Turismo bianco, futuro nero – 5

Negli anni ‘90, la sovrapposizione dei mercati assicurativo e dei capitali, la deregolamentazione energetica e lo sviluppo della finanza crearono le condizioni per scommettere sul clima

I derivati climatici: così sono nate le “scommesse sul meteo”
Turismo bianco, futuro nero – 5 (5-17)
di Nicola Borzi
(pubblicato su valori.it il 24 febbraio 2020

«Tutti si lamentano del tempo, ma nessuno fa nulla al riguardo», scrisse Charles Dudley Warner a fine Ottocento. La finanza in effetti da 25 anni ci sta provando con i derivati climatici. Un derivato è un contratto finanziario che ha un valore determinato dal prezzo di qualcos’altro, dal tempo che manca alla sua scadenza, dalla volatilità dei valori della variabile sottostante.

derivati sono classificati in cinque gruppi proprio sulla base del sottostante: azioni, materie prime, tassi di interesse, valute e indici. Questi contratti, oltre a un uso speculativo, sono stati creati per essere utilizzati come strumenti per mitigare i rischi di transazioni finanziarie o di attività economiche. Storicamente il meteo non rientrava in nessuno di questi gruppi sino alla metà degli anni ’90.

Patagonia, il Ghiacciaio Upsala (tra Cile e Argentina) a confronto: 1931 e 2016. Questo accostamento di foto documenta meglio di tante parole il riscaldamento globale in atto sul Pianeta. La prima immagine è di Padre Alberto De Agostini (@Museo Borgatello), la seconda di Fabiano Ventura. Fonte: SULLE TRACCE DEI GHIACCIAI.

Fino all’introduzione sul mercato dei derivati climatici, gli operatori economici che volevano coprirsi dai rischi meteo – ad esempio gli agricoltori contro la grandine – ricorrevano alle polizze assicurarive. Ma l’assicurazione fornisce protezione solo contro danni catastrofici e non copre dal rischio di una domanda ridotta che le aziende sperimentano a causa del clima più caldo o più freddo del previsto. In generale, i derivati meteorologici coprono eventi a basso rischio e alta probabilità mentre l’assicurazione meteorologica copre in genere eventi ad alto rischio (specie se catastrofico) e bassa probabilità, come definito in una polizza “sartorializzata”.

1996: in principio fu Aquila Energy
La prima transazione nel mercato dei derivati meteorologici over the counter (Otc), cioè scambiati direttamente tra due operatori fuori da un mercato regolamentato, ebbe luogo nel luglio 1996, quando Aquila Energy ha accettato di vendere energia elettrica alla Consolidated Edison per il mese di agosto a un prezzo fisso ma soggetto a potenziali sconti. Se il mese di agosto fosse stato più freddo del 10% rispetto alla media, Edison avrebbe ricevuto uno sconto di 16mila dollari: più il mese di agosto fosse stato freddo, maggiore sarebbe stato lo sconto che Edison avrebbe ricevuto. Le condizioni climatiche entravano per la prima volta tra i prodotti finanziari che potevano essere acquistati e venduti.

La sovrapposizione tra mercati assicurativi e di capitali
Questo sviluppo fu il risultato di una serie di eventi nei settori dell’energia e delle assicurazioni avvenuti negli anni ’90. Innanzitutto, negli anni ’90 i mercati dei capitali e delle assicurazioni iniziavano a sovrapporsi nel business dei sistemi alternativi di trasferimento del rischio.

In secondo luogo, il settore assicurativo stava vivendo un periodo ciclico di premi bassi nelle attività di sottoscrizione tradizionale. I premi bassi hanno consentito al settore assicurativo di fornire quantità sufficienti di capitale di rischio per coprire il rischio meteorologico. La capacità delle compagnie di assicurazione di scrivere un’ampia base di opzioni fornì liquidità per lo sviluppo di un mercato dei derivati meteorologici.

La deregulation UK
In terzo luogo, la deregolamentazione del settore elettrico nel Regno Unito e negli Usa aprì il settore a nuove imprese e nuove linee di business all’interno di aziende tradizionali. I rivenditori di energia capirono che mentre potevano coprire il rischio di prezzo con i futures e le opzioni sull’energia stessa, erano ancora esposti a condizioni meteorologiche avverse che influenzavano i prezzi o al rialzo o al ribasso ma che non potevano essere trasferiti in toto ai clienti, lasciando i rivenditori di energia altamente esposti alle fluttuazioni della domanda. Il settore elettrico aveva bisogno non solo della copertura sulle variazioni di prezzo ma anche sul volume della domanda.

In quarto luogo, servivano nuovi metodi per mitigare i rischi. L’operatore più importante di questo sviluppo fu Enron, il gigante energetico texano finito in una gigantesca bancarotta a fine 2001 dopo una serie di scandali contabili.

Il tracollo della compagnia texana Enron nel 2001 fino alla sospensione del titolo. Grafico settimanale.

La zampata di Enron
Nel 1996 Enron aveva studiato le fluttuazioni dei ricavi nel settore dei gasdotti e aveva calcolato con precisione la correlazione tra gli inverni più caldi della media e la riduzione nelle vendite di gas. Enron decise che il rischio di un inverno caldo doveva essere gestito in modo proattivo, costruendo uno strumento finanziario su un indice ben noto alle compagnie energetiche, quello delle temperature quotidiane.

Inizialmente le compagnie assicurative erano riluttanti a entrare in questo mercato, quindi Enron decise di agire come fornitore di rischio per avviare il mercato. Nel 1997 fu firmato il primo importante accordo tra le tre compagnie energetiche statunitensi Enron, Aquila e Koch. L’accordo diede sufficiente pubblicità ai derivati meteorologici e spinse le prime compagnie assicurative a entrare in questo mercato, aumentando il numero di operatori e la liquidità.

Effetto El Niño
In quinto luogo El Niño, l’oscillazione periodica calda della temperatura dell’Oceano Pacifico che influenza il meteo mondiale, fu scoperto nel 1997. El Niño portò a un inverno molto più caldo del solito negli Stati Uniti, specialmente nella regione del Nord Est degli Usa che è fortemente popolata. Molte compagnie energetiche dipendono dalle vendite di gas ed elettricità in quell’area. L’inverno più caldo del solito ridusse la domanda di gas ed elettricità e colpì i profitti delle società energetiche, che furono quindi spinte a entrare nel mercato delle coperture dai rischi climatici.

Carta delle anomalie di temperatura dell’Oceano Pacifico (°C) durante una condizione di El Niño (dicembre 1997).

Il climate change favorisce gli speculatori
Infine nella seconda metà degli 90 i derivati complessi stavano diventando comuni nel mercato finanziario; quindi un nuovo tipo di derivati era più gradito al mercato allora rispetto a quanto potesse esserlo anche solo dieci anni prima. Inoltre, i dibattiti globali sull’inquinamento atmosferico e sui cambiamenti climatici globali hanno portato le aziende a concentrarsi sull’impatto sui loro guadagni delle condizioni meteorologiche. Molte aziende hanno capito che i loro guadagni potevano essere gravemente influenzati da condizioni meteorologiche avverse, rendendoli potenziali utenti finali di derivati meteorologici.

Questi fattori, la convergenza dei mercati assicurativi e dei capitali, i bassi premi assicurativi, la deregolamentazione dei mercati dell’elettricità, la gestione del rischio nelle società energetiche, El Niño e la crescente consapevolezza dei cambiamenti climatici globali hanno richiesto tutti uno strumento finanziario che consentisse ai gestori del rischio di proteggersi dalle variazioni del clima. La risposta a queste chiamate erano i derivati climatici.

Alla fine degli anni ’90, così, gli operatori economici iniziarono ad agganciare contratti finanziari a indici di temperature medie mensili o stagionali, con un certo valore in dollari agganciato a ciascuna variazione dell’indice, che fosse al rialzo o al ribasso.

I derivati climatici si diffondono
Nel 1999, il Chicago Mercantile Exchange (Cme) che è la principale Borsa statunitense per i derivati fece un ulteriore passo avanti verso i derivati meteorologici e introdusse futures e opzioni meteorologiche negoziate sul listino. Mentre i derivati meteo over the counter sono contratti privati e personalizzati stipulati tra due parti, i futures e le opzioni meteorologiche scambiate al Cme sono contratti standardizzati negoziati pubblicamente sul mercato aperto in aste online, con negoziazione continua e completa trasparenza dei prezzi, vincolanti tra le parti e regolati in contanti. In linea di massima, i futures e le opzioni meteo Cme sono derivati che, tramite indici specifici, riflettono le temperature medie mensili e stagionali di 15 Stati Uniti e cinque città europee.

Ogni contratto si basa sul valore dell’indice mensile o stagionale finale determinato da Earth Satellite (EarthSat), una società internazionale specializzata in tecnologie di informazione geografica. Altre ditte meteorologiche europee determinano i valori per i contratti europei.

I derivati nella birra
I contratti meteorologici sulle città statunitensi per i mesi invernali sono legati a un indice dei valori del grado di riscaldamento quotidiano (Hdd) che rappresentano le temperature quotidiane del periodo in cui l’energia viene usata per il riscaldamento. I contratti per le città degli Stati Uniti nei mesi estivi sono legati invece a un indice dei valori del grado di raffreddamento quotidiano (Cdd), che rappresentano le temperature quotidiane del periodo in cui l’energia viene utilizzata per il condizionamento dell’aria. Per le città europee, i futures meteo del Cme per i mesi Hdd funzionano come quelli Usa mentre quelli estivi al posto dell’indice Cdd utilizzano un indice della temperatura media cumulativa (Cat).

Gli attuali utenti dei derivati meteo quotati sono principalmente società che operano nel settore dell’energia, sia fossile che rinnovabile ma lo sviluppo delle transazioni cresce tra aziende agricole, imprese del settore turistico e della ristorazione, società agroalimentari e delle bevande. Studi tedeschi e britannici hanno dimostrato una correlazione significativa tra vendite di birra e temperatura: se la temperatura aumenta di 3°C nel Regno Unito, secondo i Lloyds la domanda di birra aumenta del 10%. Inoltre molti trader di derivati meteo Otc negoziano anche derivati climatici quotati per “coprire” i rischi delle loro transazioni one to one.

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Turismo bianco, futuro nero – 5 ultima modifica: 2020-08-21T05:36:40+02:00 da GognaBlog

4 pensieri su “Turismo bianco, futuro nero – 5”

  1. 4
    Carlo Crovella says:

    Ah ci vuole una rivoluzione concettuale di stampo copernicano: dobbiamo giungere tutti a modificare l’oggetto della nostra “avidità”, dall’avidità di denaro (quella che oggi domina, ahimè, l’agire umano) all’avidità di libertà, di semplicità, di spazi liberi, di natura incontaminata, di… nostra sopravvivenza. Il punto è che se non operiamo questa rivoluzione copernicana negli obiettivi socio-economici, il cancro dell’avidità di denaro ci ucciderà. E’ inevitabile. La Natura non potrà fare a meno che sacrificare la specie umana per la sua stessa sopravvivenza: che il covid ci faccia da monito (purtroppo non mi pare proprio…). A noi la scelta, il tempo a disposizione è ormai poco, pochissimo.
    L’intervento di Gordon Gekko (Michael Douglas) in Wall Strett, non perdetevelo. Ah, se avessimo capito tutti, già 35 anni fa, verso quale destino ci stavamo incamminando…
    https://www.youtube.com/watch?v=BKgEqvMgAsw
     

  2. 3
    Paolo Gallese says:

    Ritieni possa essere debellato? A volte, facendo pensieri realistici, mi domando attraverso quali strumenti di regolazione globale si possa intervenire. Ma non sono un economista, dunque non ho alcuna idea. 

  3. 2
    Carlo Crovella says:

    Che l’avidità (in questi casi “finanziaria”) sia alla base di ogni azione umana lo afferma, nel film Wall Street, Michael Douglas in un celeberrimo intervento durante un’assemblea di una società quotata. Si tratta di una sequenza “cult”, facilmente reperibile su YouTube. Non c’è da stupirsi quindi che l’intelligenza umana, anziché percorrere itinerari virtuosi, persegua sistematicamente risvolti torbidi e moralmente disdicevoli, come progettare di far soldi anche su eventi oggettivi, quali i trend meteorologici. Da qui e’ concettualmente brevissimo il passo a varare strumenti finanziari (i famigerati “derivati”) specificamente dedicati all’andamento nivologico. I lettori storici della RdM ricorderanno un mio piccolo box dove preconizzato i “future bianchi”, cioè i derivati negoziati ogni giorno con riferimento allo spessore del manto nevoso in scadenze ben precise (le scadenze standard dei future sono: metà marzo, metà giugno, metà settembre, metà dicembre). Che anno era quando ipotizzai questa visione che allora pareva fantascienza pura? Forse fine ’80, forse primissimi ’90, comunque giù di lì (Giorgio Daidola potrà testimoniare con maggior precisione, perché conosce a menadito ogni intervento “nevoso” sulla RdM, non escludo che si trattasse addirittira di un Dimensione Sci). In quello scampolo di pessimismo antropologico, ipotizzavo che i future bianchi fossero stati inventati inizialmente come strumenti di copertura del rischio per chi sottoscriveva gli skipass stagionali: paghi bei soldoni in anticipo per sciare tutta la stagione e se non c’è neve resti col cerino in mano. Allora ti procuri detti future che, se ben “giocati”, ti produrranno introiti futuri che compenseranno i costi degli skipass non utilizzati in pieno. Da strumenti di copertura a strumenti speculativi il passo è pressoché immediato e si poteva immaginare il coinvolgimento di una pletora di operatori finanziari, pochissimi dei quali “sciatori”, tutti interessati a far soldi, non a sciare. Al tempo terminavo lì e mi pareva gia’ di essere un gran pessimista. Eppure la realtà si è rivelata ben peggio del previsto. Oggi mi verrebbe da preconizzare un futuro, decisamente “nero”, in cui si costruiranno/amplieranno le stazioni sciistiche solo per garantire un maggior terreno su cui “costruire” strumenti finanziari derivati, per far sempre più soldi “fittizzi”. Come se si giocassero le partite di calcio non per il loro significato sportivo ma solo come base per montarci sopra le scommesse (e un po’ questa impressione ce l’ho gia’, sia sul calcio che su molti eventi sportivi in generale). È quello che io chiamo il turbo-capitalismo, che considero il vero cancro del nostro modello socio-economico. Va debellato prima possibile o quanto meno prima che ci uccida.

  4. 1
    Paolo Gallese says:

    Molto interessante questo articolo. 

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