Riforestazione sbagliata

Il progetto della Grande Muraglia Verde in Cina è fallito. Lo stesso è avvenuto in Sri Lanka, Pakistan e Sudafrica.

Riforestazione sbagliata
(milioni di alberi promessi servono a poco)
di  Francesco Ferrini e Fabio Salbitano
(pubblicato su huffingtonpost.it il 9 agosto 2022)

La piantagione di alberi è diventata mainstreaming nell’affrontare l’aumento delle emissioni di carbonio e si moltiplicano i proclami a livello mondiale. La Cina si è recentemente impegnata a piantare e conservare 70 miliardi di alberi entro il 2030; l’Ue si è impegnata a piantare 3 miliardi per la stessa data; il Canada ha un piano da 2 miliardi; e il Regno Unito uno da circa 1 miliardo. Anche Pakistan, Sri Lanka e Turchia, tra gli altri, hanno annunciato piani. E tante multinazionali stanno piantando alberi. Farlo è socialmente attraente, politicamente convincente e sembra semplice. Ma non è la panacea per tutti i mali generati dai cambiamenti climatici.

Occupandoci di questo a livello di ricerca, didattica e divulgazione dovremo essere contenti di veder attuare praticamente ciò che andiamo dicendo ormai da quasi trent’anni, ma sentire continuamente ripetere da politici, giornalisti, star della comunicazione e opinion maker slogan sul “piantiamo alberi” senza alcuna base logica e, soprattutto, oscurando, anche forse volutamente, la necessità di ridurre le emissioni, ci preoccupa non poco.

È appena iniziata la campagna elettorale ed ecco Silvio Berlusconi lanciare lo slogan “pianteremo 1 milione di alberi l’anno nei prossimi 5 anni”, peraltro una proposta al ribasso, visto che sempre Berlusconi proponeva 12 anni fa 100 milioni di alberi. Del resto 1 milione di alberi l’anno nei prossimi 5 anni è un numero che appare detto a caso se si pensa che la misura di “forestazione urbana” del Pnrr ne prevede 6,6 milioni nei prossimi tre anni.

Troppo spesso programmi improvvisati di riforestazione vengono utilizzati da governi o privati che cercano compensazioni di carbonio quando non sono disposti a intraprendere urgentemente misure più difficili, in termini di consenso, per ridurre effettivamente e per sempre le emissioni, per proteggere gli ecosistemi esistenti, per fornire gli incentivi finanziari e il quadro normativo necessari a piantare nuove foreste dedicando loro la cura necessaria perché possano svilupparsi. Se non si procede in modo convergente con la riduzione fino all’azzeramento delle emissioni, lo stop alla deforestazione e la realizzazione di programmi seri e di qualità di nuove piantagioni potrebbero rivelarsi illusori.

La chiave di queste campagne è che devono essere basate sulla scienza: piantare gli alberi giusti, nelle giuste condizioni, con la giusta supervisione. E, soprattutto, pensando che gli alberi hanno tempi lunghi di sviluppo e di vita e hanno bisogno di cura. Cura nel gestirle proattivamente quando necessario e nel preservarle integralmente quando opportuno. In caso contrario, le migliori intenzioni possono minare la stessa soluzione che puntano a offrire.

Prendiamo ad esempio il tentativo della Cina di realizzare una “Grande Muraglia Verde” per mitigare l’erosione del deserto del Gobi. Fino all’85% dei nuovi alberi è morto perché non erano originari della regione. In Sri Lanka, gli sforzi per ripristinare la foresta di mangrovie sono falliti perché è stata piantata la specie sbagliata: non un solo albero è sopravvissuto in nove dei 23 siti del progetto. In Pakistan, il programma del governo ha portato a una diffusa corruzione e allo sfratto dei coloni da parte dei proprietari terrieri che cercavano di stabilire piantagioni di alberi. E in Sudafrica l’impianto di specie non autoctone e invasive le ha diffuse nelle praterie e nelle brughiere del Paese, abbassando la falda freatica e riducendo la disponibilità di acqua. Il Paese sta ora spendendo milioni di dollari ogni anno per rimuoverle.

Tuttavia, tali risultati contrastanti, dovuti a campagne non basate sulle conoscenze e non adeguatamente gestite, non dovrebbero sminuire il ruolo prezioso che gli alberi possono svolgere nell’affrontare il cambiamento climatico.

Ricerche recenti mostrano che tra il 2001 e il 2019 le foreste hanno assorbito il doppio, rispetto agli altri sistemi ecologici terrestri (pascoli, agricoltura), della quantità di anidride carbonica emessa dalle attività antropogeniche: una riduzione netta di 7,6 miliardi di tonnellate, più delle emissioni annuali di carbonio combinate di Stati Uniti e Regno Unito. Ma il modo migliore e più sfidante per capitalizzare, in termini di contrasto ai cambiamenti climatici, il formidabile potenziale degli alberi è concentrarsi sullo sforzo politicamente più complicato: salvare le nostre foreste esistenti. Vi sono tuttora vastissime aree nel mondo che vengono private di foreste: a volte per urbanizzazione, più spesso per produzioni di agricoltura industriale (soia, palma da olio, allevamento), oppure per attività di taglio indiscriminato della foresta per prodotti legnosi fuori da ogni rispetto dei criteri naturalistici e conservativi della selvicoltura sostenibile.

È molto più economico prevenire i danni che provare a ripristinare le foreste. La Banca Mondiale stima che abbiamo perso quasi 1,3 milioni di km quadrati di copertura forestale dal 1990. Si tratta di oltre 4 volte la superficie italiana. All’attuale tasso di distruzione le foreste pluviali tropicali del mondo, le nostre maggiori riserve di biodiversità e carbonio, scompariranno tra 100 anni. Quando gli alberi vengono abbattuti o, come succede ormai troppo spesso, bruciano, rilasciano tutto il carbonio che contengono, oltre a quello nel terreno. La deforestazione e la conversione delle terre boschive ad altri scopi contribuiscono alla crisi climatica con quasi 1,5 gigatonnellate di carbonio all’anno.

Gli sforzi per frenare questa distruzione non hanno prodotto risultati significativi. Gli impegni presi lo scorso anno alla conferenza delle Nazioni Unite sul clima a Glasgow sono stati un buon primo passo, ma è necessario molto di più. In primo luogo, dovremmo smettere di sovvenzionare pratiche che degradano la natura, indirizzando i finanziamenti per incoraggiare gli agricoltori e i proprietari terrieri a proteggere le foreste o consentire la loro ricrescita naturale. Dovremmo anche certificare le produzioni in modo che siano prive di deforestazione incorporata. Dovremmo eliminare il consumo di prodotti che si basano su mangimi a base di soia coltivata dopo aver deforestato spazi immensi in America Latina o in Africa. Dovremmo eliminare la domanda e il consumo di prodotti forestali e di carta privi di certificati di gestione forestale sostenibile.

I Paesi dovrebbero mettere in atto politiche forti che vietino l’importazione di prodotti agricoli, forestali e pastorali ottenuti illegalmente distruggendo irrevocabilmente le foreste. Sarebbe un forte segnale al mercato: direbbe che in un mondo a emissioni nette zero non c’è posto per pratiche agricole e forestali dannose. C’è inoltre un ruolo importante per i progetti di riforestazione, in particolare ai tropici, dove possono avere un impatto significativo sul carbonio e sulla biodiversità ed essere un’importante fonte di posti di lavoro. Ma sono difficili da eseguire su larga scala.

I leader globali che si preparano per il vertice sulla biodiversità della Cop15 delle Nazioni Unite che si terrà a dicembre dovrebbero diffidare delle soluzioni apparentemente semplici per raggiungere gli obiettivi di zero emissioni nette di carbonio. È tempo di fare in modo che le iniziative per sfruttare il potenziale di cattura del carbonio degli alberi siano ben eseguite. Così si sta operando, nel mondo della ricerca grazie al Pnrr, con la creazione del Centro Nazionale di Ricerca per la Biodiversità. Ciò consentirà di fornire dati sempre più attendibili anche per ottimizzare gli interventi di piantagione. Così stanno operando le società scientifiche di settore, le fondazioni (ad esempio Fondazione AlberItalia) e istituzioni (ad esempio Ispra) al fine di sostenere e aiutare scelte di qualità per nuove piantagioni e promuovere la cura e la gestione forestale sostenibile. Attraverso le foreste, la natura ci ha fornito un potente strumento per aiutare a evitare alcuni dei peggiori effetti del cambiamento climatico. La buona notizia è che sappiamo cosa bisogna fare. Ora ci vuole la volontà per farlo.

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Riforestazione sbagliata ultima modifica: 2022-10-18T04:09:00+02:00 da GognaBlog

1 commento su “Riforestazione sbagliata”

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    Carlo says:

    Bell’articolo. Quello che non riesco a capire è come si possa continuare sbagliare. Lo di è visto anche con vaia che, in buona sostanza, ha spazzato via piantumazioni di abeti rossi piantati per “dare reddito alle popolazioni montane” salvo poi chiudere uffici postali, farmacie, comuni, aziende sanitari e ospedali costringendolo, di fatto, ad andarsene. Senza contare che la monospecifità e una densità non certo naturale ha favorito, alla prima difficoltà, il proliferare del bostrico. La politica dovrebbe attuare la programmazione scientifica ma, soprattutto, manutendere e controllare lo sviluppo dei piani scientifici ed, eventualmente, correggerli immediatamente. Nell’isola di pasqua si procedette al taglio dell’ultima palma e della civiltà che su essa si era fondata. Homo Sapiens non solo non impara dal passato ma impara bene a fare gli stessi errori. ….ma forse è proprio questo il fine ultimo della nostra intelligenza, estinguerci
     
     
     

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