The passing of Mummery

Questo articolo fu pubblicato su The Himalayan Journal, n. 3, 1 aprile 1931. Non essendo al momento disponibile sulla versione digitale dell’Himalayan Journal, per il testo originale vedi qui. Per ulteriore approfondimento, consultare ciò che John N. Collie lesse di fronte all’Alpine Club il 4 febbraio 1896, poi pubblicato su The Alpine Journal n. 131, febbraio 1896, e tradotto in italiano nell’Appendice del libro di Mummery Le mie scalate nelle Alpi e nel Caucaso pubblicato da CDA&Vivalda nel 2001).
Charles G. Bruce (1866-1939) fu capo-spedizione nei tentativi all’Everest , prima in quello del 1922 e poi in quello del 1924 dove morirono George Leigh Mallory e Andrew Irvine.

The passing of Mummery
(la scomparsa di Mummery)
di Charles Granville Bruce

Oggi che lo scalare in Himalaya è diventato quasi normale, mi sembra che quella pagina meravigliosa nella storia dell’alpinismo, che si chiuse con la tragica perdita di Mummery e dei suoi due compagni Gurkha, possa essere nuovamente portata all’attenzione di coloro che sono interessati a quelle imprese gigantesche.

Una delle prime mappe della zona del Nanga Parbat. Tratta da Climbing on the Himalaya and other Mountain Ranges di John N. Collie, Douglas, Edimburgo, 1902. Clicca per ingrandire.

Nel 1895 l’alpinismo in Himalaya era considerato in una luce molto diversa da quella di oggi. Gli ufficiali del Survey of India avevano fatto dei viaggi avventurosi, che, date le condizioni in cui erano stati intrapresi, molto spesso comportavano scalate molto faticose; e alcuni viaggiatori, come Sir Francis Younghusband (la cui traversata della grande catena del Muztagh attraverso il passo del Muztagh fu una delle imprese più ardite da parte di un gruppo completamente non equipaggiato che si sia mai verificato nella vecchia storia dell’esplorazione himalayana), avevano avuto grandi successi.

Ma l’arte dell’alpinismo come intesa in Europa era poco conosciuta in Himalaya, né il Survey of India a quel tempo aveva alcuna conoscenza anche dell’uso tecnico più elementare della piccozza o della corda. La conoscenza di quest’arte non è cresciuta troppo rapidamente in Europa e i dilettanti hanno dovuto passare attraverso un’iniziazione molto lunga prima di poter formare cordate la cui abilità potesse essere paragonata a quella dei professionisti medi. Ciononostante in Europa negli anni Novanta (del secolo XIX, NdR) sono saliti alla ribalta alcuni alpinisti di grande rilievo di diverse nazionalità. Tra questi c’erano due eccezionali cordate di dilettanti, tutti inglesi e amichevoli rivali. I tre membri più noti di una di queste cordate erano Albert Frederick Mummery (1855-1895, NdR), Geoffry Hastings (1860-1941, NdR) e John Norman Collie (1859-1942, NdR), e furono proprio loro tre, sotto la guida di Mummery, che nel 1895 si addossarono l’enorme compito di tentare di conquistare il Nanga Parbat. 

Il Nanga Parbat è una delle montagne più gloriose al mondo. Si trova all’estremità più occidentale della grande catena himalayana e la sua sommità guarda verso ovest direttamente verso l’Indo, 24.000 piedi (7315 m, NdR) sotto. Potrebbero esserci in Himalaya altre tremende pareti di uguale grandiosità, ma sicuramente non può esserci nulla di così imponente come questa magnifica montagna, che svetta testa e spalle su qualsiasi cosa nelle vicinanze e contiene tutto ciò che serve a formare una massa possente e imponente.
Ci sono tre fantastiche vedute himalayane familiari agli abitanti inglesi dell’India. Kangchenjunga da Darjeeling, Nanda Devi e Trisul da Naini Tal e Nanga Parbat dalle colline di Murree o da Gulmarg. Tutti questi sono meravigliosi e ognuno ha la sua gloria particolare. Ma nessuno è più stimolante o attraente per il vero amante dell’avventura in montagna del potente gigante del nord.
La spedizione di Mummery del 1895 non fu sostenuta da una grande società, né fu equipaggiata a prescindere dalle spese. Con particolare riguardo agli oggetti o alle tende, non era molto più fornita di una normale spedizione di caccia, tranne, ovviamente, per l’attrezzatura da alpinismo.
Nel luglio di quell’anno, 1895, mi ritrovai, con mia moglie, in alto in una delle valli laterali di Kagan, un lungo solco vallivo che corre tra il Kashmir e l’Indo Kohistan. Avevamo il nostro campo in un posto bellissimo e avevo intenzione, con l’aiuto dei miei quattro compagni Gurkha, di esplorare le montagne circostanti del Manur. Ahimè! In poco tempo, prima i quattro Gurkha e poi ci prendemmo la parotite!

Un giovane Mummery

Una mattina un postino speciale portò con la posta inglese una lettera in cui mi si diceva che Mummery e il suo gruppo stavano partendo e chiedevano il mio aiuto per organizzare il trasporto del loro materiale al distretto di Astor, in cui si trova il Nanga Parbat. Per il momento eravamo impotenti, ma, essendomi parzialmente ripreso, partii, portando con me due dei miei Gurkha, e attraversai le montagne nella valle del Kashmir. Siamo arrivati ​​a Bandapur sul lago Wular in tempo per fare in modo che al suo arrivo Mummery incontrasse i pony e il resto necessario. Poi, essendo terminata la mia licenza, sono ripartito per l’India e ho incontrato un tempo spaventoso. Come al solito, la strada del Kashmir era stata portata via in diversi punti e sulle rovine di un ponte mi trovai faccia a faccia con Mummery, Collie e Hastings, alle prese con il loro tonga.
Un viaggio a tutta velocità ad Abbottabad – un telegramma – un giorno per fare le valigie – e poi di nuovo via. Un misto di pony e carri ci ha portato il primo giorno nella valle di Jhelum, dove abbiamo trovato un tonga vecchio stile che ci aspettava. Viaggiavamo così leggeri che noi tre con il nostro bagaglio stavamo comodamente nella tonga; poi ancora una volta via a tutta velocità, e ci siamo ritrovati ad Astor e su al campo dell’agente britannico a Chongra, circa 3000 piedi (914 m, NdR) sopra il villaggio di Astor, entro una settimana dalla partenza da Abbottabad.
Non avremmo mai potuto farcela senza un gruppo doppio di pony: ma per allenarci noi tre abbiamo corso a piedi. Dopo aver organizzato tutto con il capitano Stewart, l’agente britannico, siamo partiti per la valle di Rupal, che è direttamente sotto il Nanga Parbat, e appena oltre il villaggio di Tarshing ci siamo imbattuti nel campo di Mummery, vuoto, tranne che per il loro shikari del Kashmir, un tale che era stato portato su un’arrampicata sperimentale su roccia ma si era dovuto temere per la sua vita. Shikari, indifferente e ladro del peggior tipo, era stato rapidamente congedato.

Mummery con la figlia Hilda (Il nome di battesimo della figlia, non noto secondo quanto pubblicato in italiano sul suo conto, è stato trovato grazie alle accurate ricerche di Fausto Migliori).

Il villaggio di Tarshing è a circa 9500 piedi sopra il livello del mare (2895 m, NdR) e il grande massiccio centrale della montagna lo domina direttamente. I suoi prodigiosi precipizi cadono per almeno 15.000 piedi (4572 m, NdR), di cui circa 13.000 (3962 m, NdR) sembrano essere praticamente perpendicolari. La valle del Rupal si estende lungo i suoi piedi a ovest per circa 25 miglia, a est del massiccio che si estende per altre 20 miglia verso il distretto di Gilgit e domina le pianure di Bunji. Il punto più alto della montagna è a 26.629 piedi sul livello del mare (8116 m, oggi quotato 8125 m, NdR) e il grande massiccio contiene altri punti sulle sue creste abbastanza distinti da quelli che effettivamente gli appartengono. Trai questi, a est e nord-est si trovano il Chongra Peak (oggi quotato 6830 m, NdR) e il Rakiot Peak, (oggi quotato 7070 m, NdR). Per me lo spettacolo più impressionante era la possente parete formata dalla cresta occidentale che scendeva lentamente al passo Mazeno, che costituisce l’unico collegamento adeguato tra la valle Rupal e l’Indo. A sud di questa cresta si trova la magnifica valle del Rupal, il suo confine meridionale formato dal Chiche Peak e dal Thosha Peak, ognuno dei quali susciterebbe la più grande ammirazione se non fosse dominato e sminuito dal Nanga Parbat.
Su questo passo Mazeno 18.000 piedi (oggi quotato 5400 m, NdR), il gruppo di Mummery era andato ed era sceso a Lubar, all’inizio della valle di Bunar. Da lì avevano attraversato le pendici della montagna fino alla valle successiva, la Diamirai, da cui poterono osservare la parete nord-ovest della montagna, dove poi si svolse lo strenuo tentativo di conquista, testimonianza del più capace e disperato alpinismo nel panorama himalayano, ma forse anche nel mondo intero, di quel tempo.

Disegno di Mummery del superamento della fessura chiave del Grepon

Da questa parete nord-ovest scende il ghiacciaio Diamirai, che occupa tutta la valle Diamirai. Quel primo progresso era solo un’impresa esplorativa, il gruppo non aveva ancora il senso delle dimensioni. È curioso come gli alpinisti, abituati alle Alpi, non riescano dapprima a rendersi conto delle vere altezze e profondità dell’Himalaya. Spesso occorre molto tempo prima che gli errori dovuti a questa sottostima di scala vengano corretti.
Poiché il cibo stava per terminare, Mummery ha rispedito i bagagli nel solito modo e ha preso con sé solo il minimo necessario di cibo tentando una scorciatoia per ritornare alla base. Decisero di attraversare la grande cresta occidentale, per sfuggire all’immane fatica sulle ghiaie del Mazeno. Perché quel passo, quando è abbastanza libero dalla neve, è un orrore, perché tutto il suo versante sud, lungo chilometri, è composto della più sciolta e ruvida raccolta di grandi pietre e morene che si possa trovare, anche nella stessa Himalaya, il che è tutto dire. Tagliare la grande cresta, pensava Mummery, avrebbe probabilmente portato il gruppo a sud del passo Mazeno; ma dopo essere partiti a mezzanotte e aver faticato fino all’alba, si trovarono ancora molto distanti da poter svalicare. Nella salita alla cresta ebbero a che fare, come descritto in seguito da Collie, con tutto il ghiaccio e la neve che potevano desiderare, ma con loro sgomento si erano accorti che all’arrivo si trovavano semplicemente su una cresta sussidiaria e che potevano guardare direttamente il lato nord del passo Mazeno, proprio sotto i loro piedi. Dovettero scendere molte migliaia di metri e riportarsi sul sentiero che i loro portatori avevano già preso e da lì iniziare la salita al passo Mazeno.

L’ultimo grammo di cibo solido fu mangiato ai piedi del passo mentre stava calando la notte. Poi iniziarono una marcia di venticinque miglia su un sentiero orribile, per quanto è possibile a un uomo proseguire al buio. La loro strada era illuminata da lanterne a candela, erano stanchi morti, senza cibo e senza alcuna prospettiva di averne.
Nel frattempo io li stavo aspettando nel loro campo a Tarshing. Nel pomeriggio del 23 luglio ho visto una figura inciampare verso il campo, il primo del gruppo, Collie. Lungo la strada aveva superato due uomini Bupal con un paio di pony, e li aveva rimandati indietro per aiutare Hastings e Mummery, che verso sera arrivarono per conto loro, disfatti. I loro poteri di ripresa erano, tuttavia, notevoli, poiché all’ora di cena sembravano tutti compiaciuti di loro stessi e piuttosto divertiti delle loro avventure di quella terribile notte sul passo Mazeno.
Dopo adeguato riposo, Mummery, Collie ed io abbiamo iniziato a controllare a che punto era la preparazione dei Gurkha, andando a esplorare la parete meridionale inferiore e le creste del Nanga Parbat. Mummery era immensamente soddisfatto di uno dei Gurkha, Raghobir Thampa, che era davvero un montanaro e uno scalatore di prima classe. Ma i due uomini che erano con me, sebbene del tutto affidabili sotto molti punti di vista, non avevano alcuna reale esperienza di alpinismo organizzato. Raghobir era stato in cordata una o due volte, ma il suo compagno non ne aveva mai usata una né aveva mai visto una piccozza fino al suo arrivo ad Astor. Ma come molti degli alpinisti dell’Himalaya, entrambi avevano grandi capacità naturali e un meraviglioso equilibrio. Raghobir è stato provato piuttosto duramente da Mummery, e le sue performance successive hanno dimostrato che aveva le caratteristiche di un uomo davvero di prima classe.

Charles Granville Bruce

Siamo tornati alla base dopo una magnifica scalata, molto soddisfatti di noi stessi. Mummery ora proponeva di spostare l’accampamento permanente o semipermanente sotto al versante nord-ovest, da dove pensava che ci fossero maggiori possibilità di attaccare la montagna. Le incredibili difficoltà della parete sud possono essere realmente comprese dal fatto che alle sue gigantesche creste rocciose, ai pericoli del ghiacciaio sospeso e a tutto il suo ghiaccio ripido sono da preferirsi quelli della parete nord-ovest – comunque una delle pareti più terrificanti che io abbia mai visto.
E così abbiamo iniziato. Si trovarono i portatori a Tarshing e vennero presi rifornimenti aggiuntivi per un soggiorno prolungato sul versante opposto. Del campo sarebbe stato responsabile uno dei Gurkha, Gurrian Singh, assistito da un mio esperto servitore kashmiro che era stato con la spedizione di Sir Martin Conway nel 1892 nel Karakorum.
Mummery, inorridito dal passo Mazeno, ha optato per un altro tentativo di attraversare la grande cresta ovest del Nanga Parbat più a est di dove avevano fallito la volta precedente, salendo a un punto da cui avremmo potuto scendere direttamente al nostro campo nel Diamirai.

Charles Granville Bruce (a sinistra) assieme a George Finch

Accampandosi a poche ore dall’itinerario che porta al Mazeno, ai piedi del ghiacciaio di Rupal, il nostro gruppo, composto da Mummery, Collie, Hastings, Raghobir e io, è partito a mezzanotte e si è arrampicato sulla morena fino alla neve e al ghiaccio; da lì, subito dopo l’alba, guadagnammo una cresta che portava alla grande cresta ovest. Poi le ore passavano e la cresta sembrava più lontana che mai, finché alle cinque del pomeriggio, quando fu certo che, anche se avessimo raggiunto la cresta, sarebbe stata necessaria una notte su di essa, Collie, Raghobir ed io eravamo determinati a cercare un posto meno esposto per la notte. Mummery e Hastings dissero che avrebbero provato a raggiungere la cresta, ma non ci riuscirono. Nel frattempo il resto di noi scese per un po’ e, voltando a ovest in direzione del passo Mazeno, siamo scesi lungo una ripida roccia e una parete di ghiaccio fino a quando, fortunatamente per noi, abbiamo trovato un piccolo affioramento di roccia situato su una ripida cresta di ghiaccio. Collie, nel suo racconto di quest’avventura in Climbing on the Himalayas, scrive quanto segue:
Alla fine, mentre il sole stava tramontando, abbiamo trovato una fessura che solcava la cresta nella quale era conficcata una pietra piatta, abbastanza grande da consentire a tre persone di sedersi. Qui abbiamo deciso di fermarci per la notte. Più o meno eravamo un trecento metri più alti del Mazeno Pass, due o tre miglia più a est. Una pietra lanciata da entrambi i lati del nostro piccolo trespolo sarebbe caduta molte centinaia di piedi prima di fermarsi, quindi non ci siamo neppure slegati, accostati uno all’altro per scaldarci un po’. Come abbiamo cercato invano di trovare una posizione al riparo del vento gelido! Soffrivamo, gemendo tutti e tre. Ma non dirò di più. Chiunque possa essere curioso dovrebbe fermarsi una notte su un costone roccioso a 5800 m e provarlo lui stesso, mettendosi però in una posizione tale da continuare a rigirarsi come può, martoriato in ogni parte del corpo da punte di roccia fredda e, sebbene ben coperto, infastidito e tormentato dal vento che soffia costantemente sotto la sua maglietta“.

Lo scienziato John Norman Collie

Dopo un po’ abbiamo sentito Hastings e Mummery scendere verso di noi, ma a causa della difficoltà del terreno e dell’oscurità, non sono riusciti a raggiungerci e si sono fermati su un altro piccolo trespolo più in alto. Quindi eravamo lì e dovevamo restarci fino all’alba. Ci siamo rannicchiati l’uno accanto all’altro il più stretto possibile, come descritto da Collie, e abbiamo messo i piedi insieme negli zaini. Sfortunatamente per tutti noi, avevamo portato una scorta di cibo molto inadeguata e con nostro orrore abbiamo scoperto che questa era stata esaurita a colazione la mattina in cui eravamo partiti. Per tutta quella sera e quell’orrenda notte fredda, non abbiamo mangiato nulla. La mattina presto Collie si è mostrato un maestro nell’arte della cucina estemporanea. Furono scoperti due o tre pezzetti di cioccolato e, con l’aiuto della lanterna da arrampicata e della neve, alla fine ingurgitammo alcuni sorsi di cioccolata calda, cotti in una piccola tazza. È stato un vero tour de force. Poi Hastings e Mummery, non appena hanno potuto riscuotersi dal gelo, sono scesi verso di noi e a quel punto tutti assieme molto lentamente siamo scivolati giù al ghiacciaio sottostante, dove ci siamo riuniti alla via per il Mazeno. Lì ci siamo sdraiati e riposati per un tempo considerevole.

John Norman Collie

Ancora una volta noi cinque, stanchissimi, ripartimmo per il passo di 5400 m. Non c’era niente da fare. Dovevamo andare, perché l’unico modo che avevamo per procurarci cibo era raggiungere il nostro campo attraversando di nuovo quell’orribile Mazeno. Una via crucis! Inciampavamo sui massi, ci riposavamo, poi via a inciampare di nuovo. Collie e Raghobir guidavano, io li seguivo un po’ distaccato, seguito da Mummery e Hastings. Dopo alcune ore Collie e il Gurkha raggiunsero la cima del passo. Il Gurkha, che il giorno prima non aveva mangiato nulla, principalmente a causa della sua mancanza di accortezza, era completamente esausto. Collie scrive:
All’arrivo in cima al passo era già mezzogiorno, ed eccomi qui con un Gurkha che riesce a malapena a strisciare, e il resto del gruppo in condizioni peggiori molto indietro, quindi dopo una breve pausa ho iniziato a scendere oltre il passo sul lato ovest, lasciandomi alle spalle Raghobir, poi l’ho aspettato. Ripetendo questa tattica mi veniva dietro come l’asino con la carota finché, dopo aver attraversato un canale di ghiaccio, reso pericoloso dalla caduta di sassi, mi accostai ad una roccia ad aspettarlo. Si muoveva assai lentamente al centro del canale, anche se continuavo a gridargli di darsi una mossa: fu quasi investito da un enorme masso, del peso di una cinquantina di kg, che cadeva da 700 a 900 metri sopra. Sebbene fosse stato mancato solo di pochi metri non cambiò mai faccia, e quando finalmente mi raggiunse seduto su una pietra, cadde a tutta lunghezza sul ghiaccio rifiutandosi assolutamente di muoversi e gemendo. Non mangiava niente da quaranta ore“.

John Norman Collie

Alla fine il resto di noi si è unito a Collie e Raghobir e siamo discesi tutti dal ghiacciaio del Lubar, per più di 2000 m sotto al passo, fino all’insediamento dei pastori dell’alpeggio di Lubar, come lo si potrebbe chiamare. Niente mi rallegra tanto quanto la prospettiva del cibo, soprattutto in tali condizioni, e per fortuna siamo riusciti ad ottenere dai pastori non solo il latte in grandi recipienti di zucca, ma anche una pecora. Il latte ravvivò immediatamente Raghobir; il cibo era davvero tutto ciò di cui aveva bisogno; e tra noi, con l’aiuto di un pastore, ben presto uccidemmo, scuoiammo e cucinammo la pecora, anche se non avevamo utensili di sorta. Fu arrostita su pezzi di bastone intorno al fuoco, e non credo di aver mai visto nessuno godersi una cena più che noi quella sera.
L’altezza dell’alpeggio di Lubar era di circa 3.350 m e le notti erano molto fredde. C’era comunque molta legna, quindi la notte seguente non fu così spiacevole come avrebbe potuto essere, anche se dovevamo passarla senza copertura. Ma eravamo tutti così stanchi che nemmeno la brina che ci copriva al mattino poteva svegliarci. Colazione senza latte e presto i resti della pecora ci rimisero in piedi e avevamo energia sufficiente per fare quello che era per noi un nuovo passo su una cresta circa 1800 m sopra il nostro bivacco.
Una sosta su quel passo è stata premiata da uno di quei panorami che di tanto in tanto vengono concessi all’alpinista, una vista che di per sé quasi consideravamo una ricompensa sufficiente per tutte le nostre lotte. Lontano, attraverso le catene montuose a nord-ovest, abbiamo potuto vedere l’ultimo grande gruppo di alte montagne: l’Hindu Kush di Chitral, il Tirich Mir e l’intero Hindu Raj, che sembrano formare l’estensione della catena così curiosamente chiamata “i Kailas”. A nord di noi c’era l’Indo, direttamente sotto i nostri occhi. Tali masse di paesi inesplorati erano sufficienti per eccitare l’ambizione di qualsiasi uomo. Ma per il momento le nostre peripezie erano quasi finiti perché potevamo vedere il nostro accampamento quasi direttamente sotto di noi.

Disegno della tendina progettata e realizzata da Mummery

Poi vennero due giorni di completo riposo al campo. E con quello, essendo la mia licenza quasi terminata, le mie attività con la spedizione erano terminate. Il 5 agosto, con mio dolore e delusione, fui costretto a rientrare arrancando sul passo Mazeno e via verso Abbottabad. La giornata che ho passato costeggiando la grande cresta che mi ha tagliato fuori dall’Alpe Lubar non è stata affatto monotona. Potevo guardare a destra nella valle di Diamirai, giù a Bunar e nella valle dell’Indo. La vastità è così prodigiosa e la vista contiene così tanta terra che ancora oggi è sconosciuta agli europei, che nessun uomo con la minima immaginazione qui potrebbe soffrire di noia. Il giorno successivo facemmo una bella scarpinata sul passo Mazeno e ci accampammo a breve distanza dal nostro vecchio accampamento a Tarshing, che lasciai il giorno successivo per la mia marcia finale di 400 miglia verso Abbottabad.
Dopo che me ne fui andato, Mummery e gli altri iniziarono ad esplorare il Diamirai superiore con l’obiettivo di attaccare la grande montagna. Trovarono quella che sembrava uno sperone praticabile e Mummery vi fece una grande ricognizione, ma scoprì che portava in una parete che più intransigente non si può concepire. A prima vista dà l’impressione di essere come la parete est del Monte Rosa, ma è infinitamente più grande, essendo la parete piena di circa 4000 metri di neve e ghiaccio. L’esile sperone che vi s’incuneava al centro sembrava essere minacciato dai grandi ghiacciai strapiombanti sopra i quali continuava il percorso del quale Mummery proponeva l’assalto. Come su una montagna alpina, così sul Nanga Parbat, la parte alta appariva meno pericolosa e meno difficile di quella mediana. In Himalaya, però, è più difficile esserne certi, perche le condizioni della neve e del ghaccio variano nel modo più repentino.

Lo stesso tipo di tendina fu usato in seguito (con qualche modifica) da altre spedizioni.

Quel giorno Mummery si superò affrontando e vincendo una serie di difficili risalti rocciosi: fu molto incoraggiato nel trovare una via che considerava possibile. Purtroppo il tempo era incerto, e solo l’8 agosto il gruppo riprese l’esplorazione dello sperone (che poi gli alpinisti successivi dedicarono a Mummery stesso, NdR). Con Mummery erano Raghobir e uno splendido esemplare di giovane della valle dell’Indo, un Chilasi chiamato Lor Khan. Portavano con sé una certa quantità di cibo e provviste da lasciare in quello che pensavano potesse essere un luogo adatto al bivacco.

Dopo alcuni giorni di pioggia, scelsero una salita più “accademica”, quella del Diamirai Peak, a sud del campo, dove Raghobir e Lor Khan hanno visto Mummery al suo meglio e hanno avuto ulteriore esempio di come trattare il proprio movimento su ​​ghiaccio e neve. Fu su quella vetta che ebbero una delle esperienze più spiacevoli che gli alpinisti possano essere chiamati a vivere: una grave scivolata su un pendio ghiacciato. Lor Khan, che indossava i suoi pantaloni nativi e nient’altro che strisce di pelle grezza avvolte attorno ai piedi, scivolò improvvisamente fuori attraversando un ripido pendio di ghiaccio. Per fortuna la corda tra lui e il suo vicino, Collie, era tesa, mentre Raghobir e Mummery erano già più sopra, in modo che lo strappo non provenne del tutto in orizzontale. Fortunatamente anche Lor Khan restò in sé e così impiegò dita e piccozza per evitare una caduta a peso morto. Ma gli andò molto vicino. Spesso  ci si chiede se sia possibile trattenere un uomo che scivola sul ghiaccio puro. Il dubbio rimane!

Poi venne il tentativo finale al Nanga Parbat.
Hastings era stato inviato via Mazeno Pass alla base di Tarshing per portare altri rifornimenti. Non era ancora tornato e Mummery stava cominciando a innervosirsi, perché se avesse tardato ancora si sarebbe persa l’occasione di fare il tentativo sulla montagna. Si è quindi recato, abbastanza di malavoglia, al piccolo deposito avanzato sul pendio del ghiacciaio a circa 15.000 piedi (4572 m, NdR). Collie, sfortunatamente e con suo grande dispiacere, era steso per problemi intestinali dovuti a cibo forse avariato e non era assolutamente all’altezza di ciò che richiedeva l’assalto al Nanga Parbat. Uno dei segreti per avere un team pronto a una simile impresa è proprio la dieta. Questa però non sempre la si può controllare, e molti europei non abituati a quel tipo di alimentazione tendono ad ammalarsi a tali altitudini, anche perché manca loro l’esperienza.
Anche Lor Khan, inviato su commissione a valle, non era disponibile per la salita. Mummery e Raghobir hanno quindi iniziato il loro tentativo il 19 agosto da soli. Seguirono il grande sperone roccioso che era stato precedentemente esplorato da Mummery nelle ricognizioni precedenti, portando con sé alcuni sacchi pieni di cibo e le tende più leggere, del peso di neppure 1500 grammi l’una, disegnate dallo stessoMummery. Seguirono lo sperone inserito tra due enormi canaloni della parete nord-ovest, ricettacolo di continue scariche dei seracchi dei ghiacciai sovrastanti. Lo sperone è interrotto in alcuni punti, dove è necessario affrontare problemi di ghiaccio e neve, ma alla fine la terza sezione rocciosa si unisce alla grande distesa glaciale immediatamente sotto la vetta del Nanga Parbat. Potendo raggiungere quell’enorme zona ghiacciata, sembrava relativamente facile risalirla verso est fino al punto in cui una cresta scendeva a nord del Nanga Parbat: e da lì si sperava di poter trovare una via fino alla vetta. Ma ciò comportava altri più di 1500 metri di dislivello e il successo sarebbe dipeso in gran parte da quanto lavoro di piccozza sarebbe stato necessario.

La prima edizione italiana del libro di Mummery

Mummery e Raghobir hanno avuto un’esperienza straordinaria, ma probabilmente a causa della sua ignoranza della lingua di Raghobir e non rendendosi conto della probabile irresponsabilità di costui (Raghobir, peraltro scalatore molto dotato, non era andato oltre alla sua mentalità Gurkha), Mummery non scoprì, se non dopo due giorni, che Raghobir o non aveva portato cibo con sé o se l’era divorato tutto al primo bivacco. Il risultato fu che la terza mattina, dopo aver passato due notti sulla montagna, raggiunto un’altezza di 21.000 piedi (6400 m, NdR) e quasi arrivati al grande ghiacciaio, Raghobir crollò. Mummery naturalmente era deluso e disperato; ma è un fatto straordinario che questi due, non capendosi nel modo più assoluto tra di loro, avessero compiuto insieme una delle più prodigiose imprese alpinistiche mai compiute. La scalata su roccia sempre molto difficile, il lavoro sul ghiaccio intermedio di prim’ordine. Il Dr. Collie paragona lo sperone alla scalata tipica delle Aiguilles di Chamonix, coniugata a neve e ghiaccio decisamente difficili e impegnativi. Il pericolo d’essere spazzati via dalle valanghe era fuori dal concepibile. Le valanghe gli passavano accanto rovinando nei canaloni a destra e a sinistra. Una di queste fu di tale imponenza che lambì il filo dello sperone dove avevano trascorso due notti e portò via la tenda e lo zaino che avevano lasciato per la discesa al ritorno. Un’impresa così rischiosa e disperata come raramente è successo in tutta la storia dell’alpinismo.

Foto originale di Collie (sfortunatamente una riproduzione digitale di pessima qualita) in cui si vede lo Sperone Mummery incastonato tra due paurose seraccate. La dida scritta a mano indica che vi si dovrebbe distinguere segnato con un asterisco il punto più alto raggiunto da Mummery e Raghobir.

Mummery giunse alla conclusione che i tentativi dal ghiacciaio Diamirai dovessero essere abbandonati, e fu convenuto che l’unica possibilità di successo era trovare una via più abbordabile, solo su neve. La cresta (alla quale accennavo prima) che scende verso nord dalla vetta del Nanga Parbat fino al culmine della grande distesa di ghiaccio della zona superiore del versante nord-ovest, divide la valle di Diamirai dalla valle di Buldar-Rakiot, nota anche come Yoway: speravano probabile che si potesse trovare un percorso all’inizio di quest’ultima valle, magari molto meno difficile di quello della disperata parete nord-ovest. La spedizione decise quindi di passare a Rakiot. La cresta nord scende lungamente a un colle, oltre il quale risale ad una sommità secondaria, il Ganalo Peak. Dal versante Diamirai, l’enorme solco glaciale occupato dal Diama Glacier conduce a questo colle (è il Diama Pass 6227 m, NdR).
Tutto ciò che costituiva il campo base ovviamente non poteva passare dal Diama Pass e per arrivare a Buldar-Rakiot era necessaria una lunga e laboriosa marcia di circa due o tre giorni, costeggiando i fianchi della montagna. Mummery detestava quel tipo di lavoro e decise di “prendere la via del ghiacciaio Diama, attraversare il colle e scendere direttamente nella valle del Buldar, mentre Collie e il gruppo principale costeggiavano la montagna“. Nel caso avesse scoperto che quel percorso era impossibile, portò con sé degli uomini che lasciarono cibo e materiale a un certo punto della salita al Diama Pass, in modo che in caso di ritirata avrebbero potuto approfittare di quelle scorte e scendere ancora per seguire le tracce di Collie!
Il 24 agosto Mummery, con gli uomini che trasportavano i suoi zaini di riserva e accompagnati dai Gurkha Raghobir e Guman Singh, partì per il colle. Come da programma, altri uomini depositarono le scorte al punto prefissato e fecero ritorno al campo base. Mummery, Raghobir e Guman Singh procedettero per la loro strada. Non furono mai più visti (era il 23 agosto 1895, NdR).

Le lettere si leggono a fatica, comunque progrediscono dal basso verso l’alto. La “G” è tutta a sinistra.

Nel frattempo Collie spostò il campo e lo ripiantò nella valle del Rakiot, da dove poteva guardare il passo da cui stava per arrivare Mummery. Da allora mi ha spesso parlato del carattere proibitivo e della ripidezza scoraggiante dei pendii di ghiaccio e neve che scendevano dal passo. Non appena li ebbe visti, si rese conto dell’assoluta impossibilità che la cordata di Mummery potesse affrontare la discesa dal Diama Passo. Ragionando, per qualche giorno diede per scontato che Mummery avesse battuto in ritirata e che quindi stesse per raggiungerlo per lo stesso itinerario da lui seguito pochi giorni prima. Ma quando alla fine non ci fu più traccia di lui, anche dopo che Lor Khan, spedito in perlustrazione, aveva riferito che cibo e materiale di scorta erano ancora nello stesso posto, Collie capì che si era verificato un disastro.
Hastings lo aveva raggiunto poco prima che Mummery partisse. Dopo aver ricevuto il rapporto di Lor Khan, fu deciso che Hastings sarebbe tornato nel Diamirai e che Collie avrebbe seguito il giro attorno alla montagna verso est fino a ricongiungersi alla strada principale per Astor.
Hastings si spinse lungo la valle di Diamirai fin dove poté osare: ogni segno gli mostrava che c’era stata una forte nevicata. Osservò un’ultima volta i grandi ghiacciai sospesi del versante nord-ovest, ciclopici e repulsivi. C’erano continue valanghe, e le dimensioni erano così immense da non poterle descrivere a chi è abituato solo alle vedute alpine. Hastings recuperò gli ultimi zaini lasciati come riserva per Mummery durante la sua ultima esplorazione, dimostrando così che quest’ultimo non era tornato indietro. La prosecuzione verso il Diama Pass era ormai troppo pericolosa perché un solo uomo non attrezzato potesse tentarla. E non c’era altro sbocco da quella valle se non dal colle. Divenne ovvio che il disastro doveva essere avvenuto più in alto, sotto il Diama Pass (o oltre, NdR). Hastings quindi tornò, scendendo nel caldo soffocante di Chilas. Da lì si mise in comunicazione sia con Collie che con le autorità britanniche.

Il tracciato approssimativo del tentativo di Mummery e Raghobir. Per cortesia di montagnamagica.com

Poi ancora una volta Hastings e Collie decisero di penetrare nel Diamirai per accertare esattamente, se possibile, cosa fosse successo. Ma ancora una volta giunti all’imbocco della valle del Diama si resero conto che ogni tentativo di penetrazione nei ghiacciai superiori era del tutto e assolutamente fuori discussione. La neve era caduta in grande quantità. Le valanghe continuavano a spazzare le pareti del Nanga Parbat. L’ingresso alla strettoia glaciale di accesso al Diama Pass era di totale e assoluta impossibilità.
Questa fu la scomparsa di Mummery, uno dei più grandi e avventurosi alpinisti britannici di tutti i tempi. Forse posso citare le ultime frasi del racconto di Collie:
Le montagne spietate lo hanno rivendicato e lui riposa tra i ghiacciai innevati di quei possenti rilievi; le curve della cornice modellata dal vento, le delicate ondulazioni della neve fratturata lo ricoprono, mentre i cupi precipizi e le grandi rocce brune che si estendono in uno spazio incommensurabile, assieme alle cime innevate che amava così tanto, conservano e sorvegliano il luogo in cui giace“.

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The passing of Mummery ultima modifica: 2021-06-18T05:20:00+02:00 da GognaBlog

7 pensieri su “The passing of Mummery”

  1. 7
    Paolo Gallese says:

    Affascinante… Grande Storia ben raccontata!

  2. 6
    Fabio Bertoncelli says:

    Sul Taschhorn la rude guida Burgener, delicato come un elefante in un negozio di porcellane, pensò bene di incoraggiare a suo modo la gentile Mary: “Non abbiate paura, signora Mummerí. Di qui potrei tenere una vacca”.

  3. 5
    Fausto Migliori says:

    * ’Teufelsgrat’

  4. 4
    Fausto Migliori says:

    Il nome della figlia di Mummery è Hilda, nata nel 1885 dal matrimonio di Albert con Mary Petherick. Mary Petherick Mummery si rivelò un’eccellente alpinista. Nel 1887 compì col marito la prima ascensione femminile del Teufelgrat al Täschorn e si legge che Albert insistette perché fosse lei a redigere il capitolo relativo all’ascensione pubblicato nel libro ‘My Climbs in the Alps and Caucasus’.

  5. 3
    Fabio Bertoncelli says:

    Nella letteratura alpinistica italiana ho sempre trovato solo cenni sul tentativo di Mummery. Finalmente oggi ho appreso il tracciato dell’itinerario, con la quota massima raggiunta (21000 piedi).
    Due considerazioni:
    1) Mummery arrivò a un’altitudine assai piú elevata di quanto credessi.
    2) Questa è divulgazione storica coi fiocchi. Bravo Gogna!

  6. 2
    Matteo says:

    Cero che erano dotati di una determinazione e di forza e resistenza fisiche difficilmente immaginabili!
     
    Segnalo un possibile errore: le tende più leggere, del peso di neppure 1500 grammi l’una” mi pare che 1.5 kg siano un po’ pochini per le tende delle foto

  7. 1
    albert says:

    SAGGIA DECISIONE!Purtoppo  di  Mallory , con analoga  tragica fine,il corpo venne ritrovato e collocato in sepoltura secondo canoni umani.. Mi auguro che non possa mai avvenire  per Mummery, non c’e’ sepoltura o monumento  che valga “ uno spazio incommensurabile, assieme alle cime innevate che amava così tanto, conservano e sorvegliano il luogo in cui giace“.
    Frank Smythe, aveva già probabilmente localizzato il corpo di Mallory nel 1936, ma aveva preferito comunicare la scoperta solo via lettera al capo della spedizione inglese e non alla stampa, per evitare clamore giornalistico.SAGGIA DECISIONE !

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