Storia del chiodo da roccia – 1

Storia del chiodo da roccia – 1 (1-5)
di John Middendorf
(pubblicato su bigwallgear.com il 26 luglio 2021)

In che modo i primi alpinisti sono passati dall’uso di una semplice punta in ferro battuto nel 1893 al primo chiodo “moderno”, disegnato da Hans Fiechtl, nel 1920?

Per svelare i misteri dell’evoluzione del design dei chiodi in questo primo periodo, è utile considerare gli aspetti più ampi dello sviluppo dell’epoca. Ma prima, cosa c’è in un nome?

I chiodi come strumenti di protezione furono utilizzati in aiuto alle prime ascensioni di molte delle grandi pareti delle Dolomiti.
Fritz Schmitt ha scritto molto sull’evoluzione della tecnologia dell’arrampicata: i suoi scritti corredati da immagini hanno cambiato il modo in cui l’arrampicata era percepita negli anni ’20 e oltre.
A sinistra: 1893 Alpinismo, di Claude Wilson. A destra: pagina della Mitteilungen des Deutschen und Österreichischen Alpenvereins del 1920. Clicca per ingrandire.

L’origine del nome “chiodo”
È interessante, forse ironico, che nel 1893 Claude Wilson abbia coniato il nome piton nella All England Series—Mountaineering, uno dei primi manuali di arrampicata in inglese, una “guida pratica per aspiranti climber”. Claude era un medico autodidatta del sud di Londra e un illustre alpinista britannico che scalò centinaia delle cime più difficili delle Alpi occidentali, inclusa la prima salita senza guida del Grépon all’età di 22 anni (1892). Negli Alpine Journals della sua epoca, gli inglesi generalmente si riferivano a tali dispositivi, spesso in modo dispregiativo, come “barrette di ferro” perché era esattamente quello che erano in quei primi giorni dell’alpinismo: sezioni di barre di ferro battuto realizzate per altri scopi, martellate nelle fessure neanche con un martello ma un sasso trovato lì vicino, accettabili solo come ancoraggio per discese a corda doppia, come voleva l’etica di quel tempo in Gran Bretagna e nelle Alpi Occidentali.

Nei giornali francesi di alpinismo fino al 1904, la parola “piton” ricorre frequentemente, ma solo in riferimento a un’esile guglia di roccia; mai come un pezzo di metallo. Il Bulletin Mensuel del Club Alpin Français del 1883 si riferisce agli ancoraggi della prima salita del Dente del Gigante come “des coins ou pointes d’acier” (cunei o punte di ferro). La rivista francese di alpinismo, La Montagne, si riferisce per la prima volta a un chiodo come punta di metallo nel 1918 e generalmente specificando “piton de fer” (punta di ferro). Nella relazione del 1916 sulla parete nord del Mont Aiguille, “le clou” (il chiodo) appare come un’ancora metallica lunga 20 cm. La parete nord dell’Isère fu scalata per la prima volta nel 1895; gli alpinisti del 1916 rimossero le “clou” e riferirono con orgoglio di non averlo usato per la salita (“sans l’aide”). È uno dei primi riferimenti a uno strumento meccanico utilizzato per aiuto in molte salite e discese dell’epoca, ma generalmente ignorato nella prima letteratura alpinistica francese.

In Francia, i chiodi ottennero maggiore rispetto e accettazione in un numero di La Montagne del 1929 , quando la grande guida alpina Armand Charet ammise: “… presto siamo al camino con il chiodo di ferro (piton de fer). Questo chiodo che fino ad ora ho sempre disdegnato, lo uso molto volentieri oggi”. In quel momento stava salendo, arrampicando in simultanea con il suo compagno, in una tempesta a 3500 m lungo un camino marcio e ghiacciato mentre una valanga di detriti stava cadendo su di loro: era la prima salita invernale del Dru.

Un primo riferimento a “piton de fer” (pitone di ferro) nella letteratura alpinistica francese, come ancoraggio per la discesa. Clicca per ingrandire.

Gli inglesi erano particolarmente riluttanti a pubblicare, ammettendone l’uso, qualsiasi riferimento ai chiodi come strumento di alpinismo nell’evoluzione dei primi tempi dell’arrampicata. Nonostante le incredibili vie salite sulle Alpi negli anni ’30 dai pionieri continentali con l’ausilio dei chiodi, A. Cox lesse davanti all’Alpine Club nel 1941: “Il chiodo, infatti, è di una categoria piuttosto diversa, perché fortunatamente non viene mai usato per mera comodità. Indubbiamente è abbastanza legato al male, ed è salutare che sia visto con sospetto”. Paul Pritchard mi ha recentemente fatto notare che “evitare i chiodi ha aiutato la Gran Bretagna a spingere in avanti con audacia l’arrampicata libera” ed è vero. Poi abbiamo parlato dei pionieri britannici delle big wall degli anni ’50 e ’60 che in seguito guidarono il mondo nelle arrampicate tecniche e remote sulle big wall, di cui parleremo nei capitoli successivi.

In italiano, “chiodo da roccia” è il nome del chiodo, dal latino clavus (da claudere, chiudere), precisamente un oggetto a punta che unisce (chiude) due oggetti. Poiché i primi ancoraggi nella roccia potevano essere anche di legno, forse la parola italiana per chiodo è l’origine del riferimento di Claude Wilson. La parola “piton” appare in una rivista medica francese del 1895 come un piccolo piolo conficcato nell’osso durante una procedura chirurgica; quindi potrebbe essere che il dottor Wilson abbia preso in prestito il termine dalla professione medica francese (fonte: Gallica.fr).

Indipendentemente da come è nato il nome inglese/francese di “piton”, l’evoluzione dei chiodi si è avuta principalmente in Tirolo e nelle Dolomiti, dove la nostra storia continuerà.

I chiodi erano originariamente usati nell’alpinismo come ancoraggi per attaccare le corde per la discesa, poi come appiglio o punto d’appoggio occasionale, e infine anche come protezione per lo scalatore durante i suoi movimenti poco oltre il chiodo. Il metodo di protezione si evolve ad alta forma d’arte nell’Elbsandsteingebirge nel 1905 grazie a Oscar Schuster e altri (ulteriori dettagli sugli strumenti e le tecniche nell’Elbsandsteingebirge verranno in seguito).

La Marmolada, la Regina delle Dolomiti

Il potenziale dei chiodi si è presto realizzato come chiave per scalare le più grandi distese ispiratrici di roccia verticale delle Alpi Orientali. Il nuovo secolo iniziò con la prima salita di Beatrice Tomasson della parete sud della Marmolata nel 1901, la più grande big wall mai scalata all’epoca, oltre i 600 m. Beatrice è stata un’atleta e arrampicatrice di talento, che ha organizzato la prima salita con Bortolo Zagonel e Michele Bettega. Il muro aveva visto diversi tentativi nel 1901 e diverse guide alpine avevano effettuato ricognizioni, quella di Luigi Rizzi in solitaria. Nel linguaggio moderno delle big wall, era un “premio”: un passo successivo chiaro e definibile nell’arrampicata su big wall grazie alle sue dimensioni, altitudine e posizione di rilievo nel paesaggio montano.

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La cordata che ebbe successo utilizzò quattro chiodi in sezioni chiave del percorso (sebbene i modi e i mezzi di questa salita siano stati a lungo dibattuti nei decenni successivi) che fu portato a termine in una lunga giornata. Non fu presentata una descrizione del percorso, quindi gli alpinisti successivi dovettero capire il percorso da soli. Per la seconda salita nel 1902 dai fratelli alpinisti tedeschi Georg e Kurt Leuchs ci vollero tre giorni di ricognizione iniziale, poi due giorni in parete in condizioni di gelo con un bivacco (“Biwak” in tedesco, da notare che la cordata dei Leuchs salì una variante diretta nella parte finale). Guido Rey salì la via con Tita Piaz nel 1910 e descrisse poeticamente la sua avventura in Alpinismo acrobatico, quando la via aveva ormai circa 20 ripetizioni ed era considerata da Rey come la “più difficile dell’intera catena delle Alpi”. Oggi, il percorso prevede 27 tiri di arrampicata e dispone di oltre 50 chiodi fissi. Nonostante il notevole avanzamento della via nell’evoluzione delle big wall, la salita fu in gran parte dimenticata dopo la prima guerra mondiale, quando la difficoltà della via fu eclissata da una nuova generazione di ascensioni con chiodi nelle Alpi e negli Stati Uniti (nota a piè di pagina).

A sinistra: Arcangelo Siorpaes e Beatrice Tomasson. A destra: Tita Piaz sulla parete sud della Marmolata nel 1910, foto di Guido Rey.

Nota
E’ notevole che la via originale sulla parete sud della Marmolada non sia menzionata in molte cronologie di arrampicata, come A History of Mountain Climbing, pubblicata da Arthaud nel 1996, e molte altre storie: è come se la prima salita della parete nord-ovest dell’Half Dome, una parete assai simile in altezza, fosse stata storicamente ignorata come pietra miliare significativa nell’arrampicata. Uno dei primi compagni di ascensioni della Tomasson, Edward Lisle Strutt, riporta nell’Alpine Journal del 1942: “In molte di queste ascensioni sono stato accompagnato dalla signorina Beatrice Tomasson (la signora Mackenzie), intrepida amazzone e brava alpinista. Negli anni successivi fu lei a realizzare per la prima volta le due più significative ascensioni su neve e roccia rimaste in Tirolo: la parete est (versante Solda) del Gran Zebrù e la parete sud della Marmolada“. Doug Scott ne dà breve menzione nel suo Big Wall Climbing (1974, in italiano Le grandi pareti); l’articolo sulla Tomasson di Hermann Reisach appare nell’Alpine Journal nel 2001. La qualifica di “Via Classica” da parte di Anette Köhler e Norber Memmel nel loro Classic Dolomite Climbs (1998) evidenzia anche questa pietra miliare (che però altrove è spesso latitante!).

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Questa notizia della prima ascensione italiana (la qualifica nazionale della cordata era allora data dalla nazionalità del cliente, NdR) della parete sud della Marmolada nel 1908 rende onore all’ardimento e alla bravura delle due “signore” che l’avevano preceduta, Beatrice Tomasson e Kathe Broske (Rivista mensile del CAI, 1910).
1893, descrizione britannica del chiodo. Da notare la citazione delle corde fisse nelle Alpi occidentali e del chiodo come ancoraggio da discesa. Clicca per ingrandire.
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Storia del chiodo da roccia – 1 ultima modifica: 2022-05-12T05:54:00+02:00 da GognaBlog

7 pensieri su “Storia del chiodo da roccia – 1”

  1. 7
    emanuele menegardi says:

    Sulla via Bettega-Thomasson alla Marmolada di Penía non ci sono 50 chiodi, ma meno della metà. Purtroppo diversi anni fa, una cordata di giovani polacchi, convinti che la via fosse ben chiodata, fu costretta a due bivacchi in parete per attrezzare molte soste completamente disattrezzate!
     

  2. 6
    albert says:

    4) meglio lasciare in loco, se veramente si vuole rispettare un (altolocato o semplice) collocatore..
    nel tascabile di Garobbio- Rusconi Alpinismo prima parte, se la memoria non mi inganna, si risale nelle dotte citazioni ad una lontana impresa a suon di chiodoni infissi su muraglia..ma per fini guerreschi , non alpinistici.

  3. 5
    Riva Guido says:

    Il collezionista in fondo è solo uno che gode esclusivamente delle privazioni che arreca agli altri.

  4. 4
    VICE72 says:

    Tengo come una reliquia un chiodo con anello per sosta/calata recuperato sulla torre Trieste. Ho sempre avuto la speranza che sia appartenuto a Comici o Cassin in quanto la tipologia del chiodo è proprio di quel periodo.

  5. 3
    albert says:

     ricerca web.”materiali effetto geko”, fino ad ora esperimenti e prototipi…se e  quando entreranno nel mondo dell’arrampicata..la diatriba sul chiodo si autoestinguerà? chi vivrà vedrà.

  6. 2

    Articolo interessante che mi ha fatto venire in mente delle storie. Più di 20 anni fa, trovandomi ospite di un’estancia nella Patagonia settentrionale nella provincia di Neuquén, avevo scorto in lontananza due torrioni che si ergevano solitari da una cresta boscosa di cañas Colihue. Con il mio amico Diego Zanesco ci fabbricammo dei chiodi con delle barre di ferro dolce trovate in un magazzino su cui strozzavamo con un barcaiolo dei cordini, e salimmo le due torri (una non era neppure facile) del Cerro Ponom dopo  un lungo avvicinamento a cavallo e poi a piedi tra le canne (micidiale).
    Lungo la salita ricordo la paura per l’eventuale tenuta dei nostri chiodi improvvisati il cui collaudo lungo un tiro avvenne in maniera rocambolesca. Mentre Diego apriva un tiro bello verticale in fessura, dalla stessa uscì improvvisamente un grosso topolone che si mise a correre lungo la parete in discesa verso di me come se fosse su un prato. Il tutto avvenne tanto rapidamente che i chiodi (Diego per fortuna ne aveva appena piantato uno) vennero sollecitati disordinatamente da noi per evitare lo sgarbato roditore e… tennero perfettamente. Cosi anche fu per gli ancoraggi per le doppie.
    Andando ancora più indietro nel tempo, quando a Finale il settore Alveare di Monte Sordo non era ancora stato battezzato e non c’era neppure una via, con Giorgio Rosasco ci organizzammo per aprirvene una -con chiodi & martello- lungo l’unica evidente fessura strapiombante al centro della parete. A circa 20m da terra ci imbattemmo un un palo di legno piantato nella fessura che aveva una scolpitura circolare prima della testa per potervi legare un laccio di qualche tipo. L’oggetto aveva un’aria secolare e ci interrogammo lungamente sulle sue possibili origini. In seguito la via venne chiamata da Andrea Gallo: Apissima, per via di un nido di calabroni residente nella fessura che venne sfrattato quando vi chiodò la linea di Bombay che poi divenne Hayena.
    Comunque Apissima è oggi un bel tiro di 7a e nulla si seppe del misterioso chiodo di legno che vi trovammo. 
    Storie di chiodi su pareti abitate (e percorse) da animali. 

  7. 1
    Mario says:

     La parete nord dell’Isère fu scalata per la prima volta nel 1895; gli alpinisti del 1916 rimossero le “clou” e riferirono con orgoglio di non averlo usato per la salita (“sans l’aide”)- Praticamente gli schiodarono la via prima ancora che si sapesse che erano chiodi da roccia, divertente  🙂 

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