Scrivo salendo – salgo scrivendo

“Partiti forse un po’ troppo presto… soffriamo molto il freddo quasi al punto di rinunciare finché il sole, nel sorgere, da sfogo di calore e dà, a noi, l’illusione di una temperatura migliore. La luce ci ridà la speranza”.

Scrivo salendo – salgo scrivendo
di Salvatore Panzeri

1980
Dopo diversi anni passati a calpestare la miriade di sentieri delle Prealpi e delle Alpi lombarde mi si para davanti un bivio: continuare a frequentare la montagna inseguendo le orme di alcuni amici o abbandonarla pian piano svanendo nel nulla per comparire magari in qualche discoteca?!

Una decisione che ha atteso mesi per arrivare, mesi stupendi che ho passato avvicinandomi ancora di più all’ambiente alpinistico e scialpinistico, apprendendo sempre più nuove tecniche e trucchi del mestiere.

Probabilmente il contatto con il calcare scaldato dal primo sole primaverile mi ha fatto decidere… nel frattempo la montagna ha già piantato le sue radici dentro di me. Non si può perdere tempo così ogni giornata, ogni occasione è buona per lanciarsi su vecchi o nuovi percorsi, arrampicando o camminando.

Rivedo ancora nei ricordi la mitica bicicletta Atala correre, dalla verde ma già inquinata Brianza, verso le dolci curve delle nostre Prealpi, mi sembra di sentire ancora addosso l’ormai antiquato zaino verde “Cassin” stracarico di staffe, fettucce, moschettoni, corde, ecc…

Mario e Salvatore (a destra) Panzeri in una gita di scialpinismo

E come dimenticare le ore passate in treno di ritorno dalla Valtellina chiacchierando con gli amici, come se l’aver usato ramponi e piccozze fosse cosa destinata a pochi eletti.

Avevo già 17 anni eppure mi ricordo bambino, un bambino assetato di neve e pareti.

1981
Ho deciso, la mia vera scuola è la montagna, nel frattempo ho perso due anni nell’altra vera scuola, il Setificio a Como, dove tutti più che studiare libri di testo osservavano interessati i movimenti politici, dove volantinare o scioperare è meglio che bigiare.

Sulle “mie” montagne è tutto così semplice e naturale.

Ormai sono in possesso della patente così le lunghe distanze diventano niente e la vecchia bici si è già trasformata in un rottame arrugginito.

Il motto è sempre “non fermarsi mai”, così raggiungo un ottima forma e un discreto e crescente livello tecnico.

Senza disdegnare i percorsi facili degli anni precedenti salgo delle belle vie sia sul ghiaccio delle cime più alte delle alpi centrali che sul grigio calcaree della Grigna e nella stagione invernale scivolo in emozionanti trasferte scialpinistiche in alta quota.

Le prime notti insonni passate nei bivacchi attendendo nervosamente l’alba alla base di creste e pareti mi riportano sulle pagine dei libri di montagna dove scorrono veloci i sentimenti degli eroici Cassin, Bonatti, Bonington, Messner, ecc.

Pian piano mi accorgo che più conosco la montagna più riesco a conoscere e capire me stesso nel duro periodo terminale dell’adolescenza.

Vivere in questo stato di estasi sulle montagne lontane da casa o su quelle che vedo dalla finestra della mia stanza è la stessa medesima cosa senza rinnegare le ore piccole con gli amici a suon di birra alla Lanterna Rossa di Acquate.

Un salire e scendere ormai continuo, senza tregua che ti da solo lo spazio per il prossimo saliscendi, nemmeno il cattivo tempo riesce a dar pace a tutto ciò.

Salvatore Panzeri sullo spigolo nord del Pizzo Scalino

1983
Una lugubre, triste, nebbiosa mattina su di un treno carico di studenti; treno che sembra essere ancora più buio e pieno del solito; dai vetri appannati nemmeno la nebbia riesce a fermare i sogni mentre corrono veloci verso le cime minori che da qui si potrebbero scorgere. Una borsa piena di libri e la testa altrove annebbiata dalle fatiche della domenica e dai litri di birra…

Tutte le mattine all’alba sullo stesso treno, assorto, con in testa sogni, pensieri o niente, con gli occhi che guardano dai finestrini e vedono sogni; il battito delle traversine delle rotaie che si fa tuo, nel tuo cuore, nei tuoi pensieri, nel tuo modo di agire e davanti un’altra giornata che ti aspetta con il suo diario di lezioni che ti toccano ma forse non ti spettano.

Sembra che la mia vita si sia ristretta all’alba, sul treno dove parlo di salite e di grandi progetti con un caro amico, Lorenzo, anch’egli sedotto dalla montagna.

La mia testa ormai non è più sui libri ma ovunque vada la mia droga l’ho trovata; sono le cime.

Se non riesco a mettere i piedi su di un sentiero o le mani su un appiglio impugno la penna e scrivo… scrivo… scrivo…

Disordine. I libri svogliatamente buttati lì.
Devo studiare. Devo… devo…
Accendo la radio e ascolto. No, devo studiare.

Il sole mi acceca e penetrando dalla finestra mi sbatte sul muro opposto. Ombre, chissà se vivono o vivo io per loro? Un raggio mi si arrotola intorno al braccio, me lo prende e mi tira verso la finestra.
E’ molto forte.
Devo studiare. Devo studiare. Devo… dove mi porti?
La domanda non aspetta la risposta e nemmeno la risposta la domanda.

Il sole, il vento, il cielo limpido e azzurro, la vita.
Non devo studiare più, non devo più…
Sono lassù, ormai, tra le mie montagne, tra amici, veri amici, meglio della radio.
L’amica roccia mi accoglie, mi abbraccia.
E’ calda, accogliente. Sogni…
Il sole sta andando. Corre troppo d’inverno.
Deve scaldarsi anche lui, poverino, e corre sempre più lungo la sua ellisse universale.
O forse siamo noi che ci muoviamo.
Prima però mi riporta con lui nella stanza.
Devi studiare, devi studiare. Confusione…
Sono solo, non c’è più nemmeno l’ombra, la radio è muta. Devo studiare…

Salendo al Sarmiento

Terra del Fuoco 1986 – Monte Sarmiento 2404 m
Non saper più distinguere la sera dal mattino e trovarsi lassù, sopra il mare, sopra le nuvole, nascosto in un angolino, lassù dove il vento ti sbatte la tenda, ti colpisce le membra… eppure, eppure sono felice di quello che sto vivendo.

Non saper più se i tuoi sogni sono con te o sopra di te, sopra le nuvole, e cercare di rincorrerli immergendosi sempre più nel fantastico tepore del sacco piuma.

Dopo tutto ci deve essere il mondo, il tuo mondo in fondo a quel sacco, i tuoi giorni vissuti, le tue avventure raccontate, i tuoi amori lontani e a talvolta passati.

Non saper più cosa fare; dormire o forse partire, ma preferirei ritornare… ma dobbiamo andare!

Ed invece eccomi ancora qua a scrivere e a sognare, a dormire per raccontare, a parlare per far passare questo dannato maltempo.

Non so più niente in questi attimi che pian piano diventano ore per trasformarsi in giorni, non so distinguere, non so dove sognare, non so cosa fare… ma…

Si blocca il vento, la pioggia cessa, il silenzio ferma la tenda, sento bussare, sono i miei sogni e con loro c’è la vita, c’è la felicità.

Basta poco per scoprire se stessi e i propri pensieri anche in un angolino nella tempesta, un foglio e una biro per imprimerli e una pazza voglia di vivere per esprimerli.

Ci hanno detto che andavamo nel regno del vento ma nessuno ci ha raccontato che qui non esiste il tempo, che qui non esiste nessuno tranne noi stessi e la forza del sentimento. Il vento sembra strapparti anche i sogni, devi lottare per tenerti stretta la realtà.

Ti giri un attimo ed eccolo, ma non distrarti che da un momento all’altro ti frega!

Una lotta tra la natura regnante e il sentimento sfidante, battaglie che durano ore e ore, piccole tregue dove ricerchi nel sonno i pochi sogni rimasti dentro quella piccola oasi che è la tendina.

L’orologio non può più segnare il tempo e si limita ad intercalare la voce degli amici, quel piccolo suono di voci diverse che arriva rallegrante alle orecchie, un po’ distorta ma sempre ben accolta. Guardi l’amico che dorme accanto a te e scopri le sue espressioni, le sue angosce, i suoi sogni. E’ una nullità rispetto a sua maestà il vento ma è una cosa “vitale” all’interno della tenda.

E’ tutto così strano qui, la realtà arriva fino in fondo, quello che ti tieni dentro non fa altro che zavorrarti il sentimento.

Non ricordo chi ci ha detto che andavamo nel regno del vento, so solo che sono contento di lottare contro di esso… così sì che la vita ha un nesso.

Il persistente battito delle gocce d’acqua sul telo delle nostre tende è sparito; come i lampi dei fulmini, grossi chiarori invadono il tenebroso e umido clima delle tende; un leggero vento sballotta qua e là i cordini di ancoraggio e il rumore del mare e delle sue onde, che si infrangono sui sassi a

pochi metri da noi, dà l’impressione di essere in mezzo all’oceano su di una avventurosa barca a vela.

Salendo al Sarmiento

E’ bello ascoltare questi rumori, guardare questi riflessi, notare queste sensazioni dopo una notte come le altre, dopo ore e ore passate a schivare le pozze d’acqua che si sono formate sul pavimento, a sfuggire ai sogni e ai pensieri troppo belli per essere messi da parte, a seguire il ticchettio dell’acqua e del grosso orologio a molla che fanno da accompagnamento; è bello starsene nella tranquillità del sacco a pelo talvolta!

Il campo base si è trasformato in uno stendibiancheria dove vestiti di ogni tipo svolazzano ad intermittenza sferzati dal forte vento magellanico.

Assorto a guardare i riflessi del mare sapendo che laggiù c’è qualcuno ad aspettare…
Scoprire nelle onde i battiti del cuore per sentire dal vento la parola amore…
Distrarsi per un attimo a guardare un gabbiano per non sentirsi poi così lontano e attendere il sole ed i suoi caldi raggi per non essere solo in questi paraggi.

Il mare appare come vestito da uno strano grigiore e le onde delle strisce di diverso colore e lassù, lassù c’è solo il sole, il sole che scende, si alza per poi andare, andare lontano lasciando il chiarore che rende trasparente anche il più bel colore.

Sentirsi poi avvolto da uno strano tremore, alzarsi e correre alla ricerca del sole ma scoprire che per oggi la giornata è finita e assopirsi pian piano con la fronte sulle dita.

Destarsi poco dopo con in testa un rumore più forte del mare, più bello del sole, un rumore mosso da labbra che si sentono sole; un rumore che solo nel tuo cuore può significare amore.

Riassopirsi di nuovo con la testa tra le dita sognando il mare, il sole, l’amore, le onde e capire che è proprio troppo bella la vita.

Chissà chi ci dà la forza e la volontà di preparare lo zaino ogni volta che una piccola schiarita ci apre gli occhi verso l’alto?

Chissà cosa vediamo nel cambiamento del tempo che ci rialza da quello strano torpore in cui cadiamo quasi giornalmente?

Chissà cosa sarà a farci tornare indietro dopo poche ore, ogni volta, delusi ma prontissimi a ricominciare?

Una mattinata eccezionale, un cielo mai visto, la luce del sole che si rispecchia sui ghiacciai circostanti, una calma quasi paradisiaca, il mare solcato da una foca giocherellona che incuriosita dalla spiaggia trasformata passa il tempo ad osservare tra un tuffo e l’altro.

Sono solo le 5 ma è tutto così fantastico oggi.
Con lo zaino pieno di felicità corriamo lungo il sentiero della foresta, saltiamo tra un fiumiciattolo e l’altro inseguiti da improvvise nuvole nere.

Ma niente ci può fermare e avvolti nelle uccellesche mantelline colorate continuiamo imperterriti su per la cresta sferzati da un altrettanto improvviso vento.

Dobbiamo trovarci in mezzo per essere sicuri, dobbiamo sbattere il naso nella tempesta per capire che la nostra corsa felice si concluderà presto.
Delusione… ma ancora voglia di fare, di vedere, di correre, di vivere…!

Una lingua di ghiaccio che precipita in mare, illuminata dal sole, mossa dal vento, sconvolta dal sale, ed io, solo, qua su un grosso sasso ad ammirare per sognare.

Lontano, lontano il ronzio dei motori di una grossa nave che brilla, cambia colore e poi scompare dietro quell’angolo di terra tagliato dal mare.

Dai cieli lontani grosse nubi si ammassano, si spingono per poi sormontare le più alte vette e ivi sostare ad ammirare le bellezze di queste terre, di questi ghiacci e notare che laggiù, in fondo in fondo, proprio vicino al mare ci sono otto piccoli nani che lavorano, si muovono e alzano talvolta al cielo le loro piccole mani gridando parole confuse e imprecando anche contro la più piccola nube. La nuvoletta è timida, non parla ma talvolta si fa capire su tutto quello che ha da dire; una folata di vento fa allontanare il sole e si sente la nube, da lassù gridare: “Oh Dio Mare, che fa un essere tale, abituato al più svariato benessere, sulle tue sponde e dimmi, dimmi perché talvolta guarda verso il cielo, venendo in mia ricerca, aggrottando la fronte?“.

La voce del mare è profonda come le sue acque, le sue labbra sputano parole che si propagano come onde per infrangersi sulle sue sponde, la risposta è raccolta dai sassi, innalzata dal vento, ascoltata dai faggi, sospinta dalle tempeste fino a migliaia di metri sopra le nostre teste per raggiungere così la nuvoletta ferma ancora ad ammirare il caro vecchio mare.

La risposta reale non si sa se la saputa dare, la nube ha smesso di gridare, una folata di vento riaccompagna il sole che timidamente era stato ad aspettare e laggiù, laggiù in fondo, vicino al mare ci sono ancora quegli otto ragazzi che, appollaiati sopra i sassi, si guardano tra loro dicendo tra una risata e l’altra “siamo proprio matti“.

Aver paura di sbagliare per non poter poi raccontare ma continuare a sperare e imparare così ad aspettare.

Lunghe ore con gli occhi sospesi verso il cielo, verso il telo della tenda a rimuginare i pensieri di questa strana esistenza. E poi, e poi un occhio al barometro e di corsa sul colle come per soddisfare le nostre voglie ma niente, niente di niente ci attende lassù, dobbiamo solo aver pazienza, solo sperare in una piccola clemenza.

Di nuovo in tenda soli o con l’amico a battere sul vetro del barometro con il dito, stregati, assetati di tutto ciò che ci circonda ad attendere un’altra onda che ci strappi, ci svolazzi, che ci pigli dai nostri sbadigli.

Navigare per ore in un mare di lucente nebbia ricercando il pendio e sperando in Dio ma niente si muove, nessuno ci vuole, a malapena i suoi piedi possiamo calpestare che subito il fantasma delira, si fa prendere dall’ira riversandoci addosso tempeste di stelle ghiacciate da nessuno mai ammirate. Ritorno deluso ma nessuno ha vinto, sono ancora troppo ottuso, ce la faremo, lo scoveremo e lo vinceremo quel dannato fantasma, quella grossa montagna che non c’è.

Tore Panzeri in vetta al Sarmiento

Bussando alla porta dell’inferno
Un attimo di pausa, la tempesta di colpo svanisce, la tendina si ferma, lo stressante picchiettare della neve sparisce e quattro occhi incuriositi scoprono timidamente i nuovi orizzonti, i nuovi colori.

Qualche colpo sul telo per rimuovere la neve e le prime impronte si muovono già su quel bianco e accecante manto che ricopre i ghiacciai, le rocce, i prati sottostanti fino a perdersi nel contrastante blu cupo delle agitate acque del mare.

Il cielo si è fatto di nuovo scuro, grosse nuvole nere, spinte dai tremendi venti del pacifico, coprono ogni cosa e si fermano sopra le nostre teste, opprimenti, minacciose, pronte a scaricare la loro ira sul mare, sulle spiagge, sulle foreste, sui monti.

Lontanissimo, tra le acque limacciose, in mezzo a tali tenebre un luccichio intermittente richiama la nostra attenzione, un ronzio strano copre per un attimo il silenzio del vento, entra nelle nostre teste e… e compaiono tra le onde antichi velieri che sospinti qua e là dal vento tempestoso cercano di aprirsi la strada in quegli infidi canali sulle orme dei grandi navigatori ed esploratori di questi mari.

Il luccichio svanisce e poco dopo anche il ronzio ci lascia, una raffica di vento ci riporta nella realtà e ci spinge nelle tende gridando: “E’ in arrivo la tempesta“.

Un momento come altri di una giornata come tante altre alla ricerca di qualcosa di diverso della cima, alla ricerca di un luogo nuovo posto oltre quel impenetrabile barriera di nebbie, di tempeste, posto oltre quella grossa porta tenuta sbarrata dal fortissimo vento.

In tanti hanno bussato a quella porta ma mai nessuno ha avuto il permesso di entrare, la forza di sfondare, la fortuna di trovare i due guardiani distratti; il vento e la nebbia non si possono distrarre, hanno degli ordini, il loro compito è ben preciso, non far passare nessuno dalla porta dell’inferno bianco.

Fu così che nelle nostre teste si sostituì la parola “vetta” con la parola “porta”, fu così che iniziammo a ragionare un attimo sulla situazione, analizzammo le sconfitte dei nostri predecessori chiedendoci perché; passammo giorni e giorni a studiare il tempo, pazzo ma abitudinario da queste parti, passammo giorni e giorni sia nelle vicinanze delle mura che sulla spiaggia, in riva al mare, dove si poteva avere una panoramica più grande di quella parte di mondo impazzita, di quella terra strappata dal continente, fatta sprofondare e innalzata avvolta dai ghiacci eterni, dai ghiacci modellati e fragili come cristalli.

Doveva proprio essere una montagna di cristalli, una montagna splendente, quella che custodivano con tante cure e precauzioni all’interno di quei luoghi ed è per questo che eravamo lì, per conoscere l’immagine della parola splendente, per cercare l’ignoto, per scoprire quella parte di noi che resta sempre nascosta, avvolta dalle nebbie, oscurata dalle tempeste.

Era quindi impossibile stancarsi, innervosirsi, litigare in tale situazioni; ogni giorno uguale era nello stesso tempo diverso, si cercava di fare di tutto per cogliere una piccola parte di quel bianco splendore ma era impossibile, anche dal più alto dei faggi la vista era interrotta dalla nebbia.

Talvolta lasciavamo la tranquillità del mare per provare a bussare, arrivando talvolta con fatica persino alla porta, ritornando poi distrutti a navigare con i sogni sulle spumeggianti onde del mare.

Fu in uno di questi tentativi che cogliemmo i due guardiani distratti, assenti, sbandati e soffocati dai fumi dell’alcool; fu in uno di questi tentativi che la porta dell’inferno si aprì davanti a noi… magnifico… fantastico… sublime.

Ci lanciammo di corsa su una lunghissima rampa di scale attorniati da migliaia di fiori cristallini posti in ordinate aiuole di neve, spinti da un raggio di sole, potente, irruente, devastante e deciso come i nostri passi, i nostri movimenti in quel paradisiaco inferno.

L’ultimo gradino ti sprofondava nell’altissima neve di un parco dove ogni cosa era al suo posto, dove il sole si muoveva come in un caleidoscopio tra un cristallo e l’altro, tra una pianta e un fiore. Davanti a tale splendore nemmeno la fatica aveva il coraggio di urlare, così che a passi da gigante attraversammo interamente quel parco fino al suo termine, laggiù dove all’orizzontale si sostituiva il verticale, dove dalla bellezza di quei giardini si innalzava splendente il nostro sogno, il tesoro, la vetta delle profondità dell’inferno bianco.

Ancora pochi di quei giganteschi passi e la cima è nostra, il mondo è nostro, l’orizzonte è nostro ma… ma ora noi apparteniamo all’inferno e a distanza di poche settimane, ancora stregati da quel luogo tanto attraente quanto infernale, ci assale un po’ di nostalgia dell’avventura, del ritmo di vita preistorico e sogniamo già altri viaggi, altre peripezie, altre porte a cui bussare…

Gli stessi quattro occhi che scrutavano timidamente gli orizzonti, captandone gli straordinari colori, sono ora in attesa dietro le grosse vetrate di un aeroporto, incuriositi, animati da una pazza voglia di vedere gli occhi di alcuni amici che, come loro, erano partiti alla ricerca di una porta cui bussare; desiderosi di conoscere le loro sensazioni, le loro emozioni di fronte ad una avventura del genere, di fronte alla porta che separa la persona dalla propria personalità.

Non cercatelo altrove il vostro “io”, è proprio là, bussate anche voi a quelle porte…!

Verso la parete nord dell’Everest

Himalaya – Tibet 1989 – Everest (Qomolangma) 8848 m
Una stupenda storia vera che ci ha portato dal caldo agosto italiano al freddo vento tibetano, che ci ha fatto conoscere un’altra civiltà, dell’altra gente così diversa da noi ma con una così grande voglia di vivere da far vergognare chiunque.

Gente che avvolta dalla povertà, sommersa dal comunismo di un’altra nazione, strappa con le proprie mani e il sudore della propria fronte, quel poco che li fa mantenere in vita, quel poco che per loro è sempre tanto.

Penserò a questa gente quando sarò a casa, avvolto da tutte le comodità; penserò a tutto quello che riescono a fare con il niente che posseggono, a quanto è per loro importante la vita come un filo d’erba per uno yak.

Il fruscio della zip della tenda rompe l’assordante silenzio della valle, della morena, del ghiacciaio. Una luce accecante mi nasconde per qualche attimo l’anfiteatro che circonda la nostra dimora.

Un piccolo sguardo tutto intorno ed ecco che mi compare davanti immensa, bianchissima, verticale la parete del Qomolangma.

In un attimo ripercorro con gli occhi la linea immaginaria della nostra via, è quasi una retta che sale verso le nuvole fino all’infinito, fino ai limiti della nostra immaginazione, fino nei nostri sogni, fino alla vetta.

Gioire per un raggio di sole.
Fremere per una notte stellata.
Essere felici per la neve gelata.
E aver voglia di correre per delle ore.

Ritornare ad essere tristi alla vista delle nuvole in cielo, passare le giornate in attesa dell’arcobaleno e cadere nella monotonia di un fiocco di neve.

Scivolare sul manto bianco senza essere mai stanco ma accorgersi dopo ore che così non avanzo e cadere ogni sera nello stesso pranzo.

Fissare con gli occhi il cielo tutte le notti alla ricerca di un barlume di speranza, una speranza che sembra svanire, che sembra sfuggirti di mano come un pezzo di ghiaccio.

In un giorno tutto si compì finche anche l’ultimo filo di speranza svanì rapito dalla neve, dalla nebbia, spazzato via dalle valanghe in un freddo pomeriggio autunnale dove tutto sembrava essere nato male.

Anche gli amici sembravano sparire con la nostra grande forza di reagire, furono momenti di tensione dove era sufficiente un piccolo spintone per scoppiare come un pallone.

Ritornammo così con grande sgomento al nostro accampamento sospinti da quel pazzo vento che sta tuttora soffiando contento su quella cima inviolata che non ha permesso di essere da noi toccata.

Ritorniamo alle nostre case senza aversene a male ma con la furiosa promessa di tornare per riuscire a cavalcare quel pazzo animale che vogliamo domare.

Parete nord dell’Everest (tentativo)

Himalaya – Nepal 1991 – Makalu 8463 m
Come se questo forte vento mi portasse ancora più lontano dalla persona che amo, dalle persone che ho amato e dagli amici con cui ho giocato.

Tante idee per la testa e un po’ di rabbia vedendo gli amici che scrivono con passione facendo uscire dalla penna una melodiosa canzone.

Ma il vento si rinforza rubandomi le idee con la forza e lasciandomi lì, solo, nel prato come una persona che non ha mai amato, come una persona che non ha mai conosciuto l’amore per un minuto.

Tutto ciò non mi rattrista, anzi quasi mi diverte, mi dà un grosso senso di libertà che molta gente non ha, mi aiuta ad attraversare tutto questo prato rotolando spinto da questo pazzo vento che si è ancora rafforzato.

Domandarsi se vale la pena fare tutto ciò è inutile! Qualunque sia la risposta lo rifaremmo ancora, tra poco o tanto tempo non importa, dipende da ciò che intervalla queste avventure.

Mentre camminiamo, mentre fatichiamo, mentre mangiamo in piedi sotto l’acqua, mentre ci giriamo mille volte nel sacco a pelo per il freddo parliamo o sogniamo le comodità di casa, gli amici, le donne, i pranzetti della mamma, il dolce e caldo letto così come quando siamo seduti davanti ad una buona birra al caldo, quando viaggiamo comodamente in macchina, quando pranziamo in compagnia in qualche trattoria non facciamo altro che parlare o pensare alle bellezze di questi luoghi lontani dal mondo.

Un’altra sconfitta Himalayana, cosa che mi fa molto pensare e riflettere su queste spedizioni.

Grosso impegno organizzativo, duro e lungo viaggio di avvicinamento, sofferto lavoro in parete, avanti e indietro dal comodo campo base, grosso stress psico-fisico, rischio di gravi congelamenti e infine, ma non per questo ultimo, grosso impegno di soldi.

Tutto ciò è molto, anzi moltissimo, senza la vetta non significa niente per gli altri, quando torni a casa hanno il coraggio di rinfacciarti tante di queste cose e altre ancora.

Ripensandoci bene mi ha dato molto tutto ciò cui io ho dato tutto ed è forse per questo che ci ricascherò ancora tra qualche tempo e in qualche parte di questo nostro stupendo mondo.

Si ha qualche rimpianto, si vorrebbe ritornare indietro o avere altro tempo per ritentare ma si sa, a vita è piena di imprevisti e ci darà altre occasioni per riprovare, per arrivare, per vincere quel qualcosa che ci poniamo davanti.
Allora ciao Makalu, non ci hai vinto, hai solo preso un pezzo del nostro tempo.

Campo base del Makalu, 1993

Himalaya – Nepal 1993 – Makalu 8463 m
Dopo la Terra del Fuoco, il Perù, gli Stati Uniti e il Tibet eccomi ancora a girovagare alla ricerca di nuovi orizzonti, eccomi ancora a inseguire il fantastico sogno di vedere cosa c’è oltre la cima.

E’ la primavera del ’93 e il sogno diventa realtà, una realtà chiamata Katmandu, capitale del Nepal; una metropoli dove convivono pacificamente due antiche religioni: il buddismo e l’induismo.

Una metropoli che forse si sta civilizzando troppo in fretta ma dove mi fa sempre piacere tornare tra queste persone così semplici e simpatiche.

Probabilmente sono proprio stati gli amici che ho laggiù, con le loro facce sorridenti e i loro modi ospitali, a far nascere in me un grande amore per il Nepal.

Dopo un estenuante viaggio di 24 ore su traballanti automezzi si raggiunge Hille, base di partenza per la selvaggia valle dell’Arun.

Un centinaio di portatori assicurano il trasporto del nostro materiale fino ai 5300 metri del campo base. Una marcia di 12 giorni dalle verdi e fertili valli ai ghiacciai perenni dell’Himalaya; 12 giorni passati a tu per tu con i portatori, personaggi straordinari che sanno ancora sorridere mentre trasportano 60 chili sulle spalle, persone che vorrebbero imparare da noi ma dai quali noi abbiamo tanto da apprendere.

E’ la seconda volta che raggiungo il campo base del Makalu sempre per tentare la salita alla parete ovest; 3000 metri di parete incantevole ma difficilissima dove diverse spedizioni sono andate a sbattere la testa senza risolvere il problema.

Dopo aver superato grosse difficoltà su ghiaccio e misto ed aver posto 4 campi alti ho raggiunto i 7600 metri con due miei compagni. L’impennarsi della parete, le forti difficoltà tecniche e la lunga permanenza in parete non ci diedero altra possibilità che scendere.

Non mi vergogno a dire che la rinuncia mi ha colto a piangere ed è penso comprensibile dopo un mese di duro lavoro in parete e mesi di preparativi.

Ridiscesi al campo base capimmo che potevamo perlomeno tentare di salire lungo la cosiddetta via normale e spinti dall’incalzare del monsone decidemmo di salire in stile alpino. Ormai perfettamente acclimatati guadagnammo velocemente quota e solo dopo due giorni e mezzo raggiungemmo la vetta a 8463 metri.

Potevo così per la prima volta guardare quell’angolo di mondo dall’alto; scoprire l’altopiano del Tibet e la miriade di valli del Nepal; da così in alto potevo guardare meglio anche dentro di me e le persone che mi erano vicine.

Himalaya – Tibet 1994 – Shisha Pangma 8014 m
Il tempo scorre inesorabile ma non affievolisce il mio sogno anzi lo accentua.

Così dopo un anno, nella primavera del ’94 mi viene data l’occasione di visitare la storica Lhasa, capitale del Tibet, e di tentare la salita allo Shisha Pangma 8013 metri, l’unico ottomila interamente in territorio cinese.

Lhasa è l’antica capitale del Tibet facente ora parte della Repubblica Popolare Cinese; una città che ha conosciuto la guerra, l’invasione, i lager, la distruzione e l’esilio del proprio capo spirituale ma che continua ad esistere sostenuta dalla grande fede che hanno i tibetani nella loro religione, il buddismo. Questa fede, questa potenza, questa forza si possono capire dall’immensità dell’antica residenza del Dalai Lama, il Potala, ora abitata da monaci che qui studiano, pregano, lavorano assistendo i numerosi pellegrini che visitano il monastero giornalmente.

Da Lhasa, attraverso l’immenso altopiano tibetano, una lunga pista in terra battuta conduce verso lo Shisha Pangma.

Per me è il modo migliore per avvicinarsi a questa montagna in quanto si ha la possibilità di immergersi nella religione buddista, visitando i pochi monasteri risparmiati dall’invasione cinese e nello stesso tempo di arrivare al campo base acclimatati in quanto si viaggia per diversi giorni ad alte quote.

Si percorre infatti l’altopiano con jeep e camion a circa 4000 metri di quota; questo altopiano rude e selvaggio, popolato prevalentemente da pastori di yak, questo altopiano carico di forze immense, carico di spiritualità dove è bello fermarsi ad osservare prima di ricominciare il nostro continuo correre.

Un campo base si raggiunge con le jeep a 5000 metri ma il nostro campo decidiamo di posizionarlo a 5300 metri a poche ore dalla fine della pista, fa da sfondo lo Shisha Pangma.

Questo Ottomila è definito semplice in quanto non presenta grosse difficoltà tecniche ma è pur sempre un ottomila con tutte le sue incognite: l’altezza, il tempo e le lunghe distanze.

L’occasione di trovarmi qui mi è stata data da un film-team molto conosciuto nell’ambiente; il loro compito era quello di filmare l’avventura di una spedizione femminile, il mio quello di aiutarli nei trasporti dell’equipaggiamento tecnico per le riprese. Nonostante questo impegno dopo solo tre settimane dalla nostra partenza e dopo aver posto tre campi alti abbiamo raggiunto gli 8013 metri della vetta portando anche a termine il nostro lavoro.

Il rivedere ancora una volta da lassù il verde del Nepal e il marrone del Tibet fu una vera gioia per me, ancor più che la volta prima come se il mio sogno e contemporaneamente il mio io si alimentassero di questi orizzonti così grandi.

Salvatore Panzeri fa gli ultimi passi per raggiungere la vetta del K2, 1996

Karakorum – Pakistan 1996 – K2 8611 m oltre la mia cima
Un alternarsi di corse e di soste per osservare mi accompagna nel tempo fino a trovarmi sulla Karakorum Highway nel caldo afoso dell’estate pakistana.

E’ il giugno del ’96, ventiquattro ore di viaggio da Islamabad a Skardu nel Nord-est del Pakistan.

Questa volta l’occasione viene dal volere, da parte dei ricercatori del CNR, di effettuare delle misure geodetiche nella zona del K2 e in principal modo dalla vetta.

Da Skardu quindi si riparte e con una giornata di jeep si entra nella valle del fiume Braldo affrontando i numerosi problemi causati dalle forti precipitazioni monsoniche, problemi che si riassumono tutti con una grossa frana che si è letteralmente portata via diversi metri di strada. Non ci resta altro che abbandonare le jeep ed arruolare duecento portatori a noi necessari per trasportare il materiale alpinistico e scientifico al campo base.

Alle verdi vallate del Nepal si sostituisce una valle arida e deserta macchiata qua e la da alcune oasi, fonte di vita per questa popolazioni abituate a vivere sotto le severe leggi dettate dalla religione mussulmana.

Prima di salire sul nero ghiacciaio del Baltoro ci fermiamo due giorni nella magnifica oasi di Paju dove i portatori riposano e preparano scorte di legna e cibo per il lungo viaggio sul ghiacciaio. E’ proprio un posto incantevole quest’oasi dove anche l’osservare i portatori indaffarati a fare il pane ti arricchisce, dove si riesce ad assorbire l’energia dalla natura.

E’ un tragitto faticoso e noioso quello sul ghiacciaio ma la vista di alcune delle più belle montagne del mondo ti fa dimenticare la stanchezza: il Masherbrum, le Cattedrali del Baltoro, il Gasherbrum 4, il Chogolisa e il K2 naturalmente ai cui piedi posiamo il nostro campo base a 5000 metri d’altezza.

In questa spedizione siamo attrezzati con materiali di avanzata tecnologia che ci offrono tante comodità senza intaccare lo splendido paesaggio che ci circonda. Nel giro di pochi giorni, infatti, fanno la comparsa, al campo base, dei pannelli solari, delle batterie, delle lampade, delle prese elettriche ed un efficiente telefono satellitare. Nasce così uno studio-ufficio ben organizzato ai piedi di una delle montagne più belle del mondo.

Il tempo stabile dei primi giorni ci permise di salire molto in alto; campo base avanzato, campo 1 a 6100 metri, campo 2 a 6700 metri lungo uno dei più belli speroni del mondo, lo sperone Abruzzi, 3600 metri di salita verso il cielo.

Un lungo periodo di tempo perturbato con venti oltre i 100 km/h fermò il nostro galoppare riportandoci alla dura realtà delle montagne Himalayane. Vennero distrutti il campo 2 e alcune corde fisse da noi posizionate per scendere nella bufera.

Più volte partivo di notte illuso da un miglioramento del tempo per poi tornare la mattina stessa dopo 6 ore nella bufera. Sembrava che il K2 ci volesse mettere alla prova; imparammo così a non più correre ma ad osservare.

Finalmente il vento cambiò direzione e ci trovammo già alti sullo sperone quando i colori di un alba stupenda annunciarono l’arrivo del bel tempo.
Salivamo carichi di energia portandoci tutto l’occorrente per la vetta.

Arrivare sulla spalla del K2 a 7700 metri è come entrare in un altro mondo, in un’altra dimensione, vorresti rilassarti ma è vitatissimo, ci sono ancora mille metri, di quelli impegnativi, per raggiungere la vetta.

Lasciamo il campo sulla spalla a mezzanotte, il freddo sembra volerci bloccare ma la nostra voglia di aprire gli occhi sulla vetta e guardarsi intorno è troppo forte.

Il sole ci coglie nel “collo di bottiglia”, il punto chiave del K2, quel canale che si impenna sempre più fin sotto il seracco dove ci vai a sbattere per poi deviarti orizzontalmente a sinistra su un traverso difficilissimo per le pessime condizioni di neve in cui l’abbiamo trovato. Da qui ci si ricongiunge al filo dello sperone su ripidi pendii dove il cuore batte all’impazzata, dove i muscoli continuano a richiedere ossigeno ma tu, pur ansimando non riesci a darglielo e allora fai pochi passi e ti fermi per poi ripartire; eppure nei miei ricordi mi vedo andare velocissimo ma era la mia testa che mi dava questa illusione.

Alle 16.30 del 29 luglio raggiungo la vetta; le foto, i comunicati radio, le operazioni di posizionamento del treppiede mi terranno sulla vetta per più di un ora facendo veleggiare i miei pensieri ed i miei sogni in ogni dove.

Solo le difficoltà della discesa ed il raggiungimento dei miei limiti psicofisici mi hanno portato alla dura realtà; Lorenzo no arriverà al campo tre, il K2 lo ha inghiottito ed ora lo custodisce tra le sue nevi eterne.

Sul K2 ho visto molto oltre la mia cima forse grazie anche al caro amico che sembrava facesse già parte di quella montagna. Salire queste montagne è bello perché scoprire una nuova parte di orizzonte è come scoprire una nuova parte di noi stessi.

Himalaya – Nepal 1997 – Lhotse 8501 m, ritorno all’Himalaya
Ritorno tra queste valli per ritrovare la forte energia che mi trasmettono.

E’ come un test dopo la durissima prova a cui mi ha sottoposto il K2, quel colosso abitato da fantasmi buoni e cattivi, che tanto ha influenzato la mia vita.

Risalgo la valle del Kumbu, la valle dell’Everest senza problemi in testa, tranquillizzato dalla bellezza di questi luoghi, dalla semplicità dei suoi abitanti.

Salgo veloce verso la tappa successiva come animato solo dalla voglia di vedere cosa c’è lassù, corro per poi avere più tempo per osservare, per ritrovare…

Arrivo alla piramide ben inserito nell’ambiente e pronto per una nuova avventura, una realtà chiamata Lhotse.

Lasciata la piramide incomincia la solita routine del montaggio del campo base, una routine che non è noiosa, anzi è fatta di cose così famigliari nelle quali è ancora bello scoprire qualcosa di nuovo.

E’ bello sapere che finito di montare le tende si può incominciare a salire sull’icefall, questa enorme cascata di seracchi di ghiaccio sempre in movimento.

E’ proprio sull’icefall che muovo i miei primi passi alla ricerca di quella sicurezza, di quell’energia che pensavo aver smarrito. Ci metto poco a ritrovarle in mezzo a questo labirinto di ghiaccio quasi irreale; così che posso concentrarmi sul respiro, sull’acclimatamento e sugli ampi spazi che si aprono ai miei occhi.

Come al solito un susseguirsi di campi alti, levatacce, freddo, bufere, ridiscese fino alla tanto sospirata vetta a 8501 metri.

E’ come se fossi arrivato sulla cima per trovare e salutare il mio caro amico che fa ormai parte di queste montagne. Un ciao che come questa avventura non finirà mai nei miei pensieri, nella mia vita; una storia che sicuramente lascerà un segno anche stavolta, per fortuna un segno bellissimo.

2006 – Scorre il tempo
Scorre il tempo in un silenzio paradisiaco, soffice, candido come la neve.
Un sibilo lontano arriva alle mie orecchie e aumenta gradatamente di intensità senza rompere però il silenzio che mi coccola e sembra trasportarmi in un’altra dimensione.

Vociare e rumori un po’ più forti sembrano voler coprire quel dolce sibilo; ci riescono ed entrano pian piano nella mia testa, avvolgendomi, strappandomi con forza da quella pace superiore.

Incomincio ad assorbire suoni terreni già sentiti e conosciuti mentre una voce familiare mi fa vedere, mi dà la possibilità di guardare con gli occhi e non più con la mente, mi dà la possibilità di svegliarmi da quello strano magico sonno in cui era sprofondato.

Sono disteso a testa in giù appeso a una corda, alla mia corda, senza capire come mai sono in quella posizione; una posizione molto scomoda da sveglio, per cui quasi mi arrabbio con i rumori e le voci che mi hanno destato.

Scorre il tempo tra le voci concitate delle persone accorse, allarmate da quella strana situazione, mentre io non riesco a ritornare in una posizione decente, umana; ci metto tutta la mia buona volontà, tutta la mia forza ma mi trovo sempre sdraiato e appeso.

Pensieri scorrono veloci per cercare di capire, di risolvere, senza però cadere nel panico, nella paura.

Riesco cosi rimettermi in posizione verticale aiutato anche dall’amico anch’egli sofferente e a reagire per allontanarmi dal vuoto, dal silenzio, dal ignoto.

Quello che avviene nei momenti immediatamente successivi è fatto di rumori forti, di voci di comando, di aria mossa dall’elicottero, di scorrere del cavo del verricello, di coperte e mani che cercano di scaldarmi e di parole care e forti, dette da un amico soccorritore, che tanto mi ha aiutato.

Ora non si tratta più di salire montagne per vedere cosa c’è oltre o per scoprire se stessi e gli altri o per puro piacere, ora si tratta di riconquistare se stessi ed il proprio corpo.

Sembrano due cose talmente diverse e invece, anche se con diversi fini, si assomigliano molto per non dire che sono la stessa cosa.

E’ una lotta dura tra le corsie di un ospedale come tra i seracchi dell’icefall; è di una difficoltà estrema imparare di nuovo a camminare come superare un duro tratto di misto; è molto impegnativo concentrarsi per riacquistare l’uso del braccio e della gamba come lo è salire gli ottomila senza ossigeno.

Ho imparato tante cose dalla mia vita in montagna ma non pensavo di averne apprese così tante come quelle che mi sono servite per risollevarmi dopo questo incidente di percorso; cose così forti e intense che mi hanno dato giornalmente la forza di guardare avanti per vedere degli ostacoli ancora più grandi e superarli senza paura solo con la volontà di arrivare, di riconquistare, di esserci, di esistere.

Scorre il tempo e il ricordo di quel candido silenzio è lontano ma non l’ho messo nel dimenticatoio perché anch’esso ha avuto, ha e avrà un significato come tutte quelle piccole e grandi cose che, apprese sui monti, mi hanno accompagnato per tutta la vita e spero continueranno a farlo sopra il silenzio.

Dopo il rombo del tuono la neve copre uniformemente tutto il campo base.
Come funghi le tende spuntano su questa distesa bianca; la neve è secca, compatta, bella a vedersi e a toccarsi.

Nel cielo grosse nuvole nere sovrastano le montagne mentre veloci nebbie giocano con creste e costoni nascondendoli alla nostra vista.
Talvolta arrivano a giocare con le nostre tende creando nel campo un atmosfera magica.

“Il campo base dopo una salita del genere è il posto più bello del mondo!”.

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Scrivo salendo – salgo scrivendo ultima modifica: 2021-01-04T05:02:07+01:00 da GognaBlog

7 pensieri su “Scrivo salendo – salgo scrivendo”

  1. 7
    Licia says:

    Wow Tore, è una meraviglia! Parole come un torrente impetuoso e ghiacciato ma limpido. Scopro il mio amico di vecchia data con le sue grandi emozioni. Scrivi Tore, scrivi, ancora.  

  2. 6
    Roberto Bardelli says:

    da neoottantenne ho gustato tutta d’un fiato questa splendida lettura. Infiniti complimenti!
    Roberto

  3. 5
    Giovanni says:

    Carissimo Amico mio, sono rimasto incantato dal tuo scritto e veramente impressionato. Sapevo che la tua vita è stata, ma lo è tutt’ora una bellissima avventura, ma non fino a questo punto. Ho salvato il tutto e mi sono ripromesso di rileggere il tutto con più calma, perché sicuramente mi sono perso qualcosa. Un abbraccio sincero. Gio.

  4. 4
    tore says:

    grande wally
    grazie a gogna x avere publicato questa pazzia di scritti che veramente sono stati scritti in quegli anni e raccolti in questi tempi
    ora devo …devo…perchè voglio…farmi uscire altro dalla matita
     

  5. 3
    Wally says:

    Caro Tore, ti conosco da 40 anni ed è grazie ai tuoi racconti che mi accorgo di quanto forte possa essere stato per te il richiamo della montagna. 3 anni di scuole superiori insieme, io con la mia passione per la musica ed il sogno di diventare deejay, tu con la testa ed il cuore sulle vette più alte della Terra. Poi tutti gli altri nostri compagni, ognuno di essi con il proprio sogno nel cassetto. Così lontani tra di noi ma al tempo stesso vicini… e voglia di studiare poca. Grazie per aver condiviso il racconto di una vita e per essere rimasto il sognatore che tutti noi vorremmo essere.Verrà ancora il tempo, sconfitto il Covid, di una birra con tutti i compagni di classe della 5E2.

  6. 2
    Dario says:

    Un racconto intenso, vero e privo dei soliti fatti pratici che tutti conosciamo, credo sia per questo mi ha fatto piacere leggerlo, complimenti a Panzeri. 

  7. 1
    Paolo Gallese says:

    Nel mio piccolo ho ripercorso tante cose grazie a questo scritto…

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