Un tabù da violare

Un tabù da violare
(estate 2018: escalation di incidenti)
di Carlo Crovella, scritto il 24 settembre 2018

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

Al termine di un’estate, che io ho trascorso “ai box” per complicazioni di salute, prendo spunto da un articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 28 agosto 2018, a firma di Chicco Marcoz con commento di Franco Brevini, per rompere un tabù che spesso blocca noi genuini appassionati di montagna.

Il tabù è presto descritto: di fronte alla constatazione del notevole numero di incidenti gravi o addirittura mortali, noi alpinisti non sappiamo contrapporci adeguatamente all’ondata di emozioni e di sdegno che coinvolge l’opinione pubblica. In pratica restiamo “imparpagliati” (come direbbe Montalbano) e quindi avvaloriamo le convinzioni dominanti.

A tale ondata di emozioni contribuisce innegabilmente il mondo dell’informazione generalista, che ha tutto l’interesse a soffiare sul fuoco per riempire pagine di quotidiani o servizi dei TG. Si levano commenti che variano dal celebre “montagna assassina” alla compassione per le vittime e i loro parenti.

Il tabù che spesso ci blocca è che non riusciamo a dire che, sempre più di sovente, gli incidenti in montagna sono la conseguenza di errori umani. Anche quando l’analisi dei fatti sembra deporre per un’altra interpretazione (cioè per una pura fatalità), se si scava più approfonditamente, si giunge alla conclusione che la variabile chiave è sempre riconducibile ad un errore umano. Mi spiego meglio: parte un pendio di neve, crolla un seracco o una cascata, non tiene un ponte sul crepaccio… ebbene a prima vista sembrano situazioni oggettive, delle vere e proprie calamità inevitabili. Eppure spesso “a monte” (perdonatemi il gioco di parole) c’è un errore umano: quello di aver sbagliato la scelta della gita oppure il timing della stessa o magari entrambe le cose. Insomma il libero arbitrio è determinante.

Il tabù consiste nel fatto che affermare esplicitamente una tesi del genere risulta disdicevole, forse addirittura offensivo, e si suscitano reazioni scandalizzate come se si volesse vilipendere il ricordo delle vittime.

L’articolo del Corriere della Sera, cui facevo riferimento, avanza alcune tesi interessanti, ma a mio parere non complete sull’argomento. In sintesi il giornalista afferma che fra incidenti alpinistici in senso stretto ed altri accaduti a tipologie varie di frequentatori dei monti (bikers, pescatori, appassionati di base jumping e slackline) il bilancio delle vittime estive nel 2018 raggiunge le 100 unità, praticamente un morto al giorno da metà giugno a metà settembre. Una roulette russa.

Rispetto ad un passato neppure troppo remoto, l’articolista ha la lucidità di sottolineare – attraverso affermazioni di non meglio precisate guide alpine da lui intervistate – che le altre quote sono sempre più frequentate da “sprovveduti” e “falsi professionisti” e che sono sempre più numerose le “leggerezze” commesse. Sempre a giudizio del giornalista, a tale fenomeno si collegano altri spiacevolissimi risvolti, tipo (cito testualmente) “guide aggredite per aver segnalato comportamenti scorretti o pericolosi, cani portati in cresta, tende piantate sula cima, bivacchi occupati per giorni e una dose di incoscienza per chi sfida i ghiacciai in scarpe da ginnastica.”

Quando ho letto l’articolo fra me e me ho pensato “Oh, finalmente qualcuno dice la verità!” e in effetti devo dare atto al giornalista che non si è nascosto dietro al tradizionale “montagna assassina”. Tuttavia quell’accenno a chi sfida i ghiacciai in scarpe da ginnastica si collega immediatamente, specie nel lettore comune, all’immagine delle turiste giapponesi che, in minigonna e tacchi a spillo, escono da una qualsiasi stazione d’arrivo degli impianti di Zermatt e avanzano in terreno glaciale come se fossero in una via cittadina.

Però, se gli incidenti coinvolgessero soltanto i turisti che incautamente si sono avventurati per cinquanta passi sul ghiacciaio, il numero degli eventi non sarebbe così elevato. E qui che il tabù per noi alpinisti diventa psicologicamente più complicato: facile sparare a zero sulle giapponesine che, con i loro tacchi a spillo, sono finite nel crepaccio, più difficile avere il coraggio di dire che gli errori sono stati compiuti da componenti della “nostra” stessa squadra.

In realtà questo è il “vero” tema su cui mi voglio concentrare oggi. Non nego che esista un problema parallelo, ovvero che sempre più numerosi sono i frequentatori di giornata dell’outdoor e questo innesca (vedi tragedia del Raganello) una serie di conseguenze drammatiche. Ma su quel tema, come sulle giapponesine, per noi alpinisti la presa di posizione è facile: si tratta di gente che non ha la più pallida idea della wilderness, logico che siano più vicini al rischio fatale.

Più complicato, come accennavo, è affermare che alcuni di noi (magari uno della nostra stessa combriccola) non è stato all’altezza. Eppure occorre che violiamo questa omertà a prendiamo il coraggio di essere diretti, a costo di risultare cinici e sfrontati.

Innanzi tutto dobbiamo dare l’impressione a tutti che siamo consci che andare in montagna è un’attività pericolosa. Già solo un’affermazione del genere sconcerta gli interlocutori, perché, in generale, viviamo nella società dell’iper-sicurezza, dell’iper-garantismo, dell’iper-divertimento. Non si accetta il principio che la scarica di adrenalina collegata ad un’ascensione (o a una sciata o a una discesa di torrente….) comporti dei rischi. Anzi si parte dal presupposto che “tutto è gratis”, ovvero che in montagna devi poterti divertire senza pagare alcun “prezzo” in termini di rischio. Ma la montagna (e la natura più in generale) non è regolata da leggi o ideologie umane e, quando i nodi vengono al pettine, ecco che i primi ad essere sconcertati sono gli alpinisti stessi.

Non crediate che io voglia disprezzare la vita umana, sulla base di una mia (eventuale) capacità di livello così elevato per cui io non incappo in errori e invece penso che chi sbaglia è giusto che paghi. Anzi, chi mi conosce sa che, circa 35 anni fa, sono stato vittima di un gravissimo incidente: un pietra isolata si è infilata fra casco e nuca, proprio mentre stavo parlando con il socio alla sosta più in basso, per cui avevo la testa inclinata. L’impatto è stato tremendo e posso esser qui a scrivere queste righe solo grazie all’efficace attivismo dei miei compagni di giornata e alla mia giovanissima età, che mi ha permesso di superare una situazione al limite del non ritorno. Anche in questo caso a prima vista verrebbe da appellarsi alla fatalità più esasperata. Eppure a bene vedere degli errori sono stati commessi: la temperatura era in rialzo rispetto ai giorni precedenti (per cui sarebbe stato più saggio andare ad arrampicare su vie di roccia attrezzate piuttosto che impegnarsi in un ascensione di misto); il troppo tempo perso sia in salita che a riposarci in vetta ci ha fatto trovare nel canale di discesa ad ore non canoniche… e così via.

Tornando alle considerazioni generali sulla situazione attuale, è assolutamente vero che (tra gli “alpinisti”) oggi ci sono troppi sprovveduti, i quali tra l’altro spesso diventano pericolosi anche per altre persone.

Questa sprovvedutezza è figlia della società odierna. Le nuove generazioni vogliono “tutto e subito”, non sono disponibili alla gavetta come insegnava Gaston Rébuffat (https://gognablog.sherpa-gate.com/lapprendi-montagnard-di-rebuffat/). Spesso l’eccesso di prestanza fisica diventa un boomerang: ieri erano impegnati in una regata velica, oggi (magari dopo una notte trascorsa nel viaggio in auto) sono sul ghiacciaio verso vie impegnative, ma domani hanno già il combino per un volo in deltaplano o una escursione in MTB. Troppa forza fisica alimenta frenesia e ciò innesca superficialità. Spesso le cose alla fine vanno comunque bene, ma a volte si incriccano e le conseguenze le leggiamo sulle cronache dei giornali.

Devo dire che tale frenesia è purtroppo un fenomeno che a volte coinvolge anche alpinisti di lungo corso o addirittura guide alpine. I primi non riescono a rinunciare ad una “scappata” in alta quota, magari con l’assillo di tornare per il compleanno di un famigliare o il pranzo della festa. Per quanto riguarda le guide esprimo la seguente opinione, precisando che sono completamente esterno al loro ambiente e potrei sbagliare del tutto.  Anche qui si vive ormai in un contesto completamente business-oriented, dove la concorrenza è elevatissima e devi prendere il cliente quando ti si presenta, anche se magari le condizioni oggettive non sono ideali: peccato che a volte le cose non vadano a finire bene. Altrimenti non sarebbero comprensibili incidenti che, analizzati dall’esterno, presuppongono che una guida abbia completamente “inciuccato le quote” (espressione piemontese per indicare quando si sbaglia alla grandissima).

Ma gli incidenti che coinvolgono alpinisti esperti o guide sono ancora, per fortuna, una minima parte del totale degli incidenti. Pur senza statistiche ufficiali alla mano, ma basandomi solo sulla lettura dei quotidiani, posso dire che, a sensazione, la quota maggiore coinvolge fasce di età relativamente giovani (under 35-40 per intenderci), in gran spolvero atletico, ma ottenebrate della già citata frenesia.

 Questi fenomeni sono, ahimè, esasperati nei numeri dalla crescita esponenziale dei frequentatori della montagna. Cerco di farmi capire meglio abbozzando un esempio numerico (che, essendo inventato, non ha esplicito riferimento alla realtà oggettiva). Ipotizziamo che gli sprovveduti siano il 70% dei frequentatori delle montagne (a naso posso dire che non è una percentuale troppo distante dalla realtà): se un certo giorno sono impegnati 10 persone in tutto, gli sprovveduti sono 7. Se invece in qual giorno ci sono 100 persone totali, gli sprovveduti diventano 70, il che aumenta in modo esponenziale la probabilità che capiti un evento drammatico.

Infine chiudo con un mio cavallo di battaglia ideologico: la nefasta influenza della tecnologia (intesa come strumenti e gadget tecnologici). Gran parte della citata frenesia è sostenuta dalla sensazione di (falsa) sicurezza, se non addirittura di onnipotenza, che inevitabilmente innesca la tecnologia di cui si può disporre al giorno d’oggi. Con tutti questi gadget è inevitabile che scatti la trappola psicologica di sentirmi padroni della situazione. Fra le altre cose, mi è capitato di leggere nelle cronache degli incidenti che poco prima del fattaccio le persone coinvolte hanno fatto una telefonata oppure hanno postato una foto sui social, ecc. Insomma si ha la sensazione di essere nel salotto di casa propria e questo rilassamento abbassa l’attenzione.

Sull’influsso negativo della tecnologia voglio però fare una precisazione importante. Le mie considerazioni valgono soprattutto per chi ha iniziato a frequentare la montagna negli ultimi 15-20 anni, perché è già “partito” viziato dalla tecnologia. Diverso è invece il discorso di chi ha imparato ad andare in montagna alla vecchia maniera e, su tale base, aggiunge anche la capacità di utilizzare al meglio gli strumenti tecnologici.

Verso questi ultimi io esprimo una profonda ammirazione, proprio perché la mia avversione a questi gadget è tale che chi li sa “usare” con giudizio ha sicuramente una marcia in più. Basterà per portare sempre a casa la pelle? Mah…ogni storia fa storia a sè. Certo è che il gadget veramente irrinunciabile è il buon senso.

11
Un tabù da violare ultima modifica: 2018-10-12T05:11:55+02:00 da GognaBlog

87 pensieri su “Un tabù da violare”

  1. Alberto, sinceramente non interessa nemmeno a me se pregava, ma mi ha divertito molto Solina quando ha detto che Aste sull’Ideale si fermava sempre verso mezzogiorno, preparava il bivacco e poi si metteva a pregare. Magari scherzava, magari un poco era vero… si lamentava perchè secondo lui sei giorni erano stati tanti e lui si era stancato. A me questa sincerità piace molto. Noi tanti anni fa siamo saliti in giornata e io ho tirato un pressione per velocità da secondo, ma anche dei chiodi su in alto nella fessura quando pioveva.

    Poi per me, come dicevo, Aste ha scritto delle bellissime pagine di storia dell’alpinismo sulle pareti, meno sui libri, e definirlo un grande mi sembra riduttivo… E poi ora i grandi son tutti quelli che fanno un alpinismo da brocchi 🙂 basta leggere faccebucco.

    Penso che se fosse andato sul Filippo non ne sarebbe uscita una via come il Filippo, anche io ho ripetuto alcune sue vie, i due apritori avevano il pallino della libera e Aste era troppo saggio… ma la storia è andata così e è inutile ipotizzare.

    Dino in quel buco ho dormito già over 50 una sola volta, scomodo, freddo, umido e claustrofobico, poi ho dormito sempre in cengia, all’asciutto e molto più comodo, d’inverno basta togliere un pò di neve, si è a sud. Da giovane dormivo da Nino e Agnese e alla funivia, quando si poteva entrare e non pagavi il biglietto. (Ora partendo da casa  alle 5 si attacca alle 11, su tempi moderni il primo tiro così si fa bene, si dorme e il giorno dopo si prende la funivia verso le 14 e si torna a casa comodi e vale anche per questi inverni secchi: dalle 5 alle 20 del giorno dopo, casa casa e si risparmia).

    Sempre Dei, Miti e Tabù da dissacrare, uffa.

  2. Ho sempre considerato il bivacco in parete una cosa scomoda e pericolosa. Considero la velocità un fattore di estrema importanza per ridurre i rischi oggettivi dell’alpinismo (i temporali mi hanno sempre fatto paura).

    In pratica se bivaccare fuori consente di evitare l’avvicinamento al mattino e accelerare la salita, ovvero di evitare un rientro al buio pericoloso, si fa; altrimenti l’ho sempre evitato. Tutte le volte che l’ho fatto mi sono alzato al mattino più stanco di prima.

    Mi vengono i brividi a pensare di bivaccare in cengia sulla sud in quel buco umido e freddo!!

    Davvero complimenti a chi invece ama e riesce a fare  queste cose; lo dico ( assolutamente senza polemica) con sincera ammirazione.

    Come spesso dico “chi fa queste cose deve avere un’altra cilindrata” altrimenti ci si fa male.

     

     

  3. Paolo a me non interessa se Aste pregava. Il fatto di essere credente , di avere una grande fede è una cosa sua e io non lo giudico. A me interessa l’alpinista Armando Aste e per me è stato in GRANDE. Per me poteva fare molto di più di quello che ha fatto, ma si è posto dei limiti. Perchè per lui l’alpinismo è stato importante ma prima veniva l’impegno della vita di tutti i giorni. Scelta personale rispettabilissima, che gli fa solo onore.

    Perchè dici che è stato meglio per lui e per noi che il diedro Filippo non sia diventato il diedro Armando?

    Credi non ne avesse gli attributi e la via ne avrebbe perso?

    A me se l’avesse fatto lui avrebbe fatto solo piacere. In motivo in più di ripetere un’altra ennesima sua via!!! Visto che ne ho ripetute  parecchie e su una ci sono rimbalzato…non avevo i manici giusti…..

  4. Alberto, per me Aste è stato una figura importante nella storia dell’alpinismo, ma… ma…

    pregava troppo 🙂 …  Solina dice: l’Armando sull’Ideale pregava dalla mezza e lo ha fatto per 6 giorni! 🙂

    Per fortuna (sua e nostra) sul Filippo Flemmatico lui non è andato fino alla fine. 🙂

    Miti, Dei e Tabù … della novellistica alpinistica … a me piace molto, basta che non siano balle o affari!

  5.  
    e per i bucolici (una per tutti) la grotta/terrazzo con rivoletto, erbetta e ghiaietta della Paolo Armando in terza Pala, però ci son solo passato.

    Paolo qui mi sembra Armando Aste:
    Torre del Focobòn. A un solo tiro di corda dall’uscita, “…trovammo una bellissimo terrazzino con fine ghiaino. Il tempo era bello e pensammo di fermarci a bivaccare”

  6. Invecchiando apprezzo sempre di più lo scalare una parete fermandomi a bivaccare, partendo tardi e cercando un posto comodo e panoramico dove mettermi bene con il materiale giusto e magari potermi gustare il tramonto e il sorgere del sole. Forse perché ora ci sono le previsioni del tempo.
    Per bivaccare consiglio la cengia della Marmolada (sempre in Rocca e d’inverno) e per i bucolici (una per tutti) la grotta/terrazzo con rivoletto, erbetta e ghiaietta della Paolo Armando in terza Pala, però ci son solo passato.

    Così un po’ si violano dei tabù, ma con il “fare” bene e bello.

  7. Non mi piace perdere tempo. Se una via richiede in media 6 ore, cerco di farla in tre

    Questo l’ho sempre fatto anche io. Non per suonare la chitarra che non so nemmeno come s’impugna.  Con l’accetta a spaccare legna invece sono bravo.  Ma perchè, da buon caiano…mi hanno insegnato che in montagna chi a tempo non aspetti tempo. Anche se poi mi domando se non aveva ragione Armando Aste che diceva di non capire perchè bisognava scappare prima possibile da un luogo che si è tanto desiderato esserci.

  8. Passioni.
    Discutere delle “passioni” di ognuno e cercare dei confronti penso sia molto difficile forse impossibile.
    Tutti noi siamo diversi sia per nascita che per formazione e ambiente.
    Se poi si è riusciti a far diventare una propria passione il proprio modo di vivere allora, salvo rarissime coincidenze, è impossibile comprendersi.
    Ne parlavo pochi giorni fa con mio figlio e abbiamo concluso più o meno come ho scritto.

    Però le passioni indotte dai media sono uguali per tutti e se ne può parlare.

  9. Be’  Alberto, cosa vuoi che ti dica. Io sulla roccia non sono delicato e ci do dentro per contrastare la forza di gravità. Cerco di non usare mai più energia di quella che serve ma la delicatezza me la tengo per altre cose. Non mi piace perdere tempo. Se una via richiede in media 6 ore, cerco di farla in tre, cosi ho tempo per suonare la chitarra o fare un giro in bici con un figlio, spaccare un po’ di legna e cose così. In montagna ci vivo, non ci vado per scappare da qualcosa che mi imprigiona e anche quando dormo, sono in montagna: dove mi piace essere.

    Ma qui siamo finiti mooolto fuori tema (forse però no) e il prof. Crovella potrebbe sgridarci.

  10. e come quando scali una parete molto ripida, non c’è nessuna concessione al ricamo ma serve solo l’efficacia, se vuoi portare (neanche sempre, purtroppo) la pelle a casa.

    Qui non credo che sia sempre così. Nel senso che si, ci sono  pareti in cui si bisogna essere efficaci, duri, veloci, astuti,  ma allo stesso tempo DELICATI, ….e il ricamo  è delicatezza !

  11. Marcello Cominetti quando parli di “scusa (vera)” parli pur sempre di scusa perché agli occhi di tutti lo è!!! Io faccio uguale ed è questa la cosa assurda perché non dovremmo mai mai mai parlare di scusa è la nostra vita e basta! Ce la siamo costruita pezzo a pezzo mentre gli altri, tantissimi altri, passavano il tempo dietro una scrivania e davanti a un pc. Qnd dici che se fai qls che non ti piace cm lavoro dico, muori un po per volta ogni giorno dici quello che tutti sanno ma nessuno vorrebbe sentire. E ti giuro che i figli lo sentono, eccome, se sei un morente giornaliero! Quindi non è egoismo è solo amore per la vita e quindi anche per loro. Un saluto, w.

  12. Visentini, come giustamente hai notato, io non sono il tipo che ricama ma vado dritto al dunque e quando sono convinto che il mio interlocutore sta ricamando, lo distruggo per non dover perdere tempo a costruire merletti pure io. Capirai, con figli, famiglia, montagne, musica e molto bisogno di fancazzismo, non mi resta molto tempo per la democrazia o la conversazione.

    Riallacciandomi a quanto scritto poco fa, l’alpinismo rende severi con se stessi ma pure con gli altri in una sorta di non ritorno ignorante in cui, a volte mio malgrado, mi gongolo fino al collo. Ho rinunciato dall’adolescenza ad essere simpatico perché compiacere gli altri costa una fatica immensa e io sono uno sfaticato sempre al lavoro (dannazione), e come quando scali una parete molto ripida, non c’è nessuna concessione al ricamo ma serve solo l’efficacia, se vuoi portare (neanche sempre, purtroppo) la pelle a casa.

    Abbi pazienza.

  13. Caro Luca, avevo capito subito il significato dei tuoi commenti criptici: ormai in questo campo ti conosco bene. Tuttavia avevo preferito tacere per non darti corda.

    … … …

    Tu però oggi hai insistito nel provocare e ora ti meriti una risposta.

    Quando parli di spocchia (attribuita a Marcello), ti sbagli in modo totale. Semmai la spocchia è tua, accompagnata a un livore che non trova alcuna giustificazione. Se non credi al mio giudizio, prova a far leggere i tuoi commenti a qualcun altro – una persona non di parte – e ascolta il suo parere.

    E se non riesci a controllarti, ti consiglio di evitare commenti piuttosto che scadere nell’insulto o nella derisione.

    Il ragazzo sognatore di nome Luca Visentini che io ho conosciuto sulle pagine della guida del Catinaccio nel 1979  non ha nulla a che fare con l’astio malsano che trasuda in questo blog.

    Ti saluto, senza alcun rancore. Ti chiedo solo di rifletterci. Ciao.

  14. Ma io dico, rispetto si, ma  tutti d’accordo, no. Altrimenti diventerebbe noioso e questo blog potrebbe anche chiudere, perchè a cosa servirebbe? Solo a raccontarsi e non a confrontarsi ?!?!?

  15. @Luca Visentini

    A me Marcello tutto sommato sta’ simpatico. In fondo è un uomo squadra, nel senso che fa in modo che tutti siano contro di lui 🙂

  16. Da noi la colpa è sempre degli altri e gli incapaci o ignavi vanno protetti.
    Quindi la colpa va ricercata in quelli che comandano o hanno delle capacità o dei ruoli.
    Per le aziende di solito si puniscono i dirigenti o i presidenti.
    Se si punissero i governi, o il Csm, o il presidente della repubblica (la polizia viene già punita) per non aver fatto o legiferato o quant’altro….. a quando arriveremo a questo?
    Penso che una campagna di responsabilizzazione delle nostre strutture pubbliche-politiche potrebbe far ripensare questa assurdità, almeno per me e la gente userebbe di più il cervello.

    O non conviene a nessuno?

  17. Bertoncelli : Cominetti = “Cap.no Arturo Andreoletti: at-tenti!” : “Io so’ io e voi non siete un cazzo” = pupo : bullo
     
    Mi sembrava già chiaro ed è quest’andazzo scolastico o spocchioso nei commenti che mi fa passare la voglia di discutere.

  18. 3 matrimoni?

    Adesso capisco perchè hai un caratteraccio

    buon padre, SI !!

    ma come marito….mmmmm ?!?!? ci sarebbe da sentire il parere delle signore Cominetti…

  19. «Ai miei figli dico sempre di non fare un lavoro che non li stimoli e diverta, perché vivere male fa morire.» 

    Marcello, sei un uomo saggio e un padre saggio.

    E complimenti per i cinque figli.

    … … …

    «Scegliete un lavoro che vi appassioni, e non lavorerete un solo giorno in vita vostra.» (Piero Angela)

    Meditate, ragazzi, meditate!

  20. Mettersi a fare la guida alpina restando alpinisti è un buon sistema per mitigare il proprio egoismo. 3 matrimoni e 5 figli mi hanno insegnato qualcosa ma fin dall’inizio ho potuto andare in montagna ogni giorno con la scusa (vera) che serviva al nostro sostentamento. Ai miei figli dico sempre di non fare un lavoro che non li stimoli e diverta, perché vivere male fa morire.

  21. Ma l’alpinismo fa anche fare a molti alpinisti tanti figli con tante donne diverse e a tanti altri alpinisti nessun figlio sia con una donna che con più donne.

    Alcuni imprenditori possono essere assimilati ad alpinisti, sia come figli, sia come egoismo…. anche re o papi …

    Penso che si parli dell’animale uomo e delle sue caratteristiche, è difficile avere certezze ben definite.

  22. Dico solo che un alpinista che fa anche il padre e il marito, ha una certa dose di squilibrio e di egoismo. Nonostante tutto il grande amore che vuole ai suoi cari, non può farne a meno dell’ alpinismo.

    Insomma, Marcello. Non lo possiamo certo negare che avere questa grande passione porta a sacrificare certi rapporti, a creare grandi preoccupazioni a chi più ci vuole bene. Magari ne crea altri, nuove e grandi amicizie. Ma a quelli più stretti un pò gli toglie e per stretti intendo quelli familiari:genitori, coniuge, figli. Metti poi il caso accada un’incidente.

    Mio padre me lo dice sempre…quando metterai cervello? Quando smetterai di farci preoccupare?

    Ma noi siamo egoisti. O…NO ??

  23. Marcello no hai capito, non mi permetterei mai di dire che non sei un buon padre.

    Dico solo che un alpinista che fa anche il padre e il marito, ha una certa dose di squilibrio e di egoismo. Nonostante tutto il grande amore che vuole ai suoi cari, non può farne a meno dell’ alpinismo.

     

  24. L’alpinismo non è da buon padre di famiglia non è vero. Non sarò un padre perfetto ma ho dei figli che mi vogliono bene e mi rispettano come io rispetto loro, che per me sono la cosa più importante di tutte. Sarò pure un alpinista mediocre ma non mi interessa. Visentini sinceramente non ti capisco. Tiri pure fuori Andreoletti che è uno dei miei “miti”, ma a quale proposito? Chi ti capisce è bravo.

  25. E’ che tra uno che scrive: “Cap.no Arturo Andreoletti: chapeau!” e l’altro che risponde: “Io sono io e voi non siete un cazzo” passa la voglia di discutere.

  26. l’alpinismo: E’ da squilibrati !!!

    e gli squilibrati non amano essere analizzati.

    L’alpinismo non è un’attività da buon padre di famiglia. Se vuoi prendere il pallone con le mani devi cambiare gioco. Quindi chi non vuole rischiare deve dedicarsi ad altro.

  27. Preferisco non intervenire sull’articolo di Crovella perchè tanto è già stato detto abbastanza ma vorrei dire due parole sullo scambio di vedute fra Bertoncelli e Cominetti.

    Credo che entrambi abbiate ragione perchè secondo me c’è una differenza sostanziale fra “alpinismo” e “alpinista”. L’alpinismo è un’attività che può essere oggettivamente inquadrata anche se molti ne definiscono i contorni in maniera molto soggettiva. In fondo basta fissare dei paletti e quelli posti da Bertoncelli, e non solo da lui, mi sembrano logici, se non altro perchè fanno riferimento alla gradazione internazionalmente usata.

    L’alpinista è invece colui che pratica l’alpinismo con una certa continuità, acquisendo pertanto conoscenza, esperienza, sensibilità, in un ambiente avente certe caratteristiche. Una volta acquisito questo status, come Alessandro Gogna o tanti altri, non lo si perde più, nemmeno se si va a fare una scampagnata in uno dei tanti “laghetti dei castori”.

    Coloro che in tutta la loro vita hanno fatto si e no una decina di vie di quarto grado, perchè si sa che tanti iniziano e poi smettono per le più svariate ragioni (famiglia, lavoro, trasferimenti di residenza,…………..), non possono definirsi alpinisti pur avendo praticato l’alpinismo, così come uno che ha fatto ciclismo per un paio d’anni, magari anche gareggiando a livello amatoriale, non può definirsi un ciclista anche se magari continua ad utilizzare la bicicletta come mezzo per mantenersi in forma.

    In parole brevi l’alpinismo è quell’attività che, nell’ambito della gradazione proposta da Bertoncelli, può essere svolta anche saltuariamente mentre l’alpinista è per forza di cose un soggetto che in via continuativa pratica l’alpinismo, a prescindere dal livello, oppure un soggetto che, pur avendo smesso di praticare, per ragioni per esempio di età, ha alle spalle una lunga pratica alpinistica.

    Io almeno la vedo così.

  28. Mi piacerebbe che ogni incidente alpinistico venisse oggettivamente analizzato e le cause chiarite. Non per cercare il o un colpevole ma per cercare di mettere in guardia gli altri.

    E’ molto difficile perché spesso rapporti di amicizia o  (purtroppo e spesso) l’appartenenza a caste impedisce un’analisi imparziale.

    Io personalmente ho sempre cercato di capire le  cause per ridurre il rischio che i miei tre figli restassero orfani. Poi un po’ alla volta la mia eccessiva prudenza è diventata modo di essere; mi è capitato molto spesso di ritirarmi da una via, anche solo perché le sensazioni non erano buone.Tuttavia ,salvo un caso, sono ritornato a finire. Le montagne non si spostano ……. quindi……..

  29. Ultimamente continuo a leggere di gente che dice di aprire vie di ottavo e oltre, ma so per averla vista che in falesia non riesce a salire mai dei 7a o se ci riesce è perchè li ha studiati e lavorati per mesi. Quindi mi domando come possa riuscire ad aprire vie di ottavo. Le sale chiodando e cliffando e poi dà il grado con la fantasia?

    Forse anche questo atteggiamento parecchio da frustrati c’entra un po’.

  30. Carlo, ti ringrazio per il tabu’ violato e per l’equilibrio con cui hai toccato i diversi aspetti “omertosi”.

    Avrei voluto scrivere un articolo simile dopo un recente incidente che ha coinvolto una cordata (membri del soccorso alpino) nel posto sbagliato e nel momento sbagliato (tardo pomeriggio). Non l’ho fatto perche’ mi e’ sembrato irrispettoso e perche’ temevo potesse essere frainteso.

    Mi fa piacere che si riesca a parlarne su questo blog.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.