Spazi di solitudine

Spazi di solitudine
(scritto nel 1995)

Tra i radi larici del colletto di Sleme si trova facilmente una radura che lascia scorrere lo sguardo su tutta la Val Planica: le tetre muraglie di Travnik e di Šite guidano l’occhio come una prepotente monorotaia fino ad un lontano corno, ma non così lontano da perdere imponenza e vigore. Lo Jalovec svetta con alcune paradossali lastronate ricurve: a destra un’elegante cresta dentellata gradona aguzza verso la sella Kòtovo sedlo, mentre a sinistra un profondo canale lo delimita in maniera così netta e volitiva da chiedersi come Julius Kugy e Andrej Komac abbiano avuto il coraggio di salirlo nel 1884. L’arrampicata sulla via Comici è molto bella, soprattutto il primo passo chiave su una liscia parete verticale proprio a cavallo dello spigolo. La salita di questa classica apre il cuore alla storia delle grandi cime, un tempo veri gioielli incastonati tra rocce e nevai. Oggi, il canalone Kugy è praticamente impercorribile già a fine luglio perché è un budello di ghiaia ghiacciata dove, dopo un timido tentativo, ci siamo tutti rifiutati di scendere.

Da Sleme verso lo Jalovec

Il fortissimo Marko Prezelj, trentenne ingegnere di Ljubljana, ha detto: «Se alla montagna aggiungi un po’ di dramma, avrai l’alpinismo; ma se continui a drammatizzare, presto sarà tutto una farsa». È un’osservazione acuta che la dice lunga su quanto i tempi eroici siano definitivamente cambiati: oggi infatti il pericolo è nella farsa dell’assalto quotidiano alle vie ferrate più famose, nel grigio teatro di anonime recite su ripetizioni di belle vie spittate vicino e alla moda. La Slovenia ci insegna ancora che è meglio un grado in meno, niente (o pochissimi) spit e vera avventura nella solitudine delle proprie scelte.

Al di là dello Studorski preval, camminiamo ormai da un’ora in piano, su un sottile sentiero panoramico, aggirando costoni erbosi e forre rocciose. Ogni tanto ci fermiamo per lasciare il passo a colonne interminabili di 50, ma anche 60 o 90 persone. Il Dober dan a tutti e da tutti è la formula recitata e ripetitiva che ci fa penetrare un poco nei segreti delle strane montagne slovene.

È mattino presto, tutti questi allegri gitanti sono già stati in cima al Triglav, la montagna nazionale stilizzata perfino sulla loro bandiera. Finalmente, dietro l’ennesima quinta, ci appare il Vodnikov Dom, il rifugio sotto al Triglav. Dietro, illuminato dal sole, la sommità nudamente calcarea di questa grande montagna. Dal rifugio giungono fino a noi le note di una fisarmonica. Credevamo che, dopo aver incontrato tutte quelle persone, non ci fosse più nessuno: e invece al rifugio sono in piena baldoria! Quell’allegria che da noi si vede sempre meno. Dev’essere una delle tante gite che la Planinska zveza slovenije (Associazione slovena della Montagna) organizza nell’arco dell’anno.

Il versante nord del Triglav

«Gli associati ai vari club della montagna sono circa 100.000» ci spiega Dusan Jelincic, il triestino di madre lingua slovena autore del bellissimo libro Le notti stellate. «Questo vuol dire che il 5% della popolazione fa dell’attività in montagna, una percentuale altissima, forse la più alta del mondo». E aggiunge che al di là dei soci ufficiali ci sono altre decine di migliaia di simpatizzanti: ogni grande gruppo ha il suo dopolavoro di appassionati. E così sono organizzate le gite a comitive, le donne insegnanti, gli spazzacamini, i postini, i metalmeccanici… fino a che ogni sloveno che si rispetti abbia salito almeno una volta la montagna simbolo, il Triglav (il nostro Tricorno).

Lasciamo i canti e i balli del Vodnikov Dom e dopo un quarto d’ora di salita, giunti ad un colletto, ci si apre una valle meravigliosa e deserta, cui fa da lato meridionale la muraglia della Veliki Draški vrh. Scendiamo i ghiaioni nel silenzio palpabile di una montagna intatta, nel paese che conta la maggiore densità escursionistica. Un bel contrasto, non c’è che dire. Una bella lezione. Qui il dio Triglav abita ancora, non ha dovuto traslocare esule. E infatti quasi tutto il territorio delle Alpi Giulie Orientali è un grande parco nazionale, Triglavski Narodni Park: uno spazio naturale protetto non da un qualsiasi ministero dei beni ambientali ma dalla sovrana volontà della gente. La sensazione è che sia quindi uno spazio di grande dignità, dove avviene il miracolo di una solitudine senza abbandono.

Proposta già nel 1908 dal prof. Blear, a causa dell’opposizione dei proprietari terrieri, l’istituzione di un’oasi protetta attorno al Triglav fu possibile solo nel 1924. L’impresa venne patrocinata e sostenuta dalla Società dei Musei della Slovenia e dal Club Alpino Sloveno. Fu così istituita una prima area protetta di 14 ettari della durata di 20 anni. Dopo la seconda guerra mondiale, scaduto il termine ventennale, lo stato jugoslavo decise la costituzione di un parco nazionale. Oggi il Triglavski Narodni Park ha una superficie di 84.805 ettari e costituisce un’oasi di rispetto totale della natura. Particolarmente appariscente e rigogliosa in principio d’estate, la flora di questi monti è tipica delle zone carsiche anche se vi si riscontrano numerosi endemismi. I pendii d’alta quota sono spesso ricoperti da fitti tappeti di Rhododendron ferrugineum, mentre la vegetazione arborea è costituita dal Pino mugo, caparbio colonizzatore di cenge. Più in basso vi sono radi boschi di larici e fitte foreste di Abete rosso, con esemplari di Abete bianco mescolati alla faggeta di cui esistono bellissimi esempi, spesso frammisti con betulle e aceri. Sui pendii più assolati le varietà di Pino, silvestre e nero. A parte il leggendario Zlatorog, bianco camoscio dalle corna d’oro, gli altri animali sono quelli alpini, con in più qualche esemplare di Lince, assieme a molte Salamandre e Tritoni.

E alla fine della settimana sono tante le cose che vorrei ancora fare o capire. Mi piacerebbe essere cresciuto anch’io con un muro di arrampicata in ogni scuola, oppure iscrivermi, come fece Ines Bozič, ai gruppi di montagna per i bambini delle elementari: il maggiore dei figli di Tomo Česen, a 11 anni saliva già monotiri di 8a. Al di là del nostro conclamato benessere economico, mi piacerebbe vivere in un paese pulito, di gente che ama la propria terra per un dono naturale e di tradizione che va oltre l’educazione ambientale comunque impartitale. Un paese dove una volta al mese, in prima serata e sul canale TV più seguito, la divulgatrice Marjeta Kersič-Svetel possa presentare, applaudita da tutti, un programma di un’ora e mezza, «Le montagne e la gente».

L’orgoglio è una bella qualità, se si vive in equilibrio. Molti anni fa la ripetizione invernale della via Aschenbrenner al Travnik da parte dei tedeschi dell’Est e l’invernale dei cechi sulla parete nord dello Špik sono state una doccia fredda per gli alpinisti locali: i risultati non si sono fatti attendere. La Slovenia ha vissuto come un fatto estremamente grave la catena di accuse piovute addosso a Tomo Česen per la prima ascensione della parete sud del Lhotse. Tutti tacciono e nessuno vuole pensare che Tomo abbia mentito: la perdita della faccia non riguarderebbe un singolo, ma una collettività intera. È forse questa l’eredità migliore che ha lasciato loro il socialismo reale.

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Spazi di solitudine ultima modifica: 2021-07-23T05:28:00+02:00 da GognaBlog

6 pensieri su “Spazi di solitudine”

  1. 6
    Fabio Bertoncelli says:

    Il nostro Carlone andrà dunque in pellegrinaggio all’est, sulle orme del buon Kugy?
     
    E allora che lo accompagni a mo’ di viatico la Luce dell’est del grande Lucio: “La nebbia che respiro ormai si dirada, perché davanti a me un sole quasi bianco sale ad est. La luce si diffonde ed io questo odore di funghi faccio mio, seguendo il mio ricordo verso est”.

  2. 5
    Gengis Khan says:

    di recente in slovenia
    di margine ce n’è ancora anche se la popolazione un po’ si lamenta
    intanto hanno aumentato un bel po’ i prezzi
    fino a 3 o 4 anni fa dormivi con 15 euro adesso te ne sparano 25….
    quest’anno invasione di topi e non è uno scherzo
    amici in campeggio ne han visti a bizzeffe
     

  3. 4
    Andrea Parmeggiani says:

    Mi trovo d’accordo con Crovella: bastano le due foto dell’articolo per far venire voglia di passare dei giorni a girovagare in quelle montagne. Veramente suggestivo.

  4. 3
    Roberto Pasini says:

    Una domanda a chi conosce i luoghi. Io ci manco da molto. L’articolo è del 1995. La situazione com’è oggi? 25 anni fa anche da noi moltie realtà erano diverse e più piacevolmente frequentabili. 

  5. 2
    Carlo Crovella says:

    Basterebbero le due foto per far venir voglia di andare a mettere il naso in queste zone, se già non lo si è fatto. Ma ci sono considerazioni collaterali che mi colpiscono ancora di più. La Slovenia sta vivendo una specie di momento magico, dopo gli anni bui del regime jugoslavo e la successiva tragedia della guerra civile. Per noi occidentali decadenti pare l’Eden cui ispirarsi e di questo Eden lo sport è una delle colonne portanti. Sport per tutti, con infrastrutture diffuse, moderne, accessibili e mentalità adeguata: vale per i muri di arrampicata come per le biciclette (non a caso gli attuali dominatori del Tour sono sloveni), non parliamo poi dello sci e delle altre discipline invernali… Sport per tutti con una mentalità outdoor che sa di “fresco”. E’ un esempio di come potremmo vedere impegnati i nostri giovani anziché registrarli “ammassati” e mezzi fatti nella movida dei Navigli o di Campo dei Fiori…

  6. 1
    albert says:

     Adesso non si trovano piu’, al termine di una via  difficile, pattuglie appostate su una cima con la cordella metrica,  che stabilivano se c’era stato sconfinamento  tra Italia  Friulana e  Repubblica Jugoslava ed eventualente arrestavano. Raccontato da Romano Benet.

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