Trovato drago morto

Trovato drago morto
Arrampicata romana: trovato un drago morto sotto un volume in poliuretano
di Nando Zanchetta
(pubblicato su www.nandozanchetta.com, per gentile concessione)

(Evidente il riferimento a https://gognablog.sherpa-gate.com/il-drago-la-pulzella-e-la-decadenza-della-scalata-moderna/, NdR)

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Roma. All’alba di oggi, intorno alle 6.30, in un campo abbandonato tra la via Nomentana e la via Prenestina è stato trovato un drago morto. Il corpo dell’animale, della lunghezza di circa 30 metri, era riverso su un fianco, ma stranamente non presentava ferite di alcun tipo.

Alcuni abitanti della zona hanno dichiarato di aver udito degli strani ruggiti intorno alla mezzanotte di ieri e di aver visto delle altissime fiamme sprigionarsi dalla bocca del drago, che sarebbero durate qualche minuto per poi scomparire. Un testimone oculare sostiene inoltre di aver visto un immenso volume in poliuretano, di quelli che si usano nelle palestre di arrampicata, precipitare dall’alto sul drago che sarebbe quindi deceduto per schiacciamento. Ciò potrà tuttavia essere confermato solo dall’esame autoptico sul corpo della bestia, previsto per domani presso il Dipartimento di Medicina Legale dell’ospedale Regina Elena.

Il drago ucciso dal Volume (disegno di Alberto Graia)
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La polizia sta indagando sui Volumisti, un gruppo di anarchici-poliuretanisti, i cui accoliti venerano i grossi volumi da tenere a mano stesa insieme a tallonaggi e movimenti dinamici frontali, e che da tempo combatte la sua guerra clandestina contro un altro gruppuscolo, i Draghisti, che venerano invece la tacca a dita arcuate e il movimento laterale.
Tutto è cominciato qualche tempo fa quando un noto Nove-Draghista, ha sostenuto (https://www.climbook.com/articoli/1451-il-drago-la-pulzella-e-la-decadenza-della-scalata-moderna) che i volumi non servono per imparare ad arrampicare sulla roccia e anzi sono addirittura controproducenti. «Non possiamo far credere ai nostri giovani apprendisti e stagisti, ancora Quinto-Draghisti, poveri cristi, che a fare i Volumisti si diventa Otto-Draghisti: saremmo dei qualunquisti, degli arrivisti, dei terroristi, dei bugiardi professionisti».
Nel suo articolo il Nove-Draghista, se la prende anche con i pantaloni colorati a cavallo basso e con l’hiphop, eleggendo a naturali compagni di vita dei Draghisti, i Medievalisti, i Romanticisti e i Wagneristi.

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I Volumisti hanno reagito immediatamente alle provocazioni, sostenendo che il Drago è morto da tempo e che ognuno ha diritto di usare prese dei colori che vuole, di mettere il cavallo dei suoi pantaloni all’altezza che preferisce, di fare esclusivamente tallonaggi senza mettersi mai in laterale. «Porta sfiga – dicono – ma soprattutto non serve per fare top. Noi Volumisti, siamo indipendentisti, ascoltiamo i nostri musicisti, balliamo, ci divertiamo e siam menefreghisti verso i Draghi e tutto il resto».
E così in poche ore i Volumisti hanno invaso le bacheche della climbing community con commenti e sberleffi di vario tipo all’indirizzo del povero Nove-Draghista, taluni espressi da bravi tecnicisti, altri da simpatici satiristi, altri ancora da autentici cretinisti. Ma si sa: la rete da voce a tutti, anche ai teppisti, ai falangisti, ai separatisti, ai collaborazionisti, ai camionisti, a quelli con lessico da tassisti e a quanti, ubriacati dai trappisti, scrivono sfondoni mai visti. Per questi, lo chiedono i linguisti, si dovrebbero adunare i riservisti, per fare un repulisti!
Diciamocelo: son cose un poco tristi!
Nessuno sembra in grado di mediare tra queste due posizioni cosi distanti, esacerbate ora dall’uccisione del Drago.
Ma noi Zanchettisti, che non siamo né Volumisti né Draghisti, né fondamentalisti né integralisti, ma solo pacifisti un poco ecumenisti, tentiamo qui ed ora proposte da ottimisti, anzi, da buonisti.
Volumisti rispettate i Draghisti: senza di loro, sareste ancora dei vetusti alpinisti Sesto-Draghisti, dei tristi passatisti, dolomitisti che puzzano di scisti.
Draghisti rispettate i Volumisti: son giovani fantasisti, simpatici edonisti, colorati liberisti, allegrotti e dinamisti.
E allora, non fate gli scissionisti, incontratevi dai baristi e bevete un Lacryma Christi!

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Trovato drago morto ultima modifica: 2016-04-05T05:30:33+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Trovato drago morto”

  1. 2
    Giovanni Massari says:

    Nonostante l’apprezzabile tentativo da parte del bravo Nando Zanchetta di “sdrammatizzare” lo scritto di Jolly, vorrei cercare di riportare brevemente l’attenzione al suo provocatorio articolo… bisogna pensare innanzitutto a come si è evoluta (o involuta) la società nel corso degli ultimi 40 anni e, senza dilungarmi troppo, vorrei innanzitutto rimarcare come si è assistito, in ogni campo, al tentativo di commercializzazione di ogni possibile pulsione e originale attività umana cercando di trasformarla in business. L’arrampicata non è sfuggita a questo fenomeno; certo è stato più facile proporre alle masse un “prodotto arrampicata” che usufruisce di palestre a pagamento comode e facilmente raggiungibili con circuiti e blocchi preconfezionati che si adattano a qualunque esigenza (spostando semplicemente una presa che non ci garba…) piuttosto che un’attività difficile e potenzialmente pericolosa, con una chiodatura parsimoniosa o magari inesistente e dove le regole sono imposte dalla morfologia naturale della roccia e l’insuccesso e sempre dietro l’angolo.
    La prima è quasi un’attività di gioco, faticoso ma piacevole, che ci porta via un’ora al giorno in una palestra multicolore nella nostra città senza stress se non uno sforzo psico fisico che si può modulare secondo le proprie caratteristiche su percorsi abilmente orchestrati dall’istruttore di turno secondo la moda del momento (non dimentichiamo che l’istruttore e il gestore di palestre vivono di questo piccolo business…)
    La seconda non sempre è così piacevole: è molto logorante fisicamente e mentalmente ed è caratterizzata solo da brevi e fuggevoli momenti di reale soddisfazione; ci impegnerà per lunghe giornate e snervanti attese nella ricerca di una performance che forse non arriverà mai magari dopo uno o più viaggi nelle gole del Verdon, in spagna o in Frankenjura o su qualche sperduta parete alla ricerca della ripetizione della famosa via (spesso una vera e propria opera d’arte della natura) o nello spesso infruttuoso lavoro di scovarne una sulle falesie di casa.
    E’ evidente che si tratta di modelli di ricerca personale completamente diversi: uno è proposto come forma di fitness anche alla ricerca di un ritorno economico e l’altro è frutto di una passione che porta a scelte, anche di vita (per chi se le può permettere), ben precise e spesso totalizzanti con il solo ritorno di una personale autogratificazione.
    Personalmente sono sempre stato attratto dal gioco-arrampicata, placche senza mani, no feet e barefoot, e non mi sento di demonizzare la scelta di chi fa dell’arrampicata un’ attività solo indoor, magari quasi circense e molto vicina ormai (nel boulder) al parkour e la trovo semplicemente una scelta personale (anche se magari non così libera…) ma non ritengo per niente disdicevole o “sbagliato” dedicarsi solo all’indoor senza pensare ad altri sbocchi; non tutti infatti hanno tempo, passione e possibilità per dedicarsi anima e corpo alla roccia… (vedi il bell’ articolo di Jolly: “Migliorare di un grado in 3 mosse”. Leggendolo ho subito pensato: che tipo di lavoro bisogna avere per periodizzare così la propria scalata all’aperto?)
    Ricordo molto bene come i muri di arrampicata siano nati, derivati in modo artigianale (prese in legno e pietra) dal “buildering” per aumentare l’intensità e la frequenza degli stimoli, allenare e preparare l’arrampicatore alla scalata su roccia vera e con l’uso delle giuste prensioni e di adeguate metodologie sono certo uno strumento insostituibile per trasformare gli sforzi eseguiti a secco e per combattere, all’aria aperta, quel drago di messneriana memoria che forse per qualcuno è morto o che semplicemente dorme ma che mi sembra ben desto per tanti anche trasversali (indoor e natural) e fantastici climber della nuova generazione che sono bravissimi sia nel competere sportivamente sui vituperati volumi dell’artificiale che nello sfidare linee di roccia vera con il proprio corpo e la propria mente in tutte le varie specialità (non esiste, per fortuna, solo lo “sport climbing”…) che l’arrampicata, in simbiosi con la natura, può proporci.

  2. 1

    Alessandro, grazie per il reblog del mio articolo!

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