Torno subito!
di Marcello Cominetti
(pubblicato su marcellocominetti.blogspot.com il 27 maggio 2026)
Ultimo giorno di marzo del 1997. Sono reduce da un’infilata di gite sci alpinistiche e fuoripista che, favorite dall’ottimo innevamento e dalle sicure condizioni della neve, si sono protratte per almeno 25 giorni consecutivi. Sono molto soddisfatto e appagato. Mi succede sempre quando un apparente sfinimento si fa strada in chi pensa essere così, ma in realtà, fino a una certa età, più salivo e scendevo montagne e meglio mi sentivo. Un po’ lo è anche adesso.
Oggi, però, sono contento di non avere messo la sveglia e di essere a casa senza programmi particolari. Semmai penso di andare a fare una corsetta serale, visto che le giornate sono già abbastanza lunghe, ma per ora mi gusto lentamente la colazione e guardando i pochi sciatori che sfrecciano sulla pista incorniciati dalla grande vetrata del pianterreno della casa in cui vivo a Corvara.
Saranno state le 10 del mattino quando squilla il telefono e rispondo. Fatte le dovute presentazioni, un tale mi chiede se fossi disponibile a fare una gita sciistica fuoripista per festeggiare il compleanno della figlia 25enne con fidanzato e altra figlia minore. Tutti ottimi sciatori!
– Ci hanno detto che la Val Setus è una discesa bellissima e ci piacerebbe fare quella.
– E quando sarebbe da fare questa gita? – rispondo.
– Se a lei va bene potremo vederci tra 10 minuti alla scuola di sci.
– Tra 10 minuti? Ma è tardi, non vi conosco come sciatori e comunque serve l’attrezzatura da scialpinismo perché bisogna andare con le pelli di foca per almeno un’ora e mezza dopo avere raggiunto con gli impianti la cima del Sass Pordoi.
– Ah, ma non si va in elicottero? Noi pensavamo di fare così perché ci hanno detto in albergo che si fa così.

Avrei dovuto insospettirmi di tanta mala informazione, ma invece feci l’errore di calarmi immediatamente nei panni del professionista e stetti quindi al gioco. Feci male.
Ho praticato l’eliski diverse volte senza mai entusiasmarmi più di tanto, perché non mi sono mai trovato a mio agio con le persone che lo esaltano (e si esaltano a loro volta), inoltre ho sempre sostenuto che nelle Dolomiti ci sono così tante possibilità di sciare fuoripista utilizzando gli impianti che l’elicottero mi è sempre sembrato un mezzo inutile e cafone per andare in montagna. In fondo, sono un alpinista e l’etica per me ha una certa importanza. Ho svolto svariati lavori aerei con l’elicottero, incluso il soccorso, e devo dire che sto meglio con i piedi per terra, pur capendo quanto questo incredibile mezzo volante possa affascinare molte persone.
Poi conosco molti piloti che considero delle persone prima di tutto animate da grande passione e dalle capacità enormi, se penso a quanto è complicato e rischioso volare in montagna.
Non mi ero formato ancora un’ideologia ferrea che esclude l’elicottero nella mia attività professionale e personale con gli sci come è successo poco dopo, ma quel giorno, ho semplicemente visto una giornata di lavoro “facile”, che sarebbe durata poco rendendo molto. Non lo dico per avidità, ma quando vivi del mestiere di guida sai perfettamente che le occasioni di lavoro non vanno sprecate perché ci sono anche lunghi periodi in cui non ti chiama nessuno e le bollette e il resto, invece, vanno pagati tutto l’anno.
In seguito, raggiunta una certa maturità professionale, anagrafica e una maggiore stabilità economica mi sono permesso di rinunciare (dal 2020) totalmente a lavorare utilizzando gli impianti di risalita, decapitando il mio volume d’affari con gli sci di almeno l’80% in meno. Vado solo con le pelli di foca e d’inverno cerco di scalare sul ghiaccio più che posso, per lavoro e per diletto, perché mi piace così. Non disdegno mai una bella gita sci alpinistica con gli amici o in famiglia e spesso vado con giovani appassionati cercando di metterli in guardia sui rischi che questa meravigliosa attività comporta. Alcuni di loro sono divenuti guide alpine, quindi oggi siamo colleghi.
Tornando a quel giorno soleggiato di primavera di ormai tanti anni fa, ricordo di avere vergognosamente accettato e di avere detto a mia moglie che sarei rientrato per l’ora di pranzo perché di fare festa con degli sconosciuti, che mi avrebbero certamente invitato nel loro pluristellato hotel, non ne avevo nessuna voglia.
Chiamai Paolo, il pilota dell’elicottero che stazionava poco distante da casa mia, che mi disse che doveva volare a Trento a fare la manutenzione del suo velivolo, ma aggiunse che se fossimo stati puntuali pochi minuti dopo ci avrebbe lasciati nei pressi del rifugio Cavazza al Pisciadù 2585 m nel cuore del versante settentrionale del Sella, da dove la Val Setus si origina.
Non mi è mai piaciuto fare le cose di fretta, ma i miei clienti erano stressati abbastanza per farsele andare bene, cosicché pochi minuti dopo già scendevano dalla loro elegante macchinona che li depositava nei pressi della piazzola di atterraggio bardati di tutto punto, ma assolutamente non attrezzati per quello che stavamo andando a fare. Una rapida occhiata ai loro movimenti e subito capii chi era in grado di fare quella gita e chi no. A parte il ragazzo della bella figlia dai lunghi capelli biondi e dalle gambe pure loro lunghe, che aveva una figura atletica, gli altri erano assolutamente dotati di quella goffaggine a cui molti si credono di sopperire con il portafogli. La mia giornata si prospettava come meno facile del previsto. Ribadisco che la mia previsione iniziale era sbagliata, quindi dovevo rimediare improvvisando, situazione in cui di solito riesco a dare il meglio di me. Come dice una mia amica, bionda pure lei: bisogna ballare come suona la musica!
Senza pensarci troppo, buttai nello zaino, prendendolo all’ultimo momento dal bagagliaio dell’auto, un cordino da 7mm di diametro lungo 15 metri, convinto che non sarebbe servito. Sbagliai anche questa previsione.
Ma veniamo all’itinerario. La Val Setus è un profondo canalone che si insinua tra alte pareti rocciose decisamente spettacolari e impressionanti. Ha fama di essere una discesa impegnativa anche se non estrema e la sua esposizione è a nord. E’ parallela alla più famosa Val Mesdì, che risulta molto più percorsa perché è più facile e più facilmente raggiungibile. L’inclinazione che raggiunge sfiora i 45 gradi e il punto più stretto tra le rocce misura all’incirca 5metri di larghezza, elemento che fa sì che la sua visione in quel punto la faccia sembrare molto più ripida a occhi poco esperti.
Il sibilo della turbina dell’Ecureil pose fine a convenevoli e preparativi.
Caricati gli sci nel cesto laterale dell’elicottero, entrai per ultimo sedendomi sul sedile posteriore in modo da poter chiudere la porta scorrevole. Indossata la cuffia auricolare, dissi a Paolo che era tutto a posto. Una vibrazione più intensa conseguente all’azione del comando ciclico fece come di consueto aumentare repentinamente la portanza del rotore principale già in movimento e in un attimo quella macchina infernale si sollevò, con forza cieca di baleno, da terra con tutti noi al suo interno. Abbassando il muso come un toro infuriato, l’elicottero prendeva quota molto velocemente grazie alla sua grande potenza e il parabrezza si riempiva così di una visione mistica che conteneva una miriade di torri di roccia vertiginose di ogni foggia e dimensione.
La festeggiata sedeva sul sedile anteriore a sinistra del pilota. Tutti gli occupanti, tranne me e Paolo, non erano mai saliti su un elicottero e, dopo una prima profonda deglutizione di saliva, restarono a bocca asciutta manifestandolo con ululati di gioia e mugolii vari colmi di piacere e terrore. Chiesi a Paolo di mostrarmi dalla mia parte l’itinerario per verificarne le condizioni e notai che la superficie della neve era ancora ghiacciata dal gelo notturno. L’ora tarda avrebbe presto reso quella superficie più morbida e adatta a una sciata non troppo difficile, ma la mia serenità doveva essere minacciata da un evento naturale banale quanto pericoloso, anche perché si andava a sommare ad altri eventi negativi che avrei scoperto di lì a poco. Un po’ me lo sentivo, ma insistetti.
In un candido turbinio, la macchina volante ci depositò nel luogo previsto affondando parecchio nella neve la cui crosta ghiacciata aveva ceduto sotto al notevole peso perché ai pattini dell’elicottero erano state già tolte le piastre che aumentano la base d’appoggio del pattino sulla neve. Poco male, ma adesso dovevo fare capire ai miei clienti che lo spazio sopra le nostre teste in verticale non era poi molto e che dovevano quasi strisciare sulla neve se non volevano restare decapitati dal rotore. Il problema è che il rotore mentre gira non si vede bene e le mie parole urlate, visto il vento e il rumore, suonavano come bugie. Quindi presi uno per uno quei poveracci per la giacca come si prende un gatto per la collottola, comprimendoli al terreno, scaricai gli sci, chiusi la porta e feci il cenno di assenso al decollo a Paolo che se ne andò a farsi i fatti suoi.
Silenzio, aria fresca ma non troppo, allegria da turista un po’ intontito unita a un’euforia per me preoccupante, imbevevano l’atmosfera. D’altronde, cose dovevano fare quelli? Erano felici ed eccitati dal compleanno, dalla bellezza del posto e dal volo in elicottero. C’era la guida. Cosa mai poteva succedere loro?
Il banale evento naturale di cui prima era una semplice nuvola bianchissima a cui ne seguirono altre come richiamate da un flauto magico suonato dal diavolo in persona, come nell’apprendista stregone di Dukas. Questo perché schermando il sole, le nuvole non favorivano la fusione dello strato superficiale della neve che ci aspettava ghiacciata nel ripido canalone sotto di noi.
Tra lo stupore, la felicità e l’esaltazione dei clienti, estrassi dallo zaino un cacciavite e iniziai a stringere la durezza di sgancio degli attacchi da pista in plastica di quegli sciagurati. Il padre mi disse che così in caso di caduta non si sarebbero staccati e loro si sarebbero potuti rompere le gambe. Risposi che in caso di caduta, con o senza gli sci ai piedi, nella prima parte della valle che avremmo sceso, una gamba rotta o anche entrambe sarebbero state una benedizione perché l’alternativa a questo inconveniente era quella di finire in pezzettini rimbalzando sulle rocce taglienti che spuntano qua e là.
Questo non ve l’ha detto chi vi ha suggerito questa favolosa discesa fuoripista?, chiesi.
Ci fu un momento di silenzio dovuto al panico, ma io minimizzai. Volevo andare a casa, ma dovevo fare per bene il mio dovere. Nel mentre pensavo che non avrei potuto proporre a quelli di richiamare l’elicottero per portarli giù in paese, perché Paolo sarebbe già stato a Trento e di certo non volevo chiamare il soccorso per un po’ di fifa.
Quando iniziammo a muoverci sci ai piedi in direzione dell’imbocco della disces,a le mie teorie sulla loro abilità sciatoria ebbero la conferma che già mi aspettavo. Erano dei pistaioli della domenica di quelli che “scendono tutte le piste”. Ok, le scendono perché la forza di gravità risucchia ogni cosa verso il basso, ma qui non ci sono reti e materassi in caso di errore. Avevo già capito che per pranzo non sarei arrivato a casa.
La neve non mollava e non avrei voluto entrare nel canalino di partenza sciando con quegli sventurati sul ghiaccio!
Quindi dovemmo aspettare ancora con assoluto disappunto del padre che diceva che dovevano arrivare in tempo da Mimì e Cicì per festeggiare con loro sulla terrazza dell’hotel. Insomma, non capivano che non eravamo su una pista “nera”, ma all’imbocco di quella che per loro era una discesa estrema e che per me sarebbe stata l’inizio di un’odissea dall’esito catastrofico, non perché pensavo che qualcuno sarebbe precipitato, ma perché la mia “giornata facile” non sarebbe stata tale. Dal lato tecnico e di sicurezza ero tranquillo, ma avevo preso la corda sbagliata. Avrei dovuto prendere il cordino di kevlar da 6mm di diametro lungo 100 m perché avremmo fatto prima.
Quando la neve mi parve un po’ più cedevole ma non troppo mi misi vicino il padre facendo seguire gli altri in ordine di supposta abilità crescente e partimmo derapando sul firn. Non volava una mosca dalla tensione.
Lanciai il capo della corda al fidanzato della festeggiata e gli dissi di legarselo in vita col nodo che conosceva. Lo fece.
Gli dissi di sciare come meglio poteva fino alla fine della corda. Lo fece.
Gli altri avrebbero usato la corda come corrimano fino a raggiungere il ragazzo. Nessuno disse una parola e percorremmo così, a tiri di corda, tutta la parte più ripida della valle. Io, quando il ragazzo era 15 m più in basso piantavo la coda di uno sci, levandomelo, nella neve fino alla talloniera costruendo così un ancoraggio che avrebbe retto tutti.
Poi scendevo sciando con la corda in mano in leggera tensione facendola su in spire e raggiunta la sorella della festeggiata ripetevamo l’operazione. Mi dicevano che avevano male alla gamba destra, perché sempre su quella poggiavano il loro peso in quanto fare una curva per loro significava morire di sicuro o finire in ospedale restandoci parecchio tempo. La festeggiata a un certo punto disse: che razza di compleanno…
Resterà indimenticabile, aggiunsi sogghignando e cercando di sdrammatizzare.
Intanto perdevamo rocambolescamente quota mentre il pomeriggio, tra una cosa e l’altra, si riempiva di mezz’ore intense.
Giunti dove la pendenza in caso di caduta non sarebbe stata più pericolosa, misi via la corda e dissi a quelli, ormai sfiniti, di sciare come meglio potevano. Cercai come sempre di dargli qualche indicazione utile a rendere più efficiente la loro sciata, ma ormai era come cercare di rianimare un morto.
Calata la tensione, un minimo di divertimento e di emozione per essere in un posto tanto suggestivo prendeva piano piano posto nelle loro anime e pure nella mia. Tornarono i sorrisi, ma la poca prestanza fisica della truppa assieme a una tecnica sciistica da discarica di rifiuti non ci aiutavano più di tanto nel raggiungere la sottostante pista battuta, che però alla fine arrivò. Ebbi l’impressione che ci fosse venuta lei incontro, tanto era prolungata la nostra immobilità. Quando li vidi sciare sulla pista mi chiesi come avevo potuto portarli lassù, e soprattutto giù, per un itinerario per loro tanto proibitivo, ma ormai era fatta.
Giunti in paese a impianti già chiusi da un pezzo, incontrammo un’atmosfera da striscione del traguardo smontato, o da sedie sdraio sulla spiaggia già messe in magazzino. Mestamente ci avvicinammo alle nostre rispettive automobili e io me ne andai per primo. Li lasciai a picchiarsi con i loro scarponi e i moon boot nel fango del parcheggio.
Parlando con il proprietario del loro hotel qualche giorno dopo, mi disse che gli amici che gli avevano consigliato la Val Setus erano dei ricchi bolzanini scatenati che passavano l’inverno a sciare fuoripista dal Canada all’Alaska e al Caucaso. Capii tante cose che però già avevo intuito dall’inizio di quella giornata e non avevo voluto, però, stupidamente ascoltare.
Arrivato a casa imbracciai la chitarra mentre mia moglie mi chiedeva com’era andata e io mi sprofondavo nel divano suonando, accompagnandomi con un fischio, la colonna sonora del film Per un Pugno di Dollari di Morricone. Poco dopo cenammo e alla fine mi mangiai dei cantucci pucciati nel Porto, come da foto.
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Purtroppo penso che Merizzi abbia ragione, e che , fra l’altro, la Val Setus sia uno degli ultimi posti in cui porterei un esordiente fuori pista.
Il punto e’ che se hai il calendario pieno per tutto l’inverno, 1-2 situazioni cosi’ ( stiamo parlando di un man corrente, non del gran vernel) all’anno ti capitano. Per essere normale amministrazione non deve essere tutti i giorni.
I clienti sono clienti, spesso sopravvalutano se stessi prima di sopravvalutare la guida. Sta alla guida re-indirizzare la giornata su un itinerario adeguato (per non mettere tutto il gruppo, guida compresa in pericolo). Boh non mi sembra di dire cose allucinanti
Govi, stai scherzando spero!
Se ogni giorno la Guida è tenuta ad affrontare situazioni come quella descritta da Cominetti, non dura una stagione o perché ci lascia la pelle (con i parenti dei clienti che chiedono pure i danni!) o per esaurimento nervoso!
Una Guida non accompagna persone inesperte in alta montagna, ma solo quelle che devono (in primo luogo rispetto della sicurezza della Guida) avere una preparazione minima per affrontare quell’itinerario.
Il problema che ci sono alcune persone che per voler fare a tutti i costi una determinata via che non sono minimamente in grado di fare, mentono spudoratamente alla Guida pensando che sia Superman, che li porti su come sacchi di patate e che sia in grado di garantire in tutte le situazioni la sicurezza.
Cominetti sa raccontare, le sue storie si leggono bene. Trovo un po’ bizzarri alcuni commenti, tra i quali quelli di Merizzi. La situazione in se’ (clienti ambiziosi ma poco o nulla preparati ) e’ assolutamente standard per una guida. Mi verrebbe da dire che il mestiere di guida e’ proprio quello, non dovrebbe essere il portare gente sul Sella Ronda ( cit.) o a fare ciaspolate. Che poi ci sia _anche_ quello, per carita’ , puo’ capitare. Comunque sia, Cominetti ha gestito la situazione in modo professionale, impeccabile. Ma e’ normale amministrazione per moltissime guide che vivono principalmente di accompagnamento con sci. Magari in Dolomiti c;e’ meno tradizione di questo tipo…?
Sicuramente la moglie del tipo in albergo con tutto quel tempo Libero inaspettato sai che languirono si sarà tolta con Ambrogio! La discesa sarebbe il canale che si fa a piedi quando fai le vie tipo oro e carbone?
Dirò delle cose ultra note, ma i clienti migliori sono quelli abituali (senza far alcun riferimento ad un altro mestiere!) perché si conoscono e sono dei veri e propri compagni di cordata con cui condividere difficoltà e responsabilità. Quelli invece che ti capitano dall’oggi al domani sono i più difficili da gestire, per carità tutta brava gente, ma non si conoscono e a volte ti capita quello che ti dice che è stato di qua, di là, di su e di giù (tanto c’è la guida….), ma poi quando sei in ballo, scopri che è stato solo giù e ti mette in guai seri: non capiscono che i primi a pagarne le conseguenze sono proprio loro oltre alla guida che è responsabile!
Bravissimo a portali a casa indenni, dovevano farti un monumento, di soldi ovviamente!
Il racconto mi è nato dentro proprio ricordando quando avevo clienti d’ogni genere e soprattutto di quelli tutto portafogli e poco cuore (non parliamo di cervello perché sarebbe troppo). Oggi li evito a costo di nutrirmi di sole patate, che comunque sono buonissime. Non sembrerà ma anche qui ci si possono ritagliare spazi di natura e umanità commoventi, anche s ferragosto. Quello che conosci, sai come affrontarlo.
Specie se la tua comfort-zone sono, anche, le situazioni complicate. E si vive…
A parte gli scherzi, Cominetti, vivi proprio in un bel posto, ideale per fare la guida alpina, che non è certo un mestiere facile anche se ci sono i clienti con la Ferrari, anzi soprattutto con quelli!
Chissà se fossi rimasto lì dopo militare….
Come sempre un gran piacere leggerti, Marcello!
La guida alpina Marcello Cominetti, 31 marzo 1997:
“Che sa’ da fa’ pe’ campa’“.
(cfr. il Pensatore, Indietro tutta!, 1987-88)
😀 😀 😀
problemi e ironia malcelata tra conoscenti..ultimi due precedenti al presente…racconto scontato..a quando quello di un emerita guida che ha commesso una storica minchiata? premetto non guida siciliana ma alpina nordica. nordica,Questo racconto produce una foto di uno stato che in diversi momenti attori si è riprentato nel bel mondo del blasonato alpinismo cui il Sig.Cominetti ben conosce…mai sputare sul puatto dove si mangia.
Merizzi, ho vissuto a Corvara 24 anni e ci vivono i miei figli. Io da 15 anni vivo nella valle a fianco, sempre ladina e ai piedi del Sella, di Livinallongo.
Casa mia non è di certo una “villa” perché è più una baita ricavata da un vecchio fienile in una frazione piuttosto isolata. Quindi un po’ ci hai preso, anche perché mi riscaldo a legna.
Non ho mai disapprovato una cosa senza averla prima provata (a parte l’eroina, la roulette russa, la prostituzione e qualcos’altro) e l’heliski rientra tra queste.
E di giornate strampalate in montagna, per infiniti motivi, ne ho vissute svariate, come penso accada a molti nostri colleghi.
Beh, gli è andata ancora bene, nessuno si è fatto male! Credo che per i suoi clienti questa sciata sia stata la più grandiosa ed entusiasmante avventura che abbiano mai fatto nella loro comoda, noiosa e sicura vita. Mi auguro che altrettanto grandioso ed entusiasmante sia stato l’onorario di Cominetti!
Una avventura simile, ma meno tosta, l’ho vissuta sul canalino del Mesdì che non conoscevo minimamente, pensavo fosse più facile e mi sono trovato impreparato. Il pericolo maggiore era costituito dai Crucchi che cadevano dalla cima del canalino e che dovevi scansare rifugiandoti sulle roccette laterali (in effetti era piuttosto frequentato!).
Dai vaghi ricordi che ho del precedente articolo di Cominetti, pensavo che lo stesso vivesse in una baita in legno fatta con le sue mani, in una valle sperduta, manco segnata sulle carte geografiche, in compagnia di lupi e orsi, a curà galini, cavri e in autunno ad ammazzà il ciun e pizzà il foch!
Invece assolutamente no: vive in una bella villa nella mitica Corvara, con un bel vetratone di 100 mq. al pianterreno (Cominetti, se vuoi aumentarlo a 1.000 mq. hai tutta la mia solidarietà e comprensione, ci penso io a difenderti da Mountain Wilderness), in mezzo ai resort, le Spa e i centri benessere, dove il cliente più povero possiede una Ferrari Testa Rossa e una moglie che ha trent’anni di meno e che non vede l’ora di farsi un “giro” con una guida alpina!
I clienti così, basta portarli una volta a fare un giro sui quattro passi utilizzando gli impianti, ma rigorosamente con gli sci da scialpinismo ai piedi, l’Artva e la paletta per giocare sulla spiaggia e sei a posto per tutta la stagione invernale! E poi è chiaro che hai anche il tempo per dedicarti alle spedizioni extraeuropee per puro diletto! Bravo, bravo così si fa!
A Corvara ci ho vissuto tanti anni fa nel lontano 1987, come militare. Facevo il corso istruttori di roccia, dopo una lunga gavetta passata come Alpiere a Monguelfo, a fare i corsi per allievi sciatori e rocciatori.
Un periodo davvero bellissimo per essere a militare: si arrampicava tutti i giorni su qualunque via del gruppo del Sella. Ero diventato molto forte, perfino su calcare, che non è esattamente il tipo di arrampicata che mi è più congeniale.
“Caro il mio Francesco” e bravo il Ligabue a osannarlo.
E poi…crepi l’eliski! (Senza vittime, prego)
Bravo Marcello, sono questi racconti che ti invogliano ogni mattina, dopo colazione, ad andare sul gogna blog.
…”con forza cieca di baleno” altro omaggio al ‘ maestrone
Sig. Marcello, grazie per questo ricordo raccontato con mano leggera ed un poco di ironia. Con la citazione/omaggio al ‘maestrone’ di Pavan mi piace la sua “il pomeriggio, tra una cosa e l’altra, si riempiva di mezz’ore intense”. Complimenti e ancora grazie per questo bell’esordio festivo!
Che meraviglia…. L’incontro con ricchi subumani…..
Grazie Marcello, storiella istruttiva e anche potenzialmente molto perisocolosa. Ottima la citazione gucciniana “con forza cieca di baleno”