Sette milioni di edifici abbandonati

Sette milioni di edifici abbandonati
di Silvia Granziero
(pubblicato su thevision.com il 9 ottobre 2020)

Come gli esseri viventi, anche gli edifici hanno un ciclo vitale che, una volta terminato, li porta all’abbandono e alla demolizione. Il loro destino, però, non è sempre segnato: è infatti possibile recuperare strutture e materiali attraverso la decostruzione, più sostenibile a livello ambientale ed economico rispetto alla demolizione. Lo studio di questo andamento ciclico prende il nome di domicology, termine coniato dagli urbanisti statunitensi che si sono trovati a fronteggiare situazioni di grave degrado cittadino, come ad esempio quella di Detroit. Qui, infatti, a seguito della grave crisi che l’ha colpita, dal 2014 la città ha visto l’abbattimento di 200 appartamenti vuoti a settimana, per eliminare il degrado e far spazio a uno sviluppo futuro. Senza arrivare a questo estremo, comunque, negli Stati Uniti nel 2012 si è registrato un record di oltre 7 milioni di appartamenti abbandonati, mentre in Italia nel 2017 sono state censite 7 milioni di case vuote, di cui più di 3 milioni erano seconde case. La consapevolezza che la vita degli edifici è ciclica al giorno d’oggi diventa dunque fondamentale per progettarli nel modo più adatto a recuperarne il più possibile quando arriva la fine. 

L’abbandono di edifici privati e commerciali è un segnale di crisi che ha ripercussioni profonde sul tessuto sociale ed economico di una comunità già in difficoltà, dato che il numero di case vuote va di pari passo con l’aumento del tasso di criminalità e di disoccupazione. L’abbandono di appartamenti e negozi è contemporaneamente causa e conseguenza della diminuzione delle opportunità per i cittadini e le imprese e provoca un crollo del valore degli immobili, oltre a determinare costi elevati per l’amministrazione locale che, soffrendo per di più anche i mancati introiti delle tasse sugli immobili, spesso non ha le risorse economiche per rimuovere tutti gli edifici vuoti. 

La demolizione non risolve il problema, dato che ha, anzi, un elevato impatto ambientale. I detriti da costruzione e demolizione (C&D) nel 2013 nei soli States sono ammontati a 530 milioni di tonnellate (tra il 25% e il 40% dei rifiuti solidi del Paese), di cui il 90% è derivato dalla demolizione e solo il 10% dalla costruzione di nuovi edifici. Non si tratta “solo” di un problema economico dai risvolti estetici: demolire gli edifici abbandonati, così come lasciarli in stato di degrado perché mancano le risorse per intervenire, può provocare anche danni alla salute dei cittadini della zona che li circonda, soprattutto a causa delle polveri inalate prodotte dai materiali in disfacimento. In particolare questo vale per i tetti, dato che in molti Paesi, come ad esempio l’Italia, quelli dei vecchi edifici – tra cui scuole, ospedali e biblioteche – sono in amianto: e secondo l’Osservatorio Nazionale Amianto questa sostanza sarebbe responsabile ancora oggi di 6mila morti l’anno, solo in Italia. Ci sono anche molti altri motivi per cui il ciclo di realizzazione di edifici e il loro successivo abbattimento per costruirne di nuovi non è solo uno spreco ma anche un’attività estremamente inquinante: la contaminazione delle acque e dell’aria durante l’estrazione dei materiali, il loro trasporto, la manifattura e la costruzione, a cui si aggiunge il taglio di alberi per ricavare legname per l’edilizia e per ottenere terreni da cui estrarre minerali da costruzione (come inerti per produrre cemento).

Nonostante siano spesso riciclabili o riutilizzabili, i materiali C&D finiscono in gran parte nelle discariche: uno spreco che in Unione Europea rappresenta il 25-30% dei rifiuti totali. Si tratta principalmente di sfridi derivanti dalle lavorazioni di materiali e componenti, involucri e confezioni, residui derivanti dalle demolizioni e dagli scavi inquinati da sostanze pericolose, acqua di scarico delle lavorazioni ed emissioni in atmosfera. Gli scarti sono per lo più cemento, miscele bituminose, ferro e acciaio, terra, rocce e altri rifiuti misti, catalogati come “speciali”. Decostruire gli edifici al posto di abbatterli con gru demolitrici o esplosivi permette di recuperare il 25% di quello che altrimenti finirebbe in discarica. Fino al 70% dei materiali usati nei muri e nei pavimenti può essere recuperato, oltre al 25% di quelli delle fondamenta, questo secondo l’organizzazione non profit americana Delta. Ma secondo altre stime si può arrivare fino al 90% complessivo di riuso e riciclo, come si fa già nei Paesi Bassi. Il legno recuperato viene riutilizzato in ambito artigianale e artistico, nella costruzione di manufatti per lo più di piccole dimensioni (come le cornici), mentre gesso, calcestruzzo e cemento servono per la costruzione di altri edifici e nella manutenzione stradale. Il risparmio è enorme: con livelli di riciclo del 70% si recupererebbero oltre 23 milioni di tonnellate di materiali, pari alla produzione di almeno cento cave di sabbia e ghiaia di un anno. 

Tornando al problema della casa: secondo i dati più recenti, in Italia i senzatetto sono oltre 50mila, mentre più del 25% della popolazione vive in appartamenti sovraffollati: un’emergenza abitativa resa paradossale da centinaia di migliaia di case inabitate in tutto il Paese e dal settore dell’edilizia abitativa, che nel quarto trimestre del 2019 è cresciuto del 5,2%. In una situazione simile è urgente valutare quanti di questi edifici siano in buone condizioni e quanti vadano invece smantellati e recuperati: i primi possono essere riconvertiti in strutture abitative senza aggravare il consumo di suolo, mentre ville e palazzine di pregio potrebbero ospitare musei e luoghi di pubblica utilità. Due anni fa il M5S ha proposto un decreto per il recupero degli edifici abbandonati in Italia, tramite l’istituzione di un fondo, e a inizio 2019 è stato pubblicato un elenco di edifici di pregio idonei alla riqualificazione, da concedere a giovani artisti come atelier al canone simbolico di 150 euro al mese.

Per quanto riguarda gli immobili in cattive condizioni e da smantellare, invece, la politica si è dimostrata meno reattiva. Secondo Legambiente, che denuncia i dati Ispra come incompleti, oggi in Italia si recupera solo il 10% dei materiali da demolizione. Per l’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale il riciclo supererebbe il 90%, ma la cifra considera solo le aziende di una certa dimensione: la verità è che gran parte dei rifiuti C&D non sono dichiarati e vengono abbandonati illegalmente. Siamo lontani anni luce dall’obiettivo europeo di riciclare il 70% dei rifiuti C&D inerti entro il 2020, come la maggior parte degli altri Paesi membri, fermi al 50%

Esistono delle linee guida europee sulle valutazioni da fare prima di procedere alla demolizione, per poter distinguere correttamente tra materiali riciclabili e sostanze pericolose, sia per migliorare il rapporto costi benefici che per diminuire l’impatto sulla salute e sull’ambiente. Vanno distinti i prodotti pericolosi da quelli non pericolosi. Questi ultimi vanno poi separati tra inerti e non inerti, da non mescolare e da catalogare seguendo precise linee guida ambientali ed economiche, in modo da facilitarne un nuovo utilizzo. Bisogna indicare, ad esempio, la tipologia del materiale (con il codice dell’elenco europeo dei rifiuti) e la sua quantità, mentre in alcuni casi si deve, su richiesta dell’autorità edilizia o del gestore dei rifiuti, indicare anche l’inventario degli elementi da riutilizzare, la loro collocazione nell’edificio e la qualità, per valutare le impurità e la loro riutilizzabilità. Alcuni rifiuti, infatti, non sono pericolosi, ma possono diventarlo durante la demolizione o se combinati.

Siccome decostruire gli edifici e recuperare i materiali richiede più tempo e coinvolge più professionalità rispetto alla demolizione, ci si è interrogati sulla sua effettiva fattibilità economica. Non solo la risposta è stata positiva, ma con il supporto di politiche specifiche si pensa possa dare l’impulso a un settore imprenditoriale dal grande potenziale. Perché sia sostenibile, il risparmio derivato dal recupero di materiali deve essere superiore al costo del lavoro impiegato per realizzarlo. E in particolare tutta l’Europa e, negli Usa, la California e l’East Coast sono le regioni in cui la decostruzione può recuperare più facilmente materiali, grazie a una forza lavoro specializzata e mezzi di trasporto efficienti. Anche se demolire è la soluzione più rapida, non è la più conveniente, tanto che oggi il recupero e il nuovo utilizzo di risorse non è soltanto un’alternativa, ma può diventare la norma.

I Governi hanno tutto l’interesse a favorire questo nuovo corso, con politiche, regolamentazioni e incentivi per il recupero, dato che le amministrazioni di tutti i livelli raccolgono vantaggi che vanno dal mantenimento del tessuto sociale ed economico alle tasse. Il beneficio può essere anche occupazionale: grossi volumi di materiali richiedono forza lavoro per l’immagazzinamento e il trasporto, mentre per i piccoli volumi servono artisti e artigiani. La decostruzione è uno strumento economico per creare posti di lavoro a diversi livelli di specializzazione e un’attività ecologicamente sostenibile per le nostre città. Il futuro passa per l’economia circolare, anche quando parliamo di edilizia.

3
Sette milioni di edifici abbandonati ultima modifica: 2020-12-27T04:06:47+01:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Sette milioni di edifici abbandonati”

  1. 3
    Alberto Benassi says:

    Sono stati messi in vendita al mercato gli uomini . Figuriamoci se ci sono problemi per vendere il terreno

  2. 2
    lorenzo merlo says:

    Bella sintesi. E il liberismo progressista farà il resto. 

  3. 1
    Geri Steve says:

     
    Terreno, bene comune?
     
    Esiste un bene che è limitato e, con l’innalzamento dei mari, pure in diminuzione: il terreno.
     
    Per tradizione agricola il terreno può essere proprietà privata; da proprietà della collettività che aveva trasformato boschi, paludi, terreni irrigui aridi in terreni pascolabili e coltivabili a proprietà privata di individui, capi e re di quelle collettività o di altre che poi se ne sono impossessate con la guerra. Anche boschi, miniere, laghi, lagune, sorgenti, sono diventati proprietà.
    Poi terreni e edifici sono diventati dei beni immobili commerciabili, quindi acquistabili, al minuto ma anche all’ingrosso. Mi pare che la Corsica sia stata venduta da Pisa a Genova e poi da questa alla Francia che vendette la Louisiana agli Stati Uniti che acquistarono anche la Florida e l’Alaska.
    Anche le colonie erano diventate beni immobili commerciabili.
    In tempi recenti grosse porzioni dei territori africani sono state vendute dai loro governanti a grandi investitori esteri (prima sudafricani e adesso soprattutto cinesi).
     
    La proprietà privata è diventata una istituzione, la sua sacra intoccabilità una bandiera del liberalismo borghese, che però le strappava ai re e ai feudatari, quasi mai alle chiese.
     
    Sarebbe desiderabile tornare a considerare il terreno come un bene comune, ma sarebbe anche molto difficile, perchè i proprietari resisterebbero e reclamerebbero perlomeno un indennizzo.
     
    La proprietà dei locali di un edificio ha poi complicato, frazionandola, le proprietà del terreno su cui è costruito.
     
    L’argomento, qui trattato, dei maggiori costi della decostruzione rispetto all’abbattimento potrebbe essere un’ottima occasione per un primo passo di deprivatizzazione della proprietà dei terreni.
    Un proprietario che abbatte creerebbe un danno ecologico alla comunità e quindi sarebbe equo che la comunità espropri quell’immobile impegnandosi ad una miglior gestione.
     
    Un altro esempio di possibile “primo passo” riguarderebbe gli immobili ecclesiastici: chiese, sinagoghe, moschee. Sono stati costruiti dalle collettività per usi sociali (riunioni, educazione, cura, meditazione) però adesso sono di proprietà privata di istituzioni religiose indipendentemente dall’uso da parte della collettività: se pochi o nessuno va in chiesa, quella resta comunque tutta proprietà dei suoi preti.
     
    Non sono primi passi facili, sia per le resistenze ideologiche sia perchè raramente le istituzioni collettive danno prova di “buon governo” dei beni pubblici, ma sarebbe bene pensarci.
     
    Geri
     
     
     
     

La lunghezza massima per i commenti è di 1500 caratteri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.