Un glaciale lenzuolo di morte

Un glaciale lenzuolo di morte

I primi studi sistematici sui ghiacciai dell’Adamello-Presanella risalgono agli anni ’20 allorché vennero catastati 93 apparati glaciali di cui 66 nell’Adamello e 27 nella Presanella. A signi­ficativa testimonianza del perdurare della fase di regresso, quando nel 1962 il Comitato Glaciologico Italiano pubblicò il suo Catasto dei Ghiacciai Italiani, i ghiacciai della regione erano scesi a 79 di cui 54 nel massiccio dell’Adamello e 25 in quello della Presanella. Nel 1991 la nuova edizione del Catasto dei Ghiacciai Lombardi ad opera del Comitato Glaciologico Lombardo faceva riscontrare qual­che sorpresa. Dei 18 ghiacciai dati per estinti, qualcuno aveva ripreso forma e attività a causa delle notevoli precipitazioni nevose e di annate più fredde nel periodo fine anni ’70 primi an­ni ’80. Sono ricomparsi ad esempio il Ghiacciaio Triangolo in Val Miller così come quello del Cristallo alle pendici settentrionali del Corno omonimo. La successiva fase di clima caldo sta facendo però scomparire di nuovo questi apparati anche se in molti casi essi sopravvivono riparati da una spessa coltre di pietrisco e materiale morenico. Comunque questo periodo vede ancora una fase di regresso stabilita principalmente da una perdita di spessore e dall’accentuarsi della tendenza degli apparati glaciali a suddi­vidersi in nuclei minori e separati fra loro. Solo il nucleo cen­trale del Pianalto ha dato solo piccoli segni di cedimento, forse anche a causa del maggior tempo di risposta agli influssi cli­matici che hanno simili grandi masse glaciali.

Ghiacciaio del Presena, copertura con teli bianchi di materiale isolante della coltre nevosa
Ghiacciaio del Presena, copertura con teli bianchi di materiale isolante della coltre nevosa (probabilmente da spostare)

Sul Ghiacciaio del Presena si realizzò un comprensorio sciistico che, in esercizio anche d’estate, svolgeva la sua grande funzione in abbinamento con gli impianti del Tonale, via via potenziati nel tempo. Oggi la notevole riduzione del bacino glaciale e la sua predisposizione a smagrire proprio in corrispondenza dell’inizio dell’impianto a ski-lift, con conseguenti enormi problemi di manutenzione non solo estiva, ha determinato una riflessione seria se continuarvi l’attività o rinunciare. Ma la presenza dell’impianto a fune del Passo Paradiso e il collegamento essenziale con le piste del Tonale hanno convinto i responsabili a tentare l’impossibile per tenere in piedi il Presena. Così in luglio e agosto dei primi anni di questo secolo, con frenetico andirivieni di gatti delle nevi a impianto chiuso, si è assistito ad una scena mai vista prima: la copertura integrale delle linee degli ski-lift, delineate da neve prima riportata e poi compressa, con una serie di lenzuola sintetiche, il cui colore bianco dovrebbe limitare lo scioglimento estivo. Queste, oltre a non servire a nulla, sono state lasciate in luogo.

Ghiacciaio del Presena, i teli bianchi posti l’estate precedente
Ghiacciaio del Presena, copertura con teli bianchi di materiale isolante della coltre nevosa (probabilmente da spostare)

0
Un glaciale lenzuolo di morte ultima modifica: 2016-01-03T05:13:30+01:00 da GognaBlog

9 pensieri su “Un glaciale lenzuolo di morte”

  1. 9
    Lorenzo Molinari says:

    La maggior parte delle società private o a partecipazione pubblica che gestiscono impianti di risalita sono in perdita, nonostante gli investimenti in impianti di risalita siano spesso finanziati in modo agevolato o a fondo perso e quindi non vengano ammortizzati sui bilanci, altrimenti le perdite sarebbero colossali!
    Chi ha pagato, ad esempio, la nuova folle e fallimentare ovovia che collega Pinzolo a Campiglio? Certamente non i privati. E non si pensi che il comprensorio di Campiglio, pur essendo uno dei più famosi e attraenti d’Italia, abbia bilanci in utile: Campiglio per fortuna sì, ma che dire di Folgarida-Marilleva che sta per fallire o di Pinzolo che è in perdita cronica?
    E che dire del comprensorio di Madesimo, che accumula perdite intorno al milione di euro l’anno? E delle perdite del Monte Bondone? O dei buchi enormi del famoso comprensorio valdostano di Gressoney-Champoluc? O delle perdite della società che gestisce gli impianti di La Thuile? Anche molti impianti del Dolomiti Supersky, uno dei comprensori più famosi al mondo, sono in perdita, ma le perdite vengono ripianate dagli enti pubblici locali, perché permettono un indotto.
    Permettono un indotto che è entrato anche quello in crisi. Molti alberghi e ristoranti delle località sciistiche più famose sono in perdita, perché i flussi turistici invernali si sono ridotti e la spesa pro-capite si è contratta.
    E’ il modello turistico invernale che non regge più e va modificato gradualmente, l’indotto può derivare anche da turisti che non sciino in pista ma facciano altro, e il fare altro generalmente richiede investimenti minimi rispetto a quelli colossali dello sci in pista.
    E’ non si creda che sia una crisi solo italiana, Oltralpe non stanno molto meglio e neppure a livello di perdite economiche di bilancio.
    Come dice Marco bisogna anche educare le persone a vivere la montagna in modo diverso per cambiare il modello di domanda, ma nel frattempo va ridotta l’offerta, che è già in eccesso e insostenibile anche economicamente (con le dovute eccezioni di alcuni comprensori), anziché pomparla con sempre nuovi investimenti fallimentari!

  2. 8
    Marco Benetton says:

    Lorenzo, in linea di massima è giustissimo quanto dici, ma dobbiamo considerare comunque che viviamo in una economia di mercato, in cui l’ offerta deve seguire la domanda: se uno vuole albicocche non gli interessa che tu voglia vendergli salami: vuole le albicocche.
    Questo per dire che prima ancora di cambiare il modello turistico-economico, bisogna EDUCARE a monte, in modo che la “nuova offerta” corrisponda ad una “nuova domanda”.
    .
    E un discorso simile si può fare anche in versione estiva, per il proliferare di ferrate senza senso dal sapore di adventure park… lasciando stare i discorsi alpinistici che si possono applicare ad un numero ristretto di persone, le masse, quelle che fanno i numeri, non sono educate alla montagna, e invece di andare in cerca di fare sentieri, magari selvaggi, che li portano in posti che quando ci sei in mezzo vai via di testa dallo spettacolo, vanno in cerca di farsi la Sci 18 o la Hoachwoqualcosa…
    Poi vai sulla Laurenzi al Molignon o sulla Fiamme Gialle sulle Pale e non trovi manco i cani…
    .
    Per quanto riguarda il non ritorno economico degli impianti invece non sono assolutamente d’ accordo, anzi è un mito da sfatare.
    Certo, se una ha solo l’ impianto di risalita ci rimette, ma se invece di andare a compartimenti stagni uno ha, come spesso accade, l’ impianto di risalita, la baita sulle piste e l’ albergo a fondovalle il conto alla fine è positivo, visto che le perdite dell’ impianto sono viste come investimento per guadagnare con il resto. E non dimentichiamo poi l’ indotto…

  3. 7
    Lorenzo Molinari says:

    Questi tentativi di copertura, come lo stesso innnevamento artificiale d’inverno, dimostrano ancora una volta che lo sci inerziale è un’attività da abbandonare gradualmente, per rivalorizzare la montagna in altri aspetti e attività, e di conseguenza riorientare l’attività economica che ne deriva verso forme più sostenibili e meno impattanti.

    Quando un’attività tende al declino è ovvio che gli interessati faciano di tutto e con miopia per tenerla in piedi, investendo e buttando denaro (anche pubblico!) in un pozzo senza fondo (in impianti per neve artificiale e neve stessa, gatti delle nevi, teloni di copertura, nuove piste con minore esposizione solare e a quote superiori, nuovi impianti di risalita, ecc.). Investimenti e spese che non portano neppure a un ritorno economico, ma solo a rilevanti danni ambientali e spechi.

    Assitiamo a un lento declino, dove con accanimento terapeutico si cerca di far sopravvivere più a lungo possibile un malato. Dinamiche già viste e riviste nella storia economica recente e passata ogniqualvolta avviene l’abbandono di un’attività troppo sfruttata per un’altra più promettente o la sostituzione di una tecnologia diffusa ma esausta con una tecnologia innovativa.

  4. 6
    Davide says:

    Dunque…che non servono a niente non è assolutamente vero…
    Posso dare ragione al fatto che è uno schifo non abbiano tolto i teli degli anni precedenti (ma ora la situazione dovrebbe essere stata risolta…nel senso che a settembre avviene sempre la svestizione completa.)
    Senza tali esperimenti non ci sarebbe questa risorsa preziosa di acqua…. e se si fa in luoghi sciistici è solo per questioni “economiche”:
    Personalmente la ritengo una soluzione abbastanza poco impattante (fatta con le dovute regole).
    In certe zone ricordiamoci che queste telonature servono a ridurre l’uso di neve artificiale da sparare la stagione successiva per aprire.

  5. 5
    serlorenzo says:

    le magnifiche sorti e progressive…

  6. 4
    Umberto says:

    I mercanti possono poco contro la termodinamica solo inutili e ridicoli tentativi. Tanto peggio tanto meglio.

  7. 3
    Riccardo says:

    La montagna venduta al consumismo.

  8. 2
    Fabio Bertoncelli says:

    È una vergogna.

  9. 1
    Fabio Paesani says:

    Sigh

La lunghezza massima per i commenti è di 1500 caratteri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.