ognuno faccia come vuole, li conosciamo quelli che vivono in pianura ed alla Domenica vengono in Liguria per andare in barca a vela pensando di conoscere il mare quanto un pescatore di Camogli….

  23. Enri, permetti, hai scritto una dozzina di righe pregne della peggiore banalità vetero caiana.Pensieri che auspicavo fossero estinti da quando Spiro portava le braghe alla zuava e che sono indice di quanto tu sia distante dalla materia.Mi permetto di farti notare che in molte valli, la nascita del gioco, l’esplorazione e lo sviluppo in materia cascaticola è stata opera di gente della pianura.

  24. Sacrosanto.
    Aggiungerei una regola:
    Non scalare su ghiaccio se non vivi in montagna e ogni giorno non vedi, non sentì, non annusi l’ambiente, la temperatura, l’umidità’, quindi il ghiaccio.
    Mon mi stupirei se gli incidenti capitino maggiormente a chi parte nel we dalla città’ e va a farsi la cascata.
    Io, da residente al mare, ho salito qualche cascata e couloir ormai una vita fa. Poi ho capito che avrei rischiato tutto quello che è’ descritto nelle regole sopra citate e non ne ho mai più fatti.
    Senza contare   che tenere un appiglio di roccia in mano per me è’ molto più bello che stringere una piccozza, che rimane sempre un attrezzo intruso fra te e l’elemento naturale, il ghiaccio in questo caso. Ma questo appartiene al de gustibus….

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