Transiberiana Express

Transiberiana Express
di Nicola Bertolani (Niko Beta)
(pubblicato su lozaino n. 11, estate 2020; il fascicolo è scaricabile da qui)

Seduto sulla neve, quasi accovacciato sotto a un salvifico mugo sommitale, sta recuperando corda avvolto da una piccola coltre bianca. Questa evapora a fatica svanendo lentamente in un alito di vento di questo pomeriggio. Il sole è ancora alto e finalmente scalda le nostre membra tenute nell’ombra della Nord già dalle prime ore della mattina. Il suo volto non lo scorderò mai.

Dalla fatua nube usciva limpido, compiaciuto, fanciullesco ma con occhi spiritati e le braccia stese verso di me, il compagno, come a raccontare in un abbraccio il lungo sogno tenuto nel cassetto che ormai era destinato a divenire un ricordo.

Il gruppo del Carega dal passo di Campogrosso, in primo piano la possente parete est di Cima Mosca.

Eh sì, perché ogni alpinista quando percepisce chiaramente che la vetta è raggiunta deve, con celata malinconia, far posto a un nuovo ricordo e ritrovarsi lo scrigno delle sfide un po’ più vuoto; ancora più insensato. Una vittoria che sa di piccola sconfitta. Una piccola avventura che ha un senso forse solo per la cordata. Un ricordo che sicuramente un giorno emozionerà così solo i suoi componenti.

Transiberiana Express non aveva ancora il nome ma era tracciata. Era stata salita con determinazione e intuito tramite due tentativi ma, certamente molto prima e con molte ripetizioni, nella mente di Matthias che di quella linea ne era il principale innamorato; l’unico pretendente in tutte le Piccole Dolomiti e non solo. Ha addirittura dovuto aspettarmi per ben due mesi, tempo trascorso dal nostro primo tentativo in cui quando arrivati sotto al grande tetto, tentò di forzare un camino scorbutico ma fu riportato alla cruda realtà da un riluttante compagno, io. Decidemmo di scendere non senza rimpianti.

Matthias Stefani su L4.  

Lasciammo comunque ai ripetitori quattro bei tiri su misto       e neve, con buone soste attrezzate per la calata. Una linea logica che trovava nelle pieghe del Mosca diversi metri di arrampicata divertente e non banale. Sul Bianco, all’attacco di goulotte simili a questa, a volte, si trova la fila, qui invece è andata quasi in sordina e prima del nostro secondo tentativo direi completamente deserta. La seconda settimana di febbraio si presentano le giuste condizioni. La neve in giro non è molta, quasi nulla rispetto agli anni che furono e che fecero delle Piccole Dolomiti una delle zone prealpine più nevose. Il Levante, vento umido dell’Adriatico, negli anni buoni cristallizzava qui con metodica abbondanza.

Matthias Stefani all’attacco della via

Ora anche questa è una lontana reminiscenza e mentre saliamo la Sella dei Cotorni il mio sguardo gira all’intorno cercando una continuità di coltre bianca che purtroppo non arriva neppure al Campogrosso. Quella poca che c’è però è in ottima forma, perfettamente trasformata dal notevole gradiente termico e impone i ramponi già dal parcheggio, pena goffe scivolate a culo in su già sul sentiero. Alzo la testa a prendere fiato e il folletto è già alto, quasi all’attacco e mi aspetta; mi incita a fare presto che la giornata è lunga e siamo lenti.

Durante la salita

Mentalmente lo ringrazio, ben sapendo che non è corretto l’uso del plurale, ma ha ragione sul fatto che la giornata ha tutti i presupposti per essere effettivamente pregna e lunga.

Siamo solo noi però, nessun altro mammifero nel campo visivo e già solo per questo direi vale la pena provarci fino in fondo.

In meno di un’ora e mezza siamo nel punto in cui due mesi prima abbiamo trovato lo sbarramento. Matthias tenta lo stesso di passare sugli stessi passi, con le stesse prese, sbuffi ed incastri precari che già la volta scorsa ci avevano avvertito che la musica era cambiata, che salire in cima non era una scontata teoria. Niente da fare, il camino diviene budello, anche se lui riuscisse a passare, quasi nulla la probabilità ci riesca io, per le difficoltà, ingombri e soprattutto precarietà della roccia.

Stefani alla S3

È allora che l’alpinista, che speriamo risiede in noi, esce limpidamente. Che diviene chiaro e sostanziale il detto del buon Bruno Detassis: “Cercare il facile, nel difficile!” e il facile lì è rappresentato dal togliere lo sguardo dall’alto e riversarlo orizzontalmente sull’altra parete: una breve discesa su neve che anticipa un delicato traverso su roccia. Roccia che vira dal giallo all’arancione, di dubbia solidità già solo a guardarla dalla comoda sosta, chissà a metterci le mani sopra. Mani che però dobbiamo appoggiarci siccome non ci sono altre vie di fuga per puntare alla vetta. E in effetti anche Menato e Savi nel 1932 dovevano aver avuto la stessa pensata; davanti, lo stesso scenario. Da lì avrebbero poi fatto passare la loro via ma le difficoltà non tornano con la loro relazione, proprio nel punto in cui il giallo diviene dominante doveva esserci quella cengia esposta ma facile che consentiva la scappatoia verso l’alto.

Ora non più e mentre il suono del martello rimbomba nel camino appena abbandonato e rimbalza sulla sosta, ho il privilegio di un colpo d’occhio notevole come lo sanno essere solo i traversi e quindi di immortalare alcuni momenti, ma senza mai perder di vista la “sicura”. Ecco che dopo tre protezioni in qualche modo andate dentro, scruto con curiosità qualche contorsione ed allungamento del mio compagno fino ad uscire su un accenno di cengia erbosa spruzzata, qua e là, di neve e roccia. Questa dà subito il benvenuto a Matthias lasciandosi cadere in qualche punto a valle. Lui avverte che “sta pulendo” ma a me pareva chiaro che si stesse già pulendo da sola.

Stefani sulla sesta lunghezza

Riprende in mano le due piccozze ed in pochi minuti risento quel suono famigliare e benaugurante del chiodo che canta nella fessura, non si tratta di vera melodia ma il piacere all’ascolto che se ne ricava è ben superiore in certi frangenti.

Non faccio in tempo a complimentarmi con lui, appena uscito me medesimo su quell’abbozzo di cengia ed ormai in dirittura della sosta, che mi frena gli entusiasmi avvertendomi che “il duro” ha da venire. Bene… già non so come ho fatto a non volare pochi metri prima, di sicuro so che lo farò nei metri dopo. E in effetti quando riparte noto che la parete è di difficile chiodatura, le corde vanno a zig zag e i pochi chiodi son sempre troppo in basso e spostati. Arriva alla strozzatura, da sotto pare che strapiombi, lì sarà ancora peggio. Gratta e mette un friend, c’è da salire ancora un po’ per poterne mettere un altro ma ciò obbliga a forzare una pinna di neve che già non si capisce come vinca la gravità. E in effetti non l’ha fatto ed appena è stata sollecitata ha pensato bene di venire anche lei giù, fianco a me, a salutare la cengia detritica e poi insieme, in un fugace abbraccio cercare il vuoto sotto.

Stefani sul delicato traverso del quinto tiro

La sosta è buona però, appena fuori dalle scariche non mi ha imposto di mollare la presa e il mio compagno, anche se ha perso l’equilibrio, è rimasto in parete. Noto con un soffio di serenità che un altro friend era riuscito a piazzarlo appena prima, anche se non vedo dove.

“Va tutto bene lì sotto?”.
“Sì, sì vai tranquillo! Ma ti eri protetto? Ahh sì… ora vedo”.
“Posso andare?”.
“Vai, vai, vaiiiii!”.

Da sinistra la Cascata Arcobaleno, al centro in alto il Molare e sulla destra le Punte dei Camosci.

Esce una staffa, lo vedo armeggiare con lo strapiombo e dopo poco non lo sento più. Da quanto e come scorrono le corde capisco che è eccitato, che il crux è andato e che sopra è solo tempo di allestire un’altra sosta. Le ansie finiscono, non ci si sente ma ormai una certa telepatia la cordata l’ha sviluppata quindi parto senza emettere un suono. Le corde vanno in tensione, io lo ero già prima ma in qualche modo salgo: ove le piccozze grattano tra la neve senza trovare appiglio alcuno tolgo i guanti alla ricerca di più fortuna, dove invece queste affondano senza vibrazione i ramponi cercano solo una improbabile aderenza.

Questo misto delicato fortuna dura poco e in breve ci ricompattiamo alla sosta.
“Ebbbravo Matthias! lo da primo mi sa non ce l’avrei mica fatta, eh!”.
Tutte e due sappiamo che le difficoltà ora dovrebbero calare ma non ne facciamo cenno all’altro, strano come anche gli agnostici diventino scaramantici in certe occasioni.

Lungo il secondo tiro

Siamo sullo Spallone Nord del Mosca che qui disegna un pendio sostenuto che più in basso cade nel Vajo dei Colori. Vietato scivolare per altri cinque tiri di corda. Se ci si gira intorno non si può che rimanere galvanizzati e meravigliati dell’ambiente in cui ci troviamo. Per alcuni queste sono montagne di serie B ma non certo per noi due che qui, in fasi alterne e con diversi compagni di cordata, siamo cresciuti e abbiamo passato giornate ancora vivide nei nostri ricordi. Alcune gioiose, altre nostalgiche, tutte meritevoli di essere vissute.

Questo inutile gioco di rincorrere l’altezza e una volta raggiunta, perderla più velocemente possibile, ha anche per oggi trovato due bambini, ora sazi. Nell’abbraccio che ci lasciamo andare vive l’augurio che presto anche altri si cingeranno, magari proprio nei pressi di questo mugo e porteranno giù un bel ricordo. Ricordo ed emozioni che li legheranno in cordata, anche e soprattutto una volta che saranno a casa. Ed allora l’inutile ha un senso.

Matthias Stefani impegnato nel tentativo infruttuoso di superare un ostico camino sopra la S4, poi aggirato sulla sinistra.

Altre foto su www.nikobeta.net

Cima Mosca (Piccole Dolomiti), via Transiberiana Express
Difficoltà: M5, V, 80°. La gradazione indicata nello schizzo fa riferimento alle condizioni di scarso innevamento del 7 febbraio 2020.
Prima ascensione: Matthias Stefani e Nicola Bertolani, 7 febbraio 2020 (primo tentativo il 7 dicembre 2019).
Esposizione: nord, nord-ovest.
Sviluppo: 600 m circa.
Materiale: tutti i chiodi usati sono stati lasciati. Consigliata una serie di friend fino al n. 2 BD (può essere utile doppiare le misure n. 1 e 2 BD), 3-6 viti da ghiaccio corte e qualche chiodo per ogni evenienza.

Relazione
Itinerario di ghiaccio e misto che vince i punti più vulnerabili della parete nord-nord-ovest di Cima Mosca seguendo, con linea logica, una serie di solchi nevosi, camini e goulotte ghiacciate. Nella prima parte alcuni tratti sono in comune con il percorso seguito da Ottone Menato e N. Savi nell’agosto del 1932 (in parte franato). La prima lunghezza è in comune con la via Bettega-Maslowski (Alberto Peruffo e Ivo Ferrari – 2005) mentre l’uscita in vetta è in comune con Magic Couloir (Tarcisio Bellò e Mario Vielmo – 1998).

P.S. È possibile percorrere solamente le prime 4 lunghezze denominate Goulotte Mosquito, tornando all’attacco con 4 corde doppie. Le soste sono attrezzate per la calata.

Stefani sul secondo tiro.

Avvicinamento: dal rifugio Campogrosso (nei pressi del quale si lascia l’auto) imboccare il sentiero n. 157 che in falsopiano e con lungo giro traversa prima il Giaron della Scala, poi il Pra degli Angeli e infine il Boale dei Fondi. Oltrepassare quest’ultimo e raggiungere la vicina Sella dei Cotorni. Proseguire, ora in discesa, per il n. 158 fino ad immettersi nel bacino dei Colori. Risalire l’omonimo vajo pervenendo, dopo circa 50 m di dislivello, a un bivio: tenere l’impluvio di sinistra (a destra si va verso il Vajo dei Camosci). Portarsi a ridosso dell’evidente parete nord di cima Mosca e quindi ad un secondo grande bivio: a destra si prosegue per il Vajo dei Colori, mentre l’ampio canalone di sinistra porta al Vajo Valdagno. In prossimità del primo stretto intaglio obliquo, poco a sinistra del punto più basso della parete, si trova l’attacco, in comune con la via Bettega-Maslowsky. Ore 1.15.

Itinerario:
L1: risalire il solco obliquo tra brevi colate ghiacciate fino a una nicchia gialla dove si sosta (2 chiodi+cordone+maglia rapida). 65 m. 50°, 60°, 70°, brevi passi di misto;

L2: spostarsi a destra della sosta e vincere un tratto verticale di misto sfruttando sottilissime rigole ghiacciate che accompagna a una goulotte appoggiata; proseguire ora facilmente fino ad un anfratto dove si sosta (2 chiodi+cordone+maglia rapida). 50 m, M4, poi 50°, 2 chiodi;

Durante la discesa da Cima Mosca: al centro in primo piano la Guglia Berti, in secondo piano le Guglie del Fumante e in basso a sinistra il RifugioCampogrosso.

L3: rimontare la nicchia sulla destra superando un breve tratto di ghiaccio verticale, quindi seguire il solco innevato che via via diviene più ampio e appoggiato fino alla sosta (2 chiodi+nut+cordone+maglia rapida), posta sulla sinistra nei pressi di un anfiteatro roccioso. 50 m, passo di ghiaccio a 75° poi 40°/45°;

L4: risalire un canalino a destra del grande camino strapiombante che accompagna ad un muro di neve verticale; vincerlo e proseguire fino a una cengia posta sotto a un enorme ed evidente tetto. Seguirla pochi metri verso sinistra fino alla sosta (2 chiodi+clessidra+cordone+maglia rapida) situata alla base di un angusto camino strapiombante. 50 m, ghiaccio a 70°, breve tratto a 80°, passo di M3;

L5: attraversare il camino abbassandosi di pochi metri e iniziare un traverso ascendente su roccia delicata sfruttando delle sottili tacche orizzontali fino a una cengia esposta che accompagna alla base del successivo lungo camino dove si sosta (2 chiodi) sulla sinistra di quest’ultimo. 25 m, V, 60°, 2 clessidre con cordino, 1 chiodo;

L6: risalire il camino sfruttando una sottile rigola ghiacciata fino a un breve strapiombo. Superarlo (passo chiave, utili friend medi) e immettersi in un solco nevoso appoggiato che dopo pochi metri diviene una goulotte di ghiaccio. Sostare (2 chiodi sulla parete di sinistra) pochi metri prima della fine dal canale sulla sinistra. 55 m, M3, M4, M5, ghiaccio a 80°, poi 60° e ghiaccio a 70°. 2 chiodi e un cordone su masso incastrato;

L7: percorrere gli ultimi metri del canale fino allo Spallone Nord-Ovest e con un lungo traverso ascendente verso destra portarsi nel versante nord-ovest. Sosta (da attrezzare) alla base di un canalino ghiacciato. 55 m, 50°/60° e ghiaccio a 70°;

L8: salire il canalino e successivamente alcune colate ghiacciate, quindi spostarsi verso destra e immettersi in un ampio canale nevoso. Sostare (chiodo+cordone) sulle rocce di destra al principio del canale. 55 m. M3, tratti di ghiaccio a 70°;

L9, L10, L11: proseguire per il bel canale nevoso che accompagna, con pendenze medie, al pendio finale di Cima Mosca. Possibilità di sostare su fittoni da neve o protezioni veloci. 220 m circa, 50°/60° tratti a 70°.

Discesa: lungo la facile cresta verso sud; dopo poche decine di metri abbandonarla e abbassarsi a sinistra sul Boale Mosca (inizialmente ripido, possibilità di calarsi dai vari mughi) fino a ricongiungersi con il Boale dei Fondi. Scenderlo fino ad intersecare il sentiero 157 che riporta comodamente a Campogrosso. Ore 1.15/1.30.

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Transiberiana Express ultima modifica: 2021-06-19T05:47:00+02:00 da GognaBlog
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