Se l’alta quota è intrattenimento…

Non solo krapfen. Dalle nuove vie ferrate alle terrazze panoramiche, si moltiplicano le opere che trasformano l’ambiente naturale in un’infrastruttura ricreativa. E la fauna selvatica ha sempre meno spazio a disposizione. Per Luigi Casanova, presidente di Mountain Wilderness Italia, l’urbanizzazione della montagna è iniziata con il boom delle seconde case, nel dopoguerra. Ma ora siamo andati oltre: «È il momento di fare scelte coraggiose, rifondare l’economia del turismo su etica e dignità».

Se l’alta quota è intrattenimento…
(che fine fa la natura selvaggia?)
di Elisa Cozzarini
(pubblicato su vita.it il 15 settembre 2026)

C’è l’immagine della montagna come mondo bucolico, incontaminato, dove domina il silenzio e si è a contatto con la natura. C’è la galassia di chi nelle terre alte ci vive e cerca di costruire o ricostruire comunità, nuovi modi di abitare. E c’è la realtà dei tanti piccoli grandi assalti alle montagne, viste come “parco giochi” per chi arriva dalla città.

Il cantiere per la costruzione di Helmissimo, il nuovo impianto di risalita “gondola premium” sul Monte Elmo, nella zona delle Tre Cime di Lavaredo. Foto: Mountain Wilderness.

«Più lento, più profondo, più dolce», era lo slogan di Alex Langer. Lentius, profundius, suavius, al posto del motto olimpico Citius, altius, fortius: più veloce, più alto, più forte. Di fronte all’overtourism, a tante opere e nuovi progetti per rendere la montagna adrenalinica e attrattiva in ogni stagione, Luigi Casanova, presidente di Mountain Wilderness Italia, rilancia la visione di Langer e una proposta fatta con lui, nel lontano 1991: il Parco europeo delle Alpi centrali – Peace, a partire dallo Stelvio. «Sconvolto dalla tragedia della guerra in Jugoslavia e dalla timidezza della politica dell’Unione europea nell’intervenire, Langer pensò che la natura potesse divenire un tassello di unione fra i popoli, di fratellanza», ricorda Casanova. L’idea era – ed è ancora, per Mountain Wilderness – fare delle Alpi un grande monumento naturale, fondare l’Europa sul rispetto dell’ambiente.

Habitat frammentati
Oggi, viste con gli occhi di un camoscio, un ermellino, o di un gallo cedrone, le terre alte a disposizione si restringono, mentre gli umani sono sempre più presenti. Dai social arrivano immagini improbabili: persone in fila per un krapfen, escursionisti a petto nudo o in infradito, macchinine telecomandate sui sentieri delle Dolomiti. Ma ci sono anche i tanti amanti degli sport all’aria aperta: ciclisti, frequentatori di ferrate e delle pareti d’arrampicata. Anche loro tolgono spazi alla natura selvaggia, il più delle volte senza pensarci. «La frammentazione degli habitat nelle Alpi si deve a infrastrutture grandi e piccole: strade principali e secondarie, locali sempre più diffusi e rumorosi, ponti tibetani, terrazze panoramiche, zip-line, nuove vie ferrate, percorsi ciclabili sempre più semplici, impianti di risalita e aree sciabili in continuo ampliamento…», continua Casanova. «Stiamo imponendo alla fauna selvatica di spostarsi in zone sempre meno appetibili alla loro sopravvivenza, in spazi sempre più ristretti e disturbati. A livello mondiale, lo scrittore e divulgatore scientifico David Quammen denuncia da anni i rischi della frammentazione degli spazi naturali. Cosa ci dice? Che dobbiamo avere presenti almeno quattro caratteristiche ecologiche fondamentali: estensione, connessione, diversità, e processi in corso». Quammen è noto per aver pubblicato, nel 2012, il saggio Spillover, considerato profetico vista la pandemia da Coronavirus che abbiamo vissuto.

Luigi Casanova, presidente di Mountain Wilderness Italia, oltre che appassionato ciclista

Trasformare la montagna
A luglio, nel Parco dello Stelvio, vicino a quel che resta del ghiacciaio dei Forni, è stata inaugurata una nuova via ferrata, dedicata a Jacopo Compagnoni, guida alpina scomparsa tragicamente nel 2021, fratello della campionessa di sci Deborah. Un percorso attrezzato alla portata di tutti, facilmente raggiungibile dal parcheggio. «Ancora una volta assistiamo a un copione ormai consolidato: un’opera permanente che altera un ambiente naturale viene giustificata con due argomenti difficili da contestare sul piano emotivo. Da una parte il ricordo di una persona prematuramente scomparsa, dall’altra la promessa di “avvicinare” nuovi frequentatori alla montagna. Sono entrambe motivazioni deboli», è il commento di Mountain Wilderness. Alla prima argomentazione, gli ambientalisti rispondono: «La memoria di una persona non si onora perforando la parete di un Parco nazionale per installare decine di metri di cavo d’acciaio, staffe e ancoraggi. La memoria vive nelle opere, nell’esempio, nella cultura, nella trasmissione dei valori. Esistono molti altri modi per ricordare una persona, facendo crescere la cultura della montagna, senza impoverirla». Al secondo argomento, affermano che ci sono già migliaia di chilometri di sentieri, rifugi, percorsi escursionistici. «Pensare che la montagna diventi accessibile solo dopo aver installato cavi metallici, significa confondere l’accessibilità con la trasformazione dell’ambiente. Una via ferrata non elimina soltanto una difficoltà tecnica: modifica la natura della parete. La roccia viene perforata, attrezzata, addomesticata. Ciò che era un ambiente naturale diventa un’infrastruttura ricreativa. Si insinua l’idea che il valore della montagna dipenda dalla quantità di dispositivi che ne facilitano il consumo, anche in un Parco nazionale».

Terre alte urbanizzate
Non è solo questione di una nuova via ferrata. Alle alte quote si moltiplicano le opere che trasformano le montagne e le rendono più simili agli spazi ricreativi delle città, più facili da frequentare in sicurezza, ma anche con meno consapevolezza, per chi ha meno esperienza. Si chiede Mountain Wilderness: se anche i Parchi accettano la logica che considera l’ambiente solo in funzione dell’attrattiva turistica, quale luogo sarà tutelato? La risposta riguarda il futuro delle nostre montagne. Ma la radice, per il presidente Casanova, va ricercata nel passato. «Nel dopoguerra anche nei luoghi delle Dolomiti oggi prese d’assalto dal turismo di massa abbiamo vissuto l’uscita dalla fame. Dove c’era un’economia di sussistenza, è arrivato lo sviluppo, specialmente con il boom delle seconde case legato allo sviluppo dello sci, con l’esigenza di servizi, di viabilità». È in quel momento che inizia l’urbanizzazione delle montagne, con un tipo di turismo, però, che per Casanova incide negativamente sull’alberghiero, toglie opportunità di lavoro ai residenti, riduce le occasioni di dialogo diretto con l’ospite. In parallelo si costruiscono e via via si potenziano gli impianti di risalita. «Fino a una certa misura, migliorare l’accessibilità alla montagna è positivo. Ma negli anni le funivie sono cresciute in modo eccessivo. E si vuole andare oltre, con la scusa di rendere la montagna “inclusiva” e dare a tutti il “diritto” di salire». D’inverno e d’estate.

Funivie per tutti
I casi sono molti, il più delle volte sostenuti da fondi pubblici. Sul Monte San Primo, in provincia di Como, è previsto un investimento di 5 milioni di euro per il progetto “OltreLario: Triangolo Lariano meta dell’outdoor”. Prevede la realizzazione di un impianto di innevamento artificiale al di sotto dei 1.500 metri di quota, piste da sci, impianti di risalita con quattro tapis roulant e nuovi parcheggi. Per dire no e proporre una visione diversa della montagna, trentasette associazioni si sono unite nel coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”. In Valle d’Aosta c’è una forte mobilitazione contro il collegamento funiviario del Vallone delle Cime bianche, che dovrebbe unire il comprensorio sciistico del Monte Rosa con Cervinia, passando per un’estesa area selvaggia e non antropizzata, compresa nella rete europea delle aree protette Natura 2000. Sulle Dolomiti, ammette Casanova, il mondo ambientalista è molto indebolito, anche in seguito alle Olimpiadi Milano – Cortina, e fatica a ottenere risultati. La promozione social delle Tre Cime, 3 Zinnen Dolomites, passa addirittura dalla pubblicazione delle immagini del cantiere per la costruzione di Helmissimo, sul Monte Elmo, un impianto di risalita con più comfort, definito «una nuova gondola premium da dieci posti».

Spettacolarizzare la montagna
Con la pandemia e le ondate di calore estive, si assiste a una frequentazione crescente delle montagne d’estate. E l’antropizzazione degli spazi liberi accelera. «Per rispondere alle esigenze di chi sale in quota tutto l’anno, si moltiplicano i parchi giochi, le piste ciclabili, rese facili e alla portata di molti, si ampliano sentieri e rifugi, che diventano alberghi. Si fanno terrazze panoramiche, come se in cima ci fosse bisogno di balconi», continua Casanova. A Ponte di Legno, poco lontano da Passo Paradiso, sopra il Passo del Tonale, a 2585 metri di altitudine, è in costruzione lo SkyWalk, una piattaforma a sbalzo con pavimento e parapetti in vetro, per una vista a 360 gradi sull’alta Val Camonica e l’alta Val di Sole. L’inaugurazione è prevista per la prossima estate. Un altro esempio di spettacolarizzazione.

Una via d’uscita
«È probabile che si stia sottovalutando quanto sta accadendo in montagna, contro il paesaggio, la sua fragilità, l’ambiente naturale», conclude il presidente di Mountain Wilderness. «L’ambientalismo unito deve riuscire a offrire un’altra lettura: siamo in tempo per salvare gli spazi dove la naturalità è ancora protagonista, dove i paesaggi non sono stati cementificati, dove si può respirare e venire accompagnati dal silenzio. Ma serve una presa di coscienza della politica, serve coraggio». Casanova riprende l’idea delle Alpi come grande parco, a tutela della natura, ma anche delle persone che abitano questi luoghi. «C’è spazio per la ricerca, per opportunità di lavoro in una nuova pianificazione, da costruire. Tutto è cambiato, servono conoscenze e competenze per la gestione del territorio nel contesto del cambiamento climatico. Parlo di lavoro, intellettuale e pratico, a vantaggio di  chi in montagna ci vive, non a uso esclusivo dei turisti. Quanti altri investimenti si potrebbero fare, con i milioni di euro pubblici che oggi sono destinati agli impianti di risalita?». Per Casanova, è necessario partire da misure che impediscano il proliferare dei fenomeni negativi legati all’overtourism, ridando dignità ed etica all’economia del turismo in alta quota, ma anche valorizzando altre economie come l’agricoltura di montagna, la cura del territorio, compresa la manutenzione della sentieristica e delle alte vie, le filiere culturali. «Bisogna assumere scelte impegnative. La sfida sta nel riuscire a spiegare perché servono limiti. Ci vuole un turismo controllato».

Prove di dialogo in parete
In Trentino, la parete rocciosa “Catullo”, in Val di Oltrezengol, ospita siti di nidificazione di specie protette, in particolare il rondone maggiore, la rondine montana, il falco lodolaio e il nibbio bruno. Proprio qui, però, Lipu e Wwf Trentino, con l’associazione locale Sos Altissimo, denunciano una crescente pressione dovuta all’arrampicata sportiva: apertura e chiodatura di nuove vie, rimozione dell’edera, corde fisse abbandonate, campeggi abusivi, installazione di una highline sopra la parete. Gli ambientalisti chiedono da anni alle autorità, senza esito, la chiusura temporanea della parete all’arrampicata nel periodo riproduttivo, da marzo a settembre. Non hanno ricevuto alcuna risposta né dal Comune di Nago-Torbole, né dalla Provincia autonoma di Trento, né dal Corpo forestale trentino. A febbraio 2026, hanno fatto un esposto alla Procura di Rovereto, perché il disturbo dei nidi è un reato. «Continua da parte di alcuni climber l’attività di arrampicata sportiva, malgrado siano a conoscenza del disturbo che possono arrecare alla nidificazione», scrivono, «a volte rivolgendosi con arroganza e minacce verso i nostri soci presenti sul posto, convinti di poter fare quanto vogliono a fronte di un’impunità pressoché certa, vista la mancanza di misure adeguate di tutela e di vigilanza». Le associazioni sottolineano che nelle zone limitrofe sono presenti numerose altre pareti e almeno la Catullo andrebbe tutelata. 

La parete Catullo in Val di Oltrezengol, Trentino

Da gennaio a luglio 2026, in trentadue giornate di monitoraggio e presidio, per circa 180 ore complessive, volontari, birdwatcher, esperti professionisti e due guardie zoofile hanno documentato con foto georeferenziate la presenza dell’avifauna protetta. Il nibbio bruno ha frequentato un nido per giorni, ma poi l’ha abbandonato per il disturbo in parete. In tutto sono state censite 36 specie, di cui dieci rapaci diurni e notturni. «La richiesta di tutela non è mai stata presa in considerazione dalle autorità, che hanno liquidato l’area come zona di scarso interesse faunistico, addirittura contestando dati evidenti delle nidificazioni sulla parete», precisano le associazioni in un comunicato stampa. I volontari, sostenuti dal mondo della ricerca scientifica, però, continuano a fare informazione e qualche risultato lo hanno ottenuto, anche tra i climber. Dall’arrampicata a tutte le altre forme di frequentazione della montagna, serve ripensare il nostro rapporto con la natura, troppo spesso orientato alla conquista e consumo.

Se l’alta quota è intrattenimento… ultima modifica: 2026-10-10T05:26:00+02:00 da GognaBlog

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7 pensieri su “Se l’alta quota è intrattenimento…”

  1. Nel frattempo pero’ facciamo ragionamenti da boomer in cui la “fatica” dell’avvicinamento e’ ancora un valore.
    –
    Io sono cosi’ , ma secondo me occorre prendere atto del fatto che esiste una crescente quota di persone per le quali la montagna non griffata e instagrammabile ( appennino sperduto ? ) , AND senza “intrattenimento” non vale niente , e c’e’ un mondo di operatori economici anche locals che cercano di catturarli con tutte queste proposte che ci schifano.

  2. @ 5
    Io NON ho un SUV.
    Io EVITO gli impianti di risalita.
    Io NON rubo in chiesa. 
     
    N.B. Prima di aprire bocca, controlla i nervi.
    P.S. E ora vai pure a troieggiare.

  3. In montagna con il Suv fino all’ultimo parcheggio, vero? E se c’è da pagare 5 euro per gli ultimi tre km si pagano pur di rubarli in chiesa, vero?               O andate ancora con la diligenza?
    Il circo Barnum/troiaio siete voi!

  4. Il ritorno ad una montagna ‘scomoda’ presuppone lo smantellamento di tutte le infrastrutture artificiali (cominciando dalle ‘autostrade’  di avvicinamento) per allontanare tutto il popolo – crescente di anno in anno – amante delle comodità, delle giostre e della movida in quota. Rivoluzione impossibile, come tutte le rivoluzioni auspicate,  ma mai decisamente avviate con tutte le conseguenze sociali, economiche e pesanti tributi personali. Una sola speranza, a mio modesto parere: il ritorno ad un clima almeno simile a quello degli anni ’40-’50-’60. Lunghi inverni freddissimi  e condizioni ambientali difficili in primavera ed estate, da rendere sconsigliabili escursioni e vacanze anche ai più equipaggiati ed attrezzati. Rimarrebbe il problema di riportare a valle nelle opportune discariche tutto l’ambaradan di ferraglia e cemento caduti in disuso ed abbandonati , in aggiunta a quello già esistente (sic!).
     

  5. “La definizione di “intrattenimento” è la versione più elegante del Circo Barnum che solitamente uso io.”
     
    Io invece, dal lessico “francese”, la chiamo “troiaio”.

  6. Come si può fare? Da anni ripeto che occorre che facciamo tornare la montagna scomoda e spartana,. I cannibali 8che sono i classici clienti del Circo Barnum) amano le comodità e fuggono dalle scomodità. il punto è che una montagna scomoda genere pochi profitti per i valligiani (e gli operatori turistici in generale) che così risultano il principale ostacolo alla ripulitura della montagna dalla nefandezza circense. c’è un corollario: i valligiani /operatori sono elettori per cui la politica (fi ogni colore) sta dalla loro parte o quanto meno NON li scontenta: NON è  im possibile sconfiggere l’accoppiata “valligiani+politici”, certo non sarà facile: metaforicamente noi appassionati di una montagna pulita e scomoda giochiamo “fuori casa” e i residenti hanno buon gioco a sbandierare il loto diritto a guadagnarsi la pagnotta. Ci vorrebbe una classe politica “consapevole” (che NON c’è né a destra né a sinistra) e/o la nostra forza che prevale sulla volontà di chi guadagna dal modello “intrattenimento”.

  7. La definizione di “intrattenimento” è la versione più elegante del Circo Barnum che solitamente uso io. Ma nella sostanza non cambia. Come mai c’è il proliferare dell’intrattenimento (alias circo Barnum) in montagna? perché genera profitti per gli operatori. il rifugio trasformato in hotel di lusso con sauna, apericena e musica dal vivo, cocktail di gamberetti (intendendo con ciò una voce di un menu del tutto slegato dal contesto montanaro) ecc ecc ecc genera fatturato e quindi profitti nettamente superiore rispetto al rifugio vintage con minestrone o polenta, sveglia antelucana e silenzio assoluto all ore 22. Idem con patate per tutto il contorno, iniziando dall’infinità di iniziative  coordinate da un “istruttore” (?) e per questo a pagamento (spesso salato): uscite di MTB, in falesia, escursioni a piedi su o fuori sentiero, oppure con le ciaspole, con le motoslitte, cene in baita, ambiente da disco, cuccare, insomma (per usare un’altra mia definizione) “modello Club Med”. CONT

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