Terre indiane

Luke Mehall è uno scalatore americano, autore di diversi libri (American Climber, The Great American Dirtbags…) ed editore della rivista The Climbing Zine.
Questo estratto è tratto dal suo ultimo libro The Desert, dove Luke parla della sua forte relazione con Indian Creek e il Bears Ears National Monument, un territorio dichiarato protetto da Barack Obama nel 2016 che copriva un’area di 1,9 acri. Quest’area è stata drasticamente ridotta dell’85% dall’amministrazione Trump (che è intervenuta allo stesso modo anche su altre terre protette sollevando un vespaio di proteste da parte di ambientalisti, arrampicatori, ecc.).
Luke esprime tutto il suo amore e la sua preoccupazione per queste antiche terre nei suoi scritti, sia in senso generico come tributo ai nativi che le abitano da millenni, sia come arrampicatore che vi ha trovato il suo Eden personale e non vuole vederlo andare in rovina a causa delle politiche governative.
Il 23 agosto 2019 Patagonia ha pubblicato il video Just a Climber, for Bears Ears, realizzato in collaborazione con Greg Cairns.

Terre indiane
(estratto dal libro The Desert)
di Luke Mehall
(traduzione di Agnese Blasetti)

Ce ne andammo per la stagione estiva. Tutti gli arrampicatori fanno così. Certo, qualcuno avrebbe fatto un salto per un paio di tiri al mattino o alla sera, ma d’estate il deserto torna proprietà di ragni, scorpioni, serpenti, tempeste di fulmini e piene improvvise. L’estate e la vita lì non sono uno scherzo.

Le mie scappatelle estive non sono neanche lontanamente paragonabili alle scalate nel deserto, si parla solo di rinviare spit o fare boulder. Ma in qualche modo, il Deserto rimane sempre nei recessi della mia mente. Il progetto in cantiere per la prossima stagione, quella fessura che abbiamo scoperto e a cui dobbiamo fare le soste, a volte solo la meditazione e l’azzeramento di ogni cosa del passato e del presente. Affondare il piede sulla sabbia o le mani nelle fessure.

Quella era l’estate in cui Trump aveva cominciato la sua ascesa alla presidenza, e mi sale un briciolo di nausea al pensiero. Purtroppo la civiltà di Obama stava per fare largo a un umano che non era proprio il mio tipo, per dirla gentilmente. Ma sto parlando del futuro, e noi non sapevamo ancora cosa stava per succedere.

La creazione del Bears Ears National Museum sembrava una cosa ovvia nell’estate del 2016. Ora invece sembra una di quelle questioni in cui o sei pro o sei contro. In fondo sto scrivendo questo libro negli anni di Trump, e sembra che nessuno lo voglia seguire o cercare un compromesso, almeno non su internet. Nella mia cerchia, non si discute su Bears Ears; diamo tutti per scontato che sia un bene per gli scalatori, e nel mio cuore lo credo davvero.

Il presente si sta mettendo in mezzo mentre io invece cerco di scrivere del 2016, giorni di gloria che non lo erano davvero. Beata ignoranza.

Comunque, sembrava che questa storia del Bears Ears National Monument sarebbe stata una buona cosa. Obama aveva tirato fuori il Teddy Roosvelt della situazione: avrebbe usato l’Antiquites Act di Roosvelt per salvaguardare un’area importate. Il suo team stava lavorando assieme alla Coalizione inter-tribale di Bears Ears, e quando fu tutto pronto, l’arrampicata finì per essere inclusa nel proclama, era la prima volta che succedeva in un monumento nazionale.

Pensando a quel momento di transizione tra l’era Obama e quella Trump ho un senso di perdita. Mi ricorda che probabilmente ho deluso la visione che il me stesso del College si aspettava di essere, e mi riporta alla mente una delle epoche migliori nella mia vita arrampicatoria.

In America molto è possibile, e vista la mia posizione nel mondo, avevo motivo di sognare. Ma più invecchiavo, più realizzavo che il mio impatto sarebbe stato molto piccolo, ma potevo creare un cambiamento, potevo dare ispirazione. Era quella la mia missione, la ragione per cui ero qui. C’era un senso di sollievo nel mio essere piccolo, nell’effimera esistenza che noi chiamiamo vita. Avevo bisogno di vedere i frutti del mio lavoro; aprire nuove vie era perfetto. E lo era anche scrivere libri.

Da piccoli l’estate era il massimo, ma ora le mie gioie maggiori le ritrovo nelle primavere e negli autunni. E allora, quando torna la stagione di Indian Creek, eccomi di nuovo là, di ritorno a casa nel deserto.

È assurdo pensare che una terra all’apparenza desolata venga presa in considerazione dalle più alte cariche del governo. Non mi metterò a glorificare troppo Obama; dopo tutto è un politico, ma secondo me ha capito. Le persone che volevano proteggere questa terra si sono fatte sentire, e hanno ottenuto quello che più tardi sarebbe diventato il Bears Ears National Monument.

Luke Mehall in arrampicata su No Take On The Flake, Green Wall, Indian Creek, Utah. Foto: Braden Gunem.

Durante quegli anni sull’altipiano, ignoravo i tesori del luogo, ma ripeto, forse non possedevo ancora gli occhi, le orecchie, o il cuore giusto. Ma c’è stato un momento, non tanto tempo fa, in cui mi è sembrato di cogliere qualcosa, o almeno di sentirlo.

Io e Dave avevamo scalato circa 120 metri, ripetendo una prima salita che io avevo aiutato a creare l’anno precedente, una via che univa alcune fessure perfette per le mani con altre fessure delicate e pilastrini. Era probabilmente la cosa più vicina ad un’opera d’arte che avessimo mai realizzato, anche se in realtà era già lì (gli avevamo solo dato una spolverata).

La via ci aveva portato in cima a un meraviglioso torrione, così alto e remoto da farci chiedere se fossimo i primi esseri umani a metterci piede, ad vagare su quell’isola in cielo. L’intera Indian Creek si dispiegava sotto di noi, incantati da ciò che ci circondava.

Mentre osservavo il terreno, notai un pezzo di terracotta (lo era? Non lo era?) Guardai più da vicino, righe bianche e nere. Diedi un’occhiata in giro per cercarne altri e li trovai in fretta. In questo posto, un posto che fino a pochi momenti prima sembrava così distante e alieno, in questo posto erano stati degli esseri umani migliaia di anni fa, e avevano rotto delle terracotte in offerta agli dei. Fui attraversato da un brivido mentre io e Dave ci rendevamo conto di cosa stavamo guardando.

Ancora adesso, non ho scoperto il sentiero usato dai puebloans ancestrali per raggiungere quel punto. Sembrava improbabile, e inaccessibile. È la magia del Deserto.

Mesi dopo, parlando con un anziano Nativo Americano, gli raccontai della mia esperienza e lui mi suggerì di lasciare un’offerta di tabacco la prossima volta che sarei andato, per gli spiriti, qualcosa di biodegradabile. Gli risposi che non toccavo più quella roba, che ne diceva di un po’ d’erba? Sicuro, rispose, quella sarebbe andata bene lo stesso.

Luke Mehall

Dopo quella via in particolare, per cui mi tengo sul vago di proposito sulla posizione, mi sono imbattuto in altre terracotte e rovine. Non prendo mai niente e faccio molta attenzione a lasciarle lì come sono, meravigliato che ci fosse una società funzionante qui, molto più armoniosa di quella che esiste ora. Ecco perché è importante, al di sopra di tutto, persino dell’arrampicata, proteggere il Bears Ears National Monument.

Stavo tornando a casa in Colorado dopo le vacanze quando ebbi la notizia. Obama aveva usato l’Antiquities Act per creare il Bears Ears National Monument. Quell’uomo aveva un modo di fare che mi alleggeriva il cuore, facendomi sperare nel potenziale dell’America. Sapevamo tutti che genere di tempesta sarebbe arrivata con Trump, e sentii che il momento in cui Obama aveva protetto quest’area forse sarebbe stato l’ultimo atto da parte del governo federale che mi avrebbe reso felice  per un po’. Era una sensazione di pace, una vittoria per la protezione di una terra sacra, un accordo tra le tribù e i ricreazionisti. Ma non sarebbe durata. O sì?

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Terre indiane ultima modifica: 2019-09-01T05:16:46+02:00 da GognaBlog

4 pensieri su “Terre indiane”

  1. 4
    Alberto Benassi says:

    cosa hanno più di indiano queste terre??
    Secondo me più NULLA!!
    sono stato nel 1989 a fare un giro in queste terre.  I fieri indiani di un tempo mi sono sembrati dei fenomeni da baraccone, grassi e bevitori di cocacola.
    Tristezza.

  2. 3

    Per gli americani la guerra è un fatto che non li riguarda mai perché si provoca o si va a fare lontano da casa. Bin Laden gli aveva fatto vedere cos’era da vicino ( non che avesse fatto bene, intendiamoci) e loro hanno preso l’occasione per farsi belli a loro stessi glorificandosi, martirizzandosi (neanche troppo) ed erigendosi monumenti per poi proseguire come prima.
    Io gli americani non li capirò mai, e mi dispiace.

  3. 2
    Alberto Benassi says:

    Si è lui…
     
    Bel personaggio anche questo.
    da noi si dice:  “Cencio dice male di Straccio”

  4. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    Obama chi?
    È forse quel signore che vinse il Premio Nobel per la Pace “sulla fiducia”? È lo stesso signore che poi scatenò, assieme a un altro tizio, la guerra in Libia? 

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