Turismo bianco, futuro nero – 3

I cambiamenti climatici rendono obbligatorio “sparare” neve con i cannoni, non solo a quote basse. Ma l’impatto su ambiente e conti dei comprensori è spesso insostenibile. Approfittiamo dell’uscita di questo post per rispondere alle perplessità di qualche lettore circa la “ripetitività” e quindi in definitiva l'”inutilità” di questa serie di articoli. I motivi per i quali insistiamo sono già stati ampiamente spiegati nei commenti ai quattro post che hanno preceduto questo quinto. Sottolineamo che leggere diversi svolgimenti dello stesso tema non significa essere ripetitivi, significa approfondire un problema scottante. Ricordiamo anche che la serie in totale prevede 17 articoli (l’ultimo uscirà presumibilmente il 21 ottobre 2020), dunque speriamo che i lettori “perplessi” trovino comunque modo di apprendere qualche ulteriore risvolto di queste problematiche. Se ciò non fosse, non rimane loro che saltare a pié pari gli articoli di mano in mano che escono.

Senza neve artificiale l’industria dello sci non regge. Ma a quali costi?
Turismo bianco, futuro nero – 3 (3-17)
di Corrado Fontana
(pubblicato su valori.it il 24 febbraio 2020)

«La neve programmata ormai è fondamentale per diversi motivi. Il primo è che rappresenta una sorta di polizza di assicurazione: se non viene la neve, la fabbrichiamo. Ma non è un’assicurazione soltanto per gli impianti sciistici. Perché nel momento in cui ho fatto la neve, questa polizza di assicurazione vale anche per il sistema economico delle località di montagna». Parola di Valeria Ghezzi, presidente di Anef (Associazione nazionale esercenti funiviari).

Tradotto. Senza la neve artificiale, o neve tecnica”, per dirlo più propriamente, addio sci, o quasi. E cioè addio – a meno di una profonda riconversione delle località sciistiche – a una parte degli introiti di un settore turistico come quello della montagna che riguarda 4 milioni di appassionati degli sport invernali. Il settore che complessivamente nel 2017-2018, prima del segno negativo nelle presenze (-3,6%) e nel fatturato (-4,7%) evidenziato con la stagione invernale successiva, valeva circa l’11% del PIL turistico nazionale, con un fatturato che superava gli 11 miliardi di euro (dati dell’Osservatorio sul turismo montano). E di questi, 4,6 miliardi sono prodotti dallo sci in senso stretto.

Cannone sparaneve, innevamento programmato, neve tecnica. Foto: Hans Braxmeier (da Pixabay)

Un fattore chiave per il turismo invernale
Un vero patrimonio, fatto – anche ma non solo – da oltre 400 aziende per 1820 impianti di risalita, che usano 840 gatti della neve. Il comparto dei soli impianti funiviari rappresentati da Anef che occupa in modo diretto 12mila persone e altri duemila lavoratori in attività connesse (rifugi, noleggi, scuole di sci).

È evidente che, per il mantenimento di tutto ciò, la presenza di un manto nevoso costante e abbondante costituisce un fattore chiave. Ormai quasi nessuno può così prescindere dalla possibilità di fabbricare la neve quando e dove serve. Indispensabili diventano così le tecnologie sempre più sofisticate, che stanno dietro al cosiddetto “innevamento programmato” e al comparto dello snowfarming, che sopperisce all’irregolarità e alla carenza di neve naturale, soprattutto alle quote più basse e a causa dell’aumento delle temperature che riduce i tempi di permanenza della neve al suolo e sulle piste.

50 anni di nivometria a Varese – FONTE: Centro geofisico prealpino

Neve per sopravvivere, ma non è gratis
La questione, innanzitutto, è di sostenibilità economica e riguarda impianti e resort non più redditizi, nonché i costi di gestione in progressivo aumento per gli oltre 3200 chilometri di piste attive (90,5 km quadrati), perlopiù (72%) dotate di sistemi d’innevamento programmato. Tali spese non pesano solo sui privati, poiché diversi impianti di risalita sono società partecipate da Regioni, Province, comunità montane o comuni (Nevediversa 2019). In termini assoluti, comunque, la produzione di neve arriva acostare tra gli 11 e i 15mila euro per ettaro, a seconda dell’esposizione e della natura del terreno, del sole, della dislocazione dei bacini di approvvigionamento d’acqua. Per la costruzione di tali impianti si spazia poi tra i 100 e i 140mila euro per ettaro, da  ammortizzare in vent’anni. E la competizione tra le località si gioca in gran parte su questi aspetti.
«Un’area sciistica che vuole competere sul mercato internazionale e attirare turisti e sciatori, deve essere in grado di innevare le sue piste in meno di 100 ore».

Temperature negative sempre più rare
Questo è il parametro che un’area sciistica come Madonna di Campiglio, Plan de Corones o Kitzbuhel, quelle più famose dell’arco alpino, deve considerare se vuole stare sul mercato. «Ma sempre più spesso accade che sia difficile avere 100 ore consecutive di temperature negative». Così spiega l’ingegner Francesco Besana di Neve XN (cioè “Neve PerEnne”), startup specializzata appartenente, tramite la Demaclenko di Vipiteno (BZ), a uno dei due gruppi italiani leader a livello mondiale, il Gruppo Leitner (l’altro è Technoalpin).

GRAFICO principali dati economici e organizzazione del Gruppo Leitner

Per questa crescente domanda di neve, connessa al surriscaldamento globale, Neve XN sviluppa macchine capaci di produrre neve a temperature positive, alimentate a energia elettrica oppure termica. E la differenza non è da poco, perché avendo una base di elettricità, che serve per far girare le pompe e i liquidi, l’utilizzo dell’energia termica abbatte il costo della neve prodotta fino a 1,50-2 euro al metro cubo. «Anche se – precisa Besana – devi avere a disposizione una centrale» come quella di teleriscaldamento di Cavalese, sfruttata per innevare il percorso della Marcialonga bruciando il legno dei pini abbattuti dal ciclone Vaia.

Lance e cannoni, freddo acqua e aria: ecco la neve tecnica
Ma la neve tecnica come si produce? Sgomberiamo subito il campo dall’ipotesi che vengano usati additivi chimici: i tecnici non li ritengono necessari né utili: metterebbero in pericolo i pascoli nel periodo estivo, e perciò sono unanimemente rifiutati dagli operatori, anche perché sono esclusi anche da diversi controlli dei carabinieri del NOE. L’innevamento programmato inizia dalla materia prima: dall’acqua, prelevata soprattutto da invasi naturali o artificiali, come laghi e ruscelli.

GRAFICO consumi d’acqua per innevamento programmato 1996-2014 – fonte studio del Trentino Alto Adige

Quest’acqua, sfruttando la pendenza a favore, altrimenti sospinta con delle pompe dal basso o da fondovalle, viene trasportata attraverso delle condotte che corrono verso e lungo le piste fino alle macchine che la miscelano con l’aria sotto pressione e a bassa temperatura. Sono i cosiddetti cannoni sparaneve (o meglio, generatori di neve a ventola) o le lance (che hanno una gittata ridotta), e costituiscono i terminali delle tubature. Altrimenti, soprattutto per generare neve a bassa quota o per eventi specifici, si usano delle grandi macchine frigorifere trasportabili.

Efficienza dei sparaneve quintuplicata in 15 anni
Si tratta di tecnologie che, «rispetto alle macchine di 15 anni fa, a parità di acqua e di energia consumata, producono una quantità di neve quintuplicata», spiega Ghezzi. Oggi sono controllabili anche da remoto o programmabili per lavorare solo quando quando fa più freddo e il dispendio di energia è minore. E la neve che producono – che alla fine del suo ciclo torna in massima parte nell’ambiente sotto forma liquida – varia per densità (in base alla parte d’acqua) secondo le necessità, cambia man mano per la naturale umidità dell’aria e le variabili atmosferiche (sarebbero decine i modi di chiamare la neve).

Poiché generare la neve ha un costo, e a stenderla sulle piste al momento sbagliato si rischia che venga sciolta dal sole o lavata dalla pioggia, raramente se ne fa più di quanta necessita. Semmai se ne tiene una riserva raccolta in mucchi, in luoghi protetti da sole e intemperie, in attesa che i gatti delle nevi la lavorino.

Neve tecnica facile da fare. Ma con quale energia?
Stabiliti i costi monetari elevati della neve per sciare, sempre più decisivi anche per l’industria bianca che ne trae profitto, quale impatto può avere questa attività sull’ambiente? Purtroppo non esiste un’analisi complessiva ed estesa a livello nazionale o regionale. Lo studio Carbon e Water Footprint di impianti di innevamento programmato, condotto dai ricercatori dell’Enea su 3 impianti in aree geografiche e condizioni operative diverse nelle stagioni 2014-2015 e 2015-2016, permette comunque una base di ragionamento.

GRAFICO carbon footprint di tre impianti di innevamento programmato, stagioni invernali 2014-15 e 2015-16 – studio Enea

L’impatto, in termini di CO2 equivalente, per i tre impianti analizzati spazia da circa 700 a 1300 chilogrammi per ettaro innevato per l’intera stagione sciistica: un valore puramente indicativo – sottolineano gli scienziati – e senza significato statistico, poiché non paragonabile a casi simili analizzati a parità di condizioni. Dei tre impianti uno solo è alimentato con energia fossile, e proprio perciò nel computo dei suoi contributi alle emissioni di gas serra la voce del prelievo e del pompaggio dell’acqua sono le più sostanziose (rispettivamente col 40% e il 31%). Negli altri due, alimentati da energia idroelettrica, quindi rinnovabile, a incidere maggiormente è invece la realizzazione dei materiali della rete di distribuzione (le condotte), per l’82%. Una percentuale che cresce al 94% simulando che anche il primo funzioni grazie all’idroelettrico.

Se quindi, a parte le emissioni generate per la costruzione della rete di tubi, ad essere dirimente è la voce energia, ci si chiede quanto sia dannoso per l’ecosistema voler sciare laddove l’innevamento non è basato su fonti energetiche pulite.

Consumi a 357 milioni di kWh annui
Pur non essendoci un censimento nel merito impianto per impianto, Anef registra che i consumi energetici del settore degli impianti funiviari, da cui l’innevamento dipende, ammontano a 357 milioni di kWh annui, dei quali deriva da fonti rinnovabili certificate oltre il 40%.  Tanto ma non ancora abbastanza. «L’alimentazione degli impianti è da energia idroelettrica sicuramente per tutta la Val d’Aosta, tutta la Valtellina, quindi l’alta Lombardia, il Trentino Alto Adige e anche il Veneto» conferma Ghezzi. «Gli impianti che vanno a energia fossile sono quelli vicini alle città. Quelli prealpini. E qualcosa in Appennino, dove avere a disposizione l’idroelettrico non è la normalità».

Battipista: in montagna si va ancora a gasolio
Ma non è tutto. Perché se il tema dell’acqua è legato sì alla scarsa disponibilità che si ritrova in certe località, ma comunque la neve programmata torna pulita nell’ambiente a fine del suo ciclo, c’è almeno un ultimo aspetto collaterale da considerare. Perché per avere quel manto nevoso liscio che tanto piace ai turisti della montagna e agli sciatori di ogni età, non basta sparare la neve, sulla pista bisogna portarla, stenderla e batterla lungamente. Tanto che (oltre ai danni più evidenti causati dalla stesura delle tubazioni e dell’impiantistica necessari all’innevamento artificiale lungo le piste) proprio l’effetto di disturbo operato dalla gestione e preparazione delle piste è indicato dagli ambientalisti come fattore di stress che «causa l’alterazione del normale assetto ambientale» (Alpi, turismo & ambiente: alla ricerca di un equilibrio, Wwf 2006) in molteplici modi.

A svolgere questo compito sono le squadre dei diversi impianti e comprensori sciistici, che col gatto delle nevi la sera e la notte fino all’alba lavorano costantemente, spesso a temperature e in condizioni atmosferiche proibitive.

Una flotta di circa 840 battipista si muove sulle montagne italiane. Ed è come se fosse una flotta di altrettanti camion con motori alimentati a gasolio e potenze intorno ai 400 cavalli operasse per ore, con tutte le conseguenze di inquinamento ambientale e acustico del caso.

La transizione all’elettrico ancora lontana
Certo parliamo di una goccia nel mare rispetto all’enormità delle emissioni di CO2 dei turisti in auto da e per le località montane, ma non si può ignorare. Anche perché, pur rispettando le normative europee relative ai mezzi da lavoro, al momento nessuna delle due principali case costruttrici di battipista (l’italiana Prinoth del gruppo Leitner e la tedesca Pistenbully) ha messo sul mercato alcun veicolo a propulsione completamente elettrica, come nel settore dei mezzi pesanti. E solo i tedeschi sembrano avere in catalogo un mezzo che associa i due tipi di motori. Problemi tecnici e costi produttivi ancora insormontabili, soprattutto per i mezzi destinati a operare a grandi pendenze e temperature molto basse, con grande fabbisogno di potenza, anche per far funzionare lame e frese, non preludono alla possibilità di una svolta green a breve termine.

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Turismo bianco, futuro nero – 3 ultima modifica: 2020-08-12T05:16:19+02:00 da GognaBlog

10 pensieri su “Turismo bianco, futuro nero – 3”

  1. 10
    Carlo Crovella says:

    Il recente scambio di battute sottolinea che c’è un evidente conflitto ideologico fra chi tiene in considerazione il business (in questa caso dello sci di massa) e chi invece propende per un modello di turismo slow, sweet, ecocompatibile, magari su numeri più limitati e con minor giro d’affari. In quest’ultimo caso il business e i relativi profitti, anche se assolutamente legittimi, sono posposti. Comprendo le esigenze di chi “vive” di montagna (o di mare), ma il punto è che il pianeta, la natura e le montagne nello specifico sono ormai allo stremo. Se non interveniamo, distruggeremo definitivamente l’habitat in cui viviamo: letteralmente ci scaviamo la fossa sotto i piedi. La mia posizione è nota: occorre intervenire sulla mentalità dei turisti. Come dice Paolo Gallese, lavorare sui giovani perché saranno gli adulti di domani. Se fra qualche decennio nessuno chiederà più immensi comprensori di piste tutte uguali con neve sempre uguale (proprio perché artificiale), le località si indirizzano verso le attività a quel punto richieste dai turisti invernali (ciaspole, scialpinismo, fondo, slitte con cani ecc ecc ecc). Per questo ogni intervento che sensibilizzi i giovani di oggi (che saranno gli adulti di domani) è un piccolo contributo per una nuova-vecchia mentalità ambientalista. Dai e dai e dai… la goccia scava la pietra. Buona giornata a tutti.

  2. 9
    Prof. Aristogitone says:

    Sig. Vilfredo, la risposta sta in quei grafici in cui si trovano i numeri degli sciatori e dell’indotto economico che essi provocano.
    Allo stesso modo ci si potrebbe chiedere se sono utili i milioni di bagnanti estivi sulle spiagge. Se si fa una domanda, si dia una risposta, direbbe il mio collega Gigi. Non è difficile.

  3. 8
    Umberto Vilfredo says:

    Al di la’ dei cercatori di profitti dello sci-business, chi dice che sia utile che ci siano “milioni” di sciatori?

  4. 7
    Prof. Aristogitone says:

    Considerando l’elevatissimo numero di idioti, ritengo difficile se non impossibile, convertire gli impianti sciistici attuali in altro che non presenti tutto quello che lo sci-business invece prevede attualmente.La neve “tecnica”, infine, serve a quello che in nessun articolo fin’ora si è detto, ovvero a fare una base forte sul terreno sul quale poi depositare altra neve che può anche essere naturale. Senza questa base sarebbe oggi impossibile fare sciare i milioni di utenti dello sci, per una questione meccanica. E’ già successo che in qualche stazione sciistica sia nevicato prima che la base di neve artificiale venisse approntata e questo ha comportato lo spostamento di tutto il manto nevoso fuori dalle piste per poter fare prima la base sul terreno.

  5. 6
    Roberto Pasini says:

    Mia madre mi raccontava che alla messa delle 18 da lei frequentata prevalentemente da vedove over 80 il prete spesso teneva veementi e appassionate prediche sulla necessità di moderare gli eccessi della vita sessuale contemporanea. Ridacchiando lei mi diceva: ma proprio a noi lo viene a dire? Qui potremmo pensare la stessa cosa. Ma comunque serve ripetere, sono d’accordo, qualcosa resta e poi cosa potrebbe fare su un blog anche un Papa, per di più Nero.😁 Caro Enry, come tu ben sai,  il potere del business, qui e subito, in località turistiche ricche è molto forte da sempre. Ultimamente sembra si siano aggiunte anche infiltrazioni mafiose in campo edilizio e nel settore dei bar e della ristorazione, le famose “lavanderie”. Vedi inchiesta sulla Regione VdA in montagna o sulla ricostruzione del porto di Rapallo al mare. Courmayeur ha 2800 abitanti, fai tu il calcolo dei votanti. Bastano 100 voti per spostare gli equilibri. E 100 voti si tirano su in fretta, usando leve diverse. La Val Ferret non verrà mai chiusa, a meno che venga giu’ il seracco e faccia 50 morti. Troppe attività commerciali con cultura poco lungimirante. Vedi il promo pubblicato qui qualche settimana fa. La val Veny è stata chiusa dopo la teleferica del Monzino perché la situazione al parcheggio del Combal era diventata insostenibile e perché ogni anno la valanga spazzava la strada e soprattutto non ci sono esercizi commerciali dopo l’attuale sbarra. Che fare dunque? O prendere in massa la residenza e spostare i voti o fare pressione dall’esterno, per quanto possibile,per far capire che non ci sono solo gli azionisti, ma anche i “portatori di interessi” e che concentrarsi solo sugli azionisti può portare alla rovina, soprattutto quando parliamo di business che hanno una componente pubblica e in “concessione”. Il caso ASPI avrebbe dovuto insegnare qualcosa nella sua tragicità ma lì il crollo è stato materiale e non solo economico e “forse” avrà conseguenze più immediatamente tangibili. Altri vanno avanti, mettendo fieno in cascina senza farsi troppe domande. Comunque è giusto tenere il punto e fare quello che si può nei rispettivi campi. A livello individuale la soluzione c’è: basta andarci nei periodi intermedi tra le due stagioni, le due valli mantengono il loro fascino. Torniamoci anche se per l’autostrada bisogna fare un mutuo.
     
     

  6. 5
    sergio bella says:

    premetto che non sono un guru come voi, scio dagli anni sessanta poco in pista e abbastanza fuori…l’ultimo inverno ho messo insieme quasi 40.000 metri di dislivello a tallone bloccato e libero e per un 2/3 battendo traccia…in pista sarò andato un tre-quattro volte…detto questo se parliamo di impatto ambientale dello sci di pista e della neve artificiale vi seguo, se però parliamo del gusto del gesto, dell’omogeneità, dell’anima e ammennicoli vari mica tanto…la sciata in pista è sempre stata abbastanza monotona (prima tutte gobbe ora tutto liscio)…almeno adesso, con gli attrezzi e le condizioni giusti, ci si può almeno sfogare con la velocità…e qualche gran bella pista di carattere in giro c’è…
     

  7. 4
    Giorgio Daidola says:

    Condivido gli interventi precedenti e anch’io  non potrei che ripetere quello che scrivo da anni, sperando ancora nel “Cortocircuito dello sci di massa”, titolo del mio primo articolo sul tema pubblicato sulla rivista L’Alpe N.14 del 2006, direttore Enrico Camanni. Tale cortocircuito ha senza dubbio nella neve artificiale la causa scatenante, ma non solo per motivi economici ed ecologici. Io continuo infatti a credere che la neve artificiale porta a disaffezione per lo sci, anche se lo sciatore di massa, soprattutto i giovani, si sono abituati ad essa, cioè ad uno sci senz’anima. Questo sci ha infatti globalmente sempre meno adepti ed è quindi destinato a collassare ma per ora, complici i contributi pubblici e una pubblicità martellante, è ancora vivo e vegeto. Con riferimento alla battitura della neve artificiale con i gatti vorrei far notare che non si tratta solo di stendere, battere e lisciare i pallini di ghiaccio della neve artificiale (da non confondere con i meravigliosi fiocchi della neve vera) una volta per tutte, dopo averla prodotta. I costi e l’inquinamento relativo si moltiplicano per il numero di giorni di apertura della stazione, in quanto la neve artificiale deve essere lavorata e lisciata ogni notte per evitare che si trasformi in pericoloso ghiaccio insciabile il giorno successivo. Ciò aumenta notevolmente i costi, l’inquinamento e, dulcis in fundo, il costo degli skipass.
     

  8. 3
    Enri says:

    Mi ripeto anche io. Tutti articoli interessanti ma mi sfugge il come si pensa possano incidere. Sono d’accordo con Crovella, anzi vado oltre: sarebbe necessario modificare l’offerta, affinche’ la clientela possa seguire una strada virtuosa. Intendo dire che sarebbe necessario convertire o conservare alcune localita’ solo per scialpinisti o comunque senza impianti. Come sarebbe opportuno chiudere alcune valli ipertrafficate e pubblicizzarle come luoghi “verdi”. Sto bazzicando in val ferret val veny: non sarebbe tutto piu bello se le auto si fermassero in bassa valle e questi luoghi venissero promossi come senza auto? Organizzando un ragionevole trasporto in navetta e naturalmente chi puo’ parte a piedi da Courmayeur? Io dico che la gente raddoppierebbe … questo per dire che ci vorrebbero menti illuminate in chi governa e quindi chi decide che tipo di offerta turistica proporre. Per rimanere al mio esempio, credo che di gente che non frequenta piu val veny e ferret purché’ invase dai suv ce ne sia parecchia…

  9. 2
    Carlo Crovella says:

    Non voglio ripetermi, ma invecchiando sto diventando sempre più “acido”. Che senso ha tutto ‘sto modello dello sci “artificiale”? A questo punto, tanto varrebbe fare come a Dubai: piste innevate in palazzetto al chiuso, raffreddato artificialmente, posto ai margini del deserto. Ma che gusto c’è? Per chi come me ha conosciuto la libertà assoluta della neve naturale, inserita in un contesto veramente naturale, tutto ciò è incomprensibile, in primis dal punto di vista degli stessi sciatori. Sciare su piste tutte uguali, tirate come biliardi e costituite della stessa neve artificiale (pardon, tecnica) è come pedalare sui rulli guardando il muro della propria cucina davanti a sé: puo’ aver senso per chi si allena, ma non è come andare davvero in bici. Se, dopo una seduta sui rulli, sei convinto di aver fatto il Galibier, vivi davvero in un mondo “artificiale”, cioè inventato. Lo stesso per lo sci attuale, purtroppo. Condivido quindi l’opportunità di questa serie di interessanti articoli, perché la mia convinzione è che si deve operare sul cambiamento di mentalità dei “turisti”. Quando questi chiederanno “altro” rispetto alle piste uguali di forma e di neve, anche l’offerta si modifichera’. Purtroppo tempi lunghi. Speriamo di farcela prima che i danni siano irreversibili. Buona giornata a tutti.

  10. 1
    Andrea Parmeggiani says:

    Articolo interessante e obiettivo

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