Una deriva pericolosa

Una deriva pericolosa
(cartoline dalla Machosfera – 6)
di Mirko Giorgi

Sono in un ristorante molto apprezzato ma dall’acustica veramente infernale. Se lo avessi saputo prima, non ci avrei messo piede.

Posterò delle pessime recensioni cautelative, anzi comincio subito: prenotare previa verifica dell’indice di affollamento; vi consiglio di chiedere conto delle norme di sicurezza in vigore nel locale e, alla luce di queste, valutare serenamente il da farsi; nota bene: i fobici, gli ipertesi e i seduttori galanti farebbero bene a girare alla larga (se infatti è vera l’affermazione di Isabel Allende — secondo la quale il punto G delle donne starebbe nelle parole — qui siete fregati).

Per mia fortuna sono solo. Non mi verrebbe in mente niente da dire in mezzo a tanto frastuono. I pensieri non fanno in tempo a coagularsi in pattern stabili che vengono sfracellati da boati improvvisi. Un’escalation di detonazioni che rende difficile risalire alla lingua madre degli urlatori.

Do un morso nevrastenico a una focaccina, poi ingoio una pasticca di Brufen 400 mg a scopo preventivo. Mi ripeto che sono stato un grosso coglione a prendere quell’altra, senza prima informarmi sulla location (circa quaranta minuti fa ho ingerito qualcosa nell’ordine dei 12–18 microgrammi, la posologia prediletta da molti creativi californiani — non gli hippie straccioni, no: parlo degli hippie della Silicon Valley — abbastanza LSD da migliorare focus e pensiero divergente, ma non abbastanza da tripparsi sul serio. Almeno sulla carta).

Adesso c’ho un po’ d’ansia, niente di serio: cerco di tamponarne lo zampillo, entrando in modalità mesmerica.

Provo a riconfigurarmi in un altrove edenico e riposante; penso al nitore delle opere di Segantini: mucche al pascolo, prati di rododendri solcati da freschi rigagnoli. Un’ostinata brezza vespertina mi spettina i capelli. Alta, calda di luce, una croda austera e rugginosa sorveglia la valle.

Ecco apparire un buffo corteo di nuvolette bianche.

Accidenti, come corrono veloci.

Forse sono in grave ritardo.

L’effetto psicomagico dura il tempo che avete impiegato a leggere questa breve lirica demenziale.

Poi il gorgo sonoro mi trascina di nuovo giù. È tutto inutile. Non si fuoriesce dalla materia, nemmeno da morti. Il vecchio tarlo marxista è ancora attivo e prontamente si incarica di ricondurmi alla realtà fattuale.

Nel breve tragitto di ritorno sento pungermi la cervicale a tradimento: una leggera ustione sotto pelle. Mi palpo la parte lesa, poi mi stiro lungamente il fascio vascolonervoso del collo. Ripeto la serie cinque volte (me ne sbatto della reputation).

Mentre sto eseguendo l’ultima, una lieve vertigine mi fa rivivere a sprazzi quella volta della cabina armadio: mentre mia moglie mi sfilava le braghe ebbi un piccolo svenimento, con tanto di vomito su di essa.

Boia, devo calmarmi.

Cancello tutto.

Ancora mi riesce.

Il mio campo percettivo è ostruito da una trentina di persone schizzate all’inverosimile, ingordamente sovraeccitate. Guardo meglio: tic di ammiccamento e smorfie facciali.

Direi cocaina.

Potrei scommetterci.

Anche perché, nel frattempo, qualcosa sta cominciando a muoversi pure dalle mie parti. Rivoli freddi sui fianchi, la camicia incollata alla schiena. La bocca si fa sabbiosa.

Provo a richiamare un po’ di saliva, come se armassi uno sputacchio.

Non ne ho più.

Sono in secca.

Con un leggero affanno inspiro aria viziata e mi aggrappo alla Ferrarelle.

Siedo nell’unico tavolino singolo, al fondo di un lungo cantinone con il soffitto a botte.

Un cunicolo rettilineo, male illuminato, affollato come l’interno di un formicaio durante un’alluvione.

Siamo così appiccicati gli uni agli altri che, se dovessi vomitare come quella volta famosa della cabina armadio, non saprei dove dirigere il fiotto senza lordare la schiena di qualcuno.

Si scatenerebbe il panico qui sotto.

Inquadro il secchiello del ghiaccio e l’etichetta del Bardolino.

Non devo toccarlo.

Per ora.

Il seminterrato è barricato da solidi muri di pietra a vista; noto graziosi innesti di mattoncini rossi e ciottoli dell’Adige. Scorgo anche strani graffiti, sigle e date sbiadite che mi fanno viaggiare nel tempo.

Come molti di voi già sapranno — vuoi perché l’avete sperimentato direttamente, vuoi perché vi hanno informato i vostri figli — il mio è un tempo dilatato e rarefatto, dove i secondi possono durare minuti e dove non si riesce mai a capire bene se quella tal cosa l’hai esperita o te la sei fabbricata in casa, se l’idea che ti ha appena illuminato è una figata oppure una boiata pazzesca.

Comunque ogni dettaglio reclama attenzione, suscita intimo stupore e mi stampa in faccia un sorriso ebete.

Sto pensando positivo, ed è già una gran cosa.

Con l’entusiasmo di un etnologo appena assunto, mi guardo attorno pieno di aspettative incruente.

Mentre provo a tenere occupata la mente, uno starnuto involontario mi stappa un orecchio e mi apre all’esterno con brutalità.

L’appetito sparisce di botto, come dopo un violento litigio: sei ancora scosso per l’accaduto e temi che la prossima sfuriata sarà anche peggio.

L’idea stessa di dover masticare mezzo chilo di Black Angus — fibra nervosa, succhi brunorossastri che colano nel piatto — mi provoca una piccola insurrezione gastrica.

Ma come cazzo ho fatto a ordinare una cosa del genere?

Spero che si guasti qualcosa in cucina. Che si presenti un cameriere tutto mortificato per l’accaduto.

Oppure… ecco: che facciano irruzione gli ispettori ASL. Sanzione immediata al locatario, sigilli alla porta, evacuazione ordinata dei presenti.

Non chiedo molto.

Alla mia destra sei persone occupano un tavolo ormai sparecchiato. Ogni tanto sbircio. Non so nemmeno il perché.

Sento solo il bisogno di concentrarmi su qualcosa, giusto per non impazzire.

Due donne, quattro uomini. Completi blu petrolio, tacchi alti, pochette e accessori firmati. Area finanziaria, direi. Ma non potrei giurarci.

È un pranzo di lavoro che si avvia al caffè. Nell’attesa degustano grappe, vodka ghiacciata e amari calabri. Il clima è da spogliatoio in festa, dopo un match sudatissimo.

Una partita vinta, a quanto pare.

Ogni tanto palpano lo smartphone, scorrono mail, mostrano schermate ai vicini. La postura è inconfondibile: performer apicali assertivi o avvocati d’assalto. Ma sono solo etichette.

Talvolta si scambiano anche amabili frecciatine.

Almeno credo.

Nonostante la sofferenza fisica, mi impongo di osservare meglio. In altri frangenti li avrei ignorati.

Una delle due donne, sulla quarantina, trucco leggero, ascolta distratta la gazzarra dei colleghi in palla. Ogni tanto lancia sorrisini professionali, senza partecipare davvero al dibattito. Sembra più una spettatrice sulle spine, una che aspetta soltanto i titoli di coda per schiodarsi e tornare a casa.

Questa mi piace.

Nutriamo le stesse speranze.

Da quelle parti il clima si è surriscaldato. È un botta e risposta accelerato dal tasso alcolico.

Le bottiglie vanno e vengono. Rimangono parcheggiate giusto qualche minuto, poi rifanno il giro.

Quello seduto in testa è preso dal nervoso. Scatta in piedi continuando il suo monologo, si sbottona il colletto della camicia e si allenta la cintura dei pantaloni davanti a tutti.

Che sia il più alto in grado?

Toh, la donna sembra infastidita.

Quasi nauseata.

Gli altri annuiscono o ribadiscono che ha proprio ragione a pensarla così.

A me rimangono solo le briciole.

(…) eh lui… sì… lui sta portando avanti questa idea della remigrazione (…) no, non è sua, ma la sta cavalcando (…) sì dai, è così (…) Sellner… si chiama Sellner, l’ideologo austriaco (…) libro sulla remigrazione forzata (…) no, lui è (…)

Cos’è ’sta roba?

E invece eccola.

Vedo arrivare la bisteccona. Per un attimo mi ritraggo. Poi mi irrigidisco e sbianco.

Ma non s’era rotto qualcosa in cucina?

O ricordo male?

Il cameriere si fa serio, poi mi cita parola per parola, sbattendomi in faccia quello che ho ordinato venti minuti fa. Poggia la pietanza e risale in superficie con ampie bracciate, del tutto indifferente al mio feedback.

Too much.

È arrivato il momento di pagare il conto.

Do una ripulita agli occhiali, prendo lo zainetto e faccio per alzarmi, quando sento una voce di donna.

Sta parlando lei.

Lo sta affrontando.

(…) ah davvero? (…) no, lasciami finire (…) ah, e allora? (…) allora quale sarebbe la tua idea di remigrazione?

— Lo vuoi sapere davvero? (…) Vuoi che ti dica la mia idea di remigrazione? (…) io… io la mia idea non la posso dire.

Lo hai stanato.

Brava!

Cerco i suoi occhi per complimentarmi, ma non li trovo.

Allora guardo lui.

È facile immaginare quale idea abbia in serbo: crudele, esemplare e definitiva.

In una parola, disumana.

Ecco perché non ha il coraggio di dirlo apertamente.

Ora, se dovessi spiegare l’odio politico a degli sprovveduti — che so, a un somaro che non ha mai ascoltato fino in fondo una lezione di Barbero, o che del Novecento riesce solo a dire che è un secolo — non mi affiderei certo a formule astratte.

Salterei a piè pari la neocorteccia e gli farei due semplici domande di pancia.

La prima: cosa provi nei confronti di un esponente della tua specie che ancora si spaccia per un suprematista del cazzo, e che magari ne fa una bandiera ideologica da consegnare ai figli della Nazione, una dottrina politica per le prossime generazioni?

Mi segui?

Ti do un aiutino: concentrati sulla rabbia che provo in questo momento e sui cattivi pensieri che questo fosco sentimento accende nel mio immaginario alterato.

Capisci queste parole?

Lo so che è difficile.

Abbiamo tutto il tempo.

Ecco la seconda domanda: non ci vedi qualcosa di puro, in una ghigliottina?

Rifletti prima di rispondere.

E attento a quello che dici.

Postfazione
Recensione” critica a Una deriva pericolosa
di Mirko Giorgi

Una deriva pericolosa, sesto capitolo della serie Cartoline dalla Machosfera, si muove in un territorio letterario oggi poco frequentato e per questo particolarmente stuzzicante: quello della neosatira cognitiva, una forma di scrittura che non si limita a sbertucciare i bersagli ideologici, ma insiste sui meccanismi percettivi, linguistici e affettivi attraverso cui il discorso pubblico normalizza l’impensabile. Anestetizza l’orrore.

Visto che stiamo parlando del funzionamento del cervello umano e della sua vulnerabilità ai cosiddetti “virus mentali”, possiamo esasperare clinicamente il concetto e parlare di una scrittura intenzionalmente schizoide: sospettosità estrema; bizzarrie lessicali; inflessioni barocche; digressioni incongrue. Siamo a un passo prima del delirio. Ed è forse proprio questo senso di pericolo imminente — il rischio, cioè, di inciampare nel ridicolo — che spinge il lettore a chiedersi cosa spunterà fuori al prossimo giro di frase. Furbetto, il Giorgi, ma sappiamo quanto sia difficile oggigiorno rimanere concentrati per più di 47 secondi. (cfr. Gloria Mark, University of California, Irvine).

Si parte da una situazione apparentemente banale, un frantume di ordinaria quotidianità: un pranzo in un ristorante affollato e acusticamente insostenibile. Ma ecco che questo seminterrato chiuso, ipossico e claustrofobico diventa rapidamente una miniatura del tutto, un frattale. O, se preferite, una facile metafora sociale. Persino un po’ scolastica, se proprio vogliamo dirla tutta.

Siamo precipitati in un bunker assordante, inondato di stimoli laceranti, rumori opprimenti, fibrillazione nervosa. Un sovraccarico cognitivo annichilente. In altre parole, il perfetto equivalente sensoriale dell’infosfera contemporanea. No, non è una gran trovata, ma funziona. Anche perché l’autore ci consegna un brandello di vita vera. Sono avvenimenti realmente accaduti. Tenetelo a mente.

Il rumore del ristorante, le voci che si accavallano, l’impossibilità di distinguere la lingua madre degli urlatori: tutto concorre a produrre una condizione di vulnerabilità cognitiva.

Quando il sistema nervoso è saturo, la capacità critica si sfianca, si impigrisce e alla fine cede le armi. A questo punto, la “fuckin’ pagan idolatry” (Jay “Chef” Hicks, Apocalypse Now, 1979) si prende il campo, col suo deposito radioattivo di capri espiatori, teschi, altari, ideali di purezza, capi unti dal Signore e teste mozzate. Prosperano slogan, frame e semplificazioni che si incistano nel nostro cervello, fino a guastarlo. È un’operazione di hackeraggio che conosciamo bene, di cui siamo i bersagli prediletti, ma che ci costa troppa fatica contrastare. Siamo troppo intenti a gozzovigliare. A celebrare le nostre performance.

A farci i pompini a vicenda, come faceva notare elegantemente il Mr. Wolfe tarantiniano.

Uno degli aspetti più riusciti del testo è la scelta di affidare lo sguardo narrativo a una coscienza alterata ma lucidissima. La micro-dose lisergica non svolge una funzione accessoria né semplicemente psichedelica: non annebbia, non stordisce. Tutt’altro: disvela. Alterando lievemente la percezione, l’attenzione e le associazioni mentali, il narratore coglie ciò che generalmente si mimetizza nel caos semantico. La distorsione percettiva non allontana dalla realtà; paradossalmente, la mette a fuoco. È come se riducesse il rumore di fondo.

Qui la satira smette di essere caricatura e diventa diagnostica per immagini. Non interpreta i sintomi: localizza le lesioni.

Il testo intercetta con precisione una mutazione del discorso pubblico: l’emersione di linguaggi disumanizzanti, non più confinati nelle fogne della storia, ma progressivamente assorbiti nella conversazione ordinaria. Il punto decisivo non è tanto la presenza di idee suprematiste, xenofobe o apertamente genocidarie. La vera questione è la loro progressiva normalizzazione retorica.

È qui che la satira di Una deriva pericolosa colpisce con particolare efficacia.

Mostra come idee tremende vengano reimballate attraverso lessici neutri, tecnocratici, pseudoanalitici. Il suprematismo non si presenta più con le cupe pacchianate del fascismo novecentesco. Assume piuttosto la forma di un discorso sobrio, apparentemente pragmatico, ragionevole, persino lungimirante (per chi ha la memoria cortissima). La violenza si traveste da policy, da scenario, da opzione amministrativa. Non si parla di deportazione, ma di “remigrazione”. Non di repressione, ma di “sicurezza interna”. Anche la barbarie più truce dispone del suo soft-power.

È proprio questo slittamento eufemistico il cuore del problema politico contemporaneo.

Il racconto intercetta perfettamente ciò che potremmo definire la managerializzazione della crudeltà.

Da questo punto di vista, la serie Cartoline dalla Machosfera lavora in continuità con certa satira novecentesca, ma incorpora un elemento tipicamente contemporaneo: la consapevolezza che oggi il potere, nelle opulente e fragili democrazie occidentali, non opera principalmente tramite coercizione, bensì tramite ingegneria del consenso umorale, intrattenimento coatto e dipendenze debilitanti. I cittadini informati ed esigenti sono poco collaborativi, come quei molesti giornalisti d’inchiesta che continuano a rimestare tra le chat private: fanno domande, chiedono conto delle decisioni, pretendono spiegazioni e, come se non bastasse, vanno persino a votare.

Quando il narratore arriva a evocare la ghigliottina, il pezzo tocca il suo punto più rischioso e più interessante. Non si tratta di un’apologia della violenza. Si tratta della verbalizzazione estrema di una domanda rimossa: cosa accade dentro di noi quando assistiamo alla riabilitazione pubblica dell’orrore?

La risposta secca che il testo suggerisce è tanto scomoda quanto onesta: a brigante, brigante e mezzo.

Una deriva pericolosa ultima modifica: 2026-09-21T04:13:00+02:00 da GognaBlog

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