Spazi di solitudine

Metadiario – 185 – Spazi di solitudine (AG 1994-013)
(scritto nel 1995 e 2024)

Tra i radi larici del colletto di Sleme si trova facilmente una radura che lascia scorrere lo sguardo su tutta la Val Planica: le tetre muraglie di Travnik e di Site guidano l’occhio come una prepotente monorotaia fino ad un lontano corno, ma non così lon­tano da perdere imponenza e vigore. Lo Jalovec svetta con alcune paradossali lastronate ricurve: a destra un’elegante cresta den­tellata gradona aguzza verso la sella Kòtovo sedlo, mentre a si­nistra un profondo canale lo delimita in maniera così netta e vo­litiva da chiedersi come Julius Kugy e Andrej Komac abbiano avuto il coraggio di salirlo nel 1884. Oggi, il cana­lone Kugy è praticamente impercorribile già a fine luglio perché è un budello di ghiaia ghiacciata dove, dopo un timido tentativo, ci siamo tutti rifiutati di scendere.

3 aprile 1994. In via Pareto 8 a Genova, da mio zio Ubaldo. Da sinistra, Petra, Bibi, Tommy, Mariolina, Simone.
Da Sleme verso lo Jalovec

Il fortissimo Marko Prezelj, trentenne ingegnere di Ljubljana, ha detto: “Se alla montagna aggiungi un po’ di dramma, avrai l’alpi­nismo; ma se continui a drammatizzare, presto sarà tutto una far­sa“. E’ un’osservazione acuta che la dice lunga su quanto i tempi eroici siano definitivamente cambiati: oggi infatti il pericolo è nella farsa dell’assalto quotidiano alle vie ferrate più famose, nel grigio teatro di anonime recite su ripetizioni di belle vie spittate vicino e alla moda. La Slovenia ci insegna ancora che è meglio un grado in meno, niente (o pochissimi) spit e vera avven­tura nella solitudine delle proprie scelte.

Alla base del pilastro nord-ovest del Prisojnik. Foto: ormeverticali.it

E che le Giulie Orientali amplifichino e approfondiscano le scel­te che facciamo, ce lo ricorda anche Roberto Corsi: “L’immagine più forte che la Slovenia mi ha regalato è di sicuro la parete nord dello Špik, anche perché, per quattro interi giorni degli otto di permanenza, ha completamente occupato i miei pensieri e stregato i miei sensi. La scintilla era già scoccata a Milano, sui libri. Ma l’intuizione del grandioso e il rispetto per le grandi pareti mi faceva vivere un senso di disagio opprimente, che sapevo di poter sciogliere solo sulla cima. Al bivacco, il tempo piovoso aumentava i timori, l’ambiente circostante era an­cor più tetro e repulsivo: scendemmo in paese per altro cibo. Al­la fine sono però forse contento di come è andata. Si era creata una situazione: le camminate nel bosco sotto l’acqua battente, il fuoco improvvisato per cercare di asciugare i vestiti, le cene frugali, l’incontro con il ghiro che di notte ci rubava il pane dagli zaini, l’attesa prolungata e snervante, le interminabili discussioni con Andrea sul senso della vita e su quello del sali­re le montagne (queste montagne), la meditazione yoga. Tutto ciò ha contribuito ad affiatarmi con il compagno, solitamente riser­vato e silenzioso. Sentivo di essere in pace con lui, con la mon­tagna e, idealmente, con il mondo intero“.

La parte alta del pilastro nord-ovest del Prisojnik, quella che non abbiamo potuto salire. Foto: ormeverticali.it

Con la K3PhotoAgency siamo andati in Slovenia in tre gruppi distinti, in primavera-estate del 1994. Lo scopo era quello di fare almeno tre capitoli dei Grandi Spazi delle Alpi e un corposo servizio per Alp.

Gli itinerari da noi scelti rispondevano all’esigenza di of­frire un primo approccio alle Alpi Giulie Orientali e alle loro caratteristiche. Abbiamo tralasciato decine e decine di itinerari assai più grandiosi che però non sono in alcun modo più signifi­cativi di questi. Occorre ricordare con chiarezza che può essere imprudente affrontare salite più impegnative senza conoscere le peculiarità di ciò che può essere definito classico. Queste mon­tagne richiedono uno stile di scalata, una metodica e un’espe­rienza che sono antitetiche alle moderne preparazioni sportive su falesia attrezzata.

Sulla 4aL del pilastro nord-ovest del Prisojnik. Foto: ormeverticali.it

Nei nostri articoli sottolineammo che le Alpi Giulie Orientali sono in realtà delle montagne non troppo “raccomandabili”. Il grande iso­lamento di ogni valle, la solitudine in cui ci si trova, l’abis­sale differenza che c’è tra la scalata qui e certe salite dolomi­tiche ci impone di documentarci molto di più, di provare subito salite un grado sotto la nostra portata. E attenzione alle disce­se, in genere tutte assai complicate. Sapevamo che è impossibile riassumere in poche righe le caratteristiche di un gruppo così vasto come quello delle Alpi Giulie Orientali. Ma ci provammo, scrivendo che “La geografia selvaggia di queste montagne s’impone su qualunque ten­tativo abbia fatto finora l’uomo di addomesticarle. Le vie chioda­te sono poche, in genere la grandiosità dei percorsi è proprio dovuta alla scarsa chiodatura ma soprattutto alla difficoltà di proteggersi con mezzi tradizionali. La roccia è un calcare assai variabile, di solito buono quando è veramente grigio e in placca, cattivo se giallo o in fondo alle fessure. Attenzione comunque, perché l’appiglio mobile è sempre in agguato, anche per la scarsa frequentazione. Specialmente occorre stare attenti a non perdere mai l’itinerario giusto, pena il dover ritirarsi o procedere sul­le uova con precaria sicurezza. Tutte le discese sono complicate, anche se segnalate da ometti. Occorre sempre un preventivo e ac­curato studio delle guide e delle carte prima di avventurarsi da qualche parte. Detto in parole povere, per salire con una certa sicurezza, occorre avere esperienza o di Alpi Carniche, o di Giu­lie Occidentali o di Dolomiti selvagge. Non basta aver arrampica­to in Tofana o in Marmolada”.

Il Prisojnik 2547 m è un colosso roccioso tozzo e massiccio, circondato da cenge e solcato da gole profonde e nevose. Si erge così imponente che davvero, come in Un mondo di rocce diceva Kugy, «l’occhio va quasi istintivamente in cerca di particolari maggiormente animati, soffermandosi alla cascata che erompe di mezzo alla greve corazza di rocce o al foro del Prisojnik, oltre il quale sorride promettente il cielo azzurro di Trenta». La salita del Pilastro del Diavolo è una bella classica, esposta a nord-ovest, assai simile a quelle molte vie dolomitiche appartate e selvagge, dove senti ancora fischiare le pietre e nessuna voce turba un silenzio di gola profonda. La via era stata aperta da Uroš Župančič e Leo Baebler, 9 luglio 1936. Alta 450 m, ha una difficoltà di IV con tratti di V grado. Sapevamo che la via è chiodata ma che è comunque consigliabile, oltre a una serie di nut e di friend, avere martello e chiodi. Sapevamo pure che la roccia è in generale buona, ottima nella parte alta. Qualche pericolo di caduta sassi se si è sorpresi da un temporale. Poi il solito avvertimento: occorre avere una certa esperienza per intuire la via giusta.

Marco Milani sulla via Comici allo Jalovec

Il 20 luglio 1994, con gli amici di fresca data Paola Freschi e Dario Flematti, dalla Koča na Gozdu scendemmo brevemente sul fondo del torrente secco e salimmo su un conoide detritico per tracce di sentiero, sotto le pareti della Goličica. Seguimmo alcune corde metal­liche, oltrepassammo una cascatella a doccia scozzese e ci adden­trammo in un profondo vallone roccioso percorso da una bellissima cascata. Facendo attenzione a non pestare le salamandre, sotto la pioggia incombente, salimmo a lungo. Stavamo seguendo una via ferrata in disuso (Hanzova pot), senza che alcun cartello denunciasse il fatto che da un po’ di anni non era stata fatta alcuna manutenzione. Oltrepas­sate alcune scalette scendemmo in un imbuto innevato, dall’a­spetto decisamente ostile. Abbandonammo l’itinerario della ferra­ta, che traversa il primo nevaio e prosegue a destra, e salimmo in breve per neve fino all’attacco del pilastro, evidente e imponente, che si appoggia sul nevaio stesso. Fin qui ore 1,30 dalla Koča na Gozdu. Riflettevo sul fatto che, a dispetto della grande quantità di gente che sale le montagne slovene, le vie ferrate da loro costruite fossero davvero pochissime. Intanto la maggior parte sono solo sentieri attrezzati, cioè cenge e percorsi naturali che hanno protetto con opere assai leggere. Ma ciò che più importa è notare, come anche in questo caso, le opere artificiali intervengano là dove non si potrebbe giungere in nessun’altra maniera: non si tratta di attrezzare un percorso per dare una meta in più ad un rifugio o ad una valle, si tratta di facilitare l’accesso ad un’intera chiostra di montagne, o alla testata di un vallone.

Sulla via normale dello Jalovec. Foto: Federico Raiser.

Iniziammo circa 20 m a destra dello spigolo del pila­stro salendo una fessurina e alcune placche chiare. Giunti sotto ad una fascia di strapiombi, obliquammo a destra per il punto più debole, poi ritornammo a sinistra per un canalino-diedro. Eravamo ora sul filo del pilastro, alla base di un bel diedro. Fin qui tre lunghezze, IV e V-. Salimmo il bel diedro e la successiva parete con fessure discontinue fino ad un buon terrazzo alla base di una larga parete (con due lunghezze, V+ e V). Qui ci prese una pioggia torrenziale, ci toccò scendere dal pilastro con le soste non attrezzate e giù dalla ferrata del tutto inaffidabile: ancora una volta mi sentivo sicuro delle mie ragioni: in montagna devi fare conto sulle tue forze e sulle tue capacità. Questo è l’insegnamento vero, scuola vera di vita. Il resto sono le menzogne di chi vuol portare la montagna a Maometto senza neanche averla salita davvero lui stesso: ed è un problema suo, non di Maometto. Lasciamo una buona volta arrugginire funi e sca­le, testimonianza di un tempo di colonizzazione, impariamo bene a valutarci e a intraprendere solo ciò che veramente possiamo fare.

Julius Kugy definisce lo Jalovec 2643 m «gemma artisticamente polita». Siamo nella valle delle sorgenti dell’Isonzo, che probabilmente trovano alimento proprio dai nevai annidati fra le pieghe alte dello Jalovec. Il piccolo rifugio Zavetišče pod Špičkom emana atmosfere rudemente e veramente alpine: è un semplice edificio come ancora ce ne sono pochi sulle Alpi, dove quasi tutti sono stati ricostruiti e ampliati, in certi casi con interventi faraonici. I simpatici custodi, la tranquillità di quest’angolo alpino fanno percepire forse l’autentico respiro di questi monti; la salita alla vetta non presenta particolari difficoltà e i passi più difficili sono facilitati da corde fisse e pioli. Un ultimo tratto in cresta al cospetto del Màngart porta sulla vetta, un vero balcone affacciato su questi monti imponenti e magici: da lontano, come sempre occhieggia l’immancabile Triglav.

In arrampicata sulla via DKV del Veliki Draski. Foto da internet.

Ma a noi interessava particolarmente la via Comici sullo sperone nord-est, un itinerario che il grande triestino aprì assieme ad Anna Escher, Jože Lipovec e Ida Mally, il 26 settembre 1934. La relazione parla di 600 m di dislivello, con difficoltà di IV+ e V discontinui, con 2 lunghezze di VI (possibile A0 e A1). La via è chiodata, ma noi ci portammo comunque qualche chiodo, con nut e cordini. Gino Buscaini la giudica una delle arrampicate più classiche delle Alpi Giulie Orientali, un po’ discontinua ma comunque impegnativa per il dislivello. Roccia in generale buona, nessun pericolo di sca­riche.

Il 22 luglio 1994, assieme a Marco Milani, Dario Flematti e mio nipote Paolo Cerruti, dal Planinski Dom Tamar, tralasciando il sentierino per il Colletto di Sleme e il Passo Vršič, seguimmo il buon sentiero di fondo valle. Alla fine del bosco salimmo gradualmente per ghiaie, sempre più ripide. Allo sbocco del canalone nord-est dello Ja­lovec abbandonammo a destra la traccia segnalata per il Kotovo sedlo e salimmo direttamente sulle ghiaie faticose del canalone fino alla base dello sperone nord-est dello Jalovec, a 2050 m c. Fin qui ore 2.30.

29 luglio 1994: Petra mi augura buon compleanno.

Poco a destra del punto più basso dello sperone salimmo abbastanza facilmente lo zoccolo per via non obbligata. Superammo un risalto (II+) che porta su alcuni gradoni. Obliquammo a sini­stra per una cengia e traversammo a sinistra ad un camino che per­mette (IV) di raggiungere una zona di grandi terrazze. Salimmo queste camminando in obliquo a destra, lungamente, per portarci alla base verticale del secondo settore di sperone. Quasi al li­mite destro dell’ultima cengia a destra, salimmo una serie di fes­sure e diedri che portano su un terrazzino sul filo dello spigolo (2 lunghezze, IV e V). Da qui traversammo nettamente a destra in parete nord per c. 15 m e salimmo 2 m a una nicchia.  Traver­sammo in obliquo a sinistra su una splendida placca grigia, riguadagnando il filo di spigolo; proseguimmo per una fessura strapiom­bante ad un buon terrazzo (35 m, V+ con tre passi di VI). Salimmo leggermente a sinistra del filo per bella parete di due lunghezze (V e IV+) fino a ritornare sul filo di spigolo su un buon terrazzino. Salimmo su uno spigoletto da sinistra (V), proseguimmo nella fessu­ra strapiombante subito a destra dello spigolo (15 m, VI) e usci­mmo su una grande terrazza. Continuammo poi lungamente e senza itinerario obbligato fino alla vetta.

L’arrampicata sulla via Comici è molto bella, soprattutto il primo passo chiave sulla liscia pa­rete verticale proprio a cavallo dello spigolo. E’ vero che la salita di que­sta classica apre il cuore alla storia delle grandi cime di questa parte di Alpi.

30 luglio 1994. In attesa dell’intervento.

Dalla cima seguimmo la cresta sud-sud-ovest (segnali) e il ver­sante roccioso che scende ripido sul Colletto Loški žleb 2380 m. Invece di raggiungerlo allorché fummo in vicinanza di esso, puntammo a nord-est con breve salita (traccia) verso un piccolo colletto a 2420 m. Da lì scendemmo su traccia in un ghiaione fino a toccare il colle 2330 m, sommità del canalone nord-est dello Jalovec (canalone Ku­gy). Non è consigliabile scendere per questo (ovviamente c’è un itinerario alternativo, più lungo e complicato) a meno che non ci sia­no buone condizioni di neve. Queste ci sembravano decenti, così decidemmo di scendere proprio per il canalone: data la mancanza di ramponi, ci fu chi si trovò a proprio agio e chi meno (procedevamo slegati), ma alla fine ci ritrovammo direttamente a quota 2050 m, cioè alla base del pilastro nord-est da cui eravamo partiti.

Con Marco e Paolo, il giorno dopo salimmo sulla Punta della Spena, accanto alla valle dello Jalovec.

30 luglio 1994, missione compiuta. Lei sarà “Elena”!

Il 24 luglio percorremmo uno degli itinerari più affollati, quello che porta al rifugio Vodnikov Dom 1805 m, che si trova sul percorso per la parete nord del Veliki Dra­ski. Ero con Andrea Aimi, Paolo Freschi, Marco Milani e Paolo Cerruti. Da Bled, dopo aver oltrepassato in auto Gorje e Krnica, arrivammo al grande altopiano boscoso di Pokljuka e poi a Mrzli Studenec e allo Sport Hotel 1250 m. Dopo altri 4 km, a Rudno polje 1340 m, la strada, ormai non asfaltata, diventa inagibile. Seguimmo una bella mulattiera nel bosco che sale verso ovest, aggirammo un costone e pro­seguimmo in falsopiano fino a oltrepassare a distanza la malga Ko­njšcica e salire in un valloncello ripido che conduce ad una bel­lissima conca erbosa tra il Mali e il Veliki Draski. Oltrepassata una fonte, salimmo ancora a tornanti ad un colletto, lo Studorski preval 1892 m. Al di là di questo camminammo circa un’ora in piano, su un sottile sentiero panoramico, aggirando costoni erbo­si e forre rocciose. Ogni tanto ci fermavamo per lasciare il passo a colonne interminabili di 50, ma anche 60 o 90 persone. Il saluto Dober dan a tutti e da tutti è la formula recitata e ripetitiva che ci fa penetrare un altro poco nei segreti delle strane montagne slovene.

Elena ancora al Niguarda

E’ mattino presto, tutti questi allegri gitanti sono già stati in cima al Triglav, la montagna nazionale stilizzata perfino sulla loro bandiera. Finalmente, dietro l’ennesima quinta, ci appare il Vodnikov Dom, il rifugio sotto al Triglav (ore 2.30 da Rudno polje).
Dietro, illuminato dal sole, la sommità nudamente calcarea di questa grande montagna. Dal rifugio giungono fino a noi le note di una fisarmonica. Credevamo che, dopo aver incontrato tutte quelle persone, non ci fosse più nessuno: e invece al rifugio sono in piena baldoria! E’ proprio quell’allegria dello stare insieme, quella che da noi si vive sempre meno. Dev’essere una delle tante gite che la Planin­ska zveza slovenije (Associazione slovena della Montagna) orga­nizza nell’arco dell’anno.

In via Scarpa 12 Elena è tenuta in braccio dalla mamma del nonno. A destra, nonna Marisa

Gli associati ai vari club della montagna sono circa 100.000 – ci spiega Dušan Jelinčič, il triestino di madre lingua slovena autore del bellissimo libro Le notti stellate. Questo vuol dire che il 5% della popolazione slovena fa dell’attività in montagna, una percentuale altissima, forse la più alta del mondo. E aggiun­ge che al di là dei soci ufficiali esistono altre decine di mi­gliaia di simpatizzanti: ogni grande gruppo di lavoro ha il suo dopolavoro di appassionati. E così vengono organizzate le salite alle montagne a comitive, le donne insegnanti, gli spazzacamini, i postini, i metalmeccanici… fino a che ogni sloveno che si rispetti abbia salito almeno una volta la montagna simbolo, il Tri­glav (il nostro Tricorno). E dal 1991, dopo la breve guerra con­seguente alla dichiarata indipendenza e quindi a coste marine i­nagibili, anche chi prima andava solo al mare ha scoperto il lago di Bohinj e le sue montagne, ha toccato con mano la vera dimen­sione del suo Paese.

La costruzione nel verde di via Scarpa 12, a Milano

Lasciamo i canti e i balli del Vodnikov Dom e dopo un quarto d’o­ra di salita, giunti al Col­letto Bohinjska vratca 1979 m, ci si aprì una valle meravi­gliosa e deserta, cui fa da lato meridionale la muraglia della Veliki Draski vrh. Scendemmo quasi 200 m i ghiaioni in Val Krma, tenendosi accostati prima alla parete nord del Tošc poi alle pareti nord della Veliki Draski.

Eravamo nel silenzio palpabile di una montagna intatta, per assurdo nel paese che conta la maggiore densità e­scursionistica. Un bel contrasto, non c’è che dire! E una bella le­zione. Qui il dio Triglav abita ancora, non ha dovuto traslocare esule. E infatti quasi tutto il territorio delle Alpi Giulie O­rientali è un grande parco nazionale, Triglavski narodni park: uno spazio naturale protetto non da un qualsiasi ministero dei beni ambientali ma dalla sovrana volontà della gente. La sensa­zione è che sia quindi uno spazio di grande dignità, dove avviene il miracolo di una solitudine senza abbandono.

Levanto, primi di agosto 1994. La maggiore studia la minore.

La nostra meta era la parete nord del Veliki Draski vrh 2243 m, per la via DKV allo Trapez smer, salita per la prima volta da Daro Dolar, Mitja Kilar e Vido Vavken il 12 agosto 1951. Dislivello 350 m, difficoltà: IV e V, una lunghezza di VI (possibile in A0). Anche questa via è chiodata, ma le soste dovevano essere rinforza­te con nut e friend. Meglio avere chiodi e martello.
Per individuare l’attacco della via giusta fu meglio distanziarsi un poco dalla base della parete e individuare l’Anticima Ovest, sulla parete nord della quale si svolge l’itinerario. Ore 0.45 dal Vodnikov Dom.

Notammo subito, al­la base di questo settore di parete, un profondo diedro-canale che sale solo fino a metà parete e termina assieme ad un pilastro caratterizzante l’avancorpo di destra. Salimmo facilmente il cami­no iniziale (I e III) di questo diedro-canale per una lunghezza. Superammo poi un bellissimo diedro-fessura, ne uscimmo a sinistra e poi subito a destra in un canalino (V). Il canalino obliqua a destra a terrazze con ghiaia, da qui a sinistra per placche alla base di una fessura obliqua a sinistra. Salimmo la fessura, ne aggirammo la sommità a sinistra per poi torna­re a destra alla base di un bel diedro fessurato (V-). Salimmo il diedro (V e VI), poi seguimmo la logica sequenza di fessure per un’altra lunghezza (IV+). Obliquammo a sinistra per paretine e risalti fino ad una cengia e ad un nicchione con liscia parete sul fondo. Salimmo la parete (VI-) con delicata traversata a sinistra, poi salimmo un bel camino con masso incastrato (IV+, V-). Abbando­nammo il camino che prosegue e puntammo a sinistra verso il bordo di alcuni grandi tetti (IV-, IV+) fino a entrare con decisa tra­versata a sinistra in un grande canalone detritico. Da qui obli­quammo a sinistra per rocce cattive ma facili e, superato un inta­glio, proseguimmo per un facile canalone.

Levanto, primi di agosto 1994. Bibi sopraffatta dalla stanchezza.

In generale la via si rivelò bella, su roccia buona, con qualche difficoltà per orientarsi nel dedalo di quinte e pareti senza molti punti di ri­ferimento.

Dalla vetta dell’Anticima Ovest del Veliki Draski, circa a quota 2150 m, scendemmo direttamente a sud puntando ad una enorme conca carsica tra il Tošc e il Veliki Draski, costeggiata la qua­le giungemmo ad una grande sella erbosa con mughi dalla quale scendemmo per una traccia di sentiero che in breve ci portò al sentiero o­rizzontale che collega il Vodnikov Dom con il Colletto Studorski preval.

Levanto: Elena e Petra in braccio alla mamma e alla nonna

E alla fine della settimana erano ancora tante le cose che avrei voluto ancora fare o capire. Mi sarebbe piaciuto essere cresciuto anch’io con un muro di arrampicata in ogni scuola, oppure iscrivermi, come fece Ines Božič, ai gruppi di montagna per i bambini delle elementari: il maggiore dei figli di Tomo Česen, a 11 anni saliva già monotiri di 8a. Al di là del nostro conclamato benessere economico, mi piace­rebbe vivere in un paese pulito, di gente che ama la propria ter­ra per un dono naturale e di tradizione che va oltre l’educazione ambientale comunque impartitale. Un paese dove una volta al mese, in prima serata e sul canale TV più seguito, la divulgatrice Ma­rjeta Keršič-Svetel presentasse, applaudita da tutti, un programma di un’ora e mezza, “Le montagne e la gente”.

Elena e Petra in braccio a nonna Marisa
Beh, ne sono fiero…!
Elena comincia a farsi sentire

L’orgoglio è una bella qualità, se si vive in equilibrio. Molti anni fa la ripetizione invernale della via Aschenbrenner al Trav­nik da parte dei tedeschi dell’Est e l’invernale dei cechi sulla parete nord dello Špik sono state una doccia fredda per gli alpini­sti locali: i risultati non si sono fatti attendere. La Slovenia ha vissuto come un fatto estremamente grave la catena di accuse che sono piovute addosso a Tomo Česen. Tutti tacciono e nessuno vuole pensare che Tomo abbia mentito: la perdita della faccia non riguarderebbe un singolo, ma una collettività intera. E’ forse questa l’eredità migliore che ha lasciato loro il socialismo rea­le.

Questo lungo racconto della piccola spedizione in Slovenia non mi fa certo dimenticare l’avvenimento di gran lunga più grande: la nascita programmata per il 30 luglio, con la dolce incertezza che accompagna questo grande momento della vita: sarà maschio o femmina? Come anche nel primo caso, Bibi ed io non avevamo voluto saperlo. Solo il ginecologo custodiva il segreto…

Prendere in braccio Elena…
… e non solo quando dorme!

La gravidanza fu portata avanti in tutta tranquillità, anche se a fine maggio demmo inizio ai grandi lavori di ristrutturazione della villetta all’interno del grande giardino della proprietà Ferrari in via Scarpa 12. Questa costruzione al pianterreno era adibita a garage e magazzino, ma tutto il piano superiore era in sfacelo da anni. I lavori, partendo dal tetto che ci fece l’amico Ivano Zanetti con i suoi ragazzi, furono molto lunghi e complessi. Nonna Marisa era architetto, dunque a lei spettò gran parte del lavoro di pianificazione e di sorveglianza lavori. Un compito che svolse con competenza e precisione.
La nascita di Elena coincise con l’interruzione per agosto dei lavori e quindi ci fu il pressoché immediato trasferimento a Levanto, dove già era Petra assieme ai nonni.

Il riposo di Elenina…
… mentre i più grandicelli se la spassano. Da sinistra, Faustino Sforza, Petra Gogna, Niccolò Borniotto, Tommy Ferrari e Pierandrea Lattuada (Levanto, agosto 1994).
Petra, agosto 1994, Levanto

Elena nacque, come Petra, all’Ospedale Niguarda, più o meno alle 22.30 del 30 luglio. Essendo previsto un cesareo l’attesa non fu lunghissima e già alle 23 potevo tenere in braccio la mia seconda figlia.
Chiunque pensi che la seconda volta sia meno elettrizzante della prima, meglio si ricreda prima di provare. L’eccitazione è pari se non perfino superiore: e il motivo sta nel fatto che presto saremo nella condizione di affrontare l’emozione dei due figli, che non è semplicemente il doppio di quanto era prima… si rivelerà per entrambi i genitori ben di più, sia a livello pratico di gestione sia a livello emotivo. Forse non è una gran perdita, ma gli spazi di solitudine si riducono…

Il 2 agosto eravamo in viaggio per Levanto, ansiosi di presentare Elena al nonno, agli zii, al cugino Tommy ma soprattutto a Petra. Questa non si era del tutto resa conto di cosa volesse dire avere una sorellina. Anche per lei si riducevano gli spazi di solitudine: la sua perplessità fu evidente fin dal primo momento, fortunatamente registrato in una ripresa che potete vedere in questo video.

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Spazi di solitudine ultima modifica: 2021-07-23T05:28:00+02:00 da GognaBlog

6 pensieri su “Spazi di solitudine”

  1. Il nostro Carlone andrà dunque in pellegrinaggio all’est, sulle orme del buon Kugy?
     
    E allora che lo accompagni a mo’ di viatico la Luce dell’est del grande Lucio: “La nebbia che respiro ormai si dirada, perché davanti a me un sole quasi bianco sale ad est. La luce si diffonde ed io questo odore di funghi faccio mio, seguendo il mio ricordo verso est”.

  2. di recente in slovenia
    di margine ce n’è ancora anche se la popolazione un po’ si lamenta
    intanto hanno aumentato un bel po’ i prezzi
    fino a 3 o 4 anni fa dormivi con 15 euro adesso te ne sparano 25….
    quest’anno invasione di topi e non è uno scherzo
    amici in campeggio ne han visti a bizzeffe
     

  3. Mi trovo d’accordo con Crovella: bastano le due foto dell’articolo per far venire voglia di passare dei giorni a girovagare in quelle montagne. Veramente suggestivo.

  4. Una domanda a chi conosce i luoghi. Io ci manco da molto. L’articolo è del 1995. La situazione com’è oggi? 25 anni fa anche da noi moltie realtà erano diverse e più piacevolmente frequentabili. 

  5. Basterebbero le due foto per far venir voglia di andare a mettere il naso in queste zone, se già non lo si è fatto. Ma ci sono considerazioni collaterali che mi colpiscono ancora di più. La Slovenia sta vivendo una specie di momento magico, dopo gli anni bui del regime jugoslavo e la successiva tragedia della guerra civile. Per noi occidentali decadenti pare l’Eden cui ispirarsi e di questo Eden lo sport è una delle colonne portanti. Sport per tutti, con infrastrutture diffuse, moderne, accessibili e mentalità adeguata: vale per i muri di arrampicata come per le biciclette (non a caso gli attuali dominatori del Tour sono sloveni), non parliamo poi dello sci e delle altre discipline invernali… Sport per tutti con una mentalità outdoor che sa di “fresco”. E’ un esempio di come potremmo vedere impegnati i nostri giovani anziché registrarli “ammassati” e mezzi fatti nella movida dei Navigli o di Campo dei Fiori…

  6.  Adesso non si trovano piu’, al termine di una via  difficile, pattuglie appostate su una cima con la cordella metrica,  che stabilivano se c’era stato sconfinamento  tra Italia  Friulana e  Repubblica Jugoslava ed eventualente arrestavano. Raccontato da Romano Benet.

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