Siamo sempre più polarizzati

Un mondo di muri: siamo sempre più polarizzati, ma non è colpa di Internet

Siamo sempre più polarizzati
(ma non è colpa di Internet)
di Bruno Saetta
(pubblicato su valigiablu.it il 3 ottobre 2020)

L’universo è una foresta oscura. Ogni civiltà è un cacciatore armato che si aggira tra gli alberi come un fantasma, spingendo delicatamente da parte i rami che bloccano il percorso e cercando di camminare senza far rumore. Anche la respirazione è silenziosa. Il cacciatore deve stare attento, perché ovunque nella foresta ci sono altri cacciatori furtivi come lui. Se trova un’altra vita – un altro cacciatore, un angelo o un demone, un bambino delicato o un vecchio vacillante, una fata o un semidio – c’è solo una cosa che può fare: aprire il fuoco ed ucciderlo. In questa foresta, l’inferno sono gli altri. L’eterna minaccia che ogni vita che rivela la propria esistenza sarà rapidamente spazzata via (Liu Cixin, Trilogia Three Body Problem)”.

La campagna politica di Trump
Nell’ottobre del 2016 la campagna di Donald Trump (nome in codice: “progetto Alamo”) si focalizzò su circa 15 milioni di votanti in 16 Stati. L’idea non era di espandere l’elettorato, quanto piuttosto di procedere con campagne di soppressione del voto (pubblicità negative da non confondere con le campagne per impedire fisicamente il voto, come ad esempio quelle del senatore Bilbo nel 1946). Non si trattava di cambiare un’idea (vota Tizio piuttosto che Caio) quanto piuttosto di rafforzare un’idea già presente in un individuo (non votare, tanto non cambia mai nulla). Ovviamente i messaggi non erano indirizzati ai supporter di Trump quanto ai supporter di Clinton: afro-americani, giovani donne, liberali bianchi.

La caratteristica della campagna di Trump è che ha avuto scarso appoggio dal partito Repubblicano, si potrebbe dire che Trump ha vinto anche contro il suo stesso partito. Lo strumento principale è stato Facebook, il quale insieme ai suoi partner (data broker come Axiom) consente campagne estremamente mirate, riuscendo, grazie all’enorme quantità di dati di cui dispone, a frammentare gli utenti in categorie molto ristrette. La audience segmentation non è una novità, infatti è la stessa strategia usata da Fox News, con ciò differenziandosi da canali quali la CNN che preferiscono rivolgersi alla generalità del pubblico. Facebook ha, però, democratizzato questo tipo di campagne, consentendo a chiunque, con una spesa minima, di indirizzare in maniera estremamente mirata gli annunci commerciali o politici. Si chiama microtargeting.

Le campagne di microtargeting sono la regola, ormai, nel campo commerciale, ma non sono una novità nemmeno nel campo politico. Prima di Brad Parscale per conto di Trump, la usarono Howard Dean nel 2004 e Barack Obama nel 2008.

È la stessa merda che usiamo in ambito commerciale, solo ha nomi più fantasiosi (Brad Parscale, coordinatore della campagna per Trump)”.

Fondamentalmente si tratta di utilizzare i classici metodi dei pubblicitari per persuadere la gente a comprare un prodotto, solo che in questo caso il prodotto è un candidato politico. La differenza sta nella personalizzazione spinta. Un annuncio in televisione deve essere uguale per tutti, il microtargeting ti consente di indirizzare messaggi diversi per categorie di persone estremamente ridotte, fino al singolo individuo. In sostanza si tratta di entrare in un campo dove nessun regolatore può venire a controllare cosa stai facendo e se stai violando le regole.

Young Mie Kim, dell’Università del Wisconsin, ha analizzato oltre cinque milioni di pubblicità di cui 1,6 milioni politiche. Secondo lo studio (The Stealth Media? Groups and Targets Behind Divisive Issue Campaigns on Facebook) solo il 5,6% venivano da “operatori russi”, ma la stragrande maggioranza delle inserzioni erano indirizzate a famiglie con redditi inferiori ai 40mila dollari l’anno, con focus sui problemi derivanti dall’immigrazione e conflitti razziali. Insomma, la classica campagna realizzata per additare il nemico a cui dare la colpa per la crisi attuale.

L’efficacia del microtargeting di Facebook è stata studiata negli anni da Kosinski e Stillwell (Private traits and attributes are predictable from digital records of human behavior; Computer-based personality judgments are more accurate than those made by humans; Psychological targeting as an effective approach to digital mass persuasion). Gli autori sostengono che gli algoritmi possono predire i tratti della personalità sulla base dei dati ricavati online e che tali tratti possono essere utilizzati per costruire pubblicità che incidono sul comportamento dell’individuo. Ovviamente siamo ben lontani dalle “promesse” mai dimostrate di Cambridge Analytica, in quanto gli autori descrivono un tasso di conversione dello 0,05%, passando dallo 0,32% allo 0,37%. Ma in una campagna politica come quella del 2016, dove Trump in alcuni Stati ha vinto per una manciata di voti, anche lo 0,05% può risultare determinante.

Le campagne di manipolazione online appaiono ampiamente sopravvalutate. L’utilizzo di dati digitali per indirizzare annunci commerciali o politici diviene sempre meno utile man mano che passa il tempo. Inoltre, nel campo politico l’utilità è estremamente limitata perché non c’è una correlazione forte tra i dati che si possono raccogliere e le inclinazioni politiche. Avere una barca non è necessariamente indice di essere un conservatore. Essere conservatori è correlato al preferire l’autoritarismo, ma anche molti liberali preferiscono l’autoritarismo. Alla fine l’affiliazione ad un partito è il dato più utile, il resto finisce per essere rumore che non sempre aiuta a indirizzare gli annunci politici. Spesso ciò che serve è solo un elenco di mail o numeri di telefono, ed è facile da realizzare (Trump lo fa tramite una App), basta invitare i supporter a comunicare qualcosa al partito (“dicci cosa non va nella tua zona, scrivi al numero xxx-xxxxxxx”).

Immagina se ogni volta che accendo il telefono vedo un messaggio politico che dice che l’America di Joe Biden porterà la guerra per le strade (ex socio di Phunware, azienda produttrice della App per la campagna di Trump del 2020)”.

Ciò che, invece, è indubbio è che gli strumenti messi a disposizione da Facebook hanno un impatto (minimo ma rilevabile) e che tali strumenti oggi sono alla portata di tutti a prezzi estremamente bassi. Facebook ha democratizzato la possibilità di indirizzare campagne pubblicitarie, siano esse commerciali o politiche. Se un tempo solo i grandi editori si potevano permettere campagne di questo tipo, oggi chiunque può concorrere nel mercato dell’attenzione dei cittadini. Ma anche questo non è una novità, l’evoluzione tecnologica consente questi salti in avanti, proprio come negli anni ‘60 le modifiche legislative e il ridotto costo degli apparati, consentì negli Usa ad una marea di telepredicatori fino a quel momento snobbati dalla televisione, di crearsi i propri canali televisivi e di conquistare intere platee di teleascoltatori.

La tecnologia come capro espiatorio
Il documentario The Social Dilemma trasmesso da Netflix in streaming, è stato salutato da molti commentatori come un vero e proprio risveglio delle coscienze, una chiamata alla armi contro le nuove tecnologie e i social media che ci spiano, ci controllano e ci manipolano. Ma ad una attenta analisi appare niente di più che una oculata operazione commerciale.

Il documentario mette in fila una serie di argomenti (spesso senza correlazione, senza analisi) del tipo che i suicidi dei giovani sono aumentati quando sono apparsi i social network (da un recente studio non risultano prove che la depressione negli adolescenti sia favorita dall’uso dei social media, anzi nei ragazzi si evidenziano prove che l’uso dei social riduce il rischio di depressione). Si inquadra perfettamente nella retorica oggi dominante che “è colpa dei social”, una teoria costruita (Axel Bruns, Are the filter bubble real?) su una doppia giustificazione:

– da un lato i governi si assolvono da responsabilità per i problemi (che di fatto sono problemi sociali), additano il nemico da combattere (i social) e possono proporre delle politiche (regolamentare i social) da spendere nelle campagne politiche (stiamo facendo qualcosa);

– dall’altro gli stessi social si giustificano (almeno in parte) additando gli “algoritmi” in maniera spersonalizzata. Sono gli algoritmi che hanno preso il sopravvento (tipo SkyNet) e che non sono più controllabili, sono gli algoritmi i cui creatori non sono nemmeno più in grado di prevedere cosa faranno (come sostenuto nel documentario).

La spersonalizzazione degli algoritmi serve a spostare il focus del problema, ma gli algoritmi non sono altro che software. Per quanto complessi, gli ingegneri li hanno creati in un certo modo sulla base delle direttive dell’azienda, e il cui compito è massificare i profitti dell’azienda (cioè le inserzioni pubblicitarie, Stephen Wolfram, Testifying at the Senate about A.I. – Selected Content on the Internet), non certo risolvere i problemi della società (che invece è compito dei governi). I clienti paganti, infatti, non sono gli utenti bensì gli inserzionisti. Gli algoritmi così creati si avvalgono di anni di studi di psicologia sociale in modo da convincere le persone a rimanere il più possibile online e condividere tutto ciò che fanno, sono studiati per comunicare in un modo che attiri un vasto pubblico.

Le tecniche di marketing finiscono per scavare nel profondo dell’animo umano e solleticare le parti più basse, in questo modo fenomeni sociali come l’hate speech, le fake news finiscono per diffondersi anche nei social. I contenuti violenti e divisivi sono appunto quelli che funzionano meglio (cioè quelli che massimizzano i clic degli utenti), e quindi gli algoritmi, opportunamente studiati per fare ciò, si focalizzano su questi. Non si tratta di una novità, è dagli anni ‘50 che Packard ci spiega come funziona la pubblicità, che non è solo un modo per vendere un prodotto, ma un modo per innestare nelle persone dei bisogni non reali. È manipolazione, ma del resto qualsiasi interazione tra persone è una forma di manipolazione.

Il problema è che l’ecosistema digitale, uno spazio pubblico che dovrebbe (potrebbe) essere uno spazio di dialogo tra cittadini, è stato lasciato alle grandi aziende che, ovviamente per massimizzare i loro profitti, lo stanno ristrutturando a loro immagine e somiglianza. È esattamente la stessa cosa accaduta alla televisione, come ci ha raccontato Stefano Rodotà dagli anni ‘90. I governi hanno progressivamente lasciato lo spazio pubblico online alle aziende consentendo loro di occuparlo. Certo Internet è un’evoluzione dei mass media, quindi ha la capacità di indirizzare meglio le inserzioni pubblicitarie, ma alla fine è sempre pubblicità, come in televisione.

The Social Dilemma parte dall’idea che alcuni fenomeni siano colpa di Internet, ma in realtà sono fenomeni puramente sociali, laddove i mass media (tutti) ne consentono l’emersione. L’errore che si fa spesso è di comparare l’ambiente digitale con un ambiente del tutto ipotetico, senza tenere conto invece dell’ambiente offline reale, che è polarizzato almeno quanto il digitale (Bruns, Are the filter bubble real?). È il ruolo dei mass media quello di amplificare i messaggi, di facilitare le interazioni tra individui. Se la società è sempre più polarizzata e si sta progressivamente spaccando in gruppi sempre più piccoli, non è certo colpa di Internet. Anzi, nella sua dimensione originaria Internet avrebbe potuto contrastare questo fenomeno sociale, rompendo i muri fisici e consentendo il dialogo tra persone lontane sia fisicamente che per idee. Ma la ristrutturazione aziendale ha creato uno spazio online che preferisce, per ragioni puramente economiche, seguire i fenomeni sociali anche negativi, piuttosto che provare a contrastarli. Ad esempio su Facebook si sta enfatizzando sempre di più il ruolo dei gruppi, e in generale c’è una forte tendenza a separare le persone in gruppi sempre più piccoli. Insomma, a erigere muri virtuali che si sommano ai sempre più presenti muri fisici.

Non è, quindi, un problema del media, ma di chi sceglie di servirsene in questo modo, così come non sono gli “algoritmi” a distruggere i posti di lavoro, ma sono i datori di lavoro che scelgono di usarli per eliminare il fastidio di lavoratori che possono ammalarsi, protestare e scioperare.

Le grandi aziende tecnologiche, i social media, sono diventate il capro espiatorio. Ma nessuno ci ha costretto a trasferirci su Facebook, nessuno ci ha costretto a diffondere contenuti imbarazzanti, scandalistici, hate speech e fake news. Semplicemente abbiamo progressivamente ceduto al tribalismo, abbiamo preferito dividere noi dagli altri, piuttosto che cercare un dialogo o un punto di contatto. Abbiamo deciso di preferire la lealtà al partito, al gruppo, rispetto alla stessa verità fattuale. Scegliamo noi di leggere solo certe notizie decidendo di vivere in “bolle di contenuto”, come scegliamo di comprare sempre lo stesso giornale, come scegliamo di seguire sempre gli stessi contenuti televisivi. Se anche ci fossero fornitori di contenuti differenti molti di noi preferirebbero continuare a leggere solo ciò che conferma le nostre idee e la nostra identità. E i social media non hanno fatto altro che seguire la tendenza della società di dividersi enfatizzandola, esattamente come i media precedenti: televisione e giornali.

L’emersione delle politiche tribali
Che i problemi sociali siano la conseguenza di un gruppo di giovani imprenditori che utilizzano le nuove tecnologie per diffondere fake news, per rubarci i dati, e cambiarci la mente tramite tecniche alla Cambridge Analytica, è un modo estremamente semplicistico e riduttivo per spiegare la realtà attuale. Invece, una serie di studi puntano l’indice contro la “polarizzazione” della nostra società, che finisce per rispecchiarsi nei media (Benkler, Faris, Roberts, Network Propaganda), un fenomeno ben visibile almeno dagli anni ‘70, e quindi ben prima dell’avvento di Internet e dei social media.

Nel suo libro Why we’re polarized Ezra Klein spiega che una volta i partiti principali degli Usa, quello repubblicano e quello democratico, si erano assunti il compito di moderare le “passioni” e gli istinti delle masse, così permettendo alla società intera di procedere unita. A partire dagli anni ‘60 le conquiste sociali sui diritti civili hanno rotto l’argine costringendo il partito repubblicano in trincea. Molti, troppi erano scontenti di cosa era accaduto, e non lo accettavano, ciò ha determinato un riassetto politico. Mentre i neri, gli immigrati, le donne gravitavano verso i democratici, gli elettori bianchi fuggivano verso i repubblicani. I modelli di voto sono progressivamente mutati focalizzandosi intorno a questioni “razziali”, e ciò ha portato ad una radicalizzazione delle identità politiche. Ad esempio, sia Reagan che George Bush hanno approvato leggi che aumentavano le tasse, cosa che oggi sarebbe inconcepibile nel partito Repubblicano e Reagan approvò una riforma per l’immigrazione considerata buona dai Democratici.

Secondo Alan I. Abramowitz e Kyle L. Saunders (Is Polarization a Myth?) gli elettori più attivi politicamente risultano anche quelli più polarizzati. Per Christopher H. Achen e Larry M. Bartels (From the Folk Theory to Symbolic Politics: Toward a More Realistic Understanding of Voter Behavior), invece, la massa dei cittadini è essenzialmente disinteressata alla politica, e quindi tendenzialmente i cittadini sono meno polarizzati delle élite politiche stesse. Gli elettori più attivi, quelli che si adoperano per creare eventi, che fungono da collante tra le élite e i cittadini, quindi, finiscono per descrivere ai politici una realtà distorta, e le élite li seguono in una rincorsa continua alla polarizzazione. I leader politici leggono gli stessi giornali, seguono gli stessi canali, visitano gli stessi siti web degli elettori, per capire dove va il loro elettorato, dal canto suo l’elettorato segue il suo leader, perché è un modo di dimostrare l’appartenenza al gruppo, e quindi la propria identità sociale e politica. In questo contesto la pretesa di obiettività da parte dei giornalisti, porta a rappresentare le posizioni di entrambi gli schieramenti così rafforzando la tendenza alla polarizzazione e all’asimmetria (Yochai Benkler, Robert Faris, Hal Roberts, Network Propaganda). In questa continua rincorsa i moderati finiscono per perdere consenso se non si spostano su posizioni sempre più estreme, perché non gli viene perdonata la possibile confusione di identità. In un circolo vizioso media e società si rafforzano nella loro polarizzazione.

Come spiega Lilliana Mason (Uncivil Agreement: How Politics Became Our Identity), negli Usa la distanza tra democratici e repubblicani non dipende dal fatto che hanno obiettivi differenti, ma dal fatto che sempre di più le persone oggi si identificano psicologicamente in un gruppo, un partito. L’identità politica oggi si sovrappone ad altre forme di identità (razza, religione, ecc…), per cui è più importante essere un repubblicano o un democratico che portare avanti un certo programma politico. Questo spiega meglio la vittoria di Trump (e di altri leader populisti) la cui campagna si è basata principalmente sull’attacco del nemico, sull’alimentare il distacco con gli “altri” e quindi a rafforzare l’identità del gruppo (il partito). Se un determinato politico viene votato per una specifica idea, un progetto, il fatto che abbandoni quell’idea non ha grande importanza, proprio perché è più importante l’appartenenza, l’identità.

L’identità, che si forma nella vita sociale (le istituzioni, cioè famiglia, lavoro, scuola, vedi Peter L. Berger e Thomas Luckmann, The Social Construction of Reality), è sempre più l’elemento portante delle scelte politiche. Secondo Benkler, Faris e Roberts (Network Propaganda) viene prima l’identità, l’appartenenza al gruppo (il partito), e poi, una volta scelti i leader, gli elettori adottano la visione politica delle persone che seguono. Il leader, come figura di riferimento molto simile al “padre”, è quindi in grado di manipolare l’identità dell’elettore allo stesso modo della famiglia, portandolo a modifiche del suo comportamento. Ciò spiega perché spesso gli elettori adottano posizioni dei loro leader anche senza una reale giustificazione, addirittura nei casi in cui quel comportamento è palesemente sbagliato. Ciò che conta non è l’idea, ma chi la suggerisce (se appartiene al gruppo, specialmente se è leader del gruppo) e le persone tendono ad adattare il loro modo di pensare alle idee dominanti del gruppo (quelle del leader).

L’uomo è fondamentalmente un animale sociale, cioè vive in gruppo, ma l’appartenenza ad un gruppo, se non vi sono forze che contemperano le differenze, porta facilmente a una politica di esclusione. Il gruppo si focalizza non tanto su ciò che lo unisce, ma su ciò che lo divide dagli altri. Klein lo definisce “partigianeria negativa”: non ci si focalizza su ciò che si è ma su ciò che ci divide dagli altri, che diventano i nemici. Oggi, infatti, molto spesso non si vota per un partito, quanto piuttosto contro il partito opposto. I gruppi competono per le risorse, tra le quali c’è anche la stima. La stima, sottolinea Klein, è a somma zero, più te ne appropri, meno ne resta per gli altri (fino ad escludere determinate categorie dal genere umano).

Una caratteristica rilevante delle persone polarizzate è di utilizzare fonti di informazioni molto ridotte per numero, se non addirittura uniche (per gli Usa, ad esempio, i Repubblicani seguono molto Fox News). Raramente utilizzano altre fonti di conferma delle notizie. Se la notizia, infatti, tende a non confermare l’identità di gruppo, l’individuo non ne tiene conto, oppure addirittura finisce per convincersi che la fonte (es. un giornale) pubblica notizie false (con ciò rafforzando la propria polarizzazione). Uno degli indici di polarizzazione, quindi, è il fatto di seguire poche se non addirittura una sola fonte di informazione. Un cittadino che, invece, ha una dieta mediatica più varia tende a essere meno polarizzato perché evidentemente tramite le diverse fonti riceve varie sfaccettature della notizia. In questa prospettiva in generale si può, quindi, dire che i social comunque veicolano più fonti (più sfaccettature) per una notizia. Ovviamente poi è sempre l’individuo che decide se leggere anche fonti differenti rispetto alla sua preferita, oppure limitarsi a quell’unica fonte, per cui anche l’esposizione a più fonti non risolve il problema della polarizzazione sociale (Exposure to opposing views on social media can increase political polarization).

Dallo studio di Benkler viene fuori che liberali e conservatori non si assomigliano nelle loro visioni della realtà quando si tratta di valutare le notizie, i conservatori tendono maggiormente a pretendere conferme della loro identità dalle notizie, in tal modo l’ecosistema informativo finisce per essere più aperto a manipolazioni e disinformazione. È soprattutto a destra che la politica si è concentrata sull’identità sociale in una chiusura epistemica che evita qualsiasi tipo di confronto con pensieri differenti, tutto ciò che proviene da media non conservatori va scartato perché non ci si deve fidare. La nuova politica nascente in risposta ai movimenti per i diritti civili, al movimento di liberalizzazione della donna, e all’emergere delle libertà individuali, si focalizza su tre elementi: essere bianchi, cristiani e orientati al business. A destra sono maggiormente premiati i canali più popolari, indipendentemente dal fatto che forniscano notizie vere o false, anzi quelle del secondo tipo, le notizie scandalistiche, le teorie cospirative, tendono ad essere più appetite dal pubblico, e quindi sono più diffuse dai media polarizzati. Insomma, ciò che viene maggiormente diffuso è ciò che protegge il gruppo, ciò che rafforza le sue convinzioni, e che attacca gli avversari. E l’identità è molto più persistente di un’opinione.

Si crea un vero e proprio cortocircuito tra media e elettori, la conseguenza è che sia le élite politiche che gli elettori finiscono per rimanere intrappolati in una realtà alternativa costruita ad hoc (The Parties in Our Heads: Misperceptions about Party Composition and Their Consequences) per confermare l’identità del gruppo. Per la campagna di Trump del 2020 è stata realizzata una apposita App che veicola anche notizie, ovviamente solo quelle strumentali alla visione del partito.

E se invece di dire alle persone le cose di cui hanno bisogno di sapere, diciamo loro cosa vogliono sapere? (Will Ferrell)”.

Il vero dilemma sociale
La seconda stagione di Orange is the new black si apre col personaggio principale Piper che introduce il classico “dilemma del prigioniero”: raccontare la verità su un signore della droga rischiando la sua ira oppure mentire? Mentre Piper vorrebbe dire la verità per proteggersi da un’accusa, Alex insiste che entrambi dovrebbero mentire per proteggersi tra loro. Il dilemma del prigioniero è un dilemma sociale che pone due o più persone in una situazione nella quale possono dare priorità ai propri desideri a breve termine, egoistici e individuali, o a benefici collettivi a lungo termine.

Nel film A Beautiful Mind l’attore che impersona John Forbes Nash Jr., matematico e contributore alle “teoria dei giochi“ (di cui il dilemma dei prigioniero è una applicazione), mostra come dare priorità all’interesse reciproco rispetto a quello individuale possa creare beneficio ad un numero elevato di persone, mentre la priorità dell’interesse personale potrebbe finire per danneggiare tutti i soggetti coinvolti (compreso chi fa la scelta). Dice il protagonista: se ogni uomo inseguisse la donna più attraente nella stanza, la infastidirebbero offendendo le altre, ma se puntassero alle altre donne otterrebbero tutti un appuntamento per la sera.

Il punto essenziale del dilemma del prigioniero è che tra le varie scelte possibili (cooperare, non cooperare) il gradino più basso non è la “non cooperazione”, bensì lo sfruttamento di chi è disposto a collaborare da parte di chi non è disposto a collaborare.

Oggi siamo sempre più invasi da una impotenza crescente di fronte ai problemi che appaiono insormontabili: la pandemia, la crisi climatica, l’indifferenza, il razzismo, la violenza di una società che appare abbandonata a se stessa con una élite politica che si mostra incapace non solo di trovare soluzioni ma anche semplicemente di dare l’esempio. I cittadini percepiscono che l’attuale sistema di potere è costruito per estrarre ricchezza dai livelli inferiori e impedire qualsiasi cambiamento. Ma l’estrazione ha raggiunto livelli intollerabili, e i cittadini hanno iniziato a ribellarsi. Le pressioni per un cambiamento si accumulano, ma non al livello di vertice dove si tende a minimizzare il problema, cercando anzi capri espiatori per i problemi sociali (è colpa di Internet). In questo caos emergono leader che incanalano la crescente frustrazione, alcuni purtroppo sfruttatori come i precedenti, evidenziando la difficoltà di trovare una reale alternativa.

Oggi i Trump attizzano il fuoco invocando uno scenario post-apocalittico alla Bannon che spazzi via la struttura di potere ingiusta delle élite (il deep state), ma prima di Trump ci sono stati altri, come Clinton, Blair, Berlusconi, tutti con la caratteristica di concepire i governi come fossero aziende, chiedendo agli elettori di votarli come CEO dei loro paesi. L’idea che la libertà politica e l’uguaglianza sono in qualche modo legate alla libertà di condurre affari ha prosperato, nonostante le evidenze contrarie dall’Iraq, dalla Russia, e dalla Cina. Ma l’idea di trasformare l’apparato statale in una azienda ha consentito l’emersione di nuove e più penetranti forme di sfruttamento dei cittadini. Se un tempo lo sfruttamento era limitato al piano economico, oggi tocca il piano dei diritti fondamentali. La nuova economia “aumentata” permette di assoggettare l’intera esistenza umana alle esigenze delle aziende. Attraverso il tracciamento continuo delle attività umane l’essere umano diventa l’oggetto di un nuovo capitalismo, diventa il materiale grezzo da trasformare in valore per il capitalismo dei dati. È lo stesso corpo umano che è trasformato in una serie di dati a fini di massimizzazione dei profitti (Nick Couldry e Ulises Ali Mejias,The cost of connection).

Quando è arrivata la televisione alcuni visionari, come Arthur C. Clarke, hanno creduto che avrebbe rivoluzionato l’educazione. Analogamente molti hanno celebrato le autostrade dell’informazione come il nuovo strumento di liberazione sociale. Ma, come per la televisione, la nuova tecnologia è stata lasciata agli interessi commerciali che hanno massimizzato il potenziale di mezzo di distrazione di massa. Così come la televisione, anche Internet è sempre più dominata dai grandi gruppi industriali. La tendenza è la medesima del piccolo schermo: realizzare un accesso programmato e controllato, ammettere la presenza di poche e selezionate élite, e censurare progressivamente le masse con la scusa della pedopornografia, del terrorismo, delle fake news, della polarizzazione, dell’hate speech. Perché le fake news vanno bene se vengono dalle élite ma non se vengono dalle masse “incolte e ignoranti”.

Sull’onda dello slogan “è tutta colpa di Internet, dei social media, di Facebook”, si moltiplicano le richieste di limitare o sopprimere la libertà di espressione in virtù di una presupposta e indimostrata superiorità morale di chi invoca la censura. L’evento che ha aperto le dighe è stato probabilmente la vittoria di Trump alle elezioni, alimentando una campagna di discredito verso i social media come l’elemento di disturbo e manipolazione delle masse, ma Trump non ha fatto altro che sfruttare a suo vantaggio i nuovi mass media (in realtà Trump si può considerare più un’invenzione della televisione), così come le precedenti élite hanno sfruttato allo stesso modo i vecchi mass media, per diffondere la propria personale verità. Il problema non è il mezzo (la televisione o Internet) ma la società nel suo complesso che progressivamente sta cambiando, sta andando verso una polarizzazione sempre più accentuata, e non dipende affatto dal media, ma dipende da noi. Dipende da ciò che siamo, da ciò che la nostra società premia e da ciò alla quale essa da priorità.

Un mondo di muri
Le tendenze emergenti nella nostra società sono:
1. Aumento progressivo delle regolamentazioni (statali o dei privati) per censurare o comunque restringere gli spazi di discussione online. Anche una regolamentazione sulle fake news, sull’hate speech, se fatta male perché affida alle imprese private il compito di pattugliare i propri server e cancellare tutto ciò che è discutibile (quindi non solo ciò che è illegale), può portare a una censura sempre più spinta, perché l’azienda che funge da sceriffo dello spazio di discussione preferirà cancellare tutto ciò che può creargli dei problemi dal punto di vista economico, con pesanti ricadute sulla libertà di espressione.

2. Le persone che vogliono effettivamente discutere con altri e informare, tendono progressivamente a rinchiudersi in recinti (podcast, newsletter, gruppi), lasciando lo spazio di discussione libero a disposizione dei soggetti che invece pubblicano per lo più materiale discutibile aggressivo (soggetti non collaborativi).

3. La classe politica soffia sul fuoco, terrorizzando i cittadini e facendo credere loro che Internet è lo spazio dei delinquenti e truffatori, del phishing, delle fake news, della pedopornografia. In questo modo sono gli stessi cittadini che finiscono per chiedere regolamentazioni più restrittive.

4. Le pressioni dei governi e da parte dei cittadini costringono progressivamente le piattaforme del web a frammentare lo spazio di discussione pubblico in gruppi più ristretti, e a mettere a loro disposizione strumenti per bloccare, bannare, impedire ad altri di interagire con loro, con ciò richiudendo i cittadini in recinti e permettendo loro un dialogo solo con gruppi ristretti e vicini (non necessariamente dal punto di vista territoriale, ma anche da un punto di vista di idee condivise, es. terrapiattisti, novax, gruppi politicizzati, ecc…).

Abbandonare Internet, lasciare Facebook, spegnere gli smartphone. Il leit motiv sempre più costante è un nemmeno troppo velato invito a smettere di dialogare con gli altri, smettere di partecipare al dibattito sociale e politico, smettere di far parte dell’opinione pubblica, ritirarsi dietro muri fisici e virtuali, perché online c’è la pedopornografia, le truffe, il phishing, l’hate speech, le fake news, perché li fuori ci sono i mostri, come nella dark forest di Liu Cixin.

I muri fisici e virtuali che isolano le persone da altre persone rendono sempre più difficile comunicare, la ridotta quantità di informazioni tra le persone rende sempre più difficile comprendere cosa motiva gli altri, e quindi alimenta la sfiducia nelle altre persone, in un circolo vizioso che porta a ridurre gli spazi pubblici di discussione, e quindi le stesse idee in circolazione. Il dibattito tra gruppi chiusi (anche la newsletter, a parte la qualità dell’autore della stessa, in fin dei conti è letta solo da chi ha già un interesse nell’argomento) alimenta la polarizzazione degli individui e i correlati problemi.

Il ritiro in sé, nella propria sfera personale, l’uscita dal flusso mainstream per il proprio benessere personale, recide la possibilità delle nuove tecnologie di influenzarci. Ma esiste ancora la televisione, esistono i giornali, che non smettono di influenzarci (ad esempio i reality show insegnano a dubitare di tutto), e per i quali, a differenza di Internet, c’è una pesante sottovalutazione dei loro effetti, specialmente della Tv che in fondo è un media unidirezionale, non interattivo, col quale non hai possibilità di conversare, ne subisci gli effetti e basta. Il ritiro dall’arena pubblica porta a uno spostamento degli equilibri di potere, a favore di chi crea il caos, di quelle persone alle quali lasciamo il compito di ridefinire lo spazio pubblico, il discorso pubblico, e quindi le stesse regole della nostra società. Lasciare lo spazio pubblico nelle mani delle persone già polarizzate non potrà che portare a sempre maggiore polarizzazione dell’intera società.

Strategie cooperative
Il dilemma del prigioniero e la teoria dei giochi ci insegnano che non è necessario che tutti siano collaborativi, ma occorre che i non collaborativi siano in numero ridotto. I cattivi attori disturbano e garantiscono un risultato egoistico e irrazionale, ma le strategie collaborative hanno una tolleranza alla defezione. Quello che occorre è che tutti coloro che credono nella cooperazione giochino senza ritirarsi dalla “dark forest”. Una volta che inizi a giocare stabilisci regole di fiducia che implicano la possibilità di influenzare anche gli altri giocatori.

Ad esempio, i giornalisti devono rendersi conto di essere il bersaglio continuo di campagne di propaganda da parte dei partiti politici, che desiderano strumentalizzare i media per diffondere la loro visione del mondo. Decidere cosa coprire significa creare la notizia, e rende il giornalista un attore piuttosto che un osservatore. Se si dà più copertura alle email di Clinton che alle sue proposte politiche (come è accaduto nella campagna del 2016 negli Usa), si rende la vicenda delle mail più importanti per il pubblico, dando forma non solo alla notizia, ma alle stesse elezioni e quindi all’intero paese.

I giornalisti, quindi, rischiano concretamente di diventare strumenti di diffusione di disinformazione, campagne di fake news e teorie cospirative. La critica principale del libro Network Propaganda è proprio verso le istituzioni giornalistiche più tradizionali che si sono rese vulnerabili alla disinformazione e alle narrazioni distorte in nome di una presunta “obiettività”. In questo modo Trump ha ottenuto che le televisioni coprano costantemente le sue manifestazioni dove mente, insulta e si comporta in modo oltraggioso.

Se invece ci spostiamo nel campo degli annunci politici la questione è differente, perché è evidente a tutti che le piattaforme sono in grado di indirizzare con maggiore precisione tali annunci a gruppi selezionati di individui. Occorre quindi assoggettare le piattaforme a obblighi di trasparenza relativamente alle pubblicità politiche, così come già accade per gli altri media. È anche vero, purtroppo, che talvolta tali forme di “manipolazione” non si presentano come pubblicità politiche, quanto piuttosto attraverso l’utilizzo dei cosiddetti influencer per veicolare contenuti di disinformazione.

Un primo passo si è avuto con l’Honest Ads Act americano che si prefigge un obiettivo di trasparenza sulle pubblicità anche politiche, imponendo una separazione tra contenuti pagati e non pagati, un obbligo di etichettare il contenuto pubblicitario come tale, e di creare un database delle inserzioni pubblicate. Gli utenti devono sapere che un determinato contenuto è stato pagato da qualcuno, in questo modo sono in grado di valutare meglio il messaggio veicolato senza che il politico che sponsorizza il contenuto possa mascherarsi dietro a una presunta obiettività dello stesso o l’influencer possa sostenere che si tratta della sua opinione formatasi autonomamente. Rimarrebbero al di fuori della regolamentazione le campagne coordinate per alimentare la diffusione di messaggi politici, in genere pagate dai partiti (o da attivisti dei partiti) al di fuori delle piattaforme (direttamente all’organizzatore della campagna).

Si tratta ovviamente dei primi tentativi di stabilire delle regole comuni per limitare l’impatto di tali attività di “manipolazione” online. Attualmente molti paesi richiedono varie forme di trasparenza relativamente agli annunci politici, come è possibile verificare su Facebook, dove è inoltre possibile consultare la Libreria delle inserzioni con i dati sulle inserzioni pubblicate.

Non esiste una tecnologia in grado di distruggere una società che ha uno spazio pubblico funzionante, così come non esiste una tecnologia in grado di ‘aggiustare’ un problema sociale. Molti assassini di estrema destra si sono radicalizzati in siti non guidati da algoritmi o gestiti per motivi di profitto, in siti che distorcono e sfruttano la capacità di Internet di connettere persone che la pensano allo stesso modo. Di sicuro i “media” (i social, le televisioni, i giornali…) hanno le loro responsabilità, per lo più dipendenti dal fatto che si preoccupano prima di tutto dei loro profitti che delle conseguenze sociali. Il problema non viene da un “media” specifico, ma è dentro la nostra società. In un mondo in cui prevale l’egoismo appare più conveniente proteggere il proprio interesse personale immediato, disinteressandosi degli altri. Scegliere di sacrificarci per il bene collettivo ci renderebbe un bersaglio per il dominio e la manipolazione da parte dei soggetti non collaborativi. È questo, forse, il vero “social dilemma”.

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Siamo sempre più polarizzati ultima modifica: 2021-08-22T04:31:35+02:00 da GognaBlog

10 pensieri su “Siamo sempre più polarizzati”

  1. 10
    Fabio Bertoncelli says:

    In vita mia ho sempre pensato: “È piú facile che un cammello passi per la cruna di un ago piuttosto che Pasini scriva ‘ai’ (voce del verbo avere) senza la acca”.

  2. 9
    Roberto Pasini says:

    Come volevasi dimostrare: nella fretta  ho scritto “ai” invece di “hai” Su un foglio di carta non l’avrei mai fatto, pensando con terrore alla matita rossa e blu del mio maestro (maschio) alla scuola elementare e alle sue tirate di orecchie che oggi gli sarebbero costate una denuncia penale.

  3. 8
    Roberto Pasini says:

    Dino M. Hai perfettamente ragione e anche nella mia esperienza è stato sempre cosi’: per risolvere un problema ho sempre preferito vedermi a quattrocchi anche a costo di sobbarcarmi un lungo viaggio magari per un incontro di mezz’ora bevendo un caffè. C’è però da dire una cosa. Scrivere una lettera è diverso da usare un social o una mail. Comporta un distanziamento riflessivo e un uso attento del linguaggio. Infatti anche in passato si scrivevano nella vita privata lettere solo in relazione a grandi eventi carichi di emotività: di solito amore e morte/sofferenza. La rete guadagna in velocità e immediatezza  ma perde in distacco riflessivo ed è per questo che forse tende a polarizzare di più. Dovendo concentrare il messaggio e sotto la spinta della velocità si diventa più sbrigativi ed estremisti, lasciando da parte le sfumature e curando meno il rigore del linguaggio.  Un po’ come la differenza tra fare 4 slide e scrivere un rapporto in Word. Ricordo un giovane collaboratore,molto stimato e amato da me, a cui feci leggere un lungo rapporto su una difficile situazione aziendale che mi era costato due notti “Roberto ma perché non hai fatto quattro slide” Risposta mia “Bestia! (Con affetto) Così si perdevano un sacco di cose imporanti” Lui “Va be’ capo, forse ai ragione ma poi si annoiano quando glielo presentiamo”. Abbiamo sempre lavorato bene insieme e io ho imparato molto da lui su come è evoluta la comunicazione e spero altrettanto lui da me su come i dettagli e la sintassi sono a volte cruciali per capire l’insieme di ciò che vuoi rappresentare. Linguaggio e pensiero si rispecchiano. Linguaggio sciatto: pensiero sciatto. 

  4. 7
    Antonio Arioti says:

    Roberto, concordo su tutto.
    Matteo, troppo buono.
    In realtà l’articolo non mi è dispiaciuto. Propone temi interessanti senza quell’enfasi da imbonitore che oggi sembra andare un po’ di moda.

  5. 6
    DinoM says:

    Anche nei remoti tempi, quando si voleva “irrigidire” le posizioni si ricorreva alla carta scritta. Nella mia vita professionale ho sempre evitato accuratamente di cercare accordi tra più persone con mail o cose simili. Quando l’ho fatto, per pigrizia o necessità di tempo, i risultati sono sempre stati pessimi. Già l’incontrarsi, l’ascoltare  induce la volontà di comprendere le ragioni dell’altro. 

  6. 5
    Matteo says:

    Gli interventi di Pasini e Arioti mi paiono migliori dell’articolo.
    Grazie.”
     
    Solo un punto di Arioti non riesce a trovarmi concorde: “Nel frattempo sarà emerso dell’altro e certe cose saranno andate a posto da sole.

  7. 4
    Roberto Pasini says:

    Arioti.Antonio, grazie di essere intervenuto. Per limitarci all’esperienza diretta, a me sembra che la polarizzazione fosse molto forte anche ai tempi della mia giovinezza. Anzi aveva una componente di aggressività fisica diretta che, a ripensarci, fa paura. Ho visto in Statale a Milano nel servizio d’ordine persone che oggi sono signori saggi e pacati e a volte occupano posizioni importanti esercitare violenze solo in parte giustificate dalla carica di testosterone che caratterizza i giovani maschi di varie specie, come ben sanno gli eserciti e le mafie. Per non dire dei fasci guidati dal giovane La Russa. Tuttavia era una polarizzazione concentrata intorno ad alcune poche ideologie contrapposte, spesso inquadrata dentro organizzazioni di massa, che comunque esercitavano una qualche funzione di contenimento degli impulsi. Con la dissoluzione delle ideologie la polarizzazione è diventata una micro-polarizzazione ad assetto variabile, dove la collocazione dei singoli varia in funzione dei temi, come si vede anche in questo blog. Non ci sono più due o tre centri di gravità permanente che focalizzano le energie. Quindi è una polarizzazione diffusa e meno controllata. Per fortuna la violenza fisica esercitata soprattutto  dai giovani, e’ minore, anche se emergono episodi di branco, sempre soprattutto maschili, che fanno impressione, probabilmente legati anche ad un consumo di massa di sostanze stupefacenti eccitanti e non “rilassanti”che fanno saltare i meccanismi individuali di controllo. Non sono convinto che i social non contribuiscano nel far emergere le personalità più conflittuali, anche se l’aggressività è virtuale. Vantaggi e svantaggi della sostituzione del rapporto diretto con le identità digitali. Sempre meglio un insulto in rete che un colpo di spranga o delle famose chiavi inglesi ultra size. 

  8. 3
    Antonio Arioti says:

    SECONDA PARTE
    Evidentemente si pensava che internet e i social avrebbero consentito scambi culturali importanti e tesi ad appianare certe divergenze.
    In effetti la conoscenza è una grande stimolatrice ma bisogna poi vedere se ci sia desiderio di conoscenza. In realtà questo desiderio non è insito nella maggioranza delle persone, le quali devono fare i conti con istinti primordiali che nessuna tecnologia sarà mai probabilmente in grado di manipolare.
    Abbiamo sempre due mani e due piedi, un corpo vulnerabile, bisogni basici da soddisfare (mangiare, bere, dormire..) e siamo anche degli animali sociali. A me pare che sui social finisca tutto questo, ovviamente con le dovute differenze, nel bene e nel male, rispetto ad un incontro faccia a faccia.
    Sono d’accordo con Roberto che in un incontro reale potrebbero cadere molte differenze ed equivoci ma non sono altrettanto certo che emergerebbero i punti in comune.
    L’equivoco sui social è piuttosto normale. Non si sente il tono della voce, non si vede la gestualità e la mimica e quindi non si può facilmente comprendere se uno stia parlando seriamente o per scherzo, se stia facedo dell’ironia o meno.
    Rimane però il fatto che se si vogliono trovare dei punti in comune è necessario in primo luogo saper ascoltare, in secondo luogo saper riflettere e in terzo luogo sapersi esprimere. Quanti sanno fare efficacemente queste tre cose? Credo che ci siamo già risposti.
    Per esempio, questo blog potrebbe essere molto utile per imparare ad ascoltare e a riflettere. Vedo (o meglio leggo) invece persone che prendono delle dritte e non le cambiano neanche per sogno. A me qualche volta è capitato di dire “grazie”, “adesso ho capito”, ecc.. E di non aggiungere nient’altro.
    Certo, anche a me è capitato di fare la pipì fuori dal vaso ma alcune persone, che dimostrano peraltro una certa cultura, sicuramente superiore alla mia, non le smuovi neanche a cannonate, neanche di fronte all’evidenza e dubito che le smuoveresti in un confronto faccia a faccia. Che poi sappiamo anche cosa possa comportare il faccia a faccia.
    In conclusione non lo so, penso che come per ogni cosa sia una questione di adattamento e solo il tempo potrà dire chi ha visto giusto e chi sbagliato. Nel frattempo sarà emerso dell’altro e certe cose saranno andate a posto da sole.

  9. 2
    Antonio Arioti says:

    Nell’articolo c’è molta carne al fuoco e in teoria dovrebbe costituire una buona piattaforma per i contributi dei lettori. Invece, a parte Roberto, il nulla.
    Non so se ciò sia meritevole di riflessione. Veramente non so più cosa sia meritevole e cosa non lo sia visto che su argomenti come vaccino sì vaccino no, dove si confrontano dei muri, si sia arrivati a oltre 300 commenti di cui la stragrande maggioranza sono perlopiù carta straccia, vista la totale incomunicabilità fra le fazioni in campo.
    Detto ciò provo a cogliere la sfida, in senso buono, di Pasini. Premetto di non essere un gran studioso di fenomeni sociali. Mi interessano ma non al punto da dedicarvi gran parte del mio tempo. Ritengo, non so se a torto o a ragione, di essere una persona con una buona sensibilità e un’altrettanto buona capacità d’ascolto.
    Quando sento dire che si sta’ andando verso qualcosa.. Mi domando sempre come andassero le cose prima e ovviamente non posso che basarmi prevalentemente sulle mie personali esperienze e su eventuali racconti di chi mi ha preceduto.
    Pertanto ho qualche dubbio sul fatto che si stia andando verso una sempre maggiore polarizzazione. Non dico che non sia così, dico solo che ho qualche dubbio. Mi domando invece se non si stia semplicemente prendendo atto che le aspettative erano più elevate di quello che si stanno dimostrando.
    FINE PRIMA PARTE

  10. 1
    Roberto Pasini says:

    Questo contributo mi lascia molti dubbi. In sostanza dice che la polarizzazione è nella società. I social non fanno altro che rispecchiarla. Io ho letto tesi diverse secondo cui i social accentuano la polarizzazione e fanno emergere le personalità più oppositive. Non so. Mi chiedo: nel nostro piccolo blog a volte siamo molto polarizzati ma se ci incontrassimo di persona sarebbe lo stesso? Io non ne sono convinto, penso che molte differenze ed equivoci cadrebbero ed emergerebbero i punti comuni. Non vorrei però essere troppo ecumenico e beccarmi di nuovo il rimprovero di essere pretesco, cosa che mi brucia.  Rilancio dunque la domanda. Certo si fa un po’ di fatica a leggerlo. A me poi il documentario di Netflix che qui viene fatto a pezzi era piaciuto. Opinioni? 

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