Sintomi primordiali

Una vita d’alpinismo – 97 – Mezzogiorno di Pietra – 3 (AG 1981-003)

Spalle al muro
Siamo così giunti al cuore della Sardegna, non al centro geografico ma alla radice delle leggende, alla fonte delle acque, al punto di riferimento della tradizione e della vita pastorale. È una barriera dolomitica a incombere su uno stretto agglomerato di case, una macchia d’abitato compatto in mezzo a una campagna verde, ai vigneti e alle rade boscaglie, Oliena appunto. Questo panorama è famoso, distribuito in migliaia e migliaia di cartoline: vi si vede il grosso paese costruito sul granito suggestivamente in contrasto con la lussureggiante vegetazione subito al di sopra sulla quale si rizzano le nude rocce strapiombanti del calcareo Supramonte.

Supramonte di Oliena (da sinistra, Punta Jacu Ruju, Punta Ortu Camminu, Punta Carabidda). Visibile la parete su cui si svolge Sbarre di nebbia e lo spigolo di Stupidi e malprotetti.

Nei secoli s’era addensato il mistero, difeso dalla lontananza e dall’isolamento. David Herbert Lawrence in Sea and Sardinia parlava di immobilità della gente sarda che, come Giuseppe Dessi ha spiegato, non era da lui intesa come pigrizia, ma come rifiuto. Il rifiuto del sardo della cultura italiana, di una società che egli riconosce male orga­nizzata, che predica un ideale di giustizia che poi non realizza. Quel non sapersi decidere a lasciare indietro un mondo antico in cui lealtà, fierezza e fedeltà sem­brano dipendere da noi soltanto: ecco cosa intendeva Lawrence con immobilità. Quest’illusione poetica vive ancora e la radice di tutto ciò è forse in alto, al di là delle creste che resistono al vento e alle invasioni.

La disagevole strada per Scala ‘e Pradu. Al di sopra è la Punta Carabidda, con lo spigolo di Stupidi e Malprotetti, 19 aprile 1981

Questo desolato altopiano è oggi alla portata di tutti. Una strada in terra battuta lascia Oliena e con una serie impressionante di tornanti, con dissacrante distruzione di centinaia di alberi di una magnifica selva, affronta i primi risalti rocciosi della barriera del Supramonte e poi, con sconvolgimento doloroso di ghiaioni e frane mal celate, tramite la Scala ‘e Pradu, unico punto debole della bastionata, s’affaccia al tempio lunare. Qui il moderno pellegrino può spegnere i motori e, senza allontanarsi troppo dalla vettura ancora calda, con i piedi ben saldi sulla protettiva ghiaia di un ampio posteggio, può additare, alla sua compagna traballante sui tacchi alti, l’ardito volo d’un rapace sul biancore accecante dei campi solcati, sulle nude rocce punteg­giate da radi lecci e qualche tasso centenario.

Roberto Bonelli e la Punta Carabidda. Lo spigolo di Stupidi e malprotetti è quello di sinistra, contro il cielo.

Il nostro viaggio additerà ad altri e divulgherà maggiormente ciò che invece starebbe meglio nascosto. Ma anch’io vivo di un’illusione poetica, anch’io sono «immobile», anch’io mi nutro di quello spirito misterioso e terribile. E così oso spe­rare, utopisticamente, che un giorno lì ci sarà un Parco vero e non quello squallido teatrino che molti vorrebbero. L’ignoranza non ha mai portato bene e così pure recinzioni, divieti e grette difese. Solo senza ignoranza e senza divieti le acque del Flumineddu e le centi­naia di rivoli e polle nascoste nel carsico sottosuolo potranno scorrere pure ed essere quindi reale fonte di vita: altrimenti avrà sempre ragione quel proverbio sardo che dice S’abba ogni cosa nd’andat, foras su machine, l’acqua porta via ogni cosa, fuorché la pazzia.

Marco Bernardi su Stupidi e Malprotetti, Punta Carabidda, 1a ascensione, 19 aprile 1981

Quel pomeriggio del 19 aprile Marco Bernardi, Massimo Demichela, Ernesto Fabbri e io saliamo Stupidi e malprotetti a Punta Carabidda, una via bellissima che ebbe in seguito così tanto successo da essere parzialmente chiodata a spit. Appena ne vedemmo la linea decidemmo di salirla, era troppo evidente ed estetica. Ma, ho saputo recentemente, con tutta probabilità era già stata salita da Partel e Soma.

Monica Mazzucchi su Sbarre di Nebbia (4a L) alla Punta Jacu Ruju, 1a ascensione, 21 aprile 1981

Il 20 Anne-Lise Rochat, Monica Mazzucchi ed io saliamo, facendone la seconda salita, la via M.M. Gonario Sanna a Bruncu Nieddu, una via dei Finanzieri non certo difficile. Anne-Lise Rochat (Parigi, 31 luglio 1948) era professoressa di lingua francese a Torino: fu poi ammessa al CAAI per le sue numerose e importanti salite sulle Alpi. Ebbe un figlio dal compagno, la guida alpina Ivan Negro. Con lui continuò ad arrampicare anche ormai in pensione: ma, rimasta vedova, gradualmente entrò in una malattia senza ritorno. E’ mancata a Torino il 19 aprile 2020.

Monica Mazzucchi su Sbarre di Nebbia (3a L) alla Punta Jacu Ruju, 1a ascensione, 21 aprile 1981

Della via a Bruncu Nieddu Monica ricorda: – Siamo scesi a doppie, a un certo punto mi hai detto di buttare giù la prima, io l’ho fatto ma ne è venuto fuori un garbuglio bestiale: in effetti era la prima volta che provavo!

Ma il 20 aprile è la grande giornata di Spalle al muro, una linea di fessure, sempre a Bruncu Nieddu e non distante da noi, già individuata da Massimo Demichela l’anno precedente.

– Beh, la via era impegnativa – ricorda Marco – ma l’adrenalina era “sopportabile” (per quel periodo… perché oggi invece mi cagherei addosso!); non ricordo uno di quei momenti in cui dici “mi è andata bene!”. Però era tecnicamente quasi improteggibile, dunque “spalle al muro”.

Parete ovest della Punta Jacu Ruju (al centro corre la via Sbarre di Nebbia) vista dalla vetta della Punta Ortu Camminu, 21 aprile 1981
Bruncu Nieddu, spigolo nord-ovest, via M.M. Gonario Sanna.

Massimo (torinese, 6 maggio 1954, che avrebbe in seguito fatto per parecchi anni il custode di rifugio, poi diventato responsabile del soccorso alpino di Torino e oggi in pensione) invece, nel ricordare, è più sanguigno: – Io ho fatto il primo tiro, poi è andata avanti la “belva” sul secondo tiro, da intuire, fatto magistralmente. Ancora avanti io, puntando al passo chiave, il mostro che si vedeva da sotto, una fessura aggettante, svasata, improteggibile. Oggi, forse con gli “ombrelli” della Black Diamond… La belva è scattata, ma per la prima volta il suo balzo non è stato produttivo. Ha dovuto pensarci un attimo, poi di colpo si è lanciato la seconda volta e in poche mosse ha superato quei metri che io, dopo, ho fatto salito “cigolando”, anche perché non avevo jumar…

Anne-Lise Rochat e Monica Mazzucchi sulla 3a L dello Spigolo MM Gonario Sanna, 2a ascensione, Bruncu Nieddu. 20 aprile 1981.
Monica Mazzucchi e Anne-Lise Rochat sulla 9a L dello Spigolo MM Gonario Sanna, 2a ascensione, Bruncu Nieddu. 20 aprile 1981.

Questo tiro è rimasto leggendario, ancor più da quando Gianluca Maspes lo ripeté (unico, finora, e usando i friend) imprecando per il grado dato da Marco, VII+.

– Ho avuto ancora la forza di provare ad andare avanti – continua Demichela – ancora a incastro, ma dopo una decina di metri scendo e lascio definitivamente il comando alla belva. Arriviamo in cima che sta per piovere, la discesa è a doppie, sotto i fulmini. Sai, la classica scena di mettere fuori della grottina dove ci siamo riparati tutta la ferraglia… E alla fine sono anche scivolato sul ghiaione e mi sono stortato una caviglia! Il giorno dopo ero fuso, sono andato da solo a fare un giro e, dopo Dorgali, mi sono fermato a mangiare una pecora “mummificata” e a ubriacarmi in una locanda. Poi sono andato a rigovernare il furgone, poi mi sono appisolato. Deve essere lì che mi hanno rubato in furgone, ad Anne-Lise i soldi, a me la Nikon.

Sotto al Monte Uddé, con il ben visibile (tra ombra e sole) sperone del Tempo Reale, i due furgoni di Mezzogiorno di Pietra posteggiati. Aprile 1981.

Mentre Massimo si lecca le ferite in solitaria (è il 21), noi torniamo alla Scala ‘e Pradu: incorniciati dai giochi verticali e cangianti delle nebbie, Monica e io apriamo la bellissima Sbarre di nebbia alla Punta Jacu Ruju, mentre Marco, Anne-Lise, Roberto e Lella Salusso trovano, un po’ di ripiego (per Marco “brutta”), Il giorno dei lunghi vermi sulla Punta Ortu Camminu. A sinistra di Sbarre di Nebbia, dopo qualche giorno (7 maggio), Ben Laritti aprirà con Giovanni Soma la ben più estetica via delle Fiamme Gialle. Peccato, non averli incontrati a bordo della sua scassata e stracolma Dyane 6.

Salendo sotto al Monte Uddé, verso la base del ben visibile (tra ombra e sole) sperone del Tempo Reale, 23 aprile 1981

Tempo Reale
Non ho potuto fare tutto ciò che volevo, perché il tempo è limitato per tutti, anche per gli autori di libri che apparentemente hanno piena disposizione di tempo, e perché occorreva porre dei limiti alla mole già considerevole di progetti. L’esplorazione alpinistica a tappeto della Sar­degna doveva necessariamente avvalersi non di un solo compagno, ma di molti. E qui ho trovato grandi difficoltà, perché generalmente a chi piace arrampicare non piace scarpinare per deserti altopiani senza sentieri e senza orientamento. Infatti la bellezza più grande del Supramonte è proprio l’apparente inesistenza di una qualsiasi meta, perché le cime che sono qui non sono vere cime e perché le traversate non hanno un vero inizio né una fine. Questa «mancanza» è la ricchezza vera, è il serba­toio di vita ben superiore alle classifiche artificiali dell’uomo, ai percorsi attrezzati, alle alte vie e a tutto quell’incomodo ciarpame che funesta di notorietà una monta­gna. Il Supramonte è libero.

Bruncu Nieddu. Massimo Demichela all’uscita della lunghezza di VII+ di Spalle al Muro, 1a ascensione, 20 aprile 1981
Dolòverre di Surtana, Pilastro delle Meraviglie

I nostri spostamenti sono un po’ nervosi, oggi qui domani là. Sono combattuto tra il desiderio di aprire una valanga di vie nuove, nonché di farle aprire ai miei compagni, e la necessità di andare a mettere il naso sugli itinerari precedenti. Per non parlare dei sentieri e delle mete facili. Con Roberto Bonelli salgo il Paese delle Meraviglie, la via di Frezzotti al Dolòverre di Sùrtana: intanto gli altri rimangono al campo a prendere il sole e fare il bagno.

Marco Bernardi, assicurato da Anne-Lise Rochat, sulla 2a lunghezza delle Placche di Woodstock, Poltrona di Cala Gonone.
Budino dei Giganti. Massimo Demichela sulla 1a L di Turbamento Inguinale, 2a ascensione, 24 aprile 1981

Vent’anni dopo l’amico Giovanni Sicola parlerà con il pastore, probabilmente quello che ci dava la ricotta, di come era una volta: – Eh, sì, ricordo bene quei ragazzi… venivano dal continente, avevano un furgone verde… e uno bianco… e le ragazze prendevano il sole con le tette di fuori…

– E voi le guardavate…
– Eh, sai, gli occhi allora li avevo buoni!

La parete settentrionale della Punta Cusidore. L’evidente pilastro centrale, nel settore a sinistra della vetta e tra ombra e sole, è quello di Un incerto mattino.
Punta Cusidore. Monica Mazzucchi durante la 1a ascensione di Incerto Mattino, 7aL, 25 aprile 1981

Il giorno dopo, 23 aprile, mi avvio con Nella verso la necropoli di Tìscali, e poi ancora verso Campu Donanigoro e Su Sercone. Non ci sono segnali, indicazioni, ma le tre mete non si possono mancare. Quando si è là, non c’è alcun dubbio! La vastità di Campu Donanìgoro è quella di un enorme campo di calcio, una distesa prativa sede del pacifico pascolo di asini, cavalli, vacche, circondato da rilievi non dirupati ma assai aspri su cui il cammino è difficile e senza sentieri, tra piccoli cespugli sparsi di efedra nebrodense e tronchi di ginepro piegati dal vento; e Su Sercone è un’immensa dolina, quasi inquietante nella sua solitudine e nel suo apparente mistero, un imbuto ovoidale profondo fino a 200 m e largo fino a 400, dove pareti verticali ne impediscono l’accesso da tutti i lati meno quello meridionale. Qui una piccola traccia di sentiero scomodo conduce sul fondo della voragine, dove campeggiano, solitari e contorti, alcuni tassi.

Da sinistra, Monica Mazzucchi, Anne-Lise Rochat, Marco Bernardi e Alessandro Gogna in cima a Incerto Mattino, Punta Cusidore, 1a ascensione, 25 aprile 1981
Supramonte di Baunei, Parete di Donneneittu. La via dell’Unicorno si svolge al centro di quest’immagine.

Eppure, mentre ero immerso in questa natura così avvincente, un piccolo angolino del mio cuore era legato agli amici che scalavano nello stesso momento. A Roberto e Lella sulla modesta Spada di Damocle, ma soprattutto a Marco e Anne-Lise, impegnati sul meraviglioso pilastro del Tempo Reale a Monte Uddè. Non era invidia, era una sorta di legame a distanza, un’incapacità di essere in un solo posto. Erano partiti assieme a Monica e Massimo, ma quest’ultimo era ancora sconvolto da Spalle al Muro e rinunciò già al primo tiro. – I pastori la sera prima ci avevano rovinati con la pecora e il Cannonau. Ma anche quel giorno fu puro divertimento, quello creativo, non quello comprato – racconta Massimo.

Marco Bernardi sulla via dell’Unicorno alla Parete di Donneneittu, Codula di Luna, 1a ascensione. 27 aprile 1981.
Dalla sommità dell’Unicorno, l’inconsueto lancio di nut sulla via dell’Unicorno, parete di Donneneittu, 1a ascensione, 27 aprile 1981

Tempo reale è una di quelle strutture estetiche che danno emozioni – commenta Marco oggi, dopo tutti questi anni.

Racconta Oviglia che un paio di anni fa, scambiando qualche mail con dei francesi entusiasti della Sardegna, questi gli hanno mandato una relazione di una via nuova aperta da loro. Loro hanno messo degli spit lungo i tiri, spittato le soste. Oviglia gli scrisse facendogli notare che erano passati su una via classica, una via importante, e loro si dimostrarono collaborativi. Ma non tornarono a togliere l’attrezzatura. Occorre ancora proteggersi, e molto. La via, bisogna dirlo, non è stata banalizzata anche se l’impegno non è certo quello originario.

Alessandro Gogna, con quella sicurezza, sceso dalla punta dell’Unicorno e dopo la spaccata, risale la fessura.
Marco Bernardi sulla via dell’Unicorno alla Parete di Donneneittu, Codula di Luna, 1a ascensione. 27 aprile 1981.

Ma, commento io, Tempo reale è una salita del leggendario Bernardi, neanche tra le più difficili, testimonianza di un tempo che non tornerà più. Proprio perché non era tra le più impegnative c’era speranza che si capisse a livello più diffuso e generale la reale portata di ciò che Marco ha fatto in Sardegna (e non solo).
Nella mia ciurma c’è voglia di mare, c’è voglia di strutture semplici, facili da raggiungere. Concedo una giornata (24 aprile) a Cala Gonone, dove ci dividiamo sul Budino dei Giganti (lo spigolo della via Porqu con Nella) e sulla Poltrona. Placche di Woodstock è una bellissima via e riusciamo a godercela in 2a ascensione ben prima che venisse spittata, allacciando con lo stesso timore di Frezzotti le poche clessidre a disposizione. Massimo ricorda di aver passato addirittura la corda nell’ultimo clessidrone, non aveva più fettucce.

Nel frattempo Roberto, Nella e Monica aprono la facile SPQR al Budino dei Giganti. Viene ripetuto anche Turbamento inguinale.

Alessandro Gogna al penultimo tiro della via dell’Unicorno alla Parete di Donneneittu, Codula di Luna, 1a ascensione. 27 aprile 1981.
Roberto Bonelli sulla via dell’Unicorno alla parete di Donneneittu, 1a ascensione, 27 aprile 1981

Incerto Mattino
Se si percorre la strada che da Dorgali conduce a Oliena, dopo l’attraversamento del ponte sul fiume Cedrino, appare, magari indorata dalla luce di tramonto, l’impo­nente bastionata calcarea, alta diverse centinaia di metri: essa chiude l’orizzonte a sud per parecchi chilometri e domina con la sua presenza quasi numinosa una valle larga e ricca di pascoli e coltivazioni. Qui il Supramonte precipita non più con pareti solcate da canaloni, ma con un’unica bastionata settentrionale cui danno appena rilievo alcune poco incise fessure e svariati spigoli, così poco accennati da po­terli distinguere solo al tramonto, quando la luce li investe di traverso e proietta le loro ombre creando un gioco di quinte irreali. Da Serra Orrios, ci sono dei momenti nei quali sembra che le ere archeologiche si sovrappongano come per incanto all’attuale attimo e che tramite la sensazione dell’immutabilità della pietra si disperda la stessa cognizione del tempo.

La parete sud del Cabu de Abba, Ussàssai. Il Crepuscolo dei Preti risale l’evidente sperone (tra ombra e sole) subito a destra del canale più incassato e profondo. 3 maggio 1981, 1a ascensione.
Alessandro Gogna sulla 1a L di Crepuscolo dei Preti (Cabu de Abba, parete sud), 1a ascensione, 3 maggio 1981

Il corso del fiume Cedrino solca lento una vasta piana assai agricola. In mezzo ai campi, a distanza quasi regolare tra loro, sorgono gli squadrati rustici dei contadini. Classico è l’intonaco bianco sui muri di calcare e così pure immancabile è l’ombra di un leccio accanto. Bianco e ombra sono i due mezzi più semplici per difendersi dalle terribili calure estive. Una costante del paesaggio sono i muretti a secco che recintano le proprietà, piccole o grandi.

Alessandro Gogna sulla 2a L di Crepuscolo dei Preti (Cabu de Abba, parete sud), 1a ascensione, 3 maggio 1981
Alessandro Gogna sulla 3a L di Crepuscolo dei Preti (Cabu de Abba, parete sud), 1a ascensione, 3 maggio 1981

Altra caratteristica del paesaggio sono le grandi strisce disboscate e brulle che con ossessiva geometria attraversano le colline. Si chiamano «cesse» e dovrebbero ser­vire a fermare un incendio divampato spezzandone la furia.

La Perda Liana
Intaglio di Buch ‘e Scala. Il Monte Ginnircu visto da Alessandro Gogna e un pastore prima della prima ascensione di Sintomi Primordiali, 1 maggio 1981

Tra le coltivazioni la vigna è forse la più estesa: i vini Cannonau e Oliena sono assai pregiati. Le zone di passaggio tra campi coltivati e foresta residua sono interessate da lembi di gariga formata in genere da cespugli spinosi e aromatici. Si ripete la solita storia: si taglia il bosco, si dissoda il terreno, lo si coltiva poi, quando si esaurisce, lo si abbandona ed esso torna a rico­prirsi di vegetazione a macchia che verrà poi distrutta dal pascolo delle capre fino allo stadio finale di gariga. Alla base delle pareti è la lecceta, favorita qui da una certa capacità del terreno di trattenere l’umido, i cinghiali e le martore.

Più a est è la valle del Lanaitto, un solco vallivo che s’incunea profondamente nel Supramonte e che pare sia stato la sede primitiva del corso del Riu Flumineddu che oggi invece scorre più a oriente, deviato dalla Gola di Gorropu.

Monte Ginnircu, Sintomi Primordiali, 1a ascensione. Alessandro Gogna sulla 2a L, 1 maggio 1981.
Punta Ginnircu, Sintomi Primordiali, 1a ascensione.
Marco Bernardi segue sulla 1a L, 1 maggio 1981.

La Punta Cusidore è la più alta di questa muraglia e si staglia sulla destra. Deve il suo nome a un calzolaio che pare trovò la morte proprio in cima.

Dei cinque accentuati speroni che movimentano la sua parete nord, nessuno era stato ancora salito. Scegliemmo il quarto (da destra), senza ovviamente sapere che anche il quinto e il terzo avevano i giorni contati. Il quinto lo avrebbe fatto Ben Laritti con Giovanni Soma solo quattro giorni dopo di noi (via dei Finanzieri); e il terzo sarebbe stato di Mario Calaresu e Pierangelo Marroccu (spigolo Grazia Rosi, 30 maggio). Una curiosità: nell’agosto 2010, Ivan Feller e Luca Ondertoller hanno aperto Nati con la Camicia sullo stesso pilastro della via dei Finanzieri, in evidente vicinanza, due sovrapposizioni e chiodando a fix. La banalizzazione della via di Laritti e Soma (neppure citata in relazione) sarà stata voluta o frutto solo di ignoranza?

Al mattino presto del 25 aprile il cielo era di un grigio scoraggiante. Scaricammo la nostra incertezza avviandoci all’attacco, rimandando il momento della ritirata. La nostra meta appariva più difficile di quello che poi era veramente. Avevamo zaini appesantiti dal materiale da bivacco, perché Marco, Anne Lise, Monica e io non volevamo sorprese.

Punta Ginnircu, Sintomi Primordiali, 1a ascensione.
Marco Bernardi sulla 2a L, 1 maggio 1981.

Invece fu una salita piacevole, un’arrampicata stupenda su roccia sempre solida e allietata dai ciclamini che apparivano da ogni buco. Una sola lunghezza ci aveva impegnati un po’. In cima potevamo toccare la serenità con tutte le dita e sapevamo che Incerto mattino sarebbe piaciuto a tanti, ne aveva tutte le qualità.

Nello stesso giorno due svogliati arrampicatori, da me spediti a calci verso il loro destino di “schiavi”, salivano lo spigolo nord-ovest, la classica via dei Finanzieri del 1973. Dovevo avere la relazione, non perché non mi piacesse quella che era stata pubblicata, avevo solo bisogno di raffronti.

I due, Roberto e Massimo, nel salire si autoconvincevano che quella via non valeva nulla e che in ogni caso nessuno era mai passato da lì. Solo quel cretino di Gogna poteva credere a uno scarponaro come Partel. La loro connaturata anarchia, scanzonata e proletaria quella di Massimo, snob ed elitaria quella di Roberto, li faceva sognare di ordire la macchinazione di scendere subito e poi fare una relazione copiando più o meno quella dell’odiato Partel, tanto nessuno si sarebbe mai accorto. Ai due, bricconi in tutti i sensi, Partel, in quanto finanziere, “stava sul cazzo”. Giunti in cima al pilastro, dopo 14 tiri di imprecazioni, a non più di tre lunghezze dalla vetta i due decisero all’unanimità di scendere sulla parete a ovest. Non avevano un chiodo e solo pochi cordini, ci fu un’affannosa ricerca di arbusti e ginepri che si concluse solo quasi a notte sul ghiaione. La sera, i due erano ancora autoconvinti che da lassù non era ancora passato nessuno. Gli dissi che, oltre ai finanzieri, la via era stata ripetuta anche da sardi (Pìbiri e Poddesu), e in scarpe Superga.

– Ah beh, allora… se l’ha fatta anche un cazzo di sardo in scarpe da tennis…!

Massimo il giorno dopo partì per Torino, portando con sé Anne Lise. Peccato, a parte l’incazzatura che mi aveva procurato con lo spigolo della Cusidore, ci sarebbe mancato. Le sue frecciate satiriche erano sempre uno spasso.

Punta Ginnircu, Sintomi Primordiali, 1a ascensione.
Marco Bernardi sulla 2a L, 1 maggio 1981.

Massimo Demichela una volta così disse in un’intervista: «In quegli anni eravamo davanti a un ambiente alpinistico che era quanto di più retrivo e ottusamente conservatore si possa pensare. La scuola Gervasutti di Torino ne era un esempio emblematico, in cui si rasentava l’idiozia nel senso mentale anche su problemi tecnici specifici. Vigevano regole assolute: l’alpinismo è solo questo, il resto è merda; le scarpe da usare sono solo queste, il resto è merda; l’abbigliamento è questo e basta, ecc. Una serie di persone ebbe un moto di ribellione verso questa “muffa”, una ribellione più o meno cosciente e politicizzata, portata avanti più a livello personale che nella scia di una corrente di pensiero. Nella realtà si trattava forse di rivendicazioni minime, ma era comunque difficile ottenerle. Molto difficile.
Gian Piero Motti le razionalizzò e diede loro una logica; anche se non fu un ribelle nel vero senso della parola, ebbe la lucidità di elaborare un preciso percorso di allontanamento dall’alpinismo classico.
Gian Carlo Grassi fu un altro grosso elemento di rottura rispetto a quello che era il modo di andare in montagna di quegli anni. Poi ci sono stati i giovani Mauro Pettigiani, Roberto Bonelli, Danilo Galante… Furono protagonisti di un momento di grande cambiamento, distaccandosi nettamente dalla tradizione sia nel fare dell’alpinismo di punta, sia nel modo di essere.
Allora non c’era assolutamente un approccio democratico alla montagna, anzi vigevano regole ferree e anche il divieto di poter assumere certi atteggiamenti. Era l’elitarismo dei poveri, della stupidità… Lo scrollone dato dal nostro gruppo permise di uscire da quella routine, di allargare gli orizzonti non solo in senso geografico, ma anche in senso ideale.
Io ero anche un “mestatore”, un sobillatore di masse, ma politica e alpinismo erano due cose diverse, separate. Un distacco favorito dal fatto che nell’ambiente della sinistra extraparlamentare in cui militavo la montagna era considerata cacca, un ambiente non socializzante in cui si generavano negative competizioni personali
».

Punta Ginnircu, Sintomi Primordiali, 1a ascensione.
Marco Bernardi sulla 6a L, 1 maggio 1981.


La via dell’Unicorno
Manolo per le pareti aveva l’occhio lungo: passando per Genna Silana aveva visto una lunga parete di calcare scuro, quella che fiancheggia a destra la Còdula di Luna. In gergo la chiamai Parete Manolo e, data l’esposizione sfavorevole, la rimandai a primavera. Perciò era il momento. Lo studio approfondito delle carte m’informava che in zona c’era il cuile Donneneittu, dunque quello sarebbe stato il nome.

Con un certo timore misto a eccitazione esplorativa scendemmo giù per la sterrata della Còdula di Luna, fino alla fine. Era proprio lì, a breve distanza, che s’alzava la parete, davvero impressionante, perfino per Marco Bernardi. Individuammo una zona leggermente più debole, più o meno in corrispondenza di un obelisco appena staccato dal corpo. Bonelli lo battezzò subito l’Unicorno. Era il 27 aprile, una splendida giornata che poi virò al temporalesco.

Simone Sarti durante la prima ripetizione di Sintomi Primordiali (2000) al Ginnircu. Foto Maurizio Oviglia.

Dopo un primo tentativo più a destra, decidemmo di attaccare un diedro in corrispondenza di un enorme leccio. Tre bottigliette di vetro abbandonate testimoniavano il passaggio dei pastori sotto questi antri basali. Seguendo la logica grigia in mezzo a illogici gialli arrivammo alla base dell’Unicorno. Qui ci sono due camini, noi scegliemmo quello di sinistra che sembrava portare in vetta al campanile. Una roccia che richiede attenzione al crollo totale.

Dalla cima, il passaggio sulla parete successiva era complicato: ci venne in mente di lanciare un exagonal in modo tale che s’incastrasse sopra un camino che sembrava improteggibile. Una manovra tipo quella che fece Walter Bonatti sul Petit Dru… L’exagonal s’incastrò a meraviglia e con questa sicurezza dall’alto mi avventurai sul tiro: eravamo tronfi per la nostra astuzia, ma presto altre difficoltà ci fecero abbassare la cresta. Fino a che sbucammo sull’altopiano: il cielo minacciava pioggia e cercammo in fretta e furia il modo più veloce per scendere. Seguimmo una cengia che riportava in parete più a nord e, alternando doppie a tratti di cammino, ci ritrovammo in fondo. Asciutti.

Alessandro Gogna sulla 2a L di Capo Ferito, 1a ascensione (parete nord-est di Punta Argennas). 29 aprile 1981.

La via dell’Unicorno alla Parete di Donneneittu oggi conta probabilmente una quindicina di ripetizioni al massimo. La guida francese di Pau, Christian Ravier, in compagnia di Vincent Seger, nel novembre 1997 vi fece alcune varianti dirette che chiamarono Le secret de la Licorne, con difficoltà fino al 7a (un passo di A1) e con l’uso di pochi chiodi.

Alessandro Gogna sulla 2a L di Capo Ferito, 1a ascensione (parete nord-est di Punta Argennas). 29 aprile 1981.

Capo Ferito
Deriva da una gita ricognitiva a Punta Giràdili la mia ferma intenzione di salire la parete di fronte, la lunga falesia di Punta Argennas. Questa muraglia, esposta a nord-est, presentava una sola linea possibile senza pensare a un assedio vero e proprio, una serie abbastanza continua di fessure e diedri per 200 metri di dislivello. Ma ricordo che ero solo io l’entusiasta, non so perché ma il progetto non piaceva né a Roberto né a Marco.

Il 29 aprile scendemmo il Bacu Orrolossi per il sentiero attrezzato dai pastori e costeggiammo la parete fino alla base dell’intravvista serie di fessure e diedri. Per le prime tre lunghezze mi prodigai sia per salire in qualche modo, sia per ribaltare il giudizio che ne stavano dando i miei compagni.

Alessandro Gogna sulla 2a L di Capo Ferito, 1a ascensione (parete nord-est di Punta Argennas). 29 aprile 1981.

Al quarto tiro andò in testa Marco ed era una bella gatta da pelare. Il fondo del diedro era da trattare assai delicatamente, Roberto e io eravamo proprio sotto, entrambi privi di casco (allora era normale). D’improvviso Marco, che a una dozzina di metri da noi cercava di forzare una nicchia, non riuscì a trattenere un blocco che precipitò e si schiantò subito sopra di noi.

Istintivamente alzai le mani a proteggere la testa e un frammento mi colpì al torace. Roberto, anche lui colpito alla gamba, sentì i miei gemiti e mi vide accostato alla roccia. Il colpo era stato così violento che non riuscivo quasi a respirare. Poi pian piano mi ripresi. Marco mi chiese se volevo tornare indietro, io risposi che non mi sembrava il caso, eravamo non così distante dall’uscita.

Marco Bernardi sulla 4a L di Capo Ferito, 1a ascensione (parete nord-est di Punta Argennas). 29 aprile 1981.

Poi però ebbi quasi a pentirmene, perché furono due lunghezze veramente impegnative e l’attesa che Marco le completasse era snervante e sempre più dolorosa.

– Tieni bene, cazzo, che sono ferito!
– Il capo è ferito – sdrammatizzò Roberto.

Uscimmo in qualche modo, poi nella macchia e nel calcare tornammo ai furgoni.

Dopo aver scritto la relazione di Capo ferito, passammo alla cena e al Cannonau. Mi ricordarono che la sera prima c’era stata un’accesa discussione sull’utilità del casco, dove io sostenevo che era del tutto inutile “perché il sasso non prende la mira” e Roberto ne predicava l’antiesteticità.

– Non prenderà la mira, ma sa benissimo dove andare!

Insomma, per questa vicenda fui a lungo dileggiato.

Marco Bernardi sulla 6a L di Capo Ferito, 1a ascensione (parete nord-est di Punta Argennas). 29 aprile 1981.

Sintomi Primordiali
La cupidigia cementizia ancora non è riuscita a mettere materialmente le mani sulla costa da Santa Maria Navarrese a Cala Gonone, mentre «si deve pensare che soltanto per buro­cratica sorda incuria si possa finora aver tralasciato di tutelare attivamente la stu­penda costa con le operanti garanzie di un parco naturale (Franco Patini)».

Allorché da Baunei ci si affaccia alla testata di Bacu ‘e Muru e ci si addentra nella ripida discesa verso il mare una stupenda guglia s’impone allo sguardo: è Pedra Longa, uno scoglio quasi del tutto circondato dal mare che s’alza per 128 metri dal livello dell’acqua salata. Da Cuile Duspiggius invece la visione è più grandiosa, perché Pedra Longa non è che l’estrema punta nel mare della grande bastionata nord-orientale di Punta Argennas. La stagione in cui fummo a Pedra Longa la prima volta era ostile: ancora vento e freddo. Ma la seconda volta c’era il sole caldo. Nessun bagnante, perché era aprile e giorno feriale. In estate Pedra Longa, con il posteg­gio proprio sotto e il ristorante-bar non è nulla più che un Faraglione di Capri, meno celebrato, ma ugualmente asservito alla logica imperante del turismo di consumo.

Il diedro-amino direttiva di Capo Ferito, 1a ascensione (Parete nord-est di Punta Argennas). 29 aprile 1981.

A un esame approfondito della Pedra Longa come possibile meta di scalate nostre ci sembrò che la roccia, spesso gialla e friabile, non permettesse nulla di esaltante. Così il 30 aprile mi accontentai, con Nella, di salire alla cima per la via normale. Nel pomeriggio, con Marco Bernardi, effettuammo slegati e assieme il tour basale della guglia, una bella arrampicata su roccia sempre splendida: Luce senza memoria. Alla fine ci buttammo in acqua.

Roberto Bonelli alla S2 di Capo Ferito (Punta Argennas), 1a ascensione, 29 aprile 1981

Era il pomeriggio prima della battaglia. Il giorno dopo infatti ci avviammo all’attacco di Sintomi primordiali al Monte Ginnircu. Da Punta Giràdili scendemmo per il canalone di Buch’ e Scala, un passaggio che ci aveva indicato gentilmente un pastore. Attaccammo di buon’ora, decisi a uscire in giornata da quella parete di quasi 400 metri che c’incuteva molto timore e che rappresentava “il” problema di tutto il Supramonte di Baunei. L’iniziale intento di condurre a comando alterno si arenò all’inizio della terza lunghezza, quella chiave. Dopo la prima, condotta da me, lui aveva con difficoltà tirato sulla seconda. Io mi ero talmente stancato, e con la corda davanti, a cercare di salire in libera come aveva fatto lui, che alla vista della terza lasciai volentieri il passo. E meno male, perché lì avrei usato le più meschine e raffinati arti di artificiale, invece Marco passò in libera con un resting. Quando toccò a me salire, non riuscivo a capire dove diavolo lui si fosse tenuto. Eppure lo avevo visto con i miei occhi… Qui suonò una campana a morto, dentro di me: mi sentivo un incapace. Nello stesso tempo ero felice di esserci. Un momento che così storico non avrebbe potuto essere, unitamente alla smisurata fiducia che avevo in quel ragazzo di dodici anni più giovane di me, che nel settembre dell’anno prima aveva salito la via Gervasutti alla parete est delle Grandes Jorasses in prima solitaria. E c’era riuscito a ventidue anni, la stessa età mia di quando nel 1968 salii da solo sulla parete nord delle Grandes Jorasses! Accomunati da questo genere di esperienza, eravamo irresistibili. Ci sentivamo tali, perché forza ed esperienza sono le componenti basilari per la riuscita.

Marco Bernardi sulla 4a L di Capo Ferito (Punta Argennas), 1a ascensione, 29 aprile 1981

Allora non c’erano i telefonini e nessuno sapeva bene dove fossimo, neppure i nostri amici: erano però convinti che a due veterani delle Grandes Jorasses nulla potesse succedere. Dopo un mio piccolo exploit sulla quinta lunghezza, Marco riprese il comando. Cominciava a rannuvolarsi, il tempo correva. Le preoccupazioni aumentarono verso la fine, eravamo lenti, la parete si difendeva in ogni modo, ovattata in una fitta nebbia che c’impediva di capire quanto mancava. Conclusi la nona lunghezza che era quasi buio, Marco mi seguì come un razzo e altrettanto veloce scomparve alla mia vista sulla decima, l’ultima, per fortuna facile.

Vagammo un po’ sull’altopiano cercando di tenere una direzione, poi i fari del furgone di Roberto che ci aspettava al cuile su Idileddu e l’abbaiare dei cani posero fine alla nostra avventura.

Marco Bernardi sulla 6a L di Capo Ferito (Punta Argennas), 1a ascensione, 29 aprile 1981

Le còdule e Perda Liana
«Bianca come una missione mexicana è la chiesa di San Pietro». Così Andrea Gobetti in­troduce la voragine di su Sterru, la cavità di 245 metri di verticale unica nel Supramonte di Baunei e l’ambienta nella sua cornice naturale di «còdula». Il mondo della còdula è parte integrante della montagna sarda. Apparentemente via naturale dal­l’interno al mare, in realtà è a volte via difficoltosa. Oggi il mondo delle còdule è più abbandonato che una volta; più isolati sono i cuili, la vegetazione ha ricoperto con uno spesso manto quella che prima era un’a­gevole via. Forse solo i cacciatori contribuiscono a mantenere transitabili certi sen­tieri sul fondo. Pochi sono gli escursionisti che ne intraprendono la traversata. Noi stessi le abbiamo appena percorse, senza però sfiorare neppure le vallette confluenti, senza indagare le semplici e selvagge meraviglie ivi celate da una geografia scon­volta.

Nella, Monica e Lella, il 2 maggio lasciato il mio furgone al posteggio della Còdula di Luna, si erano avviate seguendo il torrente e dopo tre ore erano arrivate al mare. A Su Neulaggi avevano passato la notte con i pastori, che gentilmente gli avevano indicato il segreto per prendere l’unica traccia che va verso Cala Sisine. Passarono accanto all’arcata naturale di s’Architieddu Lupiru. Nella era il navigatore ufficiale e se la cavò benissimo in quella mancanza di veri sentieri: le tre arrivarono a Cala Sisine in neppure cinque ore. Avevo orchestrato di andare loro incontro giù per la Còdula Sisine e ogni cosa filò liscia, l’intera squadra si riunì.

Le còdule possono perfino risultare monotone, tanto la man­canza d’acqua e la lunghezza influiscono su un giudizio superficiale. La fretta non è buona consigliera, chi si propone di riuscire velocemente farebbe meglio a sce­gliere altri itinerari. Il vallone è un libro aperto di difficile lettura, a meno che non si consideri «leggere» il semplice coscienzioso sfogliare le pagine di un libro.

Tra la Barbagia di Seùlo e l’Ogliastra si estende una regione assai caratteristica e interessante, scarsamente abitata e solcata da una sola strada importante, quella che unisce Seui a Lanúsei e Arbatax.

La vastità di questa regione ci ha impedito di visitare uno per uno i «tacchi» o «tònneri», cioè le mese calcaree che qua e là si ergono sopra Seui, Ussàssai, Ulàssai, Jerzu: vastità che si aggiunge a già problematiche difficoltà di avvicinamento delle singole località, separate tra loro da foreste ancora molto estese e fitte di lecci seco­lari, carpini, agrifogli, tassi, come quella famosa di Montarbu. Spazi quindi di ampio respiro ci circondano mentre saliamo il 3 maggio all’isolatissima Perda Liana: a settentrione si abbassa il profondo solco del Flumendosa (uno di quei fiumi della Sardegna che ci facevano studiare a memoria alle elementari, vi ricordate?), che ora ci divide dalle masse erbose e raramente boschive del Gennargentu; spazi che diventano ancora più ampi se si vedono i cinghiali e i mufloni, allorché quel terribile senso di fantasia costretta ci cade in terra e mentre gli animali fuggono discreti ci sembra di fuggire con loro. Oppure al vento delle creste, immersi in un silenzio millenario, ci sembra di volare con il vento e di essere noi stessi ad accarezzare i lecci contorti.

Assieme a due pastori (a sinistra), Roberto Bonelli e Marco Bernardi in vetta alla Punta Argennas, dopo la 1a ascensione di Capo Ferito, 29 aprile 1981

Vento, che su in alto era molto forte. Marco e Monica sulla Perda Liana aprirono Vento gelido del Nord, mentre Nella e io salivamo la via normale. Roberto e Lella invece ripetevano la via Mauri-Pìbiri-Poddesu sul Margiani Pobusa. Monica aveva raccolto due sassi spezzati che rivelavano una caratteristica cavità interna. Li aveva poi nascosti in fondo al suo zaino e io non me ne accorsi nel resto del viaggio: con i problemi di spazio che avevamo…

Lo stesso 3 maggio capitammo sotto a meravigliose falesie: alcune sarebbero diventate famose (Jerzu), altre non lo sono e forse non lo saranno mai. Per me la falesia di Jerzu si chiamava Punta Funtana Piccinna, e lì Marco e Monica hanno salito un camino temuto ancora oggi: Ultimo raggio di sole, una “bella chiusura di giornata” secondo Marco. Roberto e io invece, sull’oggi totalmente ignota parete sud di Cabu de Abba (sopra alla stazione ferroviaria di Ussàssai), salimmo la bella Il crepuscolo dei preti.

10
Sintomi primordiali ultima modifica: 2022-05-08T05:52:00+02:00 da GognaBlog

4 pensieri su “Sintomi primordiali”

  1. 4

    Gli amici baunesi Alessandro Griva e Franco Usai mi dicono che i due pastori con Bonelli e Bernardi in cima a Punta Argennas ritratti nella foto di apertura dell’articolo, sono (da sinistra) Salvatore e Battista Incollu, gestori al tempo dell’ovile Fenostrainos.
     
    Battista (in camicia rossa) anni prima aveva scalato da solo e senza nessuna attrezzatura la parete est di Punta Su Mulone, propaggine orientale della P. Argennas. Parete lungo la quale oggi si trovano le vie Saratoga, Atlantide e altre. 
    La parete è percorsa abitualmente dalle capre.
     
    Il Supramonte ha così tante storie da raccontare…
     

  2. 3
    antoniomereu says:

    Leggere della terra misteriosa e paterna mi emoziona e stuzzica la mente con Salgariane gesta ora purtroppo lontane ma che Gogna sa farmi rivivere attraverso il sua viaggio- vita nell’ isola che c è. 
    Un attujâda!

  3. 2
    Fabio Bertoncelli says:

     «In principio Gogna creò la pietra e il Supramonte e la Punta Carabidda. Il Supramonte era informe e deserto, le tenebre ricoprivano l’abisso e lo Spirito di Gogna aleggiava sulle rocce.»
     
    P.S. Spero di non finire fulminato dall’Onnipotente, ma in verità il mio pensiero divaga agli antipodi del sacrilegio.
    Dio saprà comprendermi. 😇😇😇
     

  4. 1

    Basterebbero anche solo i nomi dati alle vie per raccontarne la storia e le atmosfere.
    Racconti che non mi stanco mai di leggere.

La lunghezza massima per i commenti è di 1500 caratteri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.