Sciare con Doug Coombs
di Andrew McLean
(pubblicato su La Bagarre il 17 novembre 2025)
Doug Coombs aveva un modo tutto suo di condividere con le persone il suo entusiasmo per lo sci in neve fresca. Un po’ di anni dopo averlo conosciuto di persona e aver sciato con lui una volta, l’unica della mia vita, io e Mark Holbrook eravamo andati in furgone da Salt Lake City alla volta di Jackson Hole, il posto dove viveva lui. Eravamo in vacanza, a caccia di neve fresca e di belle discese. Era appena transitata una perturbazione di quelle epiche e quello era il primo giorno di sole dopo tre giorni brutto tempo. Era sceso più di un metro di neve fresca in un colpo solo.
Mentre eravamo in fila in mezzo a tutti gli altri alla partenza della funivia per riuscire a prendere una delle prime corse, Doug ci era passato accanto in una corsia riservata, e noi avevamo gridato per salutarlo. ‘Hey, Doug! Doug! Hey! Siamo qui!’ Ci stavamo sporgendo oltre la corda di delimitazione per farci vedere, salutandolo con la mano mentre i guanti restavano appesi penzoloni ai nostri polsi. Non ci conoscevamo, in realtà. Senza dire una parola Doug tornò indietro e si avvicinò a noi, facendoci segno di andargli dietro. Ci fece scavalcare la corda che delimitava la fila e ci disse: ‘Seguitemi. Veloci.’ Gli andammo dietro nella corsia riservata seguiti dagli sguardi invidiosi di tutti gli altri sciatori in attesa dell’apertura.
Passammo per un corridoio e da una porta di servizio riservata agli addetti agli impianti, ed era chiaro che quello non era un posto per dei clienti normali come eravamo noi. Risalimmo una scala ripida e buia e sbucammo direttamente all’ingresso della funivia, che era già piena di operai e addetti al funzionamento dell’impianto. Entrammo con Doug e le porte si chiusero. Gli chiedemmo cosa stava succedendo.
‘It’s Coffee with Coombs’ – ci rispose, mostrandoci un grande sorriso. ‘Funziona così: quando nevica ho la possibilità di portare dei clienti con me prima della partenza ufficiale della funivia. Oggi non ho nessun cliente, quindi ho pensato che poteva farvi piacere fare una discesa in neve fresca prima di tutti gli altri’. Ci faceva moltissimo piacere, ovviamente. Arrivammo in cima, Doug ci offrì un caffè al bar e poi, prima che la prima funivia arrivasse alla stazione a monte con tutti gli sciatori sopra, noi eravamo già fuori dal bar con gli sci ai piedi pronti per scendere. Io e Mark ci guardammo in faccia complici e sorridenti, eravamo esterrefatti.
A esaltarci non era solo il fatto che stavamo per sciare con Doug Coombs e che ci preparavamo a scendere insieme a lui da un pendio in neve fresca senza nemmeno una traccia, era anche il fatto che tutti gli altri erano ancora giù fermi in fila ad aspettare la funivia. Anche Doug, mentre si preparava per scendere, era di buon umore e rideva a crepapelle.
Prima di iniziare la discesa ci salutammo fra noi facendo cin-cin con i bastoncini, così come si fa con i bicchieri quando si beve del buon vino. Doug andò per primo e scese tutto il pendio facendo grandi curve, senza mai fermarsi. In fondo al pendio immaginavamo si sarebbe fermato ad aspettarci. Invece continuò ad andare e sparì alla nostra vista dentro a un canale. Quella fu l’ultima volta che lo vedemmo, per quel giorno. Doug in neve fresca non aspettava nessuno, nemmeno noi.
Doug Coombs
(sciatore estremo, guida alpina e freerider statunitense, pioniere di questo sport)
da Wikipedia
Nato a Boston il 24 settembre 1957, iniziò a sciare a soli tre anni e crebbe sciando nel Vermont, nel New Hampshire e nel Maine. Si trasferì a Bozeman per frequentare la Montana State University, e lì sui monti Bridger iniziò a praticare lo sci ripido. Conobbe anche la sciatrice e ripidista Emily Gladstone, che sarebbe diventata sua moglie.
In quegli anni Coombs viaggiò in Europa per sciare a Chamonix, dove incontrò Patrick Vallençant. Laureatosi in geologia si trasferì a Jackson, in Wyoming, e nel 1986 iniziò per la prima volta a lavorare come guida di eliski nella Jackson Hole.
Per la prima edizione del World Extreme Skiing Chanpionship (abbreviato WESC), nel 1991, Coombs raggiunse le Chugach Mountains, in Alaska, e vinse la competizione grazie alla sponsorizzazione della Life-Link International. Rimase profondamente colpito dal panorama dell’Alaska, selvaggio ed enormemente innevato. Tornò anche gli anni seguenti e riottenne il titolo di campione WESC nel 1993.
Lui e sua moglie Emily iniziarono a fare prime discese dei Chugach trasportati sulle cime dagli elicotteri della Alaska West Air Taxi e nel 1993 fondarono la Valdez Heli-Ski Guides e iniziarono a lavorare come le prime guide di eliski di Valdez. Da guida alpina Doug Coombs ha portato migliaia di sciatori per le ripide pareti dei monti Chugach, che sono una delle catene montuose che riceve più neve al mondo, ma sono anche lontane dal turismo e da qualsiasi servizio. Ha contribuito così a rendere popolare il concetto di “adventure skiing” nelle montagne selvagge dell’Alaska. Era un ottimo sciatore dal punto di vista della potenza e della tecnica e ha partecipato a diversi film e documentari di sci estremo e freeride. Al dire dei suoi colleghi, affrontava discese estreme senza mai correre rischi troppo grandi.
Nel 1993 Coombs e sua moglie fondarono anche gli Steep Skiing Camps Worldwide a Jackson, ma decisero alcuni anni dopo di spostarli nelle Alpi francesi, Doug stesso si è trasferito a La Grave, in Francia, dove ha vissuto con sua moglie e suo figlio David fino alla sua morte, avvenuta il 3 aprile 2006. Coombs e alcuni suoi amici stavano scendendo il Couloir de Polichinelle, quando uno di loro, Chad VanderHam, ha perso l’equilibrio sul ripido finendo per cadere da un salto di roccia alto circa 200 metri; Coombs stava cercando di scoprire le condizioni dell’amico quando è caduto giù dallo stesso bastione. Doug è morto sul colpo, VanderHam alcune ore dopo.
L’ultimo film a cui Coombs ha partecipato è stato Steep, un documentario diretto da Mark Obenhaus che ripercorre la storia dello sci estremo e big mountain dalla nascita in Europa all’esplorazione dell’Alaska da parte sua, fino all’esplosione del freeskiing. Steep è stato presentato il 27 aprile 2008 al Trento Film Festival e racconta anche la vita e le circostanze della morte di Coombs. È considerato una sorta di epitaffio a lui dedicato.
Nei suoi 48 anni di vita è stato il primo a scendere circa 250 pareti inesplorate in Alaska e nel resto degli Stati Uniti, in Francia, Svizzera, Cile, Kirghizistan e in Antartide. Dal 2010 è incluso nella U.S. Ski and Snowboard Hall of Fame.
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Four sarebbe l’interpretazione di Doug per il correttore🤣 .
Four Coomb, grande sciatore, è stato un mito all’americana che si è alimentato a Jackson Hole dagli stessi frequentatori. Al pari del maestro di sci Mattone, che a Limone Piemonte era famoso e mitizzato perché per insegnarti a sciare a sci uniti ti legava tra loro i laccetti di “sicurezza”. Arrivato a La Grave era uno dei tanti, e non essendo guida alpina, assumeva dei professionisti locali per portare in giro i suoi clienti. Nulla da eccepire, sia chiaro. Sembrerà strano ma a me è capitato, come ad altri colleghi, di sciare con dei miti della U.S. Ski Hall of Fame in Dolomiti trovandoli spesso impediti a muoversi in montagna con i ramponi, in facili arrampicate o in calate a corda doppia. Ovviamente non voglio fare nomi ma lo sciatore con gli scarponi e gli sci con attacchi da discesa, casco e occhialoni più zaino riempito all’inverosimile di cose inutili per fortuna è tramontato. Nonostante uno zaino con il minimo indispensabile e quindi piuttosto leggero, sia sempre stato visto male dai freeriders degli Usa.
Coomb divenne guida alpina a fatica ma ce la fece. Diceva che la patacca IFMGA ti faceva essere come dio.
Evidentemente, ognuno è sabaudo a modo suo. Ma che c’entra? Tra l’altro detto e stradetto…
sbaglio, o una nota azienda produttrice di sci, ha dedicato uno o più modelli a Doug Coombs?
Per chi vuole approfondire la vita di uno sciatore leggendario consiglio caldamente la biografia di Coomba: Sulle tracce di Coomba, la vita di Doug Coombs di Robert Cocuzzo.
In passato, lo confesso, mi sono trovato a “coombare” sugli sci ispirato da un personaggio non comune.
L’ultima volta a marzo di quest’anno, dimenticando che i miei sessantaquattro anni mi avrebbero dovuto consigliare maggior prudenza. Infatti ho guadagnato una bella frattura scomposta della clavicola con conseguente operazione per rabberciare i pezzi. 😉
Si nasce incendiari e si invecchia pompieri. Per il futuro mi rassegnerò a una Cima del Bosco o un Cotiolivier….
Quello che appare incredibile sono le espressioni grafiche del Sig.Crovella,non oso pensare a lui come un amjco di uscite,o di vita famigliare,delle due l’una o nel primo caso ê un eccezionale taciturno,o viceversa,tradotto,se ogni argomentazione che sarebbe riassumibile in una sintetica esposizione,il soggetto ne fa un tomo dei 5 di Kiergaard,..( Enten Eller) allora ha un rapporto nei primi due casi,taciturno e riservato,per cui nel blog,grazie a simpatie direzionali,si sfoga,oppure quello che nel blog affronta lo fa anche nei su citati casi,invasivo fino al limite.Pertanto parentesi domestica,auguri,parentesi amicale,averlo come portatore d alta quota con importanti gravi da portare fiato e argomentar superfluo non manca.Poco tutto questo risponde alla Savoiarda tradizione.Cerea
Sempre bellissime le citazioni del poeta dell’appennino
Sia gli esseri umani che gli ambienti montani cambiano. I primi subiscono “le ingurie degli anni” (per dirla alla Guccini) e devono adattare il loro “andare per i monti” sia al progressivo e inevitabile deterioramento fisico e sia alle modificazioni ambientali.
A volte mette un po’ di tristezza ma credo che ne valga comunque la pena.
Rispetto a decenni passati,, sono sicuramente “invecchiato”, ma ormai non mi attizza più uno sci “esasperato”. Esasperato nei tono, nei contenuti, negli obiettivi. Che sia la velocità pura o la pendenza degli itinerari o il fatto di scendere a rotta di collo tutti carvati come centauri da Moto GP, quel tipo di sci “enfatizzato” ora mi pare una forzatura. Una forzatura della biodinamica e della realtà. Lo sci che mi piace, oggi a 64 anni,. è uno sci leggiadro, leggero, arabescato, controllato. Relax puro senza nessuna ansia prestazionale. La mia è una preferenza squisitamente individuale per cui non la spaccio come valida in assoluto. Inoltre tale mia valutazione non è un eccezione rispetto al mio attuale approccio a tutta l’esistenza, cioè ben oltre lo sci in senso stretto e anzi bel oltre la montagna in tutte le sue discipline. Superfluo, ma temo non inopportuno, sottolineare che in me non c’è nessuna invidia, verso nessuno altro individuo né verso uno specifico modo di andare in montagna. Mi interessa “surfare” sulle cose del vivere, in particolare della montagna, e non mi interessa (forse non mi interessa “più”…) immergermi nelle loro profondità. La montagna sa dare risposte a ogni tipo di esiderata, ma il punto centrale è individuare il preciso obiettivo di ciascuno, obiettivo che tra l’altro cambia nel tempo. Il grande problema della società attuale è l’emulazione e purtroppo spesso i personaggi di rilievo diventano, loro malgrado, dei miti da emulare. Niente di più sbagliato e controproducente. L’uomo comune, che in genere vive in pianura 6 giorni su 7, rischi di farsi catturare in un vortice che, in montagna (ma non solo) lo porta “oltre” il suo equilibrio . Quella è la principale causa delle tante conseguenze disastrose che si vedono in giro per le montagne (con o senza sci). Quindi è bello e positivo parlare di “personaggi” (sciatori o meno), ma bisogna guardarli con la dovuta distanza e senza farsi coinvolgere emotivamente nelle loro gesta.