The last mountain

The last mountain
(riflessioni sul film Ostatnia góra)

(pubblicato su itacatheoutdoorcommunity.it l’8 marzo 2021)

Chi dice che alla cinematografia di montagna occorra sempre una grande vittoria per avere successo di solito sbaglia: e ancora una volta ne sia prova The last mountain, il racconto della spedizione invernale del 2017-2018 al K2, allora l’ultima vetta tra gli Ottomila a dover essere ancora scalata nella stagione fredda. Alla sua guida era il polacco Krzysztof Wielicki, una vera leggenda dell’alpinismo in Himalaya che nel 1980, assieme a Leszeck Chichy, salì l’Everest per la prima invernale (e prima in assoluto a un Ottomila). Quella narrata in Ostatnia góra (titolo in lingua originale) è la storia di un generoso tentativo di una dozzina di fortissimi alpinisti polacchi assieme al fuoriclasse russo Denis Urubko.

La spedizione, forte dell’esperienza dei tentativi degli anni precedenti, sia dal versante pakistano che da quello cinese, assume fin da subito il carattere di un team tradizionale: è chiaro a tutti i membri che non si sale mai da soli, o senza una radio, e soprattutto non si fanno puntate in quota senza avere il sussidio delle corde fisse. Queste devono essere sistemate in continuità, senza alcuna interruzione, fino ai quasi 8000 metri della Spalla, per poter assicurare un ritorno delle cordate privo di incertezze anche nelle condizioni meteo più disperate. Dimenticarsi perciò di qualunque forma di stile alpino.

Foto: dal film The Last Mountain

I dialoghi del film precisano questo concetto con molto puntiglio, mentre al contrario, come vedremo tra poco, sono un po’ carenti di spiegazioni a quegli spettatori che non hanno almeno un’infarinatura di ciò che è successo e di ciò che significa l’avventura a 8000 metri d’inverno.

Era previsto che il gruppo non iniziasse le operazioni di assedio sul classico Sperone degli Abruzzi, bensì sulla via Česen, un po’ più “nevosa” della via normale e ben visibile dal campo base in tutto il suo sviluppo fino alla Spalla. Questo perché sulla carta quell’itinerario sembrava più adatto a una salita invernale, soprattutto per la sua probabile minore esposizione al vento.

I vari gruppi si avvicendano sullo sperone Česen, ma lamentano subito una forte esposizione a caduta sassi. Parecchi sono infatti i piccoli ma significativi incidenti, pietre che colpiscono i singoli, con vario grado di fortuna. Mentre il film ci racconta di queste vicissitudini, con splendide immagini di arrampicata, l’azione viene interrotta dal soccorso alla francese Élisabeth Revol, reduce dall’aver salito la vetta del Nanga Parbat per la cosiddetta via Messner con il compagno polacco Tomasz Mackiewicz. Un elicottero preleva quattro membri della spedizione e li deposita a 4800 metri alla base dello sperone Kinshofer del Nanga Parbat, via per la quale si sa che la Revol stava cercando di scendere, ormai però bloccata per sfinimento a 6200 metri e psicologicamente distrutta dal forzato abbandono del compagno a 7400 m.

Una delle scene più emozionanti del film è la salita in tempi forzati che Denis Urubko e Adam Bielecki intraprendono per raggiungere la francese: nell’arco del pomeriggio e delle prime ore di buio riescono a salire fino ai 6200 m, sfruttando la propria energia, le pile frontali e le inaffidabili corde fisse estive della Kinshofer: dove in effetti trovano la donna cosciente nella sua tendina ma in grave stato di ipotermia e debolezza generale.

Nell’assistere a quelle sequenze, e a quelle successive della notte passata in bianco a idratare la Revol e della mattinata seguente a scendere lentamente assieme a lei, stupisce che non ci sia alcuna voce narrante che spieghi ciò che invece (e purtroppo) si suppone ogni spettatore sappia già. Urubko e Bielecki portano a buon fine un soccorso come mai nella storia fu neppure concepito e tentato, qualcosa di davvero straordinario.

Rientrati i quattro al campo base del K2, le operazioni proseguono, fino a che una gigantesca valanga che spazza via l’intero canalone contiguo alla linea seguita dalla spedizione non li convince che quell’itinerario è troppo pericoloso. Il film allora ci racconta come arrivano alla decisione di proseguire il tentativo seguendo il ben più noto Sperone degli Abruzzi, sfruttando ovviamente le corde fisse estive che devono con fatica estrarre dal ghiaccio verificandone eventuali danneggiamenti. Alternandosi tra loro, le varie squadre salgono fino al campo 2, finendo di attrezzare la via. Bielecki e Urubko arrivano fino ai 7300 m del campo 3 e il giorno dopo proseguono fino a 7400 m, in condizioni atmosferiche proibitive. La discesa è inevitabile. Peccato che del tratto tra campo 2 e campo 3, cioè la salita della famosa Piramide Nera, si veda poco e niente, ma è del tutto comprensibile.

Foto: dal film The Last Mountain

La spedizione ha già voltato la boa del cinquantesimo giorno e purtroppo si sta avvicinando a quel 28 febbraio che per Urubko è il termine dell’inverno, quando invece tutti gli altri pensano che la fine di questa stagione sia il classico 21 marzo. Anche questa differenza di opinioni non è spiegata a sufficienza nel film, occorre saperlo già… Ma è un peccato veniale della sceneggiatura di Dariusz Zaluski (che è anche il regista) e di Anna Filipow. Urubko preme per partire in modo che si possa fare l’attacco alla vetta proprio il 28 febbraio, cerca di convincere l’amico Bielecki, senza successo. Ha tutti contro, così si risolve a partire da solo e senza dire nulla a nessuno.

Qui il film è davvero avvincente, con la ripresa in diretta dei dialoghi via radio tra il capo-spedizione e i due che in quel momento sono al campo 1. Urubko si rifiuta di parlare con Wielicki, respinge l’offerta dell’apparecchio radio e continua a salire verso l’alto. Le scene ci lasciano un po’ in sospeso per mostrarci infine il ritorno dai due che lo hanno aspettato di un Urubko un po’ barcollante. Racconta di essere arrivato sulla Spalla in condizioni meteo disastrose e di essere anche caduto in un piccolo crepaccio.

Foto: dal film The Last Mountain

La scena dopo è la partenza di Urubko dal campo base, a piedi verso il ghiacciaio del Baltoro e Skardu. I saluti sono calorosi con tutti, ma la sanzione dell’ostracismo è ugualmente dura.

L’amico Bielecki così riassumerà: “Credo che per lui sia stata una situazione difficile. Tutti i membri della spedizione si conoscevano già, parlavano polacco, ridevano insieme a campo base. Lui era un outsider, fin dall’inizio. A fianco di questo c’è da aggiungere che è fortissimo e che è super-motivato, tutte cose che non hanno reso la situazione più semplice”.

La spedizione continua, ma ormai la motivazione va decisamente scemando, fino all’abbandono finale. Un film grandioso dunque, a prescindere dai lievi appunti che mi sono permesso di fare. E che ribadisco anche al riguardo di una delle più belle e commoventi scene, il festeggiamento al capo-spedizione che i compagni gli riservano il 17 febbraio in occasione dell’anniversario della sua conquista invernale dell’Everest (38 anni prima!). Wielicki chiede al cuoco hunza quanti anni ha e, alla sua risposta, ridendo gli dice che, quando lui saliva l’Everest d’inverno, quello non era ancora nato!

Il film è visibile a noleggio su
https://www.itacaondemand.it/film/the-last-mountain/

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The last mountain ultima modifica: 2021-08-26T05:07:00+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “The last mountain”

  1. 2
    albert says:

    UN CONTO E’GIRARE UN DOCUMENTARIO PER RIVOLGERSI AGLI “ADDETTI AI LAVORI”, che  certi dettagli li conoscono ; un altro aver l’intenzione di catturare un grande pubblico pagante.Eventualmente le  stesse scene potrebbero avere un commento diversificato…oppure in fase di montaggio e commento si dovrebbero coinvolgere anche degli” ingenui ” ed ascoltare domande e critiche e rimediare.
    Altrimenti allla massa si propinano”Assassinio sull’Eiger”, Tragedia a pizzo palu’,cliffhanger ecc.

  2. 1

    Senza nulla togliere a Urubko e compagnia, credo che gli Sherpa abbiano dimostrato la loro indiscutibile superiorità (che hanno sempre avuto) con la salita del K2 invernale. 
    Credere che questa schiacciante superiorità non esista è un po’ come credere che Maestri e Egger siano arrivati in cima al Cerro Torre nel 1959.
    Si sa anche che se certe balle te le racconti all’infinito, finisci per crederci anche tu.

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