Un sogno chiamato Civetta

A 39 anni dall’apertura, prima ripetizione solitaria invernale (e 4a assoluta) della Via dei Cinque di Valmadrera.

Un sogno chiamato Civetta
Intervista a Fabio Valseschini e Gianni Rusconi
(pubblicato su Uomini e Sport n. 4, giugno 2011)

Immaginate di poter passare un’intera serata seduti allo stesso tavolo con Fabio Valseschini (classe 1970) e Gianni Rusconi (classe 1943) a parlare di montagna. Un sogno? Forse… ma è proprio quello che vi stiamo per raccontare. L’argomento non poteva che essere la prima solitaria invernale della Via dei Cinque di Valmadrera (1200 metri, VI+, A3) sulla Civetta firmata lo scorso 13 febbraio 2011 dal lecchese Fabio Valseschini dopo sette lunghi giorni passati in parete. Una via aperta nel lontano 1972 nel cuore della celebre parete nord-ovest proprio da Gianni Rusconi, assieme al fratello Antonio, Giambattista Crimella, Giambattista Villa e Giorgio Tessari (ai primi due tentativi aveva partecipato anche Giuliano Fabbrica, rimasto poi bloccato dall’influenza). E’ complicato spiegare quella sensazione di complicità che si percepisce tra questi due uomini a tratti così simili ma pure così diversi. Una complicità nata in montagna, sulle stesse vie, seppur affrontate in epoche e modi differenti. Una complicità che si legge in un intreccio di sguardi e di vite che, in un modo o nell’altro, hanno portato questi due alpinisti in cima alla stessa montagna.

Via dei Cinque di Valmadrera, 1a ascensione

“Ricordo perfettamente la prima volta che ho incontrato Fabio, come spesso accade mi immaginavo una persona completamente diversa – racconta Gianni – Mi aveva telefonato per avere informazioni sulla via del Fratello al Badile (aperta dallo stesso Gianni col fratello Antonio nell’inverno del 1970 e dedicata al fratello maggiore Carlo scomparso in montagna, NdR), allora l’ho invitato a casa. Mi si è presentato questo ragazzo con i capelli lunghi che, senza tanti giri di parole, ha cominciato a parlarmi del suo progetto; ma quando mi ha detto che voleva tentare la prima solitaria invernale non sapevo più cosa pensare. Mia moglie gli ha detto subito che era matto, ma a me, in fondo, fece una buona impressione. Poco tempo dopo ho avuto la conferma che questo ragazzo proprio non scherzava: Fabio era arrivato in cima al Badile. La notizia mi ha fatto subito molto piacere e inevitabilmente è nato un piccolo legame dettato da un senso di condivisione, anche per lo spirito con cui avevamo aperto la Via del Fratello…”.

Da allora ne è passato di tempo, Fabio ha compiuto altre imprese, anche molto importanti, fino all’inverno scorso. Perché hai scelto di salire proprio la Via dei Cinque di Valmadrera?
“Nell’estate del 2003 ero in Civetta con il mio amico Marco Perego (scomparso nel 2005, NdR) sulla via Philipp-Flamm, quello stesso giorno Claudio Moretto e Rosy Buffa stavano effettuando la seconda ripetizione della via. Lì per lì non ci feci molta attenzione, non conoscevo nemmeno la storia di questa parete, ma ripensandoci credo proprio che quello fu quello il punto di partenza. Nel 2007 un nuovo impulso arrivò quando a casa di Gianni, durante la festa per la riuscita della prima invernale della via del Fratello, qualcuno buttò lì ancora l’idea della Via dei Cinque. Una serie di pensieri, l’amicizia con Gianni e Antonio, il fatto che nessuno aveva ancora portato a termine la prima solitaria invernale… tutti questi fattori hanno contribuito a rendere concreto il mio progetto”.

Via dei Cinque di Valmadrera, 1a ascensione

La Civetta ha un fascino particolare?
“Badile, Civetta o un’altra parete non cambia niente – spiega Fabio – per quanto mi riguarda quando un progetto ha un richiamo particolare puoi andare anche in Medale. Quello che conta è divertirsi e trovare quello che si sta cercando. Contano la sofferenza, la fatica, la soddisfazione, la capacità di adattarsi a ogni situazione e agli imprevisti. Ho ripetuto tante vie che probabilmente avrei fatto con Marco (Perego, NdR) e per me sono state prima di tutto scelte fatte col cuore. A volte le storie che c’erano dietro a una via e le persone che l’avevano salita le ho scoperte, anche con grande sorpresa, solo dopo la scalata”.

Era così anche ai tempi della “Banda dei Cinque”?
“Le motivazioni interiori che ti spingono ad affrontare una via sono più o meno le stesse – spiega Gianni – Accetti le difficoltà, cerchi di conviverci, senza arrenderti perché lo scopo è quello di raggiungere un obiettivo. Noi trovavamo una grande soddisfazione proprio dove le altre persone pensavano che fosse impossibile. Quello che a suo tempo ci aveva spinto verso il Civetta era stato ciò che leggevamo nei libri. Volevano fare qualcosa anche noi per cercare di capire in primo luogo la radicata passione che ci aveva lasciato nostro fratello Carlo, poi il motivo che aveva spinto gli altri a compiere le imprese descritte su quelle pagine. E presto ci siamo accorti che l’alpinismo era un mondo che ti attraeva tanto più ti avvicinavi. Riguardo la via dei Cinque ricordo che c’erano altri forti alpinisti che in quel periodo ci stavano provando, tra cui anche alcuni alpinisti lecchesi come Casimiro Ferrari: questo ci spinse a partire subito e fortunatamente fu un successo. Un successo frutto di un amalgama di alpinisti d’esperienza e giovani talenti”.

Fabio, cosa vuoi dire affrontare sette bivacchi completamente , solo e cosa ti porta verso una salita del genere?
“Per quanto mi riguarda lo star solo è un modo per rilassarmi. Indubbiamente è anche una maniera per mettersi alla prova perché penso che sia prima di tutto a se stessi che bisogna dimostrare qualcosa. La solitaria vuol dire entrare in sintonia con l’ambiente, un po’ un prendere e un dare. Bisogna anche dire che in fin dei conti il tempo per pensare è comunque poco visto che sei costantemente concentrato su quello che stai facendo. Sei sempre impegnato a ragionare su come affrontare un passaggio, se quello che stai facendo è la cosa più giusta, pensi a dove è meglio mettere un chiodo, una protezione. E poi devi preparare il bivacco, cucinare. Ma lo stare solo mi aiuta a rilassarmi e magari, proprio poco prima di addormentarmi, la mente vaga verso pensieri che con la montagna non centrano proprio nulla. Poi è importante dire che attorno a me c’erano tante persone che mi hanno aiutato a realizzare questa salita. Gente che è stata capace di darmi un supporto materiale e morale determinante. Per certi versi è stato come un gioco di squadra: è chiaro che in parete dovevo sbrigarmela da solo, ma sapevo che in basso c’era gente che mi sosteneva. Appena hanno capito che la mia salita era un’idea valida, la gente del posto ha mostrato subito una grande dose di altruismo e passione. Alla fine la salita, benché affrontata in solitaria, diventa un obiettivo comune e questo ti dà una motivazione in più”.

Via dei Cinque di Valmadrera, 1a solitaria invernale

Quest’ultimo è un aspetto che negli anni non è cambiato:
“Mi fa piacere sapere che c’è ancora lo stesso calore umano che ci accolse allora – spiega Gianni – ricordo che siamo stati supportati dall’inizio alla fine, tanto che il gestore del Tissi, Livio De Bernardin, ha aperto apposta il rifugio ed è salito assieme a noi rimanendo lassù per tutto il tempo. Al ritorno poi è stata organizzata una gran festa in nostro onore presso la pensione Cime d’Auta a Caviola”.

Un momento particolare della realizzazione di Fabio è stata la discesa: quando la parte più impegnativa sembrava ormai alle spalle…
“Purtroppo in cima c’era brutto tempo. La neve era tanta e la visibilità davvero scarsa. Perciò, dopo la vetta, in un primo momento sono stato costretto a tornare sui miei passi e rifugiarmi nuovamente in un posto abbastanza riparato della parete, dove avevo approntato una sosta, aspettando che il meteo cambiasse. Approfittando di un momentaneo miglioramento ho recuperato il materiale e raggiunto la vetta, ma purtroppo è stata solo un’illusione perché il tempo non accennava a cambiare così, data la scarsa visibilità, ho preparato il mio settimo bivacco scavando una truna nella neve pochi metri sotto la cima sull’altro versante. Il giorno seguente col bel tempo sono sceso e ho visto il Torrani completamente coperto dalla neve, tanto che l’ho riconosciuto solamente per i pali della teleferica che spuntavano. Diciamo che anche la via del ritorno ha richiesto la massima concentrazione”.

Facendo un bilancio cosa ti rimane di questa esperienza?
“Per carattere tendo sempre ad archiviare velocemente e guardare avanti. Ma in questo caso non posso non pensare alle nuove e importanti amicizie che questa esperienza mi ha permesso di costruire. E non è assolutamente una cosa scontata conoscere persone che entrano a far parte della tua vita e del tuo progetto. Sicuramente questa salita ha arricchito la mia vita e rappresenta un bagaglio d’esperienze, di sensazioni che torneranno utili. E poi raggiungere un risultato del genere è comunque una grande soddisfazione e, perché no, un modo per togliersi anche qualche sassolino dalla scarpa”.

“Sicuramente Fabio ha compiuto un’impresa veramente grande – chiosa Gianni – sono davvero contento per lui, ma anche per me, per mio fratello Antonio e per tutti i miei compagni. Penso che una soddisfazione grande per chi ha aperto una via te la dia anche chi la ripete, specie se sono alpinisti di rango e che conosci bene. E inevitabilmente l’eco di questa bella impresa compiuta da Fabio risveglia pure il ricordo della nostra salita. Un’invernale come questa merita sempre grande rispetto e in questo caso ho visto che tante circostanze sono state le stesse per entrambi e questo mi fa ancora più piacere. Sono certo che ci sono ancora tante cose che Fabio può fare, le carte in regola ce le ha di sicuro. L’alpinismo è sempre stato una manifestazione libera, cambiano i tempi, le tecnologie, ogni epoca ha i suoi eroi, ma sono sicuro che l’ultimo problema delle Alpi deve ancora arrivare…”.

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Un sogno chiamato Civetta ultima modifica: 2020-10-09T05:01:00+02:00 da GognaBlog

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