Seguendo la scia

Seguendo la scia
di Salvatore Panzeri

è da anni che non mi sento così…
è da tempo che non pregusto quell’agitazione che non ti fa dormire sonni tranquilli…
è da troppo tempo che non parto…

Ballabio, 15 novembre 2008
ore 7.30

Guardo fuori dalla finestra di casa mentre la notte sta cedendo il passo al giorno, il cielo è blu scuro e non è attraversato da alcuna sfumatura di altro colore, buon segno, si preannuncia una bella giornata novembrina.

Dall’agitazione notturna sono passato a una calma apparentemente stabile che mi porta a vestirmi, prepararmi e concentrarmi in un modo molto soffice e vellutato.

So che tra poco più di mezz’ora dovrò salutare i miei cari e staccarmi da loro, so che è la prima volta che lascio i miei figli e mia moglie soli per così tanto tempo e sono consapevole di essere un po’ egoista nel farlo ma a questo punto è toppo tardi per i ripensamenti, il manto bianco dell’avventura mi ha già avvolto nel suo dolce abbraccio.

Esco tranquillamente di casa e mi dirigo verso la mia bicicletta, mi avvicino con rispetto come ci si avvicina a un animale, a un cavallo; un ultimo rapido controllo visivo e le ruote stanno già girando prendendo velocità lungo la discesa che da casa conduce in paese dove ho appuntamento con i miei compagni di viaggio.

Mi volto ancora una volta mentre la basculante del garage si chiude alle mie spalle.
Alzo il braccio e saluto… dirigo lo sguardo verso i balconi di legno… dietro i vetri delle finestre appaiono i miei bambini e mia moglie che sbracciando urlano frasi di saluto.

Il cuore ha un piccolo sussulto e un soffio di emozione si infila dentro di me… dopo poche decine di metri la discesa cambia pendenza e una curva nasconde alla vista la mia casa.

Il cuore ritorna a battere normalmente e l’emozione mi lascia presto… un nuovo sipario si sta aprendo davanti a me. Una scena dove non c’è spazio per baci e abbracci o saluti di addio… uno spettacolo che per riuscire bene devo incominciare subito bene.

Gli amici sono tutti puntuali nel luogo di ritrovo prestabilito, non ci parliamo molto al di fuori delle quattro parole che ci scambiamo per fare il punto della situazione.

Siamo insieme, vicini, quasi a contatto ma ognuno di noi sta vivendo nel suo mondo ovattato fatto di preoccupazioni o di serenità, di paura o di temerarietà, di serietà o di scherno.

Altri amici, conoscenti e simpatizzanti sono accorsi nella piazzetta del paese per salutarci o semplicemente per curiosare; probabilmente l’avranno sentito al bar o in qualche negozio se non dal barbiere; il paese è abbastanza piccolo per cui la notizia della nostra partenza si è diffusa tranquillamente.

E’ strano essere e sentirsi al centro dell’attenzione, non sono avvezzo a tutto ciò e penso che mai mi abituerò; per ciò non vedo l’ora di partire, di lasciare questa piazzetta, che sembra diventare sempre più piccola, per correre via e rincorrere l’avventura.

Ho il brutto vizio di voler fare quello che ho in testa a tutti i costi e soprattutto di volerlo fare subito o comunque in tempi brevi senza stare troppo a rigirare la frittata, come si suol dire.

Questo mio modo di fare mi ha fatto picchiare la testa tante volte ma mi ha portato, allo stesso tempo, a raggiungere ottimi risultati e grandissime soddisfazioni.

Anche i miei compagni scalpitano per cui acceleriamo i saluti e saltiamo letteralmente sulle biciclette per incominciare questo lungo viaggio attraverso una moltitudine di paesi e soprattutto attraverso noi stessi.

I primi chilometri che percorriamo sono quelli che scorrono nella nostra valle, una sorta di riscaldamento prima di affrontare strade e percorsi a noi sconosciuti; una prima parte che è molto utile per cercare di capire se tutto funziona e per immedesimarsi nella parte che ci siamo scelti per questo spettacolo.

Non dovendo concentrarmi sul percorso ho tempo per pensare e forse per sognare e rivivere situazioni passate.

Mi ritrovo così all’attacco di una via in Himalaya a dover affrontare un ripido canale innevato che mi porta alla base di un fantastico sperone di granito rosso. Gli scarponi affondano totalmente nella neve profonda e solo l’orma lasciata da chi sta davanti a battere la pista rende un po’ meno faticosa la salita dando modo di concentrarsi solo sul ritmo e sulla respirazione.

Come nel mio sogno anche sulla strada a turno ci portiamo davanti con la bicicletta per dettare il ritmo e la velocità e per creare quella magica scia d’aria che, anche se invisibile, offre un notevole aiuto ai ciclisti che seguono.

E’ un avventura forse un po’ azzardata questa che stiamo per affrontare; è un impegno che abbiamo preso più con noi stessi che con gli altri; è un viaggio che stiamo preparando da circa un anno con un carico di lavoro non indifferente.

Attraversare tutta l’Europa nella stagione più ostica per raggiungere lo stato più settentrionale del vecchio continente, la Finlandia. Poco meno di 4.000 chilometri da Lecco a Rovaniemi in Lapponia e soprattutto rigorosamente in bicicletta affrontando le condizioni avverse e le temperature rigide dell’inverno artico.

Passeremo attraverso la Svizzera, l’Austria, la Germania, la Svezia per raggiungere la Finlandia durante la stagione meno adatta agli amanti delle due ruote, la fredda, gelida, piovosa e nevosa stagione invernale.

Non una corsa, non una gara, ma un viaggio, un viaggio molto lungo che ci porterà nella leggendaria città di Babbo Natale proprio nel periodo in cui Santa Klaus sta ultimando i preparativi per i doni e si appresta a caricare le strenne sulla sua magica slitta trainata dalle renne.

Sarà quindi un viaggiare tranquillo seguendo però delle tappe obbligate, cadenzate dall’inesorabile trascorrere del tempo, dettate dall’arrivo del giorno di Natale.

Arrancheremo sulle ripide e tortuose salite dei passi alpini, gioiremo pedalando sui dolci pendii delle alpi bavaresi e ci sembreranno già più facili i saliscendi delle colline tedesche lungo la Romantic Strasse; giusto il tempo di abituarci alla pianura della Germania settentrionale quando una breve ma intensa e decisiva traghettata ci proietterà in un altro mondo a noi completamente sconosciuto e persino difficile da immaginare soprattutto in inverno quando lo si vuole attraversare in bicicletta, la Svezia.

Duemila chilometri tra i laghi e i mitici boschi di conifere e betulle della Scandinavia attraversando paesi e città dai nomi impronunciabili per poi avvicinarsi, nell’ultimo tratto del nostro viaggio, al tremendamente freddo Circolo Polare Artico e quindi a Rovaniemi.

L’idea nasce dal fatto di riuscire a recapitare a Babbo Natale le letterine dei nostri figli e di tanti altri bambini. L’idea è quella che tutti i sogni dei bambini si realizzino grazie anche al nostro sforzo.

La magia sta nel fatto che anche il nostro sogno si realizzi e che il viaggiare ci dia l’opportunità di conoscere meglio noi stessi e gli altri per farci tornare anche per pochi istanti bambini.

La salita del famigerato passo del Maloja ci spaventa un poco e la affrontiamo zitti zitti con discrezione, ma una volta iniziati i ripidi tornanti riacquistiamo il nostro ritmo di sempre come se non avessimo davanti un mese da passare sui pedali.

Quassù l’inverno è arrivato da tempo, la neve copre già i pascoli, i laghi dell’Engadina sono velati da un sottile strato di ghiaccio.

La giornata è stupenda, un tiepido sole sembra voler resistere al Badile, al Céngalo e alle cime più alte della Bondasca dietro le quali andrà a nascondersi per lasciare posto alla morsa del gelo.

Siamo ormai nel bel mezzo delle Alpi e ciò mi esalta perché mai avrei pensato di passare attraverso le montagne, che ho percorso in lungo e in largo salendone le pareti, a cavallo di una mountain-bike; è una sensazione forte e strana che mi porta a rivivere le avventure che ho passato quassù e a ricordare gli amici e i compagni che mi hanno accompagnato su queste vette.

Fortunatamente siamo ben organizzati e preparati, il nostro camper di appoggio ci aspetta, parcheggiato poco prima di St-Moritz, con il riscaldamento acceso e tutti i confort che naturalmente può offrire.

Non mi sembra di essere in bici in questo luogo di transito, l’ambiente invernale e montano mi riportano alle attese per le salite invernali sulle pareti nord delle Alpi. L’incontro con due scialpinisti svizzeri non fa che accrescere questa mia sensazione; scambiamo due parole con loro, vogliono informazioni riguardo la nostra avventura e noi chiediamo della loro, li salutiamo, ormai il cielo è illuminato da una miriade di stelle, anche loro ci salutano aggiungendo SUPEEER.

Siamo molto contenti ed entusiasti per questa prima giornata, tanto da urlare alla videocamera che ci riprende: ”da qui in poi è tutta discesa!”.

Ed è così, in effetti, poiché questo è il punto più alto di quota che tocchiamo nel nostro viaggio e solo un altro passo, ma molto più basso, ci separa dalla fine dell’arco alpino, là dove i monti cedono il territorio alle colline e alle pianure tedesche.

Un’altra giornata di sole stupendo ci attende, il freddo si fa sentire, la temperatura scende fino a meno 7°C mentre facciamo correre le nostre bici lungo la valle del fiume Inn.

Scendiamo abbastanza velocemente di quota e ci dirigiamo a più non posso verso la valle illuminata dal sole, siamo attirati dalla sua luce, siamo chiamati dall’abbraccio dei suoi tiepidi raggi.

Il nostro abbigliamento tecnico ci protegge molto bene dagli schiaffi di aria fredda; abbiamo impiegato mesi per scegliere la soluzione ideale per quanto riguarda i nostri capi da indossare, solitamente non si va in giro con la bicicletta d’inverno, per cui abbiamo abbinato vestiti da bicicletta con capi da montagna e la miscela sembra essere stata indovinata.

E’ stata una vera gioia rispolverare la scatola con tutto quello che usavo in Himalaya, riscoprire cose di cui pensavo essermi dimenticato e riuscire a rivivere nei ricordi dei momenti magici che ho vissuto ormai dieci anni fa.

La giornata avanza, in inverno non ci sono molte ore di luce per pedalare, per cui attraversiamo la frontiera svizzera a Martina e sconfiniamo in Austria; senza perdere molto tempo spingiamo le nostre bici sempre più giù seguendo il fluttuare delle acque dell’Inn che ci sta accompagnando in questa prima parte del viaggio.

Il freddo non è più così pungente e ci permette di togliere il passamontagna dal sottocasco dandoci l’opportunità di assaporare la freschezza dell’aria sul viso.

Stiamo attraversando l’Austria nel suo punto più stretto dirigendoci a circa 30 chilometri orari di velocità verso il confine tedesco; superata la cittadina di Landeck decidiamo di fermarci per la notte, abbiamo alle spalle oramai circa 150 km e si sta avvicinando l’oscurità.

Ho sempre gioito e approfittato delle comodità che può offrire una tenda sopra i 5000 metri di quota per cui figuriamoci il benessere che posso ritrovare in un camper super attrezzato e parcheggiato, per giunta, al riparo della tettoia di un parcheggio di un supermercato!

Le nostre soste serali d’ora in poi saranno quasi sempre così, e dico quasi perché pensiamo di poter sostare almeno due o tre volte presso degli alberghi dove poterci dare una vigorosa lavata e concederci una cena decente.

Proseguendo in questo modo non abbiamo tappe obbligate da rispettare, in pratica dove arriviamo arriviamo, e nello stesso tempo viviamo il nostro viaggio assaporando l’avventura.

A volte la scelta del punto di sosta serale non sarà così veloce e fortunato, a volte i chilometri di pedalata dovranno aumentare notevolmente per raggiungere un luogo idoneo per la notte e, a volte, dobbiamo accontentarci di un piccolo spazio a lato della strada con il timore di essere schiacciati da camion che, sfrecciando nella notte in corsa contro il tempo e seguendo la loro tabella di marcia.

In questo viaggio avventuroso in chiave moderna ci siamo organizzati in modo che abbiamo una giornata di “riposo” ogni tre di pedalata essendo in quattro avventurieri e dovendo a turno guidare il camper.

Riposo” che non è un vero e proprio riposo perché l’autista è colui che conduce la carovana precedendo i ciclisti alla ricerca della strada giusta, facendo da scudo nei tratti di traffico più pericoloso, illuminando la strada nelle ore più buie e preparando caffè, tè e spuntini ristoratori durante la lunga giornata sui pedali.

Naturalmente in questo viaggio l’autista è colui che ha tutte le colpe e ogni sbaglio o errore non può essere attribuito che a lui.

E guai a dimenticarsi di accendere il “vebasto” (il riscaldamento della cellula del camper) prima di ogni sosta!

Anche un camper di 7,50 metri di lunghezza può risultare piccolo per quattro persone e in effetti è piccolo. Farsi strada tra magliette e calze appese ad asciugare per controllare la cottura della pasta, scolarla cercando di non appannare lo schermo del navigatore dove studiamo la prossima tappa, immergersi letteralmente nel gavone alla ricerca di una camera d’aria avvolta ad una bresaola creano uno stile di vita e di adattamento tale che solo con una grande armonia e serenità tra i componenti si può pensare di progredire e resistere per più di un mese.

A mia moglie piacerebbe avere un camper per gironzolare liberi durante le vacanze… a me NO!

Pedalare sotto la pioggia battente non è bello e tanto meno è farlo con 0°C, ma sappiamo che dovremo affrontare situazioni anche peggiori per cui senza preoccupazioni e come se niente fosse lasciamo il tepore del nostro rifugio per superare l’ultima salita impegnativa del viaggio, il FernPass, il valico che ci trasferirà quasi direttamente in Baviera.

Fussen è la prima cittadina tedesca che attraversiamo e, lasciando galleggiare in mezzo alle nubi i fantastici castelli di re Ludwig, proseguiamo diretti a nord seguendo quelle stupende vie ciclabili che hanno disegnato sulle verdi colline bavaresi.

Ogni tanto fa capolino tra le nuvole un fievole sole autunnale dandoci la sensazione degli spazi e delle profondità dei luoghi, altrimenti, il grigiore invernale di questi territori ti limita la vista, lo spazio, la fantasia e allora devi scavare a lungo dentro di te per avere la forza di andare avanti, per non mollare tutto, ciò che a volte risulterebbe essere più semplice e sbrigativo.

Pedalo seguendo la scia e gran parte delle volte preferisco creare io quella scia che trascina l’amico, il compagno attraverso questo tunnel irreale di cui vogliamo vedere la fine, lo sbocco, l’uscita…

Mi esalta, mi fa ritmare le pedalate e ricordare i tratti più duri che ho affrontato prima di ogni conquista himalayana e solo immedesimandomi in me stesso trovo la forza per proseguire… Non sto vivendo di ricordi ma mi nutro di loro per scoprire cose nuove o a me sconosciute.

La grande Germania è veramente grande e, scesi dalle colline bavaresi la pianura ci conquista e si fa conquistare permettendoci ritmi e velocità molto alte per essere a bordo di mountain-bike.

Ci teniamo volutamente alla larga dalle strade più importanti, quasi sempre vietate alle bici, percorrendo così delle stradine secondarie che sembrano voler scomparire assorbite dalle campagne coltivate.

Intorno a noi mille colori si alternano durante la giornata e ci fanno compagnia mentre attraversiamo campi e prati che sembrano non voler mai finire.

Lontano scorgiamo l’alto campanile della chiesa, dal tetto in stile gotico, del paese che dobbiamo attraversare e così all’improvviso dai prati sorge un villaggio antico di mille anni.

Rallentiamo nell’attraversarlo per scrutare tra le case e osservare la semplicità meravigliosa di queste costruzioni del medioevo; siamo colpiti dall’ordine e dalla pulizia che regnano in questi borghi di contadini e dal fatto che non c’è mai anima viva nei dintorni.

Solo il latrato dei cani rinchiusi nei loro recinti e il fumo che sale verso il cielo uscendo dai comignoli ci danno la certezza di non essere incappati in un paese fantasma.

Come all’improvviso è comparso dal nulla così, dopo qualche centinaio di metri, scompare come inghiottito dalla campagna e la stessa cosa succede per decine e decine di volte mentre pedaliamo attraversando la Turingia, questa strana regione tedesca misteriosa e silenziosa.

Le grandi distese della Germania centrale cedono qui il posto a colline abbastanza elevate dove troviamo la prima neve; l’avanzare della stagione fredda, la latitudine e il maltempo ci impegnano molto in questo tratto.

Accusiamo i primi colpi del freddo assaporando il calo repentino della temperatura che da ora ci accompagnerà fino alla nostra meta; anche le biciclette provano la morsa del gelo che blocca i freni e i cambi mettendoci a dura prova sia nelle rampe in salita che nelle ripide discese.

Più che un passaggio tranquillo in questa regione è una vera e propria fuga alla ricerca di qualcosa di meno violento, di dimensione più umana.

Poco più di 130 chilometri in queste condizioni non sono semplici da affrontare soprattutto senza incontrare anima viva nel grigiore più totale con l’impressione di vivere in un altro mondo, in un’altra dimensione.

La notte ci coglie mentre pedaliamo in mezzo a una fitta nevicata, la strada è deserta e i larici altissimi che la costeggiano rendono il paesaggio ancor più tetro; sappiamo che da qui si scende, si va verso la fine di questa misteriosa regione, verso un grosso centro abitato dove ci auguriamo di trovare un po’ di vita.

E’ tardi quando raggiungiamo il camper parcheggiato in un ampio piazzale, anche la poca gente che poteva esserci è ormai rintanata al caldo nelle proprie abitazioni, solo qualche avventore si attarda ai tavoli di un ristorante greco di cui scorgiamo le luminose vetrine.

Ci coglie un po’ di tristezza, di malinconia per le comodità, gli affetti ma il solo sapere che domani ci allontaneremo dalla Turingia lasciandoci alle spalle i fantasmi buoni e cattivi che la abitano ci rincuora e ci ridà la forza che pensavamo aver smarrito in quelle foreste impenetrabili.

Abbiamo passato quasi due anni a studiare e ristudiare mappe e cartine geografiche…
ci siamo persi diverse volte nel nostro viaggio virtuale e allora era tutto da rifare…
ore e ore con gli occhi puntati sulle cartine, sul computer, sul navigatore satellitare…
alzando lo sguardo ci rendevamo conto di essere seduti comodi al tavolo di casa…
il nostro viaggio era iniziato da tempo…
solo il dover rincasare a tarda notte ci riportava alla realtà…
discussioni e scelte da fare assieme per giungere alla partenza pronti e preparati…
ogni cosa è stata valutata e considerata, nulla è stato lasciato al caso…

Siamo già molto a Nord, la Germania sta volgendo al termine, la regione di Hannower ci accoglie con dei paesaggi incantevoli.

Centinaia di bianche torri eoliche svettano sulle basse colline facendo da sfondo a millenari villaggi di pietra grigia; il contrasto di colore è sorprendente, l’impatto tra antico e moderno è straordinario.

La produzione di energia alternativa in questo paese sembra essere prioritaria: pale eoliche, pannelli solari e centrali atomiche si alternano chilometro dopo chilometro dandoci spunto per riflessioni e chiacchierate mentre sfrecciamo, ora più rilassati, sulle infinite piste ciclabili che costeggiano le vie principali.

Tutti avranno sentito parlare della cultura ciclistica dei popoli del nord, avendola vissuta devo ammettere che è straordinario il rispetto che hanno verso i ciclisti; cosa resa ancora più fantastica dall’organizzazione delle regioni nel creare piste ciclabili che attraversano in lungo e in largo tutto il paese.

Nel nostro lungo viaggio non abbiamo fatto altro che pedalare, fino ad ora, senza perdere nemmeno pochi minuti per visitare città o paesi interessanti; ci siamo accontentati di osservarli velocemente senza approfondire le nostre visite.

Arrivati a Luneburg abbastanza presto e sistemato il camper in una bella area attrezzata completa di attacco per la corrente elettrica ci sentiamo attirati dai tetti svettanti di alcune chiese delle città.

La consueta telefonata serale a mia moglie accentua il mio interesse verso la città; ”vai a fare un giro, è una città molto bella, l’ho vista in una serie televisiva girata proprio a Luneburg!”.

Ora ci sentiamo proprio in vacanza girovagando spensierati nelle vie della città, respirando i profumi e gli aromi che escono dai negozi, osservando la gente che si muove freneticamente tra le botteghe prima di rincasare, ammirando le luci che pian piano si accendono con l’arrivo della sera e che trasformano gradualmente la città in una meraviglia ancor più grande.

Facciamo anche qualche acquisto straordinario, al di fuori delle solite due cose che comperiamo per mangiare, tanto per scambiare due chiacchiere con persone diverse, e non importa se all’inglese mixiamo il poco tedesco appreso e qualche parola di italiano.

Non mi sono mai piaciute le lingue straniere quando dovevo impararle per forza di cose a scuola; girando il mondo inseguendo la grande passione per la montagna ho imparato a conoscerle, a capirle e a parlarle e ora rimpiango i tempi della scuola quando avrei potuto approfondire le mie conoscenze linguistiche.

Questa grande passione per la montagna e l’avventura mi ha arricchito di tutte quelle nozioni che negli anni addietro non avevo considerato facendo crescere in me anche uno spirito di adattamento considerevole.

Tanti anni fa ho potuto conoscere la forza del mare…
attraversando i canali che conducono al monte Sarmiento vivi a stretto contatto con lui…
ho solcato le sue burrascose acque a bordo di una velocissima nave militare…
l’ho osservato per due lunghi mesi appollaiato su di un masso al campo base…
dopo anni sono riuscito a coglierne anche i lati buoni, quelli meno tempestosi…
ho giocato con lui cavalcandone le onde a bordo della mia tavola da wind surf…
mi ha fatto conoscere il suo profumo mescolato con gli aromi del mirto e del rosmarino…

La pianura la fa da padrona nel nord della Germania; le strade sembrano senza fine talmente sono diritte; pedalare in queste zone risulta abbastanza noioso, è tutto uguale, tutto omogeneo.

Mentre ci avviciniamo all’antica città anseatica di Lubecca sentiamo salire il nostro ritmo, ci accorgiamo che un nuovo stimolo ci spinge sui pedali, i nostri sensi sono attirati da qualcosa che ancora non possiamo vedere ma che sta là, non molto distante da noi. Le nostre narici vengono avvolte da un profumo salmastro e il nostro viso schiaffeggiato dall’aria umida del mare.

Uno stormo di gabbiani passa veloce sopra le nostre teste dandoci il benvenuto in questa nuova dimensione che segna un arrivo e nello stesso tempo la partenza per l’ultimo tour de force attraverso la Scandinavia.

Nel nostro tragitto abbiamo scelto di traghettare dalla Germania alla Svezia attraversando il mar Baltico per non perdere tanti giorni preziosi passando dalla Danimarca dove, oltretutto, avremmo potuto pedalare poco poiché è vietato l’accesso alle biciclette sui lunghissimi ponti che attraversano il mare e collegano la penisola danese alla Svezia.

Ammiriamo stupiti, orgogliosi del nostro primo traguardo, questo mare così diverso dal nostro, questo mare grigio e freddo, questo mare che nasconde i misteri di civiltà così lontane dalla nostra, questo mare che seguiremo dalla terra ferma salendo con lui verso nord e lo abbandoneremo nel golfo di Botnia.

Ci facciamo piccini attraversando il grande piazzale di imbarco delle navi; in realtà siamo piccolissimi vicini a centinaia di bisonti della strada che attendono il loro momento per salire a bordo.

Non una macchina, non un altro camper per farci sentire meno soli ma solamente camion con rimorchi o carrelli enormi.

Le biciclette le abbiamo premurosamente caricate sul camper, le controlliamo e ricontrolliamo senza perderle di vista, fanno parte di noi e ci sono indispensabili per proseguire l’avventura che da qui in poi entrerà nel vivo.

Finalmente, dopo ore di attesa, salpiamo, salutando il vecchio continente, lasciandoci alle spalle quasi duemila chilometri di tragitto in bici.

Nonostante gli zero gradi di temperatura, il vento forte e il mare burrascoso usciamo sul ponte e ci dirigiamo a prua come per voler scrutare l’orizzonte alla ricerca di quella terra oscura e a noi sconosciuta che è la Svezia.

E’ già notte e le condizioni meteo sono pessime per cui possiamo vedere ben poco; ci rifugiamo così in coperta nelle spaziose e lussuose sale della nave per sederci ai tavoli e divorare quello che offre il menù del ristorante.

La traversata dura circa sette ore, avremmo tutto il tempo per riposarci e schiacciare un pisolino ma l’agitazione non ci abbandona; siamo curiosi, vogliamo vedere, scoprire, ascoltare i suoni di questo nuovo mondo nel quale ci stiamo trasferendo.

Approdiamo in terra svedese che è notte fonda e non possiamo fare altro che spostarci di qualche chilometro con il nostro camper e trovare un luogo idoneo dove passare la notte. La mattina è ancora buio e le poche ore di sonno si fanno sentire; mezzi addormentati osserviamo attraverso i finestrini del camper gruppi di ragazzi che aspettano, al riparo di una pensilina, l’arrivo del bus che li conduce a scuola; solo alcuni si soffermano ad osservare il camper forse più attratti dai diversi loghi e adesivi che lo tappezzano che dalle 4 biciclette ben legate sul portabici posteriore.

Questo incontro, anche se non diretto, ci riporta per un attimo alla quotidianità di casa, alle normali abitudini che ha la gente normale e non facciamo in tempo ad essere avvolti dalla malinconia che stiamo già pedalando sulle tristi, grigie, umide strade svedesi.

Come prima tappa in questa terra del nord non ci entusiasma molto, strade deserte in mezzo alla campagna desolata accompagnati da una pioggerellina fastidiosa, tanto quanto il vento che abbassa notevolmente la sensazione della temperatura già non molto alta.

Non attraversiamo alcun villaggio, non incontriamo nessuna auto e non accade nulla che attiri il nostro interesse; abbiamo bisogno del massimo dell’impegno e della concentrazione per continuare a pedalare.

Anche in questa nazione molte strade non sono percorribili con le biciclette per cui tutto il nostro lavoro fatto a casa va a farsi friggere e non ci resta altro che mettere mano al portafoglio e acquistare delle cartine dettagliate della Svezia; ce ne vogliono ben 6 di mappe stradali per coprire il nostro tragitto da qui a Rovaniemi.

Sicuramente la cartina geografica è indispensabile per avere dei punti di arrivo ma personalmente preferisco cercare di capire la rotta osservando i punti cardinali datemi dal sole o dalla natura e memorizzare la strada da percorrere dentro di me: ciò mi entusiasma molto e mi rende un po’ meno robot sui pedali e un po’ più uomo.

Un luogo che da tanto tempo attendevo di raggiungere e vedere è il grandissimo lago di Jonkoping, quasi un mare talmente è immenso; la ragione sta nel fatto che nello studiare a tavolino la rotta da percorrere ci siamo imbattuti diverse volte in questo lago, ed è talmente vasto che la scelta di percorrerlo sulla sponda sinistra o destra variava di molto la nostra tabella di marcia.

Finalmente abbiamo raggiunto la sua costa più meridionale e, nel renderci conto della sua estensione, decidiamo di immortalarci in qualche foto con il lago, naturalmente, da sfondo.

Lo attraversiamo totalmente, da nord a sud, in un solo giorno percorrendo strade su territori molto vari e meno monotoni di quelli cui la Svezia ci stava abituando.

Circa 150 chilometri attraverso delle splendide colline che dominano il grande lago aiutati anche da una situazione meteo abbastanza buona.

Non sappiamo mai dove stiamo andando di preciso e dove ci fermeremo per la notte, che si fa sempre più vicina, tutto è dato al caso, all’ispirazione e al morale del momento. Questa è la base dell’avventura.

Il morale è molto alto, abbiamo guadagnato anche 70 chilometri sulla tabella di marcia, vorremmo festeggiare con una bella doccia in camera di hotel ma dopo tante ricerche e telefonate ci rintaniamo nel nostro fedele camper pieni di gioia.

Per conquistare la cima inviolata del Monte Sarmiento ho seguito le orme dei primi esploratori, padre De Agostini, Carlo Mauri e Clemente Maffei che tanti anni prima ne avevano conquistato la cima Est.
Ho seguito le tracce di René Desmaison nel tentativo di compiere la traversata delle quattro cime del Huandoy in Perù.
La linea perfetta lasciata dai grandi Loretan e Troillet sulla diretta giapponese alla Nord dell’Everest l’ho voluta seguire e solo una grossa valanga ha fermato i miei sogni.
Sempre seguendo la linea lasciata dai grandi dell’alpinismo, come Kurtyka, mi sono spinto sull’inviolata parete ovest del Makalu, in Nepal, raggiungendo quote mai toccate prima.
Anche il signor Lacedelli e il signor Compagnoni, lasciando una loro traccia, mi hanno dato l’opportunità di scoprire l’immensità del mondo dalla vetta del K2 in Pakistan.
Anch’io, nel mio piccolo, ho voluto lasciare segno del mio passaggio spingendomi, con l’amico Lorenzo, sulle placche bianche di calcaree lungo la via Sogni Proibiti sul pilastro Irene in Medale.
Mia madre e mio padre hanno sicuramente lasciato traccia del loro passaggio dentro di me, insegnandomi, sin da bambino, a vivere inseguendo la loro scia lungo i ghiacciai e i versanti delle montagne del gruppo del Bernina.
Vorrei essere anch’io all’altezza di tutte queste persone che ho menzionato in modo che anche i miei figli abbiano un’impronta in cui mettere il piede.

Nel lontano 1663, il reverendo Francesco Negri di Ravenna, partì per l’avventuroso viaggio tra i popoli dell’Europa settentrionale, viaggio che lo tenne lontano da casa per ben due anni. Per la cronaca fu il primo italiano che vide un paio di sci, il primo che li calzò e che imparò a usarli.

Non aveva le comodità di un camper, come le abbiamo noi, affrontò il tragitto a volte con mezzi di fortuna tra mille peripezie, ma viaggiò e soprattutto arrivò raggiungendo la sua meta prefissata, la Lapponia. Conoscere qualcuno che prima di noi ha affrontato questo viaggio ci dà la forza di proseguire sfruttando idealmente la sua scia.

Non riusciamo più a pedalare con le gomme che abbiamo sulle nostre bici, la neve copre interamente la sede stradale e di parecchi centimetri, il fondo è reso scivoloso dallo strato di ghiaccio che ricopre l’asfalto o, nella maggior parte dei casi, la terra battuta.

Decidiamo di fermarci sul lato della strada, vicino a un gruppo di case, per cambiare i copertoni delle biciclette.

Siamo attrezzati al riguardo e in breve le nostre mani intirizzite dal freddo riescono a montare delle gomme chiodate che risultano molto più aderenti a questo fondo stradale.

Incuriosito dal nostro trafficare intorno al camper, un abitante di quelle case sperdute in mezzo al nulla si avvicina, brandendo tra le mani proprio un bel paio di sci; non conosciamo il suo idioma ma sicuramente capiamo ciò che ci vuole dire: la stagione della bicicletta è finita, è meglio utilizzare gli sci per muoversi.

Apprezziamo il suo gesto e sorridendo scherziamo con lui senza sapere che quello che ci aspetta, da qui in avanti, sarà sempre peggio.

Il percorso che abbiamo scelto, a tavolino, ci porta lontano dalle pericolosissime strade di “grande traffico” e ci tuffa in paesaggi da favola tra le foreste di conifere e betulle di cui la Svezia è ricca.

L’avvistamento di case diventa sempre più scarso, la coltre di neve cresce sempre più riducendo la sede stradale, il candore del paesaggio affatica molto gli occhi creando problemi di orientamento, la solitudine, l’isolamento e la desolazione si insinuano dentro di noi alla ricerca di un nostro punto debole.

Le gambe devono continuamente spingere sui pedali, resi duri dall’attrito dei chiodi sul ghiaccio, e anche se non dobbiamo affrontare grossi dislivelli, la fatica in queste condizioni si fa sentire.

La concentrazione è sfruttata al massimo nelle lunghe discese che troviamo; scendere a tutta velocità con una bicicletta su una pista completamente ghiacciata è molto divertente ma richiede grande equilibrio e coraggio; non oso pensare al dolore di un eventuale caduta.

Stranamente, in un paese dove la neve e l’oscurità regnano sovrane per diversi mesi, le strade non sono ben segnalate; solo l’avvistamento occasionale dei bastoni, infissi nella neve ai lati della strada, ci aiuta a trovare la via.

La giornata a questa latitudine e in questa stagione è veramente molto corta; una tenue luce arriva verso le 10 del mattino per scomparire rapidamente alle 14.

Il sole, nelle rare giornate che ha voluto mostrarsi, appare, affacciandosi con la sua rossa palla di fuoco per percorrere pochi metri e ritornare a nascondersi dietro l’infinito dell’orizzonte.

In questi attimi, i colori regalatici dalla luce solare sono di una bellezza stupefacente e ci ricaricano, dopo tanti giorni immersi nel grigiore, di energia vitale essenziale.

Nel lontano 1986, mentre salivo la ripida parete nord verso la vetta del Monte Sarmiento, la nebbia fittissima mi avvolgeva e l’aria umida dello stretto di Magellano veniva soffiata con violenza sul mio viso dal vento gelido delle terre australi.
Nulla mi era permesso di vedere e nemmeno dalla cima ho potuto scrutare l’orizzonte tra quei fiordi e quelle terre così fuori dal mondo.
La mancanza di visualità e la perdita dell’orientamento mi sono state compagne sia nella fase di salita che nell’eterna discesa.
Solo la forza che portavo dentro di me e la carica che percepivo nei compagni mi permisero di avanzare sino in vetta e soprattutto riuscire a tornare da quell’inferno bianco.
Dopo qualche anno, nel 1993, le condizioni meteo erano sicuramente migliori; mi trovavo sull’inviolata parete ovest del Makalu, ero al mio secondo tentativo, ero riuscito ad arrivare molto in alto rispetto alla volta precedente e tutto filava liscio ma… ma ero solo, solo io nel mezzo di quella colossale parete.
Con il trascorrere delle ore, dopo aver superato tante difficoltà e con l’abbassarsi repentino della temperatura la solitudine cercò di avere il sopravvento ed anche in questo caso l’unica soluzione fu rifugiarsi nella propria forza interiore cercando magari di alimentarla con dei semplici contatti radio con i compagni che erano al campo base.

Dopo poco più di venti giorni di viaggio, nel bel mezzo della Svezia, l’inverno si fa avanti dandoci solo un avvertimento: quindici gradi sotto lo zero.

E’ vero, siamo al 7 di dicembre, non possiamo pensare di attraversare la Scandinavia senza assaporare le basse temperature dettate dalla stagione e dalla latitudine settentrionale.

E’ anche vero che siamo in bicicletta, mai avrei pensato di pedalare in mezzo a questo gelo con le mille difficoltà che possono nascere nonostante la nostra ottima attrezzatura.

La mattina successiva la situazione raggiunge limiti che non ci aspettavamo. Avvolti nei nostri saccopiuma invernali non ci accorgiamo che sia la stufa a gas che il fido webasto (il riscaldamento a gasolio) ci hanno abbandonato già da tempo; un leggero strato di ghiaccio avvolge tutta la cellula del camper e solo quando non riusciamo a staccare le scarpe bloccate dal gelo sul pavimento ci rendiamo conto della situazione in cui ci troviamo.

Il nostro fidato termometro a mercurio segna una temperatura di meno ventidue gradi centigradi e sicuramente non sta sbagliando.

Lasciare il tepore del giaciglio per prepararsi a uscire è il momento più difficile ma c’è qualcosa che ti spinge a farlo senza tentennamenti.

Ogni parte dell’abbigliamento che indosso è stata calcolata, nulla è scelto per caso e sono sicuro che tutto quello che indosso sarà sufficiente a combattere il gelo e a prevenire congelamenti.

Nel vestirmi e prepararmi ragiono come sono stato abituato a fare in alta montagna nelle situazioni peggiori, sicuro delle mie scelte all’apparenza azzardate.

Continuiamo ad attraversare immense foreste di abeti attraverso piste poco segnalate e poco frequentate.

I colori del sole sono così freddi e lontani che arrivano a noi per pochissimi minuti al giorno dandoci comunque la spinta per proseguire.

Interrompiamo molto spesso il nostro pedalare per dar modo alle nostre membra di riscaldarsi e riprendere tono nel tepore del camper.

La peluria della barba diventa un unico blocco di ghiaccio, gli occhiali sono resi opachi da una sottile patina di gelo e pedalare senza di essi risulta molto doloroso per gli occhi, i piedi gridano intorpiditi dal freddo nonostante siano al riparo in speciali scarpe create appositamente da una nota casa di calzature, le mani urlano il bisogno di staccarsi dalle leve dei freni benché avvolte in speciali guanti di piuma e gore-tex.

Tutto ciò non ci ferma, non ci spaventa, sappiamo di dover scandire il tempo tra soste e pedalate per poter proseguire, non ci deve essere fretta in questo viaggio, le condizioni meteo dettano le loro regole e non possiamo fare altro che ascoltarle e seguirle.

Il riscaldamento globale, l’effetto serra, la deglaciazione, la desertificazione, l’inquinamento domestico, la raccolta differenziata, le polveri sottili sono solo alcune delle tante parole che sono entrate in breve tempo a far parte del nostro vocabolario.
Il nostro impegno, che riusciamo a dare giornalmente per risolvere questi grossi problemi universali, è di differenziare i rifiuti e cercare di istruire i nostri figli in modo che il loro comportamento, anche futuro, non distrugga il nostro pianeta come l’abbiamo fatto noi nel passato.
A casa, nei nostri paesi, nelle nostre città sembra che tutto vada per il verso giusto e la conferma arriva da autorevoli testate giornalistiche che, basandosi su indagini, confermano il buon lavoro fatto dalle istituzioni.
Solamente quando ho raggiunto le terre estreme dell’Himalaya e soprattutto frequentandole abitualmente per diversi anni mi sono reso conto del danno irreparabile che il progresso ha inflitto a questi polmoni del mondo.

La meta si fa sempre più vicina; con le nostre bici abbiamo attraversato da sud a nord tutta la penisola scandinava e ci avviciniamo alla zona continentale delimitata dal Circolo polare Artico.

Ci aspettiamo temperature e condizioni al limite della nostra sopportazione e invece, come per magia, il termometro sale, e nemmeno tanto lentamente, per fermarsi oltre gli zero gradi.

Sappiamo che non si tratta di vera magia ma di qualcosa di tremendamente naturale chiamato inquinamento e ne prendiamo tristemente atto.

I numerosi laghi e fiumi, che incontriamo nel nostro tragitto, sembra vogliano risvegliarsi in anticipo dal lungo letargo di ghiaccio al quale erano destinati.

Grossi blocchi di ghiaccio si innalzano dalle acque come a simulare delle onde, come a voler ricreare quel movimento che è stato congelato da tempo dal gelo invernale.

La linearità, la semplice purezza delle acque bloccate dal ghiaccio viene interrotta dai crepacci che lo scioglimento ha creato e tutto ciò influisce sul paesaggio che, perdendo il suo equilibrio stagionale, da statico si mette in movimento.

Ci troviamo nel mezzo di questa trasformazione, spettatori senza volerlo ma consapevoli di esserlo, e viviamo anche noi questo cambiamento di umore del clima.

Il passamontagna sottocasco incomincia a infastidirci, le mani vogliono liberarsi dai grossi guanti, cerchiamo il ghiaccio sulla strada, che prima evitavamo volentieri, per non incastrarci nella neve troppo pesante.

Nonostante questa specie di deglaciazione che si sta verificando ora dopo ora davanti ai nostri occhi riusciamo, in una giornata che ci siamo presi di riposo, a passeggiare sul mare ghiacciato del golfo di Lulea, una bella città svedese.

Camminiamo con indifferenza sullo strato di ghiaccio che ha momentaneamente fermato le onde del mare, ma tanto tranquilli non siamo, l’effetto è molto particolare; nessuno di noi vuole manifestare la sua preoccupazione e ci dirigiamo con decisione verso il centro del golfo per curiosare due personaggi che pescano come abbiamo visto fare diverse volte nei documentari che trattano i popoli del nord.

Uno sgabello dove sedersi, una grossa trivella manuale per perforare lo strato di ghiaccio, una piccolissima e corta canna da pesca con l’esca e tanta voglia di stare lì fermi al gelo sperando che qualche pesce infreddolito abbocchi all’amo. Queste sono le impressioni che ci trasmettono questi due uomini che nell’assoluto silenzio conservano la loro posizione statica immedesimandosi con la vita sotto la coltre di ghiaccio.

Questa è l’unica giornata di riposo che ci siamo presi durante il nostro viaggio, cerchiamo di godercela ma nello stesso momento trepidiamo al pensiero di iniziare domani a pedalare su queste strade bianche cui affidiamo, oramai con fiducia, le nostre gomme chiodate.

La nostra fatica sta per terminare, ancora un giorno o al massimo due e saremo a Rovaniemi. La frontiera finlandese l’abbiamo superata ma nulla sembra cambiare: temperatura alta, neve profonda che crea difficoltà nel pedalare, rettilinei infiniti situati però in spazi molto più aperti lontani dalle impenetrabili foreste della Svezia.

E’ nel primissimo pomeriggio, e la luce ci ha già abbandonato, che facciamo il nostro ingresso a Rovaniemi… Bene, siamo arrivati…

Il ponte di Lumberjack ci accoglie illuminando il fiume ghiacciato e a fatica abbandoniamo le nostre biciclette appendendole come dei ferri vecchi al porta bici posteriore del camper.

Toccare una vetta o raggiungere una meta prefissata è stato per tanto tempo da me inteso come il traguardo da superare…
Viaggiando oltre oceano e percorrendo le catene montuose più alte del mondo ho imparato che il viaggio non può finire sulla vetta…
La discesa, il ritorno, occupano un posto di primo piano nell’ambito di una salita o di un viaggio…
Oserei dire che sono più difficili e importanti della salita o dell’andata perché senza di loro non ci sarebbe una conclusione…
Nel cerchio del percorso di una scalata o di un’avventura deve assolutamente esserci un compimento…
L’effetto non l’ho più trovato sul culmine della storia ma nei mille pensieri, ricordi, aneddoti e riflessioni che mi fanno rivivere quelle avventure che tanto hanno riempito la mia vita…
Forse è il raccontarle ad altri che pone una fine alle avventure.

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Seguendo la scia ultima modifica: 2020-11-12T05:49:09+01:00 da GognaBlog

6 pensieri su “Seguendo la scia”

  1. 6
    Matteo says:

    Bella avventura e ben scritto il racconto.
    Decisamente puoi fare tua l’affermazione di Luigi Ganna, subito dopo la vittoria al primo giro d’Italia:
    “me brüsa tant ‘l cü!”
     
     

  2. 5
    Giorgio says:

    Bello e penetrante.

  3. 4
    Andrea Parmeggiani says:

    Bellissimo racconto!

  4. 3
    Paolo Gallese says:

    Davvero bello! Grazie! 

  5. 2

    Bellissimo, anche se la scusa di portare le lettere a Babbonatale….

  6. 1
    Ivo Ferrari says:

    Bello, bello, bello.

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