Tis-sa-ack e Nangas

Tis-sa-ack e Nangas
di Giovanni Fiori
(pubblicato su Alp n. 17, settembre 1986)
Foto di Giovanni Fiori

Il “John Muir Trail” non è un sentiero. E una pista di cercatori d’oro, è il sentiero che gli indiani Miwok percorsero nelle loro migrazioni, è l’unica via di collegamento tra sperduti pionieri dove un mulo carico di attrezzi e di viveri arranca faticosamente guidato da un cow-boy più impolverato del suo cavallo.

Non sono fantasmi, non sono immagini sopravvissute ad un passato lontano. In Sierra è questa la realtà: 650 km di terra selvaggia, 3 milioni e mezzo di acri di aree protette, 23 parchi nazionali o riserve naturali.

La via ferrata dell’Half Dome

C’è un’unica strada che attraversandola raggiunge questo pezzo d’America racchiuso tra il Nevada e la California. Le auto arrivano fino ai grandi parchi come Yosemite o Lake Tahoe Park: centinaia di migliaia di turisti che ogni anno si riversano sulle spiagge del Merced River, accampati in enormi tendopoli, armati di tutto punto, dal canotto gonfiabile alla televisione alle casse di birra, tutti concentrati a nascondere le loro provviste sugli alberi per paura degli orsi.

Fanno la fila per lavare i loro vestiti nelle lavanderie a gettoni, alla sera si radunano davanti a grandi schermi su cui proiettano immagini di fiori colorati, di montagne bianche, di cervi, orsi, aquile.

Poi vanno a dormire nei loro enormi camper, parcheggiati sotto le “Big Walls” del Capitan di cui vanno tanti orgogliosi.

Ma per uscire dal parco ci sono due modi: o salire in macchina e ritornare verso San Francisco distante solo poche ore di strada, oppure calzare un buon paio di scarponi, caricarsi lo zaino sulle spalle ed incamminarsi per il sentiero che si fa sempre più stretto e scosceso verso l’Half Dome, la grande cima di granito simbolo del parco, ed entrare in Little Yosemite Valley.

Di qui passa un sentiero che per 500 km percorre tutta la Sierra Nevada da Sud a Nord, attraverso le zone più selvagge e meravigliose degli Stati Uniti. Lo tracciò un ingegnere di origine scozzese ai primi del ‘900. Appassionato naturalista, spinto anche dai suoi interessi geologici, perlustrò la Sierra, imparò a conoscerla, a rispettarla, ad amarla. Fu grazie alla sua lotta, durata anni, che fu deciso di trasformare questa zona in un’area protetta: si chiamava John Muir ed era anche un poeta. Per questo l’itinerario a lui dedicato non è solo un sentiero: è l’unico modo di scappare dalle lavatrici a gettoni; una porta aperta su un passato selvaggio rimasto integro.

Un’antica leggenda indiana è legata a questa terra.

Si tramanda che molti, molti anni prima che il Grande Dio avesse finito di scolpire i picchi della meravigliosa valle di “Ahwahnee” (che in lingua indiana significa “posto da bocca aperta”, ora Yosemite Valley), nelle aride terre dell’est vivessero un uomo ed una donna chiamati Nangas e Tis-sa-ack. Avendo sentito dagli altri indiani fantasticare della fertile e verde valle di “Ahwahnee”, decisero di lasciare la loro arida ed inospitale regione per raggiungere quella lontana e mitica valle.

Il Mount Lyell, con i suoi 4000 metri, è l’ambita meta dell’8a tappa della traversata.

Affrontarono così un lungo ed estenuante viaggio tra terre selvagge e pericolose. Attraversarono fitte foreste, salirono impervi ghiacciai, guadarono centinaia di torrenti. Passarono giorni e giorni di faticoso cammino e quando arrivarono alla valle tanto agognata, Nangas era talmente stanco, talmente affamato, che perse il lume della ragione e come impazzito incominciò a colpire la povera Tis-sa-ack che scappò via terrorizzata. Ma ben presto anche Tis-sa-ack tradì i sacri vincoli: troppo assetata bevve tutta l’acqua fresca e limpida di Mirror Lake senza nulla lasciarne al povero Nangas, impazzito per la stanchezza. Gli Dei che li osservavano dall’alto della loro dimora furono molto dispiaciuti e dissero: «Tis-sa-ack e Nangas hanno rotto l’incantesimo della pace. Che vengano trasformati in picchi di granito affinché stiano faccia a faccia, sempre divisi seppure vicini». Nangas fu così trasformato nel Washington Column mentre Tis-sa-ack si tramutò all’istante in quel grande dente di granito che ora si chiama Half Dome; un vero e proprio dolmen di roccia alto più di 2000 metri. Al di là del semplice racconto fantastico utile solo a capire il perché del singolare nome attribuito dagli indiani all’Half Dome, è interessante coglierne alcuni aspetti più nascosti ma estremamente curiosi.

I primi indiani che si stabilirono in queste terre non erano di origine locale ma appartenenti ad una tribù proveniente da lontani regioni dell’Est.

Ora, ad est di Yosemite, oltre la Sierra, scendendo verso sud, si incontra una terra arida e secca appartenente geograficamente al Great Basin, una vasta zona montagnosa e deserta. Scendendo poi ancora più a sud si incontra il Mojave Desert e la famosissima “Valle della Morte”.

Tis-sa-ack e Nangas dunque furono due indiani che provenivano da queste regioni e che fecero parte di quelle grandi migrazioni avvenute circa 4000 anni fa a causa di un anno particolarmente secco e che portarono alla formazione del primo nucleo indiano a Yosemite. Dal punto di vista allegorico non è poi difficile scorgere alcune immagini fondamentali, comuni a molte altre popolazioni: la ricerca di una terra “santa”, il lungo cammino, il peccato originale punito inesorabilmente dal dio, il sogno di un Eden, il mito di Caino ed Abele, sono tutti presenti, trasfigurati dalla mentalità nomade tipica degli indiani e dalla loro religione puramente naturalistica.

4000 anni dopo un gruppo di 14 ragazzi si incammina sullo stesso sentiero che Tis-sa-ack e Nangas avevano forse percorso. Sono scout provenienti da ogni parte d’Europa. La loro meta è Yosemite Valley, 180 km più a nord.

Il Virginia Lake, toccato nella 3a tappa.

Hanno una maglietta rossa con sul petto una scritta: “Trans Sierra Expedition ’85” e cucito sotto lo stesso simbolo del distintivo dei Rangers di Yosemite Park: la cima arrotondata dell’Half Dome. Con loro John Beresford, l’ideatore di questa impresa, architetto inglese, 52 anni di cui 40 passati nello scautismo e 30 sulle montagne di tutto il mondo. Unico italiano, il sottoscritto.

Arrivati a Los Angeles, attraversiamo il soffocante Mojave Desert, e finalmente siamo pronti per la partenza.

Il 29 luglio 1985 partiamo. Arriviamo a Yosemite Park il 9 agosto. In mezzo 180 km di montagne selvagge, 12 giorni vissuti nel più semplice dei modi a contatto di una natura praticamente intatta.

Nella 4a tappa si raggiungono le Rainbow Falls, le cascate dell’arcobaleno

Alle 5 del mattino la foresta è ancora buia, il sole non ha ancora forzato la barriera di montagne. Attraverso le nostre tendine trasparenti ci sono solo ombre e rumori, Simon dorme ancora, arrotolato nel suo sacco. Fa molto freddo, la condensa che si era formata sui sacchi a pelo durante la notte è ghiacciata. Pian piano nell’oscurità fanno breccia le luci sempre più forti dei fuochi. Anche il nostro è acceso: lunghe fiamme gialle e profumate si alzano tra vecchie pietre: Hother ha un’abilità incredibile ad accendere i fuochi senza carta. Un gesto deciso e sono fuori anch’io, tutto tremante. Cuciniamo veloci la nostra colazione: una pappetta bianca e marrone che osano chiamare ‘”porridge” e un caffè bollente.

Tra due alberi, lontani una cinquantina di metri dal campo, c’è tesa una corda con appesi nel mezzo tanti fagottini, le “bearbag”: dentro il nostro cibo, il sapone, il dentifricio ed ogni altra cosa emani un odore. Gli orsi sono una realtà qui. Poche notti fa uno ha fatto visita al nostro campo, abbiamo trovato le impronte. Per fortuna tutto era in ordine: gli zaini svuotati ed aperti (in modo che l’orso, attirato dall’odore lasciato dal cibo, non li distruggesse cercando di aprirli, le “bearbag” appese, il focolare ripulito, piatti e posate lavate e lasciate lontano dalla tende. Richiudiamo e rimpacchettiamo tutto quanto. Riavvolgiamo le nostre “Tube-tent” e le fissiamo appese agli zaini in modo che si asciughino durante la marcia.

Oggi è Robin a guidare: si avvia e dà il passo, lento, cadenzato. Avrei voglia di correre, di andare incontro al sole, di togliermi di dosso il freddo e l’umido della notte. Ma siamo sopra i 2500 metri ed abbiamo almeno 8 o 9 ore di marcia prima di arrivare a Tully Hole.

Il campo di Reds Meadow: qui giungono, da ogni angolo d’America, cacciatori e pescatori con i loro enormi camper. È l’unico luogo “civilizzato” toccato dalla traversata.

Incomincia ad albeggiare. Un “BlueJ” canta da qualche parte mentre una decina di scoiattoli gironzolano intorno al focolare ormai spento.

Il lago è mosso soltanto da una leggera brezza che ne increspa le onde e fa tremolare le immagini delle alte cime che si specchiano nelle sue acque. Saliamo per un ripido costone, arriviamo al passo e poi di nuovo giù tra i laghetti e torrenti in mezzo a grandi sassaie.

Il cielo è azzurrissimo e sembra ancora più grande. Il sole incomincia a scottare, lentamente ci svestiamo e ci ricopriamo di creme. Ogni sera, nonostante questa protezione, ci “grattiamo” via la pelle bruciata.

Ad un tratto la piccola traccia che fa da sentiero scompare tra i grandi massi di origine morenica. Procediamo con la marcia all’Azimuth, arrampicandoci e calandoci tra questi pietroni di granito. Sarebbe anche divertente se non fossimo stanchi. Ci fermiamo vicino ad un torrente. Ne approfittiamo per consumare il nostro pranzo, una cioccolata, noccioline e uvetta passa e per asciugare il sacco a pelo al sole.

Prendiamo l’acqua e dopo aver scavato una buchetta col coltello a cinquanta metri dal torrente, tra mille acrobazie per non fare cadere il sapone a terra, ci laviamo.

In Sierra è vietato lavarsi nei torrenti: li inquini. Anche se ci sei solo tu per qualche decina di chilometri quadrati. In compenso puoi nuotare nelle acque limpide e freddissime del lago. Ricordo ancora: eravamo a 3000 metri e l’acqua era densa tanto era gelida. Riprendiamo il nostro cammino. È strano, ma al pomeriggio lo zaino sembra essere più pesante. Dentro abbiamo tutto quello che ci serve per 13 giorni più uno di emergenza. In Sierra non esistono supermarket e nemmeno rifugi.

Tra alcuni abeti ad un tratto appare un cervo. Ci guarda ed è veramente maestoso. Poi lentamente scompare. Risaliamo sopra la linea degli alberi, poi di nuovo giù. Alle 18.00 siamo a Tully Hole. Abbiamo solo due ore di luce: incominciamo a raccogliere la legna per il fuoco un po’ qui ed un po’ là per non privare troppo il suolo di quello che una volta marcito sarà un nutriente concime naturale. Intanto Jean e David provano a pescare nelle acque del vicino lago con minuscole canne da pesca. Le zanzare cominciano a diventare numerose: ci cospargiamo di uno speciale unguento comperato a Bishop: puzziamo tanto che saremmo da mettere anche noi appesi agli alberi. Accendiamo i fuochi: stasera avremo cibo fresco: Jean e David hanno fatto incetta di trote. Sono azzurre e argentate. Dalla fame, le mangiamo quasi crude.

Prima che scenda il buio tutto deve essere pronto per la notte: montiamo le bearbag, sotterriamo il tegamino in cui avevamo pulito le trote, svuotiamo ed apriamo gli zaini. Tutto è pronto. Ci attardiamo infreddoliti attorno al fuoco. Qualcuno intona “In Dublin Far City”, una dolce ballata irlandese che Johnny ci ha insegnato. Il fuoco langue. Lo spegniamo e ci infiliamo nei sacchi a pelo, vicini, per scacciare il freddo. Stasera dormiamo senza tendine: siamo in basso ed almeno eviteremo la condensa. Facciamo a gara a chi riconosce più costellazioni. Poi ci addormentiamo.

Per 13 giorni marciamo tra le grandi montagne della Sierra. Il 5 agosto scaliamo la più alta cima della zona: il Mount Lyell, alto 4000 metri. Poi via, attraverso foreste e guadi. Il 7 agosto arriviamo in vista dell’Half Dome. Il giorno dopo saliamo il leggendario dolmen di granito percorrendo una scoscesa via attrezzata che conduce alla cima, alta 2700 metri.

Sembra di essere su un grande fungo di granito, liscio ed arrotondato. Stendiamo i nostri sacchi a pelo dentro ad un muretto circolare di pietre: serve per non farsi strappare via dal vento in caso di tempesta. Domani saremo a Yosemite Valley. Domani la nostra avventura sarà finita.

Qui passiamo l’ultima notte perché sembra che il tramonto su Yosemite Valley sia uno degli spettacoli più belli della Sierra. E lo è. Le montagne tutto intorno a noi sono sagome nere che galleggiano sull’arancione violento del cielo. E noi stiamo qui, in silenzio, appoggiati a quel muretto di pietre. Dentro ad ognuno di noi vi è una strana pace e John parla piano, quasi bisbigliando, Racconta una storia, una favola come quelle che si raccontano ai bambini per farli addormentare alla sera. Parla di due indiani, di un lungo viaggio attraverso queste montagne in cerca di una valle sperduta, dove gli uomini vivevano in pace. Parla dell’odio e della violenza. Parla di dolore e di disperazione e della punizione terribile del dio che regnava nella valle.

E così capiamo. Ad un tratto capiamo il perché di molte cose, il perché di quella lunga marcia attraverso le montagne, verso quella valle su cui troneggia questo grande dente di granito. Improvvisamente capiamo il valore di quello che abbiamo fatto, al di là dei chilometri percorsi, al di là delle altezze delle montagne salite.

Nelle foreste sono frequenti gli incontri con gli abitanti di questo paradiso selvaggio: ma l’incontro con il Grizzly (quando non è un cucciolo), può essere pericoloso.

Proprio mentre il sole sta calando sulla valle di “Ahwahnee” e la roccia antica di “Tis-sa-ack” ci sta facendo da giaciglio, noi capiamo. Forse è vero, forse tra le montagne esiste davvero un segreto. La Sierra ce l’ha insegnato: «Non sono le montagne che cambiano gli uomini, ma è l’uomo che innanzi alla natura grandiosa riscopre ciò che più vale e ne fa una sua conquista. Ma è come essere su una cima: sensazioni e pensieri enormi che ti sfiorano la mente, in quell’attimo che sei sulla vetta. Non c’è tempo. Devi scendere, c’è ancora tanta strada da fare. Poi, là, ricorderai».

Ediza Lake, 6a tappa: la Sierra è ricca di meravigliosi laghi che distendono le loro acque limpidissime fra rocce e fitte foreste.

Sembra un non senso eppure proprio nel paese più tecnologicamente avanzato del mondo, a poche centinaia di km da moderne città come Los Angeles o San Francisco, esiste un’immensa oasi di pace su cui la natura domina come incontrastata signora. La Sierra Nevada è realmente lì, con le sue centinaia di km quadrati di foreste, montagne, torrenti e laghi.

Con i suoi animali che ti accolgono incuriositi, per nulla spaventati dai tuoi passi sul sentiero polveroso.

Ma c’è una cosa che veramente mi ha colpito. La Sierra è lì ed è lì per chiunque. Chiunque può entrarvi, calpestare la sua terra, annusare i suoi fiori, ammirarne le montagne e farsi accarezzare dal vento. Basta solo un permesso, uno zaino e tanta voglia di camminare. Basterebbe.

Pochi uomini e donne difendono la Sierra, messicani, pellerossa, bianchi, sono i Ranger del White Mountain Ranger District, di Yosemite Park, del Kings Canyons National Park. Li vedi arrivare dal bosco o dallo stesso sentiero che stai percorrendo tu; armati di pale e picconi, ti chiedono gentilmente il tuo Wilderness Permit e poi scompaiono nuovamente tra le montagne.

Ma non possono essere sempre ovunque. Presso i posti di Servizio dei Ranger è possibile avere la lista delle regole a cui un trekker deve assolutamente attenersi.

Alcune fanno un po’ sorridere, sembrano ingenuamente inutili. Però se vuoi anche tu percorrere i sentieri della Sierra, per piacere, segui queste regole, anche se sei stanco, anche se ti procurerà fatica.

Perché se è vero che la Sierra è aperta a tutti, è anche vero che la Sierra non è per tutti. Non è per chi pianta la tenda sull’erba che ad alta quota già ha difficoltà a sopravvivere, per chi non rispetta il silenzio della montagna, per chi ne imbratta i sentieri e ne sporca le acque.

Lasciamo che sia così per sempre, che per sempre, come diceva il vecchio John Muir, sia un “Tempio di purezza e vita”, la “Catena della Luce”, la “Sierra”.

Noi lo abbiamo fatto, E ne siamo felici.

La Sierra Nevada
È il più lungo sistema montuoso degli Stati Uniti. Lunga più di 650 km e larga dai 100 ai 130, la Sierra forma un’enorme barriera di granito che si estende su un’area grande quanto quella occupata dalle Alpi italiane, francesi e svizzere, e separa la California centrale e settentrionale dalle aride, terre del Nevada.

In spagnolo Sierra Nevada significa “catena montuosa innevata” ed è un nome appropriato perché la Sierra è uno dei più innevati sistemi montuosi del Nord America.

Tamarak, località situata tra il lago Tahoe e Yosemite National Park ad un’altitudine di 2450 metri, riceve un innevamento annuo di circa 11,5 metri. Nell’inverno tra il 1906 e il 1907 Tamarak fu coperta da 22 metri di neve, un vero record per la Sierra ed una delle più grandi precipitazioni nevose di tutto il mondo.

Inoltre Sierra, in spagnolo, significa anche “sega”, nome derivato dalle spettacolari creste di roccia, dai tormentati picchi che si innalzano verso il cielo come appunto tanti denti di sega e che la rendono molto simile in alcuni suoi scorci ai nostri panorami dolomitici.

L’Half Dome

La prima metodica esplorazione della Sierra avvenne tra il 1863 e il 1864 quando la California State Geological Survey fondata da Josiah Whitney studiò molte delle zone centrali e settentrionali della Sierra.

Nel 1869 fu John Muir ad esplorarla. Fu indubbiamente l’uomo più importante nella storia della Sierra Nevada, Egli si interessò vivamente a quest’ampia regione e scrisse una lunga serie di articoli su importanti riviste nazionali decantandone la meravigliosa bellezza e la necessità di preservarla da tutto ciò che avrebbe potuto distruggerla. Nel 1892 fondò il Sierra Club destinato poi a diventare uno dei più importanti Club alpini americani. Come conseguenza del suo lavoro e del gran numero dei seguaci, gran parte della Sierra Nevada è ora occupata da Parchi Nazionali (13) e da aree protette (10) per un’area totale protetta di circa 3,5 milioni di acri.

La ferrata che conduce alla cima dell’Half Dome, dove si attenderà l’alba dell’ultimo giorno di traversata.

Il clima
La giornata tipica in Sierra inizia con il sole, per lasciare poi posto nel primo pomeriggio a nuvole che verso sera possono trasformarsi in temporali e regalare una notte calma e dal cielo pulito.

Durante l’intera durata della spedizione non abbiamo mai incontrato un giorno di pioggia.

Durante il giorno il sole batte molto forte e la temperatura può arrivare a 49,5 gradi. È necessario quindi avere di che proteggersi da eventuali scottature; durante la notte invece la temperatura scende fortemente anche sotto lo zero.

Nei giorni caldi ci può essere una tranquilla brezza proveniente dalle valli (aria calda). Dal tardo pomeriggio fino a mezzanotte il vento cessa per poi ritornare quando il freddo della notte cala nelle valli (vento dalle cime).

È comunque sempre meglio montare la tenda in un luogo riparato ed accertarsi che i tiranti siano ben assicurati.

L’accesso
Arrivando da Los Angeles seguire la California State Highway N° 14 fino a Mojave ed Inyokern dove si prende la US Highway 395 per Bishop. Venendo invéce da Yosemite Valley si raggiunge San Francisco attraverso la State Road N° 120 via Oakdale ed infine sull’Interstate 580 via Livermore e Oakland.

Per poter entrare ed affrontare trekking sulla Sierra Nevada e nei Parchi occorre possedere un Wilderness Permit. Esso viene rilasciato gratuitamente dalle stazioni dei Ranger poste alle entrate dei Parchi ed ha il solo scopo di limitare il numero di entrate (da 25 a 40 a seconda delle zone) giornaliere nel parco.

Occorre richiederlo molto tempo prima e allegare alla domanda anche l’itinerario che si vuole seguire ed il numero dei partecipanti, È bene richiedere che la risposta vi sia spedita “Air-mail”. Per entrare in Sierra dalla parte a Est di Bishop si deve scrivere a: White Mountain Ranger Station-Inyo National Forest, 798 North Main Street – Bishop Calif, 3514.

L’Half Dome e gli innumerevoli laghi sono quasi i simboli della Trans Sierra Expedition: Big McGee Lake, il lago dove è stato piantato il primo campo.

L’equipaggiamento
È necessario possedere tutto ciò che occorre per l’intera durata del Trekking: conviene essere infatti completamente autonomi in quanto in Sierra i posti di rifornimento sono veramente rarissimi.

A parte qualche Campground (che non sono altro che un certo numero di tende militari montate per poter dare ospitalità ai trekker di passaggio) e qualche Campsite (specie di piccoli campeggi dove è possibile trovare anche uno spaccio) non esistono altre forme di assistenza.

È quindi indispensabile una tenda ed un ottimo sacco a pelo leggero e caldo e magari anche un coprisacco impermeabile da bivacco.

Noi abbiamo usato tende autocostruite ricavate da tubi di nylon tenuti aperti da una corda tesa tra due alberi: molto leggere ed economiche ma molto fredde e con molta condensa.

Occorre avere con sé inoltre un fornellino a benzina poiché non sempre è possibile cucinare su fuoco a legna. Il combustibile che è facilmente reperibile a Bishop deve essere contenuto in un posto il più possibile ermetico: occhio agli orsi! Sempre per via degli orsi è bene portare con sé anche una bear-bag (cioè una borsa, meglio se impermeabile, per contenere il cibo) e due pezzi di 15 metri di corda robusta per issare le bear-bag tra due alberi (molto utili anche per i numerosi guadi).

In generale non occorrono grandi contenitori d’acqua poiché ce n’è in abbondanza a meno che non si decida di bivaccare sull’Half Dome: lassù l’acqua non arriva.

È consigliabile una piccola canna da pesca telescopica (esche e licenza, che è necessaria, sono reperibili a Bishop con modica spesa).

Non bisogna scordarsi assolutamente il Pronto Soccorso: possono passare anche più di due giorni prima di poter essere soccorsi da un elicottero in caso di necessità. In particolare procuratevi il kit contro il morso dei serpenti o, meglio ancora, un siero: in Sierra ci sono i serpenti a sonagli. Per i pasti è consigliabile usare cibo liofilizzato o disidratato, che deve comunque essere cucinabile in poco tempo per non consumare troppa legna (o combustibile). È consigliabile procurarselo prima della partenza.

Non è assolutamente possibile rifornirsi a Bishop dove si può invece comperare un po’ di cibo fresco per i primi giorni di cammino. Durante il nostro trekking abbiamo incontrato soltanto un punto di riferimento, a Reds Meadows che era però sprovvisto di cibi speciali.

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Le carte e le guide
Carte topografiche scala 1: 62500 della “United States Departiment of thè Interior Geological Survey” nelle seguenti tavole:
Mt.Morrison (California), Yosemite (California), Merced Peak (California), Tuolumne Meadows (California), Mono Craters (California), Devils Postpile (California), Mt. Abbot (California), Ketch Hetchy Reservoir (California).

Per averle scrivere a USGS (United States Geological Survey) Map Store, 555 Battery Street, San Francisco, CA94111 – USA.

Inoltre la United States Forest Service – California Region – 630 Sansone Street, San Francisco, CA 94111, pubblica una serie di mappe per ognuna delle zone protette della Sierra Nevada. Queste mappe non indicano i contorni topografici ma sono molto utili poiché danno notizie dettagliate e recenti su Campgrounds, vie d’accesso, sentieri, ecc.

Volendo approfondire il discorso Sierra basterebbe riuscire a trovare un solo libro: il The Sierra Nevada della collezione A Sierra Club Naturalist’s Guide a cura di Stephen Whitney edito dalla “Sierra Club Book”.

In 500 pagine di notizie ed illustrazioni, dice tutto ciò che si deve sapere. Richiederlo a: The Sierra Club, 530 Bush Street, San Francisco, CA 94108 – USA, costa 11 dollari.

Altri indirizzi utili
Western Regional Office – National Park Service – 450 Golden Gate Avenue, San Francisco CA 94102; Los Angeles Field Office – National Park Service – 300 N. Los Angeles Street, Los Angeles, CA 90012.

La Trans Sierra Expedition ‘85
La “Trans Sierra Expedition ’85” era una spedizione internazionale composta da 15 Capi Scout provenienti da: Finlandia (1), Svezia (1), Danimarca (2), Italia (1), Irlanda (1), Galles (1) e Inghilterra (8). La “Trans Sierra Expedition ’85” è stata una ripetizione della “High Sierra Expedition”.

I componenti della spedizione sono particolarmente grati a: Scout Association Insurance, Final and Overseas Department, alla Baden Powell House di Londra, al Comitato Scout Europeo, a Joan Bunner, al White Mountain Ranger District, al National Park Service di Yosemite, alle famiglie Scout di Bishop e San Francisco, a Gino Vezzani e Vera Artioli.

Tappa per tappa la Trans Sierra Expedition ‘85
Da Los Angeles fino a Bishop, una cittadina ai piedi della Sierra, attraverso il Mojave Desert per 400 km. Pernottiamo nella locale sede Scout dopo essere stati ospitati dalle famiglie Scout di Bishop per fare una doccia e per gustarci un’ultima bistecca.

1° giorno: da Bishop al Big Me Gee Lake
Dopo aver acquistato le ultime cose necessarie tra cui la licenza di pesca, il combustibile per i fornellini ed un po’ di cibo fresco per il primo giorno di marcia, raggiungiamo McGee Creek a bordo di alcuni furgoni e fuoristrada. Lasciamo la pianura e saliamo per una strada bianca verso le cime. A quota 2620 m, inizia il sentiero che da McGee Creek ci porterà dopo 6 ore e mezza di marcia al Big McGee Lake.

Abbiamo scelto questa entrata perché la Sierra forma una vera e propria barriera che si alza improvvisa con le sue vette alte più di 4000 m sopra il deserto, ed è quindi necessario scegliere un itinerario che nei primi due giorni ci avvicini gradualmente a queste altezze. Il sentiero sale infatti lentamente in una gola tra le cime del Mount Baldwin 4138 m e del Mount Morgan 4260 m seguendo il corso di piccoli torrentelli fino a Big McGee Lake a quota 3400 m dove piantiamo il nostro primo campo.

2° giorno: da Big Me Gee Lake a Horse Heaven passando per McGee Pass
asciamo il lago e ci inerpichiamo per un ripido sentiero fino a Little McGee Lake 3600 m. Siamo sopra la “linea degli alberi”, il paesaggio è roccioso, qua e là ci sono piccoli nevai. Arrivati al Passo 3904 m (da qui si gode una vista veramente spettacolare), si scende precipitosamente fino a Fish Creek dove, in località Horse Heaven, piazziamo il nostro campo.

3° giorno: da Horse Heaven a Deer Creek
È una tappa lunghissima. Saliamo a zig zag i 600 m di dislivello che ci separano dall’altopiano di Lake Virginia, raggiungiamo il lago 3383 m e dopo un lungo saliscendi tocchiamo le sponde di Purple Lake a quota 3412 m. Da lì si scende per diverse ore fino a Deer Creek 2755 m. Ci accampiamo esausti sotto un fitto bosco.

4° giorno: da Deer Creek al Camp ground di Reds Meadow
Si sale leggermente fino ai 2900 m di Reds Cones e poi si scende precipitosamente fino al Camp ground dove bivacchiamo.

Approfittiamo della luce ancora a nostra disposizione per andare a vedere la Rainbow Fall poco distante dal campo. Questo è il primo e sarà l’ultimo posto civilizzato che abbiamo incontrato: è un piccolo avamposto per cacciatori e pescatori che arrivano fin qui con i loro enormi camper grazie ad una strada che collega il Camp ground 2316 m al resto del mondo.

5° giorno: dal Camp ground a Minaret Lake
Attraversiamo Devils Postpile dove sorge una bizzarra conformazione rocciosa dalle singolari origini geologiche, dichiarata ora “National Monument” e saliamo sempre più decisamente attraverso un bosco fitto. Poi la vegetazione comincia a farsi più rada. In lontananza scorgiamo la vetta di Mammoth Mountains 3620 m, un vulcano tuttora in attività. Dopo un ultimo faticoso strappo si arriva a Minaret Lake 3250 m, uno dei più bei posti che incontreremo durante tutta la spedizione.

6° giorno: da Minaret Lake a Clarice Lake
Si sale fino a 3450 m; attraverso facili roccette e piccole cenge a picco sul lago e poi si scende fino a Ediza Lake passando per Cecilia Lake, Iceberg Lake. In questo tratto il sentiero scompare e bisogna seguire il torrente che unisce questi laghetti scavalcando grandi massi ed attraversando estese pietraie. Poi si sale tranquillamente fino a Clarice Lake 3060 m.

7° giorno: da Clarice Lake fino a Rush Creek passando per Island Pass
Si toccano le sponde di Carnet Lake, Ruby Lake 3048 m e Thousand Island Lake 3000 m attraverso un terreno molto mosso con altopiani, lunghe discese e ripide salitine. Arrivati all’Island Pass 3400 m si scende fino a Rush Creek.

8° giorno: la vetta del Mount Lyell e la traversata fino a Lyell Fork
Ci dividiamo in due gruppi: uno va avanti a montare il campo e l’altro diviso in due scaglioni attacca la cima del Mount Lyell 4000 m.

Partiti molto prima dell’alba, scavalchiamo il Donohue Pass 3625 m e ci inerpichiamo sul versante nord-est. Non esiste sentiero per arrivare all’attacco. Salita finale attraverso un grande nevaio ed arrampicata su ripide roccette. Alle 12 siamo di ritorno dalla vetta. Dopo 5 ore raggiungiamo gli altri componenti della spedizione a Lyell Fork.

9° e 10° giorno: da Lyell Fork a Little Yosemite Valley
Ci accampiamo ai piedi dell’Half Dome presso il Camp Site di Sunrise Creek 2200 m.

11° giorno: Clouds Rest e Half Dome
Saliamo sulla vetta del Mount Clouds Rest 3027 m, punto trigonometrico, che si affaccia sull’Half Dome e su Yosemite Valley. Nel tardo pomeriggio attacchiamo la ferrata che porta sulla cima dell’Half Dome su cui passeremo la notte 2700 m.

La conclusione
Il 12° giorno si fa ritorno al campo di Sunrise Creek. Sosta per renderci presentabili. Considerato che abbiamo una borraccia da 1 litro a disposizione per ognuno di noi e per i nostri indumenti (essendo proibito in Sierra lavarsi nei torrenti o a meno di 50 metri da essi) ci occorre una buona mezza giornata.

All’alba del 13° giorno, lindi e puliti dall’Half Dome fiancheggiando il Merced River in poche ore arriviamo a Yosemite Valley: l’avventura è finita.

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Tis-sa-ack e Nangas ultima modifica: 2022-09-06T05:58:00+02:00 da GognaBlog
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