Rischio, sicurezza e libertà

Rischio, sicurezza e libertà
di Francesca Colesanti
(pubblicato su In Movimento, maggio 2016)

 

Vi è un filo (una corda?) sottile ma forte che unisce il significato di libertà così come inteso dai «Nuovi Mattini» – libertà dall’ingombrante retaggio ereditato da una concezione eroica ed elitaria dell’alpinismo e voglia di avventura verso pareti inesplorate – e il diritto ad arrampicare a dispetto dei vincoli imposti da una società (mentalità) sempre più ossessionata dalla sicurezza.

La chiacchierata fra Alessandro Gogna, Gianni Battimelli ed Eva Grisoni – due reduci dei nuovi mattini e una «scalatrice del pomeriggio», come lei stessa si è autodefinita – prende le mosse da quel concetto di libertà sviluppato negli anni Settanta, si dipana attraverso le sale indoor e l’arrampicata come sport di massa, per arrivare inesorabilmente a un punto, che oggi appare cruciale: quello della sicurezza.

La sicurezza è un corollario della libertà o ne è l’antitesi? La volontà di rischiare può e deve restare una legittima aspirazione dei singoli nel momento in cui se ne assumono consapevolmente la responsabilità e le conseguenze, o deve invece essere contenuta entro limiti etici o legali stabiliti dall’esterno? L’avventura e la voglia di scoperta potrebbero essere soffocate dalla piovra dell’omologazione sportiva o la maggiore capacità tecnica acquisita grazie alla sicurezza delle falesie può invece esaltarle? E’ davvero auspicabile rendere più sicura la montagna per consentire a più persone di usufruirne, quindi renderla sicura per poterla sfruttare meglio?

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«I protagonisti dei Nuovi mattini, da Motti a Guerini a Miotti – racconta Gianni Battimelli – erano tutti fior di alpinisti. Che a un certo punto hanno detto una cosa che all’epoca era vista malino: arrampicare ha un suo valore in quanto tale e non è solo propedeutico all’alpinismo. In un certo senso quindi l’arrampicata sportiva è figlia di quell’epoca, anche se poi molti l’hanno considerata una figlia degenere. Oggi però si sta verificando uno strano paradosso, quasi tutti coloro che imparano ad arrampicare in un ambiente sicuro come quello della palestra indoor riescono dopo poco tempo a raggiungere difficoltà e capacità gestuali che ai tempi nostri erano proibitive. Il punto è che poi quei livelli gestuali non funzionano più in montagna, a meno di non aver compiuto un lungo percorso di esperienza. In ambiente si hanno necessità tecniche diverse, che non possono essere apprese in una sala o in una falesia super-equipaggiata. Quindi, paradossalmente, la palestra limita gli spazi di libertà a chi vorrebbe crearseli».

«Questo è vero – concorda Alessandro Gogna – ma il primo passo per la libertà è il rispetto della libertà altrui, anch’io vedo l’arrampicata sportiva più povera perché privata dell’avventura e della natura, a volte ridotta a puro gesto fisico, atletico. Ma se ad alcuni piace solo questo, va bene così. Il punto però è che sembra non valere più il contrario. Questo si rispecchia ad esempio nella produzione delle vie: la cosiddetta arrampicata plaisir è esattamente figlia della volontà di ridurre un ambiente – che senza determinati interventi sarebbe quello avventuroso della montagna o della parete – a un ambiente sportivo. Non parlo certamente dei monotiri in falesia, poiché le falesie sono per lo più dichiaratamente luoghi sportivi, mi riferisco invece agli itinerari multipitch o plaisir, che rappresentano un ulteriore passo avanti in questa direzione. Qui andiamo a toccare un terreno più delicato, perché si va oltre la sfera individuale – voglio rischiare o non voglio rischiare – toccando una programmazione di uso del territorio della quale si vedono le conseguenze in alcuni settori delle Alpi, dove certe montagne sono state già «sportivizzate» in questo modo. Questo è un fenomeno da non demonizzare ma cui prestare attenzione poiché l’esigenza (legittima) di rendere meno pericoloso il monotiro potrebbe trasformarsi nel tentativo (impossibile) di azzerare il pericolo, al fine dì sfruttare meglio la montagna. C’è proprio una differenza nell’atteggiamento di fondo verso quella che è la natura, la cosiddetta wilderness».

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«Credo che molto dipenda da un concetto fondamentale che è quello di accettazione del pericolo – aggiunge Eva Grisoni – Viviamo in una società in cui tutto deve essere messo in sicurezza. Girando per le falesie in tanti sottolineano il fatto che l’arrampicata è uno sport sicuro. Questo è un approccio radicalmente cambiato nel tempo: oggi pochi scalatori accettano su di sé il rischio. La maggior parte pretende di praticare uno sport sicuro, ed esige che gli apritori realizzino vie sicure, o si lamentano se le vie non sono protette adeguatamente. Proprio in quanto sport praticato da molti, ciò che prevale è la ricerca della sicurezza a discapito dell’ambiente. Quando chiedi a chi arrampica cosa prova, la risposta è quasi sempre “mi sento libero”. E non è una libertà da qualcosa ma una libertà dentro qualcosa. Ora invece a molte persone l’ambiente in sé interessa poco, interessa la via come percorso da realizzare, di cui fruire, dove andare a divertirsi. Agli alpinisti classici sicuramente piaceva andare ad arrampicare ma non era il divertimento in sé che cercavano nell’aprire itinerari sulle Alpi».

Gogna: «Vorrei riprendere il tuo discorso, soprattutto sul termine pretesa. Perché è vero che si tratta proprio di una pretesa del fruitore – climber o alpinista o arrampicatore che si voglia chiamare – che vuole che l’itinerario sia sicuro. Questa pretesa ha contagiato non solo i fruitori ma persino gli apritori di queste vie. Oserei dire che la morte della libertà è proprio la sicurezza. Forse è una frase un po’ tranchant, ma più aumentano la sicurezza e l’attenzione che viene dedicata alla sicurezza, tanto più la libertà di scelta delle proprie azioni viene ridotta. D’altronde dove c’è meno caos, meno “anarchia”, la libertà decresce».

Battimelli: «Libertà e sicurezza sono due parole legate ma conflittuali tra loro. Il trasferimento in montagna delle sicurezze che si trovano in falesia o in palestra è illusorio, oltre che pericoloso, esattamente come quando si parla di sport estremi in sicurezza: si dice qualcosa di insensato, perché non esistono. Va detto chiaramente che l’unico modo sicuro di praticare l’alpinismo o di fare dell’arrampicata, anche in falesia, è evitare di praticarlo. L’unico modo sicuro di fare dell’alpinismo è non farlo. Altrimenti bisogna essere consapevoli che si corrono dei rischi. Questa delega sistematica delle condizioni di sicurezza ad altri, rimettendo ad altri il compito di garantire le condizioni che ci permettano di essere sicuri è un grave processo di deresponsabilizzazione delle persone».

Due escursioniste sono morte oggi nel Lazio in due diversi incidenti in montagna. I principali consigli per affrontare la montagna in sicurezza (Fonte: Soccorso Alpino)

«E qui – prosegue Battimelli – il problema diventa quello della possibilità di fare ciascuno ciò che vuole: fino a dove è possibile mantenere quegli spazi di libertà per chi è disposto, consapevolmente, ad assumersi certi rischi. Temo che oggi sia sempre più difficile poter godere di questa libertà, che la nostra sia una libertà condizionata da tanti ma… Io mi sento meno libero di fare l’istruttore di alpinismo oggi di quanto non lo fossi tempo fa, e non penso affatto che non debbano esistere le sacrosante regole di sicurezza e che sia meglio andare tutti a rischiare la pelle. Mi preoccupa che certi spazi di libertà legati all’assunzione consapevole di responsabilità in proprio vadano piano piano riducendosi…».

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Va bene, ma come preservarli, questi spazi di libertà?

Grisoni: «Si può ancora essere liberi, ma le persone devono prendersela la libertà. Un conto è parlare della crescente quantità di gente che frequenta le palestre o le falesie, un conto è chi va a scalare in montagna, che esiste ancora e fa sicuramente meno chiasso della massa. Oggi l’arrampicata è uno sport di massa. Anche per questo il rischio viene visto come una cosa negativa, adesso più che in passato. Quello che stiamo vivendo adesso è non solo la messa in sicurezza dell’arrampicata, ma anche dello sport e della vita più in generale».

Gogna: «Nessuno può avere una formula. È vero che come ha detto Eva la libertà bisogna prendersela: c’è gente che lo fa ancora, forse meno di prima, ma non ne sarei nemmeno tanto sicuro. Vedi il crescente numero di persone che oggi salgono cascate di ghiaccio o praticano lo scialpinismo (che quanto a rischi è secondo solo alle salite himalayane), tutte persone che si assumono dei rischi. Dico però che viviamo in un’epoca in cui la parola ha una grossa importanza e faccio un esempio: il soccorso alpino ha lanciato questa iniziativa che si chiama “montagna sicura, falesia sicura”. Io combatto affinché questo slogan venga cambiato in montagna, o neve, “più” sicura. Perché il risultato al 100% non ci può essere e tanta gente non lo sa: per loro montagna sicura vuol dire senza alcun rischio».

Battimelli: «Secondo me c’è un equivoco di fondo, e riguarda la propensione al rischio. Io ritengo che sia falsa la contrapposizione che spesso viene affermata fra il tentativo dell’arrampicata moderna di eliminare il rischio e concentrarsi esclusivamente sulla difficoltà, e la propensione dei vecchi alpinisti a dare meno importanza al gesto atletico accettando però margini di rischio più alti, considerati spesso irresponsabili. Credo che fare un tiro di corda con poche protezioni in montagna necessiti di abilità tecniche tanto quanto come essere capace di fare un bloccaggio su un listello. Semplicemente si tratta di una competenza di tipo diverso: mentre la preparazione necessaria per tenere la reglette e superare un passo di 8a è sostanzialmente atletica e si ottiene con l’allenamento, il controllo mentale che serve per fare un tiro di corda non protetto è un fatto altrettanto tecnico che però richiede una maturazione e un’esperienza più lunga nel tempo. L’opposizione “vecchio alpinismo” versus “nuova arrampicata”, che corrisponderebbe a una “predisposizione al pericolo” versus un “gioco sportivo sicuro”, secondo me è in larga misura falsa: andrebbe spiegato e ribadito».

Ma correre del rischi significa farli correre ai soccorritori: è eticamente lecito?

Battimelli: «C’era uno splendido articolo di Pierre Chapoutot (alpinista francese degli anni Sessanta) che scriveva: “La risposta a questa domanda è stata data nel giorno stesso in cui alcuni alpinisti si sono trasformati in soccorritori, ed è un clamoroso Sì”.

Se il problema è il costo sociale di questa attività, ebbene è un costo che dobbiamo permetterci per garantire gli spazi di libertà. Questi vanno mantenuti perché costituiscono un valore. Il ragionamento di Chapoutot è lucidissimo e secco nelle conclusioni: il costo sociale del soccorso in montagna, che certamente esiste, è risibile rispetto al costo del soccorso ai milioni di vacanzieri della domenica, e neppure loro hanno necessità di muoversi in automobile. Torna il discorso della libertà e della responsabilità: sì, esiste un costo, ed è un costo che vale la pena pagare. Non tutto è monetizzabile».

Gogna: «Io aggiungerei che l’utilità dell’andare in montagna e dell’insegnare ad altri ad andarci assume via via una maggiore importanza sociale. Questa iper-sicurezza sta invadendo tutta la nostra società, da quando un bambino nasce fino alla morte, non riguarda solo l’arrampicata, è un’ossessione, una persecuzione a volte. L’alpinismo e anche l’arrampicata hanno invece una valenza sociale, sono davvero un’àncora di salvataggio e credo quindi che questa sia una strada da difendere».

Grisoni: «Scalare è un diritto di tutti. Gli sprechi sono altri, anche se capisco che dall’esterno qualcuno possa obiettare di non voler pagare i costi del mio divertimento. Ma allora vale lo stesso per chi fuma o chi corre in moto. Il discorso è molto delicato: se parliamo di libertà, impedire o limitare alcune attività outdoor potrebbe avere per conseguenza altri costi sociali, perché sono certa ad esempio che chi va in montagna vive una vita molto più sana della maggior pente della gente».

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Rischio, sicurezza e libertà ultima modifica: 2016-07-31T05:49:46+02:00 da GognaBlog

16 pensieri su “Rischio, sicurezza e libertà”

  1. 16

    Leggere i commenti o non leggerli, su un blog, fa parte della libertà d’azione individuale… argomento dell’articolo anche se su altra linea…
    Buoni acquisti!
    Peace and love!

  2. 15
    Giorgio Daidola says:

    Caro Michelazzi, è evidente che il nostro è ormai un dialogo fra sordi. Inoltre io non ho più voglia e tempo di dialogare (eventualmente dopo essere andato ad acquistare un apparecchio contro la sordità). Chi legge il nostro scambio di opinioni penso sia in grado di valutare le nostri ragioni ed i nostri torti. Penso anche che ne abbia abbastanza di leggerci.

  3. 14

    Caro Daidola, se le patacche o meglio, le associazioni sono diverse e guarda caso una è riconosciuta a livello internazionale mentre l’altra risulta praticamente sconosciuta qualche differenza c’è e non si tratta solo di colore o forma… e visto che l’altra vorrebbe far parte dell’una sembra piuttosto evidente…
    I vari incidenti che accadono alle Guide, giovani o meno, possono a volte essere anche errori umani, lo siamo eh… non siamo macchine… ma aldilà di questo con quale competenza giudichi gli incidenti occorsi? Con quella dell’articoletto sensazionalista buono a riempire le pagine e far vendere qualche copia in più? Attraverso le parole dell'”esperto” di turno che ti racconta come si dovrebbe fare dall’alto della sua esperienza? Personalmente giudico o meglio, mi permetto di criticare, quando sono presente o quando chi di dovere ha periziato ed esposto i risultati e credo tu non sia in grado di farlo senza questi parametri come chiunque altro. Frasi come: “I molti incidenti che hanno coinvolto ultimamente giovani guide alpine (con la patacca giusta) dovrebbero far meditare sul loro effettivo ruolo professionale e sul significato di una parola dimenticata: la modestia” non denotano certo modestia da parte di chi le scrive anzi, tutto il contrario visto che ti metti in cattedra a giudicare e possono pure essere piuttosto denigranti ed offensive visto che qualcuna di quelle Guide ci ha rimesso la pelle!
    Vorresti una figura di Guida che contesta le omologazioni: “Che non devono diventare schiavi di normative aberranti, frutto di una società moderna ossessionata dalla sicurezza, avallandole anziché criticandole.”
    Ma la tempo stesso pretendi che si segua un’atteggiamento comune? Controsenso non ti pare?
    Le Guide sono persone e come tutte le persone, ognuna ragiona e si atteggia a modo suo, proponiamo un servizio non vendiamo la nostra persona.
    Se non condividi il modus operandi cambi Guida e soprattutto se pretendi un servizio svolto nel modo che tu personalmente ritieni più consono alle tue aspirazioni, ti riservi di ingaggiare un professionista con un rapporto individuale, non collettivo, perché chi guida deve pensare a tutto il grupppo non alle aspirazioni di uno soltanto… e le tue non è detto coincidano con quelle degli altri…
    Rebuffat ha visto altri tempi che guarda caso sono cambiati esponenzialmente. Chi va in montagna oggi spesso ha motivazioni ed aspirazioni diverse da quelle di un tempo e quindi adeguarsi è d’obbligo… oltretutto anche tra chi ci andava ieri, c’era colui che si lamentava che le cose fossero cambiate da quando la Guida era Dibona e che le Guide sono così e cosà… Questo no che non è cambiato!

  4. 13
    Giorgio Daidola says:

    Caro Michelazzi, non credo che si tratti di un problema di patacca (KMGA O UIAGM) o altro) ,di odiose denunce che significherebbero mettersi sul piano di chi crede che una buona formazione possa risolvere il problema della sicurezza, laureando delle guide infallibili in grado di “gestire” (verbo che io preferisco usare per le cose e non per le persone) i clienti, “interpretando”(altro verbo infelice) per loro la montagna . Si tratta piuttosto di un problema di mentalità, di visione del mondo e quindi anche della montagna. La sicurezza, lo dici anche tu, “è soprattutto coscienza dei propri limiti” ma questo vale anche e soprattutto per le guide. Che non devono sentirsi degli infallibili generali che pensano di poter trattare gli sprovveduti clienti come dei soldatini. Che non devono pensare solo a farla franca in caso di incidente. Che non devono diventare schiavi di normative aberranti, frutto di una società moderna ossessionata dalla sicurezza, avallandole anziché criticandole.
    I molti incidenti che hanno coinvolto ultimamente giovani guide alpine (con la patacca giusta) dovrebbero far meditare sul loro effettivo ruolo professionale e sul significato di una parola dimenticata: la modestia. Sono molte le guide alpine con le quali vado in montagna che non hanno perso per strada questi valori, che trattano il cliente (non per convenienza ma per spessore culturale) come un amico con cui dividere i piaceri (ed i dolori) della montagna. Rebuffat insegna. E tante guide, di ogni generazione, per fortuna non hanno dimenticato il suo grande esempio.

  5. 12
    paolo panzeri says:

    Guardate che se continuiamo così fra poco qualche “esperto” proporrà in parlamento, poi anche in quello europeo e all’onu, una legge per l’istituzione di un comitato “politico di esperti” garante e regolamentatore delle attività in montagna e supervisore di tutte le associazioni professionistiche e non………….
    E’ un pensiero scherzoso che mi è venuto ora, ma vedendo come va la società, ci sta 🙂

  6. 11

    Dunque Giorgio, aldilà del fatto che ho seguito spesso diversi scritti da te pubblicati (chiedo venia ma ” Ski Spirit” non l’ho letto, vedrò di colmare la lacuna) trovandoli sempre molto interessanti, oltre alle foto che ho visto spesso pubblicate su riviste varie, il mio non era un consiglio ma un’affermazione che si può anche interpretare come analisi dei fatti… ripeto: se non ti va bene essere soggetto all’interpretazione della guida alla quale destini la responsabilità delle tue giornate assieme, non vedo altre soluzioni che andare da soli…
    D’altra parte, non avevi specificato che era obbligo (Kilimajaro docet) l’utilizzo del servizio guidato e quindi non era una libera scelta (libertà anche l’argomento dell’articolo…).
    Mi sono nel frattempo informato, visto che scrivevi Guida UIAGM e non mi risultava le guide russe fossero entrate dentro l’associazione..infatti… quindi visti i criteri di svolgimento dei corsi (che sono estremamente importanti come immagino sai bene) ed i parametri che le nazioni associate (per diventarlo non è così facile infatti alcuni Paesi che erano monitorati da anni, al momento hanno rinunciato) sono in obbligo d’adozione, non si può confondere UIAGM con KMGA che è un associazione locale, la quale per quanto ne so e per quanto si può desumere potrebbe utilizzare anche degli “sfigati incapaci” senza che nessuno possa dire niente vista la legislazione in merito di quel Paese… (tanto per la cronaca, ho avuto diverse volte clienti russi ed a detta loro, le guide, nei Paesi ex URSS non sanno cosa siano…).
    Mi spiace tu sia incappato n una situazione, che vista le tua esperienza in campo scialpinistico, sia stata più un incubo che un bel viaggio, ma se incappi in qualche abusivo qui in Italia (ce n’è a bizzeffe visto che l’italiano medio guarda più al prezzo che al risultato o alla professionalità e non sa distinguere di solito tra istruttore CAI e Guida Alpina…) non cambia di molto la situazione… idioma a parte…
    Se poi il soggetto in questione si patacca con lo stemma UIAGM, visto che sicuramente l’hai fotografato, sarebbe interessante tu denunciassi la cosa all’associazione in quanto risulta abusivismo e siccome sono lì a richiedere l’ingresso sarebbe un precedente molto negativo che farebbe prendere in considerazione anche questo fatto per la decisione futura sul loro ingresso…

  7. 10
    Giorgio Daidola says:

    Con riferimento al commento di Stefano Michelazzi per la parte che mi riguarda vorrei far notare che una guida non deve solo pensare a fare il “paraculo” ma prima di tutto deve essere in grado di limitare i rischi per i suoi clienti. Questo avviene scegliendo il percorso più sicuro, non facendo risalire un canale ripido a dieci sciatori uno dietro l’altro quando c’è una evidente (per chi sa andare in montagna) e sicura alternativa. Non basta insomma saper utilizzare bene l’Arva e le varie attrezzature per essere una buona guida. E tantomeno vietare ad un cliente di percorrere una strada battuta assolutamente priva di rischi per ritornare all’auto anziché continuare a rischiare stupidamente con lui.
    Con riferimento al consiglio di andar in montagna da solo, ossia senza una guida, se Stefano Michelazzi mi farà l’onore di leggere il mio libro “Ski Spirit” noterà che ho fatto parecchie spedizioni con guide bravissime, come ad esempio Didier Givois con il quale ho fatto la prima discesa a telemark del ShishaPagma. Si tratta di vere guide, ben diverse da un pallone gonfiato pataccato come quello in cui sono incappato a Kola. Dove peraltro non si può andare da soli, senza il visto di un’organizzazione che impone le sue guide.

  8. 9
    Alberto Benassi says:

    ” (la fotina d’obbligo sul profilo fb, sennò la domenica non vale ‘na sega)”

    Stefano come non essere d’accordo con te !!

    Quello che conta è apparire. Non essere.

  9. 8

    Dal momento in cui ti metti nelle mani di un professionista limiti la tua libertà d’azione consapevolmente, inutile poi recriminare per non essere stato libero di… specie se fai parte di un gruppo e le tue azioni potrebbero causare danno agli altri componenti dei quali la Guida ha comunque la responsabilità, se vuoi esserlo vai da solo!
    Aldilà di atteggiamenti standardizzati che personalmente trovo essere spesso espressione di insicurezza da parte di chi li applica ( e qui libertà e sicurezza vanno a braccetto), c’è da tenere conto di ciò che la società moderna impone al professionista e le conseguenze che ne derivano dal non averli messi in atto nel caso capiti un incidente ( e le grane derivanti non sono bruscolini come in diversi casi si è potuto appurare). Lo sfogo di Giorgio Daidola con la critica “periziale” ai metodi usati dalla Guida appare come il classico atteggiamento italiano nei confronti delle Guide da parte del cliente che si mette a discutere sul come sarebbe o anche peggio, sul come è sicuramente meglio, rispetto le scelte del professionista a cui si è affidato. Se non ti va di essere gestito da un’altra persona (che oltretutto stai pagando) la risposta è identica: vai da solo!
    L’esempio e soprattutto il commento, è però, piuttosto illuminante sul cosa si possa intendere per libertà e cosa per sicurezza, non sempre l’una fa binomio con l’altra e fa pensare a dove si voglia arrivare nell’evoluzione di questi concetti… da nessuna parte a mio avviso…
    Ci si chiede ancora se sia giusto che i soccorritori rischino per la tua libertà di azione… chiedo allora se sia giusto che io non sia libero di farlo, dal momento che la loro libertà sta nel scegliere se fare o meno il soccorritore…??? Per fortuna ancora il medico non ti ordina di entrare nel soccorso (di qualunque genere).

    Le pretese cui fa riferimento Gogna nell’articolo sono quelle derivate da una cultura implodente che si trincera in difesa legandosi a schemi omologati ai quali chi non si affida, viene additato dalla massa, la quale in quel frangente diventa “esperta”, termine che ormai mi fa vomitare da tanto spesso si senta e sia usato a sproposito e nel mentre critica e condanna gli atteggiamenti altrui, nemmeno si rende conto di come stia, con questo atteggiamento, limitando la propria libertà, quella sì diritto acquisito, di essere un individuo e non un numero.
    Libertà è un concetto complesso che non tutti vogliono veramente, quasi un sogno, che nel momento in cui potrebbe diventare realtà si rifiutano di realizzare, basta pensare agli schiavi, i quali liberati rimangono a servire lo stesso padrone come accadde nella maggior parte delle piantagioni degli stati confederati dopo la guerra di seccessione…
    E allora…? Allora assicuriamoci!
    Leghiamoci ancora di più a concetti ed attrezzature (la ditte costruttrici ringraziano!), zaini sempre più pieni di tutto e di più ma… tutto ultra-leggero s’ils vous plait! La fatica è da evitare!
    Non credo si possa vivere in una scatola di metallo, pretendendo di respirare l’aria del primo mattino sulla collina in fiore…
    La sicurezza è soprattutto coscienza dei propri limiti, la libertà è essere se stessi senza che questo danneggi o limiti qualcun’altro… responsabilità nei confronti della propria vita e di quella del tuo prossimo, coscienza dell’essere umano.
    Personalmente credo siano questi i concetti che si stanno perdendo, lasciando spazio a tecnologie e smanie di successo dozzinali (la fotina d’obbligo sul profilo fb, sennò la domenica non vale ‘na sega) che ci portano al collasso sempre più rapidamente come società…
    Essere responsabili delle proprie scelte è un optional!

  10. 7

    Concordo con Giorgio Daidola. Al di là dello specifico a riguardo del comportamento della guida russa, molto spesso si vuol fare passare per “sicuro” un comportamento figlio di procedure standardizzate.
    Buon senso significa così tante cose profonde, complesse e per nulla omologate, che ne lascerei a ognuno una libera interpretazione. Intanto la tanto tirata in ballo, sicurezza, se ne stà lì. Come sempre.
    http://www.banff.it/la-sicurezza-e-i-suoi-fratelli/ su questo stesso blog mi ero già espresso in merito e lo rifaccio.

  11. 6
    Giorgio Daidola says:

    Invio il capitolo del mio nuovo libro “Ski Spirit” intitolato “L’ossessione della sicurezza”. Come commento forse é un po’ lungo. Parlo della sicurezza nello scialpinismo che, come giustamente si fa notare nel dibattito è una delle attività più pericolose in montagna.

    “Non nego di aver vissuto il mio migliore scialpinismo senza applicare tutte le norme di sicurezza. In alcuni casi era impossibile farlo. In altri confesso di avere peccato. Se sono qui a scrivere è perché sono stato fortunato.
    Una cosa è sicura: lo scialpinismo e il freeride implicano l’assunzione di rischi che non sono eliminabili. A essi le norme di sicurezza vanno applicate utilizzando il buon senso, senza isterismo, senza pretendere da esse l’impossibile. Inoltre non c’è nulla di più stucchevole e di più pericoloso di voler applicare regole giuste nel modo sbagliato.
    Come ha fatto questa guida alpina…

    Nel marzo 2014 ho fatto uno sci-viaggio nella penisola di Kola. É stata la peggiore esperienza nella mia lunga vita di sciatore errante. Il motivo principale di tale giudizio negativo va ricercato nell’essermi affidato per l’organizzazione del viaggio a una giovane guida russa ossessionata dalle regole di sicurezza, con l’obiettivo chiaro e dichiarato di evitare ogni problema e responsabilità, più che di scongiurare incidenti. Ivan Moshnikov, guide UIAGM e titolare della Cetneva, è riuscito insomma a rendere insipido lo sci-viaggio, come un cibo da ospedale. Forse sono démodé ma per me il ruolo principale della guida è saper trasferire ai clienti la passione per la montagna, considerando il cliente un compagno di avventure, non solo un pacco postale da riconsegnare intatto a fine prestazione. L’ossessione della sicurezza, tipica di questo triste momento storico nel quale si vuole blindare ogni esperienza personale con regole assurde, intrise da un formalismo che è spesso frutto di ignoranza e inesperienza, ha purtroppo contaminato anche alcune (non tutte, almeno lo spero) guide alpine.
    Per dimostrare che non sto parlando della solita aria fritta da convegno sulla sicurezza in montagna ecco alcune delle prodezze della guida in questione. Salendo con le pelli un ripido canalone a zig zag ordina ai dodici clienti sotto di lui di mantenere una distanza di dieci metri uno dall’altro, per diminuire i rischi in caso di una slavina. D’accordo sul ripartire i pesi per diminuire il rischio di stacco ma la regola vale nei traversi. Nei couloir ha poco senso, anzi può rivelarsi un boomerang. Se la guida avesse staccato una slavina, cosa possibile viste le condizioni, i suoi clienti avrebbero infatti fatto la fine dei birilli di un bowling. Se poi si aggiunge che su di un lato del canale c’era una facile ed evidente cresta, la pericolosità delle scelte del nostro apostolo della sicurezza appare evidente. In discesa doveva essere sempre lui, la guida, il primo a rovinare la neve con una traccia priva di senso estetico, sciando in una assurda posizione da liberista a braccia raccolte sul petto. Credendo di fargli un piacere, in un tratto facile ho chiesto di superarlo di alcune decine di metri per fargli qualche foto, le uniche possibili sul pendio intonso. Me lo ha vietato tassativamente, affermando che la guida deve essere sempre il primo!
    Potrei continuare con molti altri esempi da manuale delle regole assurde o mal digerite. Mi limito a una chicca finale. L’ultimo giorno, stanco di vivere lo sci così malamente, dico alla guida che rientro direttamente, seguendo in senso contrario la strada di neve battuta del primo giorno, anziché seguire lui e il gruppo lungo un itinerario di ritorno molto più complesso. La strada in questione è percorsa ogni giorno da centinaia di motoslitte, è assolutamente priva di pericoli, salvo le motoslitte. Il prode Ivan mi dice che non posso farlo, anche se mi dichiaro disposto a scaricarlo di ogni responsabilità con una dichiarazione scritta. Piuttosto mi mette a disposizione una motoslitta per il rientro, come si fa per un infortunato, pagandola di tasca sua. Dopo tante avventure in montagna mi è toccata questa. Da dimenticare.
    Giorgio Daidola

  12. 5
    Gualtiero Gianni says:

    Parlare di libertà è in se una contraddizione, la libertà si esercita, e i limiti che le imponiamo appartengono alla sfera privata, ovvero al vissuto e ai condizionamenti che da questo nascono. La sicurezza è quindi interpretata da ciascuno con lo stesso metro. Non ho certezza che assumersi dei rischi sia un espressione della libertà, potrebbe al contrario essere una coazione a ripetersi, dettata da una psiche prigioniera di schemi e immagini oniriche, che ben poco hanno a che fare con la libertà. La libertà può avere tracce di consapevolezza nel suo tessuto, ed essere vissuta come ricerca interiore, avendo rispetto per la persona che le esercita e la vita di cui è portatore.

  13. 4
    Giampiero says:

    Siamo soliti pensare al rischio come ad una questione del tutto personale ma, salvo eccezioni, non siamo isole, e la nostra morte non è mai un fatto privato. Nel corso della vita di norma ci costruiamo relazioni ed in particolare quella che insorge con i figli ci condiziona e probabilmente ci “deve” condizionare. Possiamo anche decidere che il rischio alto vale la pena, ma non possiamo nasconderci che mettiamo in gioco una posta che non è tutta e solo nostra, perché puntiamo al gioco che ci siamo scelti anche qualcosa che altri, soprattutto i figli piccoli, ci hanno consegnato in pegno. Sulla questione della libera scelta del rischio in montagna mi ha fatto riflettere la biografa della celebre alpinista americana Beverly Johnson (“The view from the edge” il titolo), scritto da una non alpinista: il fatto che l’autrice sia una donna e non arrampicatrice fa si che nel libro siano messi in luce gli aspetti psicologici piuttosto he quelli sportivi di B.J. e in primis appunto la liceità e l’eticità di scegliere una strada con alta probabilità di morte. Si sa che i sogni ( e gli alpinisti, specie io solitari, sono certamente sognatori) non accettano di venire a patti con né con la ragione, né con i principi morali ed infatti credo si debba concludere che l’alpinista non è molto diverso da tutti coloro che tra l’autorealizzazione e la responsabilità morale scelgono la prima via. Si potrebbe anche scegliere di condurre una vita priva di legami (le mille catenelle di cui canta De Gregori in una sua vecchia canzone) in modo da non dover dibattersi tra le due scelte possibili ma, come ha scritto Reinhard Karl, “la libertà assoluta non è vera libertà”: purtroppo non si esce da questa contraddizione. In ogni caso, se mi fosse capitato di morire in montagna anni fa, quando avevo figli piccoli, per loro sarei stato di sicuro un traditore.

  14. 3
    paolo panzeri says:

    Alla cara Colesanti, dico qualcosa a proposito della elitaretà.
    Senza gli uomini d’ELITE la maggioranza della gente non sarebbe mai andata molto oltre l’acqua calda.
    La gente per giustificare a se stessa la propria incapacità crea gruppi elitari….quelli selezionati dai corsi, dagli esami e poi certificati…..non si sa mai però da chi e non si capisce mai che cosa siano capaci di fare in proprio.
    Per me è evidente che le ELITES non sono gruppi elitari, anzi non si alleano quasi mai in gruppi, sono gente capace che magari manco si è mai incontrata, pur sapendo molto di ciascuno.
    Quello che viene detto o appare non è come dico.
    Dimostrazione è che chi parla non ha di solito nessuna esperienza di ciò su cui ragiona.
    Ma forse semplifico troppo.

  15. 2
    paolo panzeri says:

    Tipi come Scott, House, Lafaille, Knetz, Humar……… e tanti alpinisti molto ALTI………
    Ho letto loro disquisizioni sull’AUTONOMIA e sullo stile ESSENZIALE nell’alpinismo.
    Di solito quando ragionano sulla sicurezza usano pretendere soluzioni provenienti solo dalla TESTA.
    Scott sintetizza dicendo che si muore per IGNORANZA o AMBIZIONE.
    Non trovo mai quelli ALTI che parlano di libertà come viene fatto di questi tempi.
    Forse si parla della libertà quando non si è capaci di dimostrare nulla coi fatti.
    O forse si ama parlare di libertà di fare qualcosa d’altro, di divertirsi come si fa col telecomando alla tv.
    Probabilmente non si fa alpinismo, magari non si sa cosa sia, o semplicemente si è dimenticato.

  16. 1
    Giorgio says:

    Di che si parla qui? Di libertà?
    Mi chiamo fuori da queste pippe mentali!
    Resto fedele al vecchio alpinismo romantico, l’alpinismo dei primi esploratori.
    A quei tempi si saliva dove era possibile, sulle tracce dei cacciatori o cercando linee a misura d’uomo. In seguito con il desiderio di CONQUISTA ci si è rivolti sempre verso il più difficile, inevitabilmente aiutandosi con la tecnologia: è nato l’Alpinismo quale oggi lo si intende (una truffa) e l’arrampicata (un prodotto).
    Il terreno della mia attività è quello che gli inglesi definiscono scrambler, cioè misto vegeto-minerale, dove si cammina e a tratti si arrampica. Lo scrambler ha anche i suoi gradi di difficoltà e prevede la conoscenza e l’uso dell’attrezzatura alpinistica: manovre di corda per assicurazione e calate.
    Io no: per restare fedele ai proto alpinisti ho deciso di non avvalermi delle attrezzature, arrivando fino a dove le mie capacità lo permettono, evitando quindi di forzare i passaggi. Sono un convinto assertore che la tecnologia ci ha disabituati a un miglioramento delle nostre capacità e che il limite di ognuno è quello che si riesce a fare non assicurati; altro limite, speculare al primo, è evitare di lasciarci la pelle.
    Tutto il resto è fuffa.
    Libertà, sicurezza, rischio: sono componenti che conosco bene, che hanno un alto contenuto spirituale e mi fa sorridere che ne parliate legandole ad attività che sono un falso, non pure, non vere: artificiali.

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