Tre racconti di Ilaria

Tre racconti di Ilaria
di Ilaria Scarabottolo
(pubblicati su Falc 1920-2020)

Monte Disgrazia 3678 m, parete nord
Sono ormai due anni che conosco la FALC, e dopo aver frequentato il corso roccia AR1 col mitico Paolo Serralunga ho scorrazzato per rocce più o meno imponenti. Da qualche tempo, però, ho voglia di provare a scalare su ghiaccio. La butto lì al suddetto Paolo, senza troppe speranze (figuriamoci se ha voglia di sciropparsi una principiante, penso), ma fortuna vuole che lui stia per affrontare l’esame di Alta Montagna per diventare Istruttore Nazionale di Alpinismo, e abbia intenzione di sgranchirsi le gambe pestando un po’ di neve.

La destinazione, la parete nord del Disgrazia, è scelta in base al meteo stabile garantito dagli elvetici (13-14 giugno 2015). Leggo qualche relazione per prepararmi, recitano: “Da D a TD-, a seconda delle condizioni” – di chi, mie o della parete?!

“Paolo ma sei sicuro? Io non ho mai preso in mano due picche da ghiaccio”.
“Sì, sì, stai tranquilla, non è assolutamente niente di che, la parte più dura è l’avvicinamento, poi se il ghiaccio non ci piace, scendiamo”.

La parete nord del Disgrazia

Così chiedo in prestito due picche a un amico e parto tutta agitata perché ho paura di stramazzare già sul famoso avvicinamento di 1500 m su ghiacciaio. Al bivacco Oggioni siamo in sei, il cielo è limpido, ma il mattino ci accoglie con vento forte e cielo completamente coperto. Tutti gli altri decidono di abbandonare la nave, mentre Paolo fa: “Proviamo ad andare all’attacco e vediamo come si mette?”

Io, che sono alle mie prime esperienze in alta montagna, mi fido ciecamente. Giungiamo sotto la terminale e in alto le nuvole viaggiano velocissime. Paolo mi dice che sì, c’è un po’ di vento, ma che il meteo sembra tenere e poi magari si apre. Se superiamo la crepaccia però poi si esce solo dall’alto. Mi chiede se anche io sono convinta, e io penso: “Io?! Ma che ne so! Non ho nemmeno ben capito come si impugnano ‘sti due affari che ho in mano!!! E poi, perché tutti gli altri se ne sono andati?!”, invece dalla mia bocca esce: “Beh in effetti non piove, per me si può fare!”.

E via in conserva, Paolo piazza friend in posti che solo lui può intuire, ci fermiamo sotto il tratto chiave della salita, una corta goulotte che spesso ha fuori ghiaccio vivo. Fino lì, la neve è stata fantastica.

“Wow che bello! Ora però arriva il ghiaccio, fai sosta alla fine del duro, che ho paura di non riuscire a passare!”.
“Certo, certo, però se vedi che finisce la corda parti…!”.
“D’accordo, ma tu valuta bene eh, non l’ho mai fatto! Tra l’altro, ho veramente fame, mangio una barretta un secondo”.

Non faccio in tempo a scartarla che Paolo è schizzato via (fa anche un freddo boia a star fermi, a onor del vero). In qualche modo riesco a ingurgitare la barretta mentre faccio passare la corda, e Paolo sparisce dalla vista. Ovviamente la corda finisce e inizia a tirare. Dopo pochi metri ancora facili mi ritrovo in una tipica posizione a rana (che non abbandonerò nemmeno negli anni a venire.) tirando come una pazza di braccia, e scoprendo in-action che bisogna calciare i ramponi con decisione, non basta accarezzare il ghiaccio chiedendogli cortesemente di sostenerti.

Per fortuna il tratto “duro” è corto, segue “facile” rampa in cui però Paolo va alla velocità della luce, e io inizio a sentire la quota e la fatica. Facciamo circa 250 m di dislivello filati, in cui io ringrazio ogni volta che trovo una vite perché così posso fermarmi a tirare il fiato. Sbuco in cresta con la lingua di fuori e il naso che cola, sono investita da un vento patagonico, non si vede una mazza. Scorgo Paolo accovacciato e intabarrato stile burka integrale che mi recupera, raggiungiamo il bivacco Rauzi in vetta in un turbine di neve.

Giusto il tempo di scaldarci e mettere tutti gli strati che abbiamo, e si parte per la fila di doppie sulla Corda Molla. La corda risale da sola per il vento, e dato il nebbione sempre più fitto accade l’inevitabile: perdiamo la linea di calate. A questo punto, mi sto chiedendo se ho fatto davvero bene a fidarmi e partire, o se forse avevano ragione quelli che si sono defilati… siamo in giro alla bersagliera… ma la calma granitica e il consueto aplomb del mio socio fugano ogni dubbio! Dopo un po’ di sano ravanamento e imbarazzanti tentativi da parte mia di risalire una placca rocciosa con i ramponi, al prezzo di un kevlar nuovo fiammante abbandonato, torniamo sulla retta via e ripassiamo la terminale. Siamo salvi!

Ma, in realtà, no. La discesa normalmente si svolge sul ghiacciaio della Vergine, tormentato dai crepacci e delicato nella parte più alta. Non si vede assolutamente nulla, un brevissimo scorcio rivela a qualche decina di metri da noi una seraccata impressionante. Presto ci rendiamo conto che sarebbe davvero incosciente scendere da lì senza vedere niente e senza conoscere la strada. Non ci resta quindi che risalire al colle Kennedy, ripassare al bivacco Oggioni, e rientrare dalla via del giorno prima, aggiungendo una quantità non indifferente di metri di dislivello.

In discesa ormai sono completamente devastata, ricordo Paolo che quasi mi trascina di peso perché io perdo i ramponi e incespico. Il ritorno più complesso del previsto fa sì che siamo un po’ in ritardo sulla tabella di marcia e Paolo è preoccupato che a casa s’inquietino, quindi ci tiriamo insieme e ci affrettiamo a raggiungere la macchina.

Il giorno dopo non riesco più a muovere un muscolo e nelle settimane successive perderò un’unghia del piede per gli scarponi troppo stretti, ma il morale è oltre le stelle! Ancora adesso, quando ripenso a quei vortici di vento e neve, mi si stringe lo stomaco e rimango senza parole. Non potrò mai ringraziare abbastanza il mio compagno di cordata per avermi iniziata a questo mondo, e a tutte le avventure che ne sono seguite.

Paolo e Ilaria in vetta al Monte Disgrazia.

Cima d’Ambiez, via Linea nera
Col solito carico da sherpa dolomitico (tenda-fornello-chiodi-martello) risalgo la val d’Ambiez verso il rifugio Agostini.

Ad aspettarci (17 agosto 2018) ci sono due personaggi illustri, uno è memoria storica della FALC, nonché eccelso alpinista il cui piede ha calcato le vette più ardue, l’altro è ormai una leggenda del lecchese: la premiata ditta Luca Bozzi/Giovanni Chiaffarelli. Il loro progetto è, come sempre, ambizioso: via Linea nera, VI, 350 m, 7 tiri (!), 10 chiodi (!!?!?!?!). Io sono alla prima via seria della stagione, il mio socio Lorenzo, per quanto fortissimo, non si ricorda più come si allacciano le scarpette, vista la sua recente inattività. Vorremmo fare una via più facile, ma ci facciamo intortare dalla compagnia (e dai cicchetti) e così l’indomani, con il termometro che non ci dice che temperatura c’è perché ha pietà di noi, siamo sotto un muro grigio compattissimo a interrogarci sul senso della vita.

Parte il Chiaffa, tiro gradato V+. Subito una pancetta scorbutica protetta da un antico chiodo gli dà il buongiorno. Procede un po’, poi lo vediamo esitare, armeggiare con i friend, salire e riscendere. Quel tiro tocca a me, guardo disperata prima il Bozzi e poi Lorenzo, e a bassa voce chiedo: “ma Giò non faceva il 6c a vista?! Cosa diavolo c’è su questo tiro???”.

Lorenzo si propone di attaccare al mio posto, ma io non ne voglio sapere di lasciargli tirare tutto, e la seconda lunghezza si presenta come “successione di due strapiombi neri” (leggi: piuttosto mi sparo in un piede). “No, parto io”. Parto a ruota dietro il mitico Bozzi che esordisce con: “vuoi un consiglio?

Questo chiodo mungilo, non stare a gelarti le mani!”. Non me lo faccio ripetere due volte, ma ahimè trovo duro anche uscire dalla mungitura e ristabilirmi, causa tremore incontrollato degli arti tutti. Mi appendo, mi ricompongo, mi ricordo che sapevo anche arrampicare, e parto con tutt’altra testa. La teleguida del Bozzi davanti a me aiuta non poco a gestire i runout e senza troppi intoppi giungo in sosta, il Chiaffa si complimenta, ed io rispondo “bravissimo tu, che hai trovato la strada!”.

Al secondo tiro si cambia la guardia: parte il Bozzi e sparisce subito oltre un tettino, noi siamo in una nicchia. La corda smette presto di scorrere: “qui di strapiombi neri ce ne saranno venti!!! E chiodi zero!!!”. Dopo un po’ di tempo, oltre a mugugni poco comprensibili, sentiamo un rumore familiare: DING DING DING DING! “Ragazzi che roba, almeno ora sono più sereno!! Lorenzo, vuoi iniziare a venir su anche tu, che magari in due ci capiamo qualcosa? e porta i chiodi!”.

I nostri eroi si destreggiano tra gli strapiombi neri e arrivano in sosta. Quando tocca a me salire, me la faccio addosso anche da seconda: la parete è verticalissima, l’arrampicata non è difficile ma è atletica e non c’è mai un riposo, di protezioni neanche l’ombra. Chapeau!!

Il terzo tiro non cambia stile, ma ormai sono carica e soprattutto sono sempre guidata dalla mia stella polare Bozzi. I due tiri chiave sono un capolavoro d’intuizione del percorso, entrambi molto sostenuti, in particolare un muro di 50 m di sesto grado in cui il Chiaffa dà prova di tutta la sua esperienza alpinistica, e un tettino su cui il Bozzi si improvvisa funambolo.

Solo verso la fine la parete diventa più mansueta, anche se non si capisce più dove passa la via, ma ormai siamo fuori!!! In vetta l’entusiasmo e la soddisfazione sono incontenibili. Anche se molto facilitata dalla cordata pilota, la salita mi ha richiesto molto impegno, e non posso che ammirare i “vecchi”, come loro stessi si definiscono, sperando di poter raggiungere un giorno il loro livello. La “comoda discesa” con svariati passaggi di terzo grado risucchia le mie energie residue – con gli altri che mi prendono bonariamente in giro perché in discesa sono sempre stata un disastro. La giornata finisce davanti a una meritatissima birra, mentre felici ammiriamo la cima appena salita, e già pensiamo alle prossime scorribande…

Un momento della salita di Linea nera

Monte Spedone, in apertura sulla via Charlie e il drago
Ottobre 2018.
Ciao Luca, ti va di andare in Val di Mello questo weekend?“.
Io e Giovanni Chiaffa saremo al Monte Spedone a cercare un avvicinamento dal basso per una nuova via. Se vuoi, puoi venire. Saremmo felici ma non vorrei che ti rompessi le p… perché prima dobbiamo attrezzare una fissa, poi ci sono molte incognite, magari se non riusciamo a trovare una bella linea ripetiamo la Corti o qualche tiro dell’amico. Tutto è possibile, anche che tu apra un pezzo della nuova via!!!”.

Il messaggio mi manda in visibilio e rispondo subito al richiamo del ravano. E così il dream-team composto da Luca, Gio, Giancarlo Sironi (Abi) e la sottoscritta si trova a Calolziocorte in una bella giornata autunnale. Il primo obiettivo è il raggiungimento della parete, denominata dai locals “la Fracia” (cioè friabile): e già il nome solleva interrogativi più che legittimi. L’avvicinamento è da jungla tropicale, non a caso Abi gira con un machete. Nelle incursioni successive miglioreremo sempre di più il sentiero d’accesso, ma la prima volta ci ritroviamo a gattonare su fango verticale, non senza un po’ d’imbarazzo.

L’apertura di questa via si articolerà su diverse giornate e a due cordate più o meno fisse: Gio e Abi, Luca e Ila, a cui si aggiungerà spesso anche Stefania Ventura. Si potrebbe scrivere un libro intero sulle peripezie dei nostri eroi in quel fulgido autunno spedoniano, ma per ovvi motivi mi limiterò a descrivere il mio “battesimo del trapano”, che inizia ai piedi di una lama-fessura apparentemente mansueta.

Sono in sosta con Luca e con tutta una serie di attrezzi: friend, nut, fifi, cliff, staffe, chiodi, corde, piastrine, chiavi inglesi… insomma, l’intero catalogo Leroy Merlin! Metto tutto all’imbrago e parto che peso 5 kg in più, alla volta della lama. Per acchiapparla occorre traversare qualche metro su esile cengia e superare un passaggio non banale, mi accingo dunque a piantare un chiodino con la mano sinistra e con un piede su una pianta mezza secca: pem, pem, pem, “Sasso-ooooooo!!!!!” … niente da fare, la fessurina in cui sto piantando il chiodo esplode in mille pezzi. Lo ripianto in modo molto precario più in su, e col respiro strozzato salgo alla lama. Per recuperare sicurezza, nei successivi due metri metto 5 protezioni! Arrivo al momento di piantare il primo spit, posiziono cliff e staffe, non senza timore mi appendo, molto poco abituata a fidarmi di questi uncini, respirone, e “ok Luca, passa il trapano!”. Luca cerca disperatamente di convincermi a mettermi in una posizione consona alla chiodatura, ma niente, io non ne voglio sapere, e con le gambe “a rana” trapano sopra la mia testa, riempiendomi di polvere di roccia fino alle orecchie. Martello il fix, stringo il dado, mi appendo a un rinvio: aaaaaaah, che sollievo!

Peccato che sia già ora di uscire dal solido rifugio, e ricominciare con la danza dei cliff. Nel mentre, il mio imbrago è diventato un casino inguardabile: cose appese in ordine sparso, cordini da tutte le parti, staffe ingarbugliate, cliff che si impigliano nei friends, e Luca che dalla sosta se la ride: “ma come fai a continuare con quel macello?! Metti in ordine!!!”.

Ilaria in posizione “a rana”.

Con un timore reverenziale per questa roccia inviolata traverso su bellissime goccine e pianto altri due spit, anche se a dire il vero dopo il secondo avrei voluto tornare in sosta a rimettere insieme i pezzi del mio cervello, ma il mitico Luca mi esorta a non mollare e continuare con l’esplorazione. Quando finalmente io e la mia nuvola di materiale torniamo giù, mi luccicano gli occhi, e la palla passa al fuoriclasse. Luca conclude il tiro proseguendo dritto su un muro compatto, lavorato a gocce e piccoli buchi: un vero capolavoro! Osservo affascinata con che tranquillità supera gli spit e sale, sale, finché dice “mah, qui magari ne metterei un altro…”, quando nello stesso spazio io ne avrei messi il doppio. Più tardi decreteremo che la difficoltà si aggira sul 6a+. Raggiungo Luca in sosta e finalmente posso scalare il tiro appena nato: a momenti mi commuovo!

Ci caliamo mentre il sole inizia a scendere, e alla base ritroviamo Giò e Abi che hanno scalato L’amico ritrovato, splendida linea vicina alla nostra, sempre opera dei fortissimi Luca e Giò. Dal basso, tutti ci ritroviamo a ipotizzare dove potremo passare, come collegare le compatte placche grigie, dove uscire sul pratone sommitale… Questo nuovo “gioco” è a dir poco elettrizzante!

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Tre racconti di Ilaria ultima modifica: 2021-08-11T05:54:00+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Tre racconti di Ilaria”

  1. Parte il Chiaffa, tiro gradato V+. Subito una pancetta scorbutica protetta da un antico chiodo gli dà il buongiorno.

    vero.
    solo V+

  2. complimenti per LINEA NERA all’Ambiez.
    Bella via per nulla scontata, molto da scoprire.

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