Turismo bianco, futuro nero – 16

I cambiamenti climatici sono una realtà. Le località montane più lungimiranti stanno investendo in arte, cultura e paesaggio per integrare l’offerta turistica. Con risultati significativi.

La neve? Superflua
(la montagna che vive di cultura e altri sport)
Turismo bianco, futuro nero – 16 (16-17)
di Corrado Fontana
(pubblicato su valori.it il 24 febbraio 2020)

Ma chi l’ha detto che senza sci e senza neve la montagna perde interesse? Complice la pressione che i cambiamenti climatici stanno imponendo sulla cosiddetta “industria bianca”, rendendo sempre meno redditizi gli impianti sciistici al di sotto dei 1500 metri di altitudine, spirano forte i venti di una riconversione dell’offerta turistica nelle aree dei vari comprensori. C’è chi rimuove l’esigenza della transizione e chi invece s’inventa proposte alternative per vivere il turismo in valle e in montagna. Trekking, parchi a tema, l’escursionismo in mountain bike e la riscoperta delle tradizioni culturali dei borghi antichi.

Grafico anomalie neve fresca in Piemonte novembre-maggio 1941-2014: “Analizzando tutta la serie storica dei mesi da novembre a maggio dal 1941 al 2014, si può notare che gli anni con anomalia negativa sono concentrati in prevalenza negli ultimi trent’anni. Nello stesso periodo compare il 2008 che è stato l’anno, dopo il 1950, con anomalia positiva maggiore.” Fonte: Arpa Piemonte.

L’offerta si concretizza, ad esempio, in due diverse esperienze modello. La prima in Valle Germanasca, in provincia di Torino, non lontano dal più famoso Colle di Sestriere, dove insistono gli impianti del piccolo comprensorio sciistico di Prali (anche se oggi si dice skiarea). Qui si è infatti scoperto quanto possa risultare fondamentale rendere gli impianti fruibili anche in autunno e primavera per sfruttare  il contributo al traffico turistico verso l’Ecomuseo delle miniere.

La seconda si realizza grazie ad Arte Sella di Borgo Valsugana, dove arte e ambiente naturale si esaltano a vicenda, creando un polo attrattivo carico di suggestione.

Jaehyo Lee – Copyright Arte Sella. Foto: Giacomo Bianchi.

Arte Sella: 5 ettari di arte e natura in armonia
L’avvio sperimentale di Arte Sella risale al 1986, quando vennero chiamati a lavorare i primi artisti che realizzarono le proprie opere nel bosco adiacente a Villa Stobele, ovvero la prima casa del progetto, che nel 1989 si costituisce in associazione. Ma in questo percorso ultratrentennale forma, dimensioni e portata dell’idea iniziale sono mutate e cresciute ampiamente, intorno a quattro principi fondativi:

– L’artista non è protagonista assoluto dell’opera d’arte ma accetta che sia la natura a completare il proprio lavoro;

– La natura va difesa in quanto scrigno della memoria;

– La natura non viene più solo protetta, ma interpretata anche nella sua assenza: cambia quindi il rapporto con l’ecologia;

– Le opere sono collocate in un hic et nunc e sono costruite privilegiando materiali naturali. Esse escono da paesaggio, per poi far ritorno alla natura.

Alison Stigora, Seme – Copyright Arte Sella. Foto: Giacomo Bianchi.

Un polo d’attrazione
E così, mentre i percorsi espositivi sono gli stessi di 15 anni fa, le opere cambiano ogni anno. E si è passati dall’occupazione di un giardino privato all’utilizzo di circa 5 ettari di suolo pubblico, a circa 1000 metri di altitudine: dal 1996 il progetto si sviluppa lungo un sentiero forestale che si snoda nel bosco sul versante meridionale del monte Armentera, definendo il percorso ArteNatura, a cui si è aggiunta, dal 1998, l’Area di Malga Costa, struttura un tempo dedicata all’alpeggio degli animali,  diventata dapprima luogo espositivo e quindi spazio dedicato ad incontri, eventi e concerti. Senza grandi relazioni con le stazioni sciistiche del circondario (la più importante è San Martino di Castrozza), Arte Sella si sta rivelando tra i maggiori poli attrattori della valle, con un pubblico molto eterogeneo, dagli amanti dell’arte contemporanea agli appassionati del trekking, spaziando sia per età che per fasce socio-culturali.

Cedric Le Borgne – La donna invisibile – 2018 – Foto: Giacomo Bianchi – Copyright Arte Sella.
John Grade – Reservoir – Foto: Giacomo Bianchi – Copyright Arte Sella.

5 milioni di euro di indotto, riconoscibilità mondiale e lavoro
«Questa espansione territoriale ha avuto per contraltare una espansione progettuale e culturale – spiega il presidente Giacomo Bianchi -. Arte Sella è un sito che viene visitato tutto l’anno e agisce come vero e proprio ente culturale». Un ruolo fondamentale nell’economia locale legata al turismo, considerato che il pubblico dei visitatori è aumentato progressivamente, fino ad attestarsi intorno alle 100mila presenze l’anno, nonostante ci si trovi in Valle Sella, una valle laterale della Valsugana, che storicamente è stata sempre più di attraversamento. Eppure dal 2009 al 2019 il bilancio si è incrementato del 100%, mentre l’aumento delle presenze è stato del 400%.

Giuliano Mauri – Cattedrale Vegetale, 2001 – Foto: Giacomo Bianchi – Copyright Arte Sella – 1.

Le cifre e il peso di questo polo attrattore danno sempre più ragione alla scelta iniziale, insomma. «Abbiamo calcolato che l’indotto della nostra attività è di circa 4-5 milioni di euro» conclude Bianchi. «Ma bisogna tenere conto che ci sono altri fattori di sviluppo che noi determiniamo. Il primo è naturalmente quello dei turisti che pernottano, mangiano e spendono nell’area. In secondo luogo c’è l’impiego di personale da parte nostra, con circa 40 persone occupate praticamente tutto l’anno, in modo diretto o indiretto. Infine c’è l’aspetto più prettamente culturale: la presenza di Arte Sella consente all’area di qualificarsi in modo un po’ diverso, creando anche delle sinergie con le aziende locali, che utilizzano il progetto per veicolare un’idea di territorio segnato da una crescita culturale, non solo economica».

Ricostruzione ambiente di vita. Fonte: Ecomuseo delle Miniere e della Valle Germanasca.

Prali: dal declino dello sci alla svolta verso trekking, bici e…
Dalla Valsugana ci spostiamo in Piemonte. E più precisamente nel comune di Prali. Qui insiste una piccola stazione sciistica che, dopo anni di attività redditizia, ha vissuto un declino inesorabile dagli anni ‘90 fino alla temporanea chiusura nel 2005. Una storia di normale crisi industriale che però ha avuto una svolta nel momento in cui, dopo il fallimento, è nata nel 2005 la Società Nuova 13 Laghi grazie all’Unione montana Valli Chisone e Germanasca e al Comune di Prali.

Approfittando dei finanziamenti per le Olimpiadi del 2006, la proprietà ha rinnovato e riaperto gli impianti. Ma soprattutto, da allora, la neve non è stato più il solo e principale fulcro dell’impresa economica.

La stazione, e tanto più la seggiovia costruita negli anni ’50 sulla conca dei 13 laghi alpini glaciali per portare a spasso i soli sciatori, rimane aperta anche in estate. Escursionisti e amanti della bicicletta possono così godere delle passeggiate in quota e dei percorsi adatti al cosiddetto downhill, la discesa in mountain bike, gare comprese. La stazione turistica ora guarda allo sport per tutto l’anno e ai fattori ambientali e paesaggistici, ma anche culturali, come volano di sviluppo.

Sul trenino nelle miniere di talco. Fonte: Ecomuseo delle Miniere e della Valle Germanasca.

… un museo per apprezzare la storia del lavoro e del sottosuolo alpino
Non a caso, nel 1998 è nata anche l’esperienza dell’Ecomuseo regionale delle miniere e della Valle Germanasca. Una proposta che non si sovrappone al periodo dello sci, aprendo da metà marzo a novembre, ma integra l’offerta del territorio registrando circa 15mila visitatori l’anno, tra scolaresche, gruppi – soprattutto stranieri – indirizzati a scoprire le cosiddette “valli valdesi“, e turisti culturali in genere. L’ecomuseo, infatti, propone Scopriminiere e Scoprialpi, due percorsi distinti svolti in parte a piedi e in parte su un trenino che attraversa quasi 4 chilometri di gallerie. Così si accede in sotterraneo alle miniere di talco (il “Bianco delle Alpi”, varietà rara e un tempo pregiatissima), oggi dismesse.

In bici nel sottosuolo delle Alpi. Fonte: Ecomuseo delle Miniere e della Valle Germanasca.

In entrambi i percorsi è possibile perciò sperimentare la vita, gli ambienti originali e il lavoro del minatore, e ricostruire la formazione della catena alpina dal sottosuolo, in una sorta di viaggio nel tempo geologico. E non è tutto, perché l’offerta dell’ecomuseo è varia, e arriva fino al cicloturismo nella miniera. E consente all’ente, di proprietà dell’unione montana e gestito da una fondazione, di produrre una ricaduta diretta sul territorio attraverso una serie di convenzioni, sostenendo le attività di ristorazione, le attività artigianali e di trasporto locale.

2
Turismo bianco, futuro nero – 16 ultima modifica: 2020-10-16T05:03:00+02:00 da GognaBlog

6 pensieri su “Turismo bianco, futuro nero – 16”

  1. 6
    Giuseppe Penotti says:

    A integrazione dell’intervento di Giorgio Daidola riguardo a Prali bisogna inoltre considerare che la proprietà e la gestione degli impianti sciistici è degli stessi abitanti della Val Germanasca, in particolare i Pralini, il cui obiettivo principale non è generare profitto con gli impianti ma mantenere con la loro fruizione vivo un tessuto economico che altrimenti sarebbe destinato alla sofferenza. Cosa non avvenuta, ad esempio, a Pragelato dove dopo due stagioni irripetibili in cui gli impianti vennero affidati e tenuti in vita da un gruppo di sciatori free raider che seppero trasformare il comprensorio in una piccola La Grave. Troppo successo che evidentemente dette fastidio alla Via Lattea.
    Cala Cimenti dopo quella esperienza viene infatti “reclutato” da Prali Ski Area, che amplifica così le sue fortune.
    In sostanza quello di Prali è un business sostenibile il cui reale obiettivo, quello di garantire sostenibilità economica ai residenti, viene raggiunto con un’offerta in cui la neve è l’attore principale, ma che in realtà copre con molte iniziative le quattro stagioni.
    Se vi capita, andate in Val Germanasca a visitare le miniere di talco, comprenderete come poteva essere dura la vita dei valligiani, cosa che noi cittadini dimentichiamo troppo spesso.

  2. 5
    Egidio Bona says:

    Condivido il pensiero di Carlo Crovella. Il riscaldamento globale e lo scarso innevamento sono realtà da cui è difficile se non impossibile prescindere. Che lo si voglia o no, un cambiamento negli investimenti economici per la fruizione della montagna con poca neve diventerà necessario se non indispensabile già da subito.  Meglio cominciare presto a pensarci seriamente prima di essere nelle condizioni di trovarsi poi  in gravi difficoltà economiche di bilancio, chiusura e abbandono impianti, disoccupazione, mancanza di lavoro per l’indotto ecc.  
     
     

  3. 4
    Carlo Crovella says:

    Io temo che sarà la natura a “decidere” per noi. O meglio decideranno le conseguenze della natura a fronte del comportamento umano di questi ultimi 50-70 anni. In sintesi: riscaldamento globale=innalzamento temperature=niente più neve naturale e in più impossibilità di spararla con i cannoni= stazioni abbandonate. Questo riguarda già piccole realtà fino ai 1500 m. Se non invertiamo il trend del riscaldamento, probabilmente questo fenomeno potrebbe coinvolgere anche i grandi caroselli con punte delle piste fino anche ai 2500-3000 m. A quel punto solo carcasse di impianti abbandonati. Meriterebbe valutare già ora ipotesi di attività alternative, per non farsi prendere impreparati quando questo fenomeno dovesse maturare nella sua completezza. Ciao!

  4. 3
    Paolo Gallese says:

    Credo che l’amara ma realistica descrizione di Marcello sia la fotografia di un problema esteso lungo l’intero arco alpino, dove tornare indietro è molto complicato e rischioso. Tutto l’indotto economico, legato ai grandi numeri dello sci, dovrà affrontare la crisi del riscaldamento globale, affrontando prima o poi una trasformazione che non sarà indolore. L’immagine del transatlantico in corsa è molto concreta. Le piccole barche possono essere ridipinte e modificate più facilmente. Le grandi navi rischiano di diventare relitti, complessi da evacuare, demolire, ripulendo i residui che lasciano, arrugginito masse inutili e rovinose per tutte le aziende di servizio che ruotavano attorno alle sue crociere.
    Non ho ricette. Ma sono preoccupato per tutte le persone e le famiglie che intorno, o sopra quel relitto, prossimo venturo, hanno costruito un po’ di benessere. 

  5. 2
    Giorgio Daidola says:

    Arte Sella è una bella iniziativa culturale ma non ha nulla a che fare con il turismo invernale: San Martino è ben distante (basta guardare dov’è su di una carta stradale) e le due piccole stazioni abbastanza vicine ad Arte Sella  in Valsugana (Panarotta e Passo Brocon) sono in grado di attrarre solo gli sciatori locali. Quindi si tratta di un esempio infelice, si direbbe che chi ha scritto il pezzo non conosce bene i luoghi. Più interessante il caso di Prali, esempio di piccola stazione virtuosa, ma non tanto per le attrattive storico culturali e l’autenticità di questa valle valdese, che merita peraltro una visita. Prali attrae soprattutto per la bellezza delle piste e degli itinerari fuori pista, per la neve spesso più abbondante e polverosa che altrove,  last but not least  per essere rimasta un esempio raro di stazione in cui gli impianti sono aperti per gli sciatori finché c’è neve, in maggio e talvolta anche in giugno, celebrando così il piacere profondo, sconosciuto ai più, dello sci primaverile. A Prali c’è insomma sempre stato e c’è  ancora un modo di vivere lo sci molto meno superficiale e commerciale di quello dei grandi comprensori tipo Dolomiti  Superski. Ed è questo che conta e che merita di essere promosso, come esempio da emulare.In generale le iniziative culturali sono importanti ma da sole non bastano a sostituire la magia della montagna bianca, invernale e primaverile. La neve non é affatto “superflua”.

  6. 1

    Premetto che anch’io sono per un turismo a basso impatto nelle zone di montagna, e non solo. Conosco le realtà alternative alla monocultura dello sci come quelle in Val Maira e Valle Stura ma stiamo parlando di comprensori sciistici che erano inesistenti o decisamente piccoli e una conversione ad attività “dolci” ha significato un aumento considerevole del lavoro locale con conseguente e inevitabile innalzamento del tenore di vita.Vivendo e lavorando nel cuore della skiarea più vasta del mondo: il Dolomiti Superski, noto come qui non si stia pensando minimamente a fare un passo indietro di fronte all’evidente spettro del riscaldamento globale. Solo vicino a casa sono state costruite due nuove seggiovie, di cui una con stazione a valle gigantesca utile anche come magazzino, e un bacino idrico per avere acqua utile a fare neve che, credo sia il più grande delle Dolomiti. “Grazie” ai fondi stanziati per le olimpiadi invernali si stanno allargando piste anche al di sotto dei 1500m, si progettano nuovi impianti assurdi (oltre al folle progetto veneto del collegamento Cortina-Arabba, fortunatamente più osteggiato che favorito a livello valligiano), si allargano strade e ristrutturano hotels…Il tutto alla luce della mannaia odierna del Corona Virus, che però pare non condizionare l’apertura degli impianti fissata come ogni anno all’ultimo weekend di Novembre. Da un lato mi dico: per fortuna abbiamo degli imprenditori locali che non hanno paura di nulla e che non decidono scelleratamente di saltare la stagione, vista la situazione. Dico scelleratamente perché, piaccia o no, qui l’economia legata allo sci si porta dietro un indotto gigantesco e comunque la mentalità locale è fortemente imprenditoriale. Non mi sento di fare un paragone con qualche stazioncina piemontese. Piaccia o no, pure questa considerazione.Il fatto è che “indietro non si torna” laddove farlo sarebbe più suicida che non perseguire il modello che è vincente dal primo dopoguerra. Non è facile deviare oggi.Aggiungiamoci che attività come MTB, trekking, ciaspe, musei e cultura locale, arte e enogastronomia sono attività praticate anch’esse da decenni nei centri turistici di cui sopra e non potrebbero assolutamente rivestire l’unica fonte di sostentamento di valli abituate persino all’opulenza. Non potrebbero sopravvivere neppure abbassando il tiro perché sarebbe come volere fermare un transatlantico a pieno regime di motori a un metro dal molo. L’abbrivio economico attuale è inarrestabile e per molti rappresenterà l’incubo del futuro quando la nave avrà meno carburante e sarà tra i flutti in mezzo al mare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.