The Golden Peak

The Golden Peak
(una nuova via sullo Spantik alza il livello dell’alpinismo coreano)
di Kim Hyung-il
(pubblicato su The American Alpine Journal del2010)
Tradotto dal coreano da Peter Jensen-Choi

Non ricordo quando vidi per la prima volta una foto dello Spantik, il Golden Peak, in Pakistan, ma ricordo bene la forte impressione che provai. Non riuscivo a immaginare come si potesse scalare quell’alto pilastro sulla parete nord-ovest, e mi sono sentito “piccolo” nei confronti di Mick Fowler e Victor Saunders che l’hanno fatto per primi nel 1987. Nel corso degli anni ho provato emozioni e scoraggiamenti al riguardo del sogno mio di scalare quella vetta dorata nella foto. Finalmente, nel 2008, ho visto dal vero il bellissimo Spantik e ho individuato la linea per una nuova via. Quanto alla tattica, non c’erano dubbi: stile alpino.

Gli scalatori coreani hanno una solida storia di salite sulle big wall himalayane. La spedizione coreana al Baintha Brakk del 1983 è stata probabilmente la prima di queste, e ha portato ad altre importanti ascensioni in alta quota, come la Shining Wall (parete nord-ovest) del Gasherbrum IV, la parete nord del Thalay Sagar, la Trango Tower, la parete sud-ovest del Everest, la parete nord dell’Annapurna e la parete sud dello Shishapangma. In questi giorni, forse un terzo delle spedizioni che partono dalla Corea tentano di scalare pareti ad alta quota.

La via dei Coreani sulla parete nord-ovest dello Spantik 7027 m. I tre scalatori hanno passato due notti nel luogo del loro secondo bivacco e due notti al loro campo più alto, per un totale di sette notti sulla montagna. (A) il Golden Pillar, salito la prima volta nel 1987 da Mick Fowler e Victor Saunders. (B) è la via di discesa seguita da Fowler e Saunders, già percorso anche da altre cordate: è la via dei Giapponesi del 2004. Foto: Kim Hyung-il.

Tuttavia, so che il 90 per cento della significativa scalata himalayana fatta dai coreani avviene con l’aiuto di portatori d’alta quota e corde fisse. La maggior parte quindi è di tipo pesante e non riguarda lo stile alpino. Credo che noi alpinisti coreani dovremmo riesaminare noi stessi e come lo stile di spedizione sia arrivato a prevalere tra di noi. Per prima cosa, la grande maggioranza dei leader di spedizioni di gran nome in Corea utilizza questi metodi. A causa della loro influenza, altri capi spedizione hanno seguito l’esempio. Inoltre, poiché queste tattiche si sono dimostrate efficaci e sono giudicate sicure, questo è rimasto il modo popolare per scalare pareti ad alta quota. Inoltre, la mentalità coreana, fin dall’inizio della nostra storia alpinistica, ha fissato la vetta come unico obiettivo dell’alpinismo. Queste sono le cause alla radice della nostra costante attenzione alle tattiche pesanti in stile assedio.

Ma c’è sempre stato un piccolo numero di alpinisti che la pensavano e la pensano diversamente. Per circa 10 anni, questa piccola comunità di alpinisti ha praticato una buona parte di scalate in stile alpino, aprendo nuove vie in questo stile in Himalaya e Karakorum. Alcuni di noi alla fine hanno deciso di provare una nuova via sullo Spantik in puro stile alpino, nonostante l’incertezza di un simile tentativo. Volevamo fare del nostro meglio per lasciare una forte impressione sui giovani scalatori coreani, dimostrando che potevamo arrampicare senza danneggiare l’ambiente o lasciare alcuna traccia del nostro passaggio.

Nel 2009 sono tornato in Pakistan con altri due alpinisti, Kim Pal-bong e Min Jun-young, più un cameraman, Rim Il-jin, e un amico, Seo Jung-hwan, per supporto. A causa della minaccia del terrorismo nell’area dello Swat, abbiamo rinunciato a prendere un autobus lungo la Karakorum Highway e siamo invece volati a Skardu.

Dopo essere arrivati ​​al campo base all’inizio di giugno, ci siamo acclimatati su diverse vette di 6000 metri senza nome e abbiamo pianificato le nostre tattiche per lo Spantik. Abbiamo deciso di salire slegati e assieme la parte inferiore della montagna, per poi legarci e salire in cordata, dividendoci a turno i compiti da capocordata. Nella sezione più alta e più difficile, la Torre Nera, il primo scalatore avrebbe fissato le corde una volta terminato un tiro, e gli altri due avrebbero potuto salire sulla fissa.

Avevamo programmato di trascorrere sei giorni sulla via, cinque in parete e uno sui nevai superiori per raggiungere la vetta. A partire dal 15 giugno ha nevicato per diversi giorni e abbiamo dovuto aspettare. In preda all’ansia, leggevamo: ci sentivamo in trappola nelle nostre tende. Dopo una lunga, penosa attesa, il 28 giugno abbiamo finalmente iniziato a scalare.

Verso la fine del nostro terzo giorno, arrivammo alla base della Torre Nera. Lì fummo sorpresi da una feroce tempesta di neve. Decidemmo di non continuare: scendemmo al precedente posto di bivacco e il giorno successivo, 1 luglio, ci calammo al campo base.

Dopo una settimana di riposo, siamo ripartiti l’8 luglio. Per i primi 1.000 metri sopra il ghiacciaio, abbiamo salito slegati su neve ripida, fino a 60°. Alle 11 del mattino successivo avevamo raggiunto il nostro precedente punto più alto vicino alla base della Torre Nera. Per altri 200 metri abbiamo continuato slegati e poi abbiamo iniziato ad assicurarci su un difficile terreno di misto. Abbiamo salito cinque tiri su roccia innevata, con tratti di ghiaccio sottilissimo. Buoni ancoraggi erano difficili da trovare. Alle 19 abbiamo trovato una cresta di neve dove abbiamo potuto intagliare una cengia e montare la tenda.

Quella notte ha nevicato forte e non abbiamo dormito molto. Il 10 luglio la nevicata si è attenuata ma poi è tornata ad essere più pesante, a intermittenza per tutto il giorno. Abbiamo trascorso una giornata inquieta nella tenda, chiedendoci se continuare o no. La neve è cessata la mattina presto dell’11 luglio e abbiamo iniziato a salire su roccia cattiva e verticale ricoperta di neve. Scanalature ghiacciate larghe solo 10 centimetri correvano lungo la muraglia rocciosa: su quelle avremmo anche potuto procedere slegati, tanto era difficile piazzare protezioni. In quella giornata ci fu la parte più ripida della via, e fu anche la più fredda. Il sole non ci ha raggiunti prima delle 11 del mattino e io ho dovuto lottare con il dolore dei postumi da congelamento che avevo subito dieci anni prima. Dopo tre lunghezze, Kim Pal-bong ha preso il comando e ha affrontato un nuovo problema. Quando il sole toccò la parete, le protezioni che aveva messo cominciavano a ballare nel ghiaccio che si scioglieva, lasciandoci vulnerabili al minimo errore. Non avevamo altra scelta che mantenere la calma e prestare estrema attenzione a ogni mossa.

Abbiamo intagliato una cengia da bivacco in un’altra cresta di neve e siamo entrati in tenda verso le 21.00. La mattina dopo, due tiri su canaloni rocciosi ci hanno portato all’ultimo muro di neve. Il seracco in cima alla montagna era così vicino che sembrava di poterlo toccare con le mani. Ma la neve arrivava fino al petto e presto altra neve ricominciò a fioccare. La tempesta sembrava non finire mai e più a lungo aspettavamo che finisse più ci sentivamo disperati. Alla fine, per grazia di Dio, la neve si è fermata e dopo 30 minuti di salita abbiamo raggiunto i dolci pendii sopra la parete nord-ovest. Mentre preparavamo il bivacco finale, contattai il campo base e gridai: “Ce l’abbiamo fatta!” In un impeto di emozioni, scoppiammo tutti in lacrime.

Il 13 luglio, alle 4 del mattino, dopo aver sorseggiato una tazza di tè, ci siamo avviati verso la vetta; tuttavia, presto siamo dovuti tornare alla tenda perché era troppo buio per affrontare una parete di ghiaccio e diversi crepacci nascosti. Abbiamo aspettato due ore che il sole sorgesse prima di uscire di nuovo. Siamo saliti sempre più in alto, mentre i nervi ci si irrigidivano nella debole luce dell’alba: ma finalmente, verso le 10.45, eravamo in cima. Dopo un momento di gioia, ci siamo sentiti esausti. La nostra energia era stata bruciata dalla fatica e dalla tempesta di neve.

Da sinistra, Min Jun-young, Kim Pal-bong e Kim Hyung-il sulla vetta dello Spantik. Foto: Kim Hyung-il.

Abbiamo deciso di trascorrere un’altra notte in cresta prima di scendere. Kim Pal-bong ed io mostravamo sintomi di cecità da neve, e con il dolore agli occhi quella notte non riuscimmo a dormire affatto. Inoltre, una tempesta notturna ha portato vento e neve. Ma alle 14.00 del giorno successivo, il vento si è improvvisamente fermato e abbiamo subito preparato gli zaini e iniziato la discesa. Ore dopo, dopo molte calate al buio, siamo scesi dalla ripida neve alla base della parete e siamo arrivati ​​sul ghiacciaio verso mezzanotte. I nostri amici Jin Rim-il e Seo Jung-hwan stavano nell’oscurità per darci il benvenuto. Come dimenticare la luce brillante delle loro lampade frontali e l’acqua fredda che ci hanno offerto da bere!

Chang Ji-myeong (a sinistra) e Kim Hyung-il, caduti dalla partete nord del Cholatse l’11 novembre 2011

Sommario
Area: Catena montuosa di Rakaposhi, Karakoram, Pakistan

Ascensione: nuova via in stile alpino sulla parete nord-ovest dello Spantik 7027 m, di Kim Hyung-il, Kim Pal-bong e Min Jun-young, 8-14 luglio 2009. I coreani hanno chiamato la via di 2.300 m Dream 2009 e l’hanno classificata VI WI4 M8. Sono scesi dal contrafforte di neve e ghiaccio a destra (ovest) della loro via di salita.

Una nota sull’autore
Nato nel 1967, Kim Hyung-il ha guidato o partecipato a spedizioni in Nepal, India e Pakistan, incluse quelle che hanno salito una nuova via sulla Trango Tower (2005) e tentato la parete sud del Lhotse in inverno (2006). E’ morto l’11 novembre 2011 assieme al compagno Chang Ji-myeong nel tentativo di scalare la parete nord del Cholatse (Nepal).

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The Golden Peak ultima modifica: 2023-05-09T05:46:00+02:00 da GognaBlog

7 pensieri su “The Golden Peak”

  1. Ok, grazie. Quindi è “quel” Kim Chang Ho che aveva quella bella idea di alpinismo che tanto mi piace. Grazie

  2. #5 Carlo: Abbiamo tagliato l’ultima parte dell’articolo perché si riferiva ad un altro Kim, precisamente a Kim Chang Ho, noto come primo coreano ad aver scalato i 14 8000 senza ossigeno, che e’ morto sul Gurja Himal nel 2018. L’inserimento di questo secondo personaggio (e allegata foto) era stato fatto per errore.

     

  3. Sbaglio o è sparito parte dell’articolo?? …fortuna avevo copiaincollato il “credo” del povero Kim!

  4. La montagne est dangereuse ; les alpinistes le savent.
    C’est triste quand cela se termine mal, mais c’est ainsi.

  5. 2, Sign Bertoncelli. Giusta osservazione, anche se sarei più lieto a saper i vivi. In fondo l’alpinismo stesso si fonda su questo: su 7 saliti per primi sul Cervino solo 3 la contarono!!

  6. Anche in questo caso l’autore dell’articolo è morto in montagna.
     
    … … …
    Sarebbe interessante una ricerca statistica per rispondere alla seguente domanda: qual è la percentuale di autori di articoli alpinistici apparsi su The Alpine Journal o The American Alpine Journal che sono deceduti a causa di un  incidente in montagna?

  7. È interessante notare che Kim ha specificato i seguenti tre criteri nella scelta della destinazione dell’arrampicata: il potenziale merito dell’esplorazione durante l’intero viaggio, l’importanza della montagna nella cultura locale e la naturalezza del percorso pianificato. Questo approccio stilistico e innovativo all’alpinismo derivava dalla sua stessa filosofia alpinistica che riguardava distintamente l’etica della relazione, o quello che chiamava “alpinismo della convivenza”. 
     
    Avere questi principi a 54 anni fa ancora più dispiacere aver perso un grande rappresentante ed esempio fi grande alpinismo
     
     
     
     
     
     
     

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