Una “Montagna Sacra”

Si è svolto il 13 luglio 2021 il consiglio direttivo del Parco nazionale Gran Paradiso. Su richiesta del consigliere Toni Farina, nelle varie ed eventuali si è trattata la proposta “Montagna Sacra”, ovvero il documento progettuale inviato dal comitato promotore (qui di sotto pubblicato) sull’idea dello stesso Farina e di Antonio Mingozzi.
Il Presidente Italo Cerise e tutti i consiglieri si sono espressi in modo contrario al fatto che l’ente parco faccia proprio il progetto.
Alcuni hanno sostenuto che l’idea è in sé è bella ma non può essere il parco a sostenerla.
C’è da chiedersi, anche alla luce di quanto accaduto in Germania: ma se non è un parco centenario che sostiene un progetto culturale che ha come scopo la creazione di consapevolezza ambientale, chi lo deve fare? Progetto che tra l’altro non ha alcun costo e non prevede vincoli e divieti. Il presidente dovrà rispondere e prima o poi conosceremo le motivazioni di questa scelta.
Nel frattempo, come ovvio, il progetto prosegue (ente parco o non). E’ stato costituito un Comitato autonomo che presto inizierà la sua attività di comunicazione.
Quanti intendano aderire lo possono comunicare all’indirizzo mail montagnasacra22@gmail.com, indicando la qualifica con cui intendono apparire.

Una “Montagna Sacra”
(per il centenario del Parco nazionale Gran Paradiso)
a cura del Comitato “Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso”
Torino, 8 luglio 2021

Le premesse
1922. Una data storica per la conservazione della natura in Italia. E’ l’anno che ufficializza l’istituzione del Parco nazionale Gran Paradiso (PNGP), seguito, a poche settimane, anche del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (PNALM).

L’istituzione dei primi due parchi nazionali italiani – tra i primi anche in Europa (preceduti dai PN istituiti in Svezia, Svizzera e Germania) – salva dall’estinzione tre specie “iconiche” della grande fauna italiana: lo stambecco nel PNGP, l’orso marsicano e il camoscio d’Abruzzo nel PNALM. La loro istituzione consente altresì la tutela di paesaggi, ecosistemi, comunità e specie animali e vegetali di straordinario valore scientifico e culturale e segna la nascita dell’ambientalismo pionieristico italiano.

Il prossimo anno, 2022, ricorrerà quindi il centenario dei due parchi, “fiori all’occhiello” del sistema di aree protette nazionali. La ricorrenza sarà occasione di manifestazioni, dibattiti, mostre, incontri e pubblicazioni, già in fase di preparazione da parte dei due Enti. Forse, per un’occasione del genere, serve proporre qualcosa di più.

Dalla Punta Rossa 2707 m, alba settembrina su (da sinistra) Punta Gialin 3270 m, Grande Uja di Ciardonei, Col Ciardonei, Punta delle Sengie 3408 m, Roccia Azzurra 3308 m, Monveso di Forzo 3322 m e Punta di Forzo 3296 m. Foto: Federico Raiser. Clicca per ingrandire.

Le problematiche ambientali che, cent’anni orsono, hanno portato alla nascita di PNGP e PNALM, come di altri parchi nazionali in Europa e altrove, sono ben diverse da quelle che l’umanità deve oggi fronteggiare e già evidenziate, nel 1972, dallo studio del Club di Roma “The limits to Growth”. La distruzione di ambienti e specie – culminata in Italia negli ultimi decenni del XIX secolo – è oggi connessa a minacce di scala globale, quali il riscaldamento climatico, la sovrappopolazione, l’inquinamento, l’esaurimento delle risorse, in associazione a una presenza umana sempre più invasiva e permeante gli ecosistemi. La natura intatta, libera o quasi da impronta umana (“the human footprint”), si trova relegata a pochi angoli e a estensioni sempre più limitate del nostro Pianeta.

Il territorio del PNGP, come quello della maggior parte delle aree mondiali protette (l’85% di esse non supera i 1.000 km2), copre un’estensione relativamente ristretta (710 km2). Il Parco tutela le ricchezze biologiche racchiuse al suo interno, ma poco può fare verso problematiche di scala globale.
Non del tutto.

Per la sua storia, per tutto ciò che ha rappresentato e rappresenta nel panorama della conservazione, anche a livello internazionale, il PNGP può e deve fornire, proprio in occasione del suo centenario, un segnale culturale forte per la tutela della natura, un messaggio di responsabilità, nuovo e dirompente, comparabile a quello che, cent’anni orsono, ha significato la sua istituzione. Il centenario del PNGP (come del PNALM) deve essere occasione per ripensare il ruolo di queste istituzioni. Un ruolo di riferimento, più incisivo di quanto sinora avuto, per far sì che la transizione ecologica non sia solo affidata alla tecnica, ma sia anche e, soprattutto, transizione culturale.

La prima riflessione
L’anno della pandemia, l’anno del confinamento degli uomini nelle loro abitazioni, ha visto gli animali ricomparire in spazi “umani” con una rapidità sorprendente. Noi chiusi, loro liberi. Ma il confinamento ha anche prodotto, appena le norme lo hanno consentito, un’esplosione di presenza umana nelle aree protette, come mai prima. Un’affluenza che impone nuove riflessioni verso le necessità di rispetto e tutela delle aree di natura più delicate. E’ evidente, infatti, che anche le attività ricreative “verdi” (escursionismo, ciclismo, corsa, arrampicata, sci alpinismo, canoeing, ecc.) pongono problemi d’impatto sull’ambiente, determinato non tanto dai mezzi (in sé, “eco-compatibili”) con cui sono praticate, ma dall’intensità (numero di persone) e dalla frequenza (ricorrenza temporale) del fenomeno.

L’impatto non è slegato dalla coscienza con cui le attività sono praticate, ossia una natura fruita dai più come spazio, come palestra delle proprie attività, luogo d’azione e di soddisfacimento personale e non come ambiente, magari fragile ed esclusivo, di vita di altri esseri.

Tutto lascia ipotizzare che numeri e modalità di questo uso ludico-sportivo-ricreativo di natura si manterranno o, anzi, incrementeranno negli anni a venire. Il primo problema per la conservazione nelle aree protette è già, e sarà sempre più, l’impatto turistico/ricreativo di massa.

Il PNGP racchiude uno spicchio di straordinari ambienti alpini. Ambienti simbolo, per loro stessa natura, di inacessibilità, inviolabilità e di dominio della natura. La realtà non è esattamente questa. Tutte le cime del Parco sono “classiche” alpinistiche. Le arrampicate, su roccia o ghiaccio, sono ampiamente diffuse e praticate da numeri rilevanti di persone. Non esistono nel Parco luoghi o aree precluse agli uomini o non raggiungibili da alpinisti esperti.

Le altre riflessioni
– Invasività e alterità.
L’Uomo è di gran lunga la prima e più importante specie invasiva. Da quando è uscito dall’Africa (l’“Out of Africa” degli antropologi) Homo sapiens ha poco per volta raggiunto e colonizzato – unica specie vivente – ogni angolo del mondo, Antartide esclusa. La sua espansione si è accompagnata alla scomparsa degli “altri”: le tre-quattro specie cugine del genere Homo prima esistenti e poi migliaia di altre specie (quante scomparse prima di essere descritte?), in percentuali elevatissime tra quelle di grandi dimensioni e insulari.

Ora siamo quasi 8 miliardi e il numero crescerà ancora, sin oltre i 10 miliardi. Quale spazio avranno gli “altri” in un mondo sempre più sovrappopolato e antropizzato? Forse lo spazio di un’Arca di Noè? No, non basta. Limitate ad aree ristrette (popolazioni numericamente piccole), le specie inevitabilmente si estinguono e non tutte si adattano a vivere in ambienti antropizzati.

Indipendente da ogni diretto tornaconto umano, è nostra etica responsabilità consegnare alle future generazioni la ricchezza biologica che abbiamo conosciuto (già notevolmente impoverita rispetto al passato). Per farlo, si dovrà pensare di lasciare spazio alla “alterità” (ciò che non è noi), decidendo di escludere la nostra presenza da date aree del Pianeta, da (con)sacrare agli altri. E’ l’idea recentemente espressa anche da Edward O. Wilson – il Darwin del XXI secolo – con il suo libro Metà della Terra.

– Conquista e limiti.
L’idea della conquista (la “mad ambition”), la stessa che ci ha condotto in ogni angolo della Terra, sulla Luna e, tra qualche anno anche su Marte, è profondamente insita nella natura umana, tanto da averne forse una base genetica. L’idea della conquista è, soprattutto, fortemente radicata nella cultura alpinistica, ne è, in qualche modo, l’anima stessa.

La natura alpina, da oggetto di ammirazione estetica dei romantici, è divenuta con l’alpinismo (e anche con la scienza) luogo di conquista e di sottomissione, a scopo militare, sportivo e ora soprattutto turistico.

Un’anima che si è, peraltro, fortemente trasformata negli ultimi anni, con la prevalenza dell’esibizione sociale sulla semplice soddisfazione privata. E’ il momento del protagonismo, delle performance sportive autocelebrative, praticate da persone indifferenti (in percentuale non trascurabile) al rispetto e alla conoscenza dei luoghi, nonché al relativo impatto della propria presenza. Palestre all’aria aperta più che ambienti, come si è detto, terreno prediletto per mettere in scena il superamento di ogni limite (quello della verticalità, della fatica, delle prestazioni, della velocità, dell’affollamento, del deterioramento degli habitat naturali…).

Forse è giunto il momento di porsi dei limiti, superando il concetto novecentesco della conquista “no-limits”, come già fecero – in grande anticipo sui tempi – gli scalatori del Nuovo Mattino negli anni Settanta, che respinsero l’obbligo e il feticcio della vetta.

E’ tempo di cambiare. Conquiste non più fisiche, ma spirituali. Cime come luoghi da lasciare “inviolati” alle aspirazioni di “possesso” fisico, ma fonti di ispirazione, contemplazione e riflessioni interiori.

La Montagna Sacra
La proposta è semplice, priva di costi e di divieti: istituire una Montagna Sacra nel Parco nazionale Gran Paradiso, una montagna consacrata alla natura da cui escludere ogni presenza umana, per dare senso e concretezza al centenario del Parco. Un’idea progettuale “rivoluzionaria” – in quanto capovolge dei modelli culturali: da no-limits a off-limits – di grandissimo valore simbolico, più che direttamente finalizzata alla conservazione (come nel caso delle riserve integrali).

Un’idea mai realizzata ex novo nel mondo occidentale. Montagne sacre, nel senso religioso del termine, esistono in altre culture. Sono sacri alle culture locali il Machapuchare 6993 m (Nepal) e il Kailash 6638 m (Cina), preclusi all’accesso umano e, quindi, all’alpinismo, e l’Uluṟu – Ayers Rock, nell’omonimo parco nazionale australiano, vietato all’accesso turistico nel 2019.

Nel nostro caso, il termine sacro vuole enfatizzare un altro significato. La sacralità è, in effetti, una costruzione culturale, declinata in molte forme da diverse culture, anche come visione laica.

Sacro come simbolo di tutta la Natura. Sacro non vuole quindi avere alcun collegamento a una particolare religione, né essere segnale di un particolare misticismo. La più antica etimologia del termine, d’altra parte, indica un luogo elevato e inaccessibile, affascinante, a prescindere dal culto religioso.

Montagna Sacra come luogo da lasciare esclusivamente agli “altri”, come simbolo affettivo ed emotivo della Natura tutta per il suo valore intrinseco, non in funzione umana.

Non tutto quello che siamo in grado di fare deve essere fatto. Non tutte le montagne che siamo in grado di salire, devono essere scalate (conquistate). Per una volta, in un luogo almeno, può prevalere l’idea dell’astensione. Astenersi non significa necessariamente privarsi. In questo caso, l’astensione, più che togliere, regala qualcosa. Si tratta di un simbolismo profondo, un simbolismo di dialogo con gli elementi naturali senza sopraffazione, che stimoli sentimenti di fascinazione e affiliazione. Sono i due costrutti individuati da Edward Osborne Wilson nella sua ipotesi della biofilia.

Un luogo che incrementerà il proprio valore simbolico nel tempo: con che occhi sarà guardata quella cima dopo generazioni di assenza umana?

La Montagna Sacra non sarà luogo di divieti. Un progetto culturale non può basarsi sull’imposizione. Non vi sarà, quindi, alcuna interdizione formale, nessun divieto d’accesso, nessuna sanzione pecuniaria per chi non vorrà “astenersi”. Molto più semplicemente, l’interdizione all’accesso sarà una scelta suggerita e, alla fine, (possibilmente) condivisa e rispettata da tutti. Il rispetto dell’area dovrà basarsi sulla condivisione e sull’autocontrollo sociale. Se qualcuno riterrà di dovere comunque salirci, renderà pubblica la propria insensibilità e il proprio egoismo.

Un progetto che propone una nuova forma di fruizione del Parco, totalmente diversa dalle attuali. Intorno alla Montagna Sacra si potranno costruire, con la collaborazione degli operatori locali, itinerari e punti di sosta che pongano l’enfasi sull’osservazione e non sulla conquista, sul momento di conoscenza e di contemplazione più che sulla competizione sportiva, così da generare riflessioni sul nostro rapporto con la natura e promuovere una diversa cultura della fruizione della montagna e, più in generale, degli ambienti naturali.

Quale e perché
Il progetto propone di eleggere il Monveso di Forzo 3322 m a “Montagna Sacra” del Parco nazionale Gran Paradiso.
La scelta è motivata dalle seguenti ragioni:

a) Si tratta di “una delle più eleganti montagne del vallone di Forzo” (https://vallesoana.it/attivita-sportive/alpinismo/monveso-di-forzo/), la cui forma di “slanciata piramide quadrangolare” (Gran Paradiso, Andreis, Chabod & Santi, CAI-TCI 1980) – da qualunque versante la si guardi -, rappresenta l’icona delle cime alpine nell’immaginario collettivo.

b) Si trova sulla cresta spartiacque tra Piemonte e Val d’Aosta ed è quindi condivisa dai due versanti del Parco.

Localizzazione del Monveso di Forzo (cerchio rosso) all’interno dei confini del PNGP. Clicca per ingrandire.

c) Sul versante piemontese, la cima si trova alla testata del Vallone di Forzo (Val Soana) e, assieme alla Torre di Lavina, ne caratterizza in modo importante il paesaggi. La cima è ben visibile già dalla media valle. Sul versante valdostano, si localizza sul versante destro del Vallone di Valeille (Val di Cogne) nel gruppo di cime detto “Le Arolle”, ed è visibile da Gimillan e, anche se in modo meno prominente, dall’abitato di Cogne. Il Monveso è visibile dalla pianura canavesana e dall’area metropolitana torinese.

d) Il gruppo de Le Arolle, di cui il Monveso fa parte, racchiude “montagne belle e solitarie” e dove “gli incontri umani sono al limite dell’inesistente” (https://gognablog.sherpa-gate.com/le-arolle-montagne-belle-e-solitarie/). Il Monveso costituisce, in effetti, una meta alpinistica da sempre molto poco frequentata, per il suo isolamento e per l’impegno fisico richiesto al raggiungimento della sua cima (dislivello di 2144 m da Forzo e di 1700 m da Lillaz).

L’istituzione del Monveso a “Montagna Sacra” comporterebbe quindi l’esclusione umana da un’area (l’intera piramide) già attualmente frequentata in modo limitatissimo a fini alpinistici ed escursionistici. C’è però da ritenere che proprio la sua istituzione costituirebbe un “unicum” attrattivo, per una fruizione turistica responsabile e a distanza, particolarmente rilevante per la Valle di Forzo.

Visione panoramica del Monveso di Forzo, ripreso tra Ingria e Ronco, nel versante piemontese del PNGP. Foto: Toni Farina, 2021.
Il Monveso di Forzo visto dalla cresta tra la Valeille e la Valnontey (Val di Cogne), sul versante valdostano del PNGP. Foto: Luciano Ramires, 2010.
Scorcio panoramico della cerchia alpina dalla città di Torino. La vetta indicata dalla freccia è il Monte Gialin (altra montagna al centro di luoghi incantevoli e severi al tempo stesso). Il Monveso, nascosto dietro, è pressoché invisibile da Torino, mentre dà bella mostra di sé insieme alla quasi gemella Roccia Azzurra da tutta la pianura del Canavese orientale. Foto: da Internet.

Primi sottoscrittori
Giuseppe Barbiero ‐ ecopsicologo (Università Valle d’Aosta)
Luisella Battaglia – Presidente Istituto Italiano di Bioetica
Franco Baudino – montanaro di Elva
Piero Belletti – Segretario generale Federazione nazionale Pro Natura
Diego Bianchi, Laura Tempesta – Chalet Rosa dei Monti, Piamprato Soana
Giuseppe Bogliani – Zoologo, Università di Pavia
Luisa Bonesio – Direttore Museo dei Sanatori di Sondalo
Giorgio Boscagli
Fabrizio Bottelli – Direttore Oasi WWF Giardino Botanico di Oropa
Enrico Camanni ‐ scrittore, giornalista, alpinista
Duccio Canestrini ‐ antropologo
Milena Carrara – scrittrice, traduttrice
Daniele Cat Berro – Redattore Rivista Nimbus
Andrea Cavallero – alpicoltura, Università di Torino
Guido Dalla Casa ‐ filosofo e scrittore
Giovanna Davini – dottore forestale, prima donna guardaparco al Gran Paradiso”
Marcello Dondeynaz – membro Consiglio di Amm.ne Parco naturale Mont Avic
Toni Farina ‐ membro Consiglio direttivo Parco nazionale Gran Paradiso
Franco Ferrero ‐ Direttore Consorzio Operatori turistici Valli del Canavese
Maria Grazia Gavazza – Presidente Comm-TAM CAI Piemonte Liguria Valle d’Aosta
Ivana Grimod – Guida naturalistica del Parco Gran Paradiso
Pietro Lacasella ‐ blogger Alto Rilievo
Beppe Leyduan ‐ blogger I Camosci Bianchi
Matteo Lener – biologo, Ispra, Progetto Life Sic2Sic
Sandro Lovari
Massimo Manavella – Rifugio Selleries, Roure Chisone
Luciano Mazzoni Benoni – antropologo – Religions for Peace
Roberto Menzio – Rifugio Massimo Mila Ceresole Reale, Valle dell’Orco
Giuseppe Mendicino – scrittore, dirigente comunale
Luca Mercalli – Presidente Società Meteorologica Italiana
Franco Michieli – geografo, esploratore, scrittore
Bruno Migliorati – Presidente CAI Piemonte
Antonio Mingozzi ‐ zoologo (Università Calabria), già Direttore PNGP
Federica Moretti, Libreria dell’Orco, Ceresole Reale
Adriana My – Italia Nostra Piemonte
Alberto Paleari – guida alpina in pensione, scrittore
Pietro Passerin d’Entreves, zoologo, già Rettore Università della Valle d’Aosta
Paolo Pileri – Politecnico di Milano, Dip.to Pianificazione ambientale e territoriale
Piermauro Reboulaz – Presidente CAI Valle d’Aosta
Enrico Rivella – biologo naturalista, ARPA Piemonte
Silvia Ronchey – Università di RomaTre, Dipartimento di Studi Umanistici
Annibale Salsa – etnografo alpino e filosofo, past President CAI
Michele Serra – giornalista, scrittore
Francesco Tomatis – Un.tà degli Studi Salerno, Dip.to Scienze Patrimonio culturale
Marco Varda – guida ambientale escursionistica Regione Piemonte
Boris Zobel – ex Direttore Centro di Educazione ambientale di Pra’ Catinat

Altri sottoscrittori
Silvana Accossato  – ex Presidente Commissione Ambiente Cons. Reg. Piemonte
Rolando Ballestroni – Presidente – Gruppo Walser di Campello Monti
Elio Barello – Associazione Amici del Parco nazionale Gran Paradiso
Sergio Beccio – ex Presidente Parco del Po cuneese – beccio@isiline.it
Giulio Beuchod – guida alpina
Andrea Bocchiola – psicoanalista, alpinista
Vanda Bonardo – Presidente CIPRA Italia, responsabile Alpi Legambiente
Fabrizio Bottelli – Direttore Oasi WWF Giardino botanico di Oropa
Dany Boute – cittadino belga con casa a Boschiettiera
Stefano Camanni – Presidente Cooperativa Arnica
Emanuela Celona – giornalista
Piero Cresto-Dina – insegnante
Alberto Farina – insegnante
Assunta Prato – insegnate in pensione, amante della montagna
Donatella Steffenina – Guida Parco nazionale Gran Paradiso
Dario Zocco – Direttore Parco del Po piemontese

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Una “Montagna Sacra” ultima modifica: 2021-08-09T05:59:00+02:00 da GognaBlog

61 pensieri su “Una “Montagna Sacra””

  1. Leggo, su un sito “di alpinismo” la proposta della Montagna Sacra, in occasione dei 100 anni del Parco del Gran Paradiso. Ne abbiamo parlato qui ad agosto e, dopo un paio di mesi, fuor di polemica, ripropongo qualche mia considerazione. Il fine della proposta sarebbe anche condivisibile: la montagna non è un luogo, per forza, a nostra disposizione. Io però ritengo che faremo qualcosa di concreto se cominceremo ad eliminare gli aiuti che, nei decenni, sono stati realizzati per facilitare la salita in vetta: strade sempre più invasive nelle valli, rifugi sempre più simili ad alberghi, corde fisse a facilitare salite superfamose…. Ecco, magari un corda in meno, sul Cervino, sul Dente, una porzione di valle a traffico limitato e magari, che ne so, per i 100 anni del Parco, la strada viene chiusa a Valsavaranche e chi vuol salire si fa il resto della valle a piedi? Oppure per i 100 anni del Parco fare come Montagna Sacra proprio la vetta del Gran Paradiso? Ai promotori: questa proposta sembra un po’ fatta con il freno a mano tirato, perchè non scegliere una vetta più conosciuta? Le mie possono sembrare provocazioni, ma servono gesti concreti. Senza dimenticarsi che le persone locali (ristoratori, guide, negozianti ecc.) vivono del territorio e quindi non ha senso lanciarsi in battaglie ideologiche che mettono gli uni contro gli altri. Qualche aiuto in meno su certe vie risveglierebbe l’interesse di tanti alpinisti che hanno smesso di frequentarle per sovraffollamento. Forse più clienti si rivolgerebbero alle Guide, essendo aumentata la difficoltà. Azioni concrete e condivise  si possono realizzare. Si sta parlando di un progetto per un differente mezzo di comunicazione fra Courmajuer e Val Ferret, molto interessante, speriamo sia un grande passo avanti per la salvaguardia di un vero paradiso terrestre. 
    La proposta di rendere il Monveso inaccessibile, come già ebbi occasione di dire, mi lascia molto freddo e le modalità, temo, rischiano di ottenere l’effetto contrario. Mi permetto un solo consiglio ai promotori; il termine Sacro lasciatelo a ciò che è realmente Sacro per ognuo di noi, sia questo una Chiesa italiana, un Monastero Buddista, l’Everest per gli sherpa….. Se questa proposta andrà avanti, questa vetta non sarà un luogo Sacro ma solo proposto come inaccessibile. 
     
     
     
     

  2. È interessante l’approccio penitenziale di molti frequentatori della montagna. Indubbiamente legato a dinamiche psichiche che concepiscono la vita come espiazione di colpe arcaiche, queste persone non riescono neppure a concepire l’idea che dove essi cercano sofferenza gli altri  cerchino e trovino sano divertimento.
    Questi altri diventano subumani da rieducare: insomma come i selvaggi devono essere convertiti dai nuovi gestori del sacro.
    Buffo

  3. commento 50

    Questo lo troverei un salto di qualità, un passo avanti.

    ma di quale passo avanti vai farneticando!!
    vuoi stare riunchiuso nei tuoi bui e fumosi bar sabaudi?  Bene stacci pure ma non ti permettere di voler limitare la libertà delle persone.
    Se di salto di qualità vogliamo parlare, questo deve avvenire con una limitazione delle infrastrutture che aggrediscono sempre di più  la montagna banalizzandola, non certamente con una limitazione alla libertà dell’individuo.

  4. Caro Signor Crovella, sono rimasto allibito dal suo commento, il numero 50; si rende conto della violenza delle sue parole? lei si lamenta di una costituzione a suo dire obsoleta perchè garantirebbe troppa libertà di circolazione ai cittadini Italiani?? no ma, i francesi direbbero ” j’hallucine” ! lei ha persino auspicato che detta costituzione venga rivista per far fronte a nuove esigenze (??)..e chi le detterebbe queste esigenze? lei? stia stranquillo signor Crovella, questi sono tempi in cui le costituzioni valgono meno della carta igienica (l’abbiamo visto con la pandeminchia..alla faccia del diritto di circolazione) e quelli come lei possono dormire sonni tranquilli: la vita civile, i processi democratici e le libertà costituzionali che tanto la disturbano sono finite. Per il resto che posso dirle..lei è una persona triste Crovella, è uno che passa il suo tempo libero a tentare d’impedire ai suoi simili il libero accesso ai luoghi naturali (ultima oasi e difesa che avevamo contro la follia del mondo); mi sorge spontanea una domanda adesso: ma l’autore di questo blog non gestiva un osservatorio per la libertà di frequentazione della montagna? io l’ho sempre apprezzato moltissimo per questo..ma allora vorrei proprio sapere cosa ne pensa l’autore di gente come lei Crovella (e di tutta questa discussione delirante) che flirta con i divieti, le imposizioni e secondo me non disdegna la deriva autoritaria nella quale siamo piombati da due anni a questa parte ; buona montagna signor Crovella, io continuerò ad andare dove mi porta il cuore (ovunque valga la pena insomma) alla faccia sua, delle riserve integrali, di quei padreterni dei guardiaparco e di tutti quelli che vorrebbero toglierci questo tesoro immenso che è l’esperienza della wilderness (in autonomia);

  5. Il film e’ molto bello, non sveliamo la trama ne’ la fine per chi non lo ha visto. Volendo calarlo nel tema, ordinare vietare e punire sono certamente peggio che persuadere e ottenere il consenso. Ma se una zona geografica deve rimanere inviolata allora si deve controllare, con cio’ che ne consegue per coloro che la violano. Senno’, se non si controlla, avremmo alcuni, persuasi, che rispettano l’idea e altri, disubbidienti, no? Non avrebbe senso. In effetti come si riesca a realizzare l’inviolabilita’ mi sfugge ma probabilmente non ho letto attentamente.
    Circa l’esercizio della leadership, per andare fuori tema ma su un tema tristemente attuale, andate leggervi come Napoleone risolse in un solo giorno il problema di coloro che appiccavano incendi…

  6. Crovella. Visto che anche a te piace il cinema, se non l’hai visto ,ti segnalo “Allarme rosso” con Denzel Washington e Gene Hackman del 1995. Il tema è quello di come educare/guidare/influenzare gli uomini, in altri termini esercitare la leadership. Hollywood  a volte è molto sottile nell’incarnare in personaggi diversi i contrastanti aspetti di un problema e le diverse visioni che sottendono. Fa riflettere ed anche molto avvincente. Come deve essere un buon film. Buona visione. 

  7. Scrivo molto perché mi piace scrivere, a prescindere (come diceva Toto’). Lo sa bene il povero Gogna che viene mitragliato dai miei testi. Scrivo su qualsiasi argomento, ben al di là della montagna. Scrivo in media 40-50 cartelle al giorno, a volte anche di più, sommando quelle per lavoro con quelle per diletto. Molte pagine trovano pubblicazione, altre non escono neppure dal mio pc. Quindi scrivo anche solo per me stesso. Mi piace anche “educare”, ma solo dove ci sono prerequisiti minimi da parte degli interlocutori, es allievi di scuole di montagna ecc. Sotto il profilo delle possibilità di crescita dell’umanità… sono molto scettico, è come parlare al vento. Per questo temo che l’idea in questione restera’ poverella. Diverso se si fa arrivare, con fondamenta inoppugnobili sul piano giuridico, un verbale da 5.000 euro ai trasgressori del divieto… quello sì che educa!

  8. “Ma se ritieni il genere umano non emendabile perché impieghi parte del tuo tempo a scrivere sul blog? Al posto di andar sui monti…”
     
    Lo strano caso del dottor Crovella e di mister Carlo.

  9. Dear Crovella. Ultima replica anche per me che sennò questo ping pong diventa fine a se stesso. Una vera palla.
    Diciamo così: la questione è, come si diceva un tempo, politica. Per mettere barriere alle strade occorre appunto una scelta politica, una maggioranza politica (nazionale, regionale, comunale, ente parco) che faccia quella scelta. E tali maggioranze si creano se il popolo elettore ha una “cultura” (brrrrrr) tale da indurlo a votarle. Il classico gatto che si morde la coda.
    Comunque la mia mail e il mio cell in rete li trovi, se vuoi proseguire.
    Comunque 2: ma se ritieni il genere umano non emendabile perché impieghi parte del tuo tempo a scrivrere sul blog? Al posto di andar sui monti…

  10. A essere sincerissimo, dai l’impressione tu di non comprendere il succo di quello che ti viene detto. Ci provo un’ultima volta. Sull’efficacia dei progetti “culturali” io non credo affatto, non solo su questo tema, ma in assoluto nella vita. Per aver fiducia nella capacità di “convincere” gli altri essere umani, occorre credere nell’intelligenza di tali essere umani: ovvero se avanzi loro delle argomentazioni fondate, li “convinci”, perché “capiscono”. Ma, osservando l’umanità, ogni giorno io constato che l’umanità manca di intelligenza e quindi reputo inutile avventurarsi su quel sentiero. Prendi, a puro titolo di esempio, il sottostante commento n. 7: non riuscirai mai a “convincere” individui del genere. L’unica cosa che c’è da fare è impedire fisicamente l’accesso, trovando un meccanismo che, tecnicamente e giuridicamente, sia inattaccabile. Mettete un cancelletto d’accesso ai valloni e, se qualcuno sgarra ed entra di nascosto, fategli arrivare un verbale da 5.000 euro… una cosa così è molto più “istruttiva” che migliaia di discorsi vuoti e illusori. Specie gli italiani, poi, capiscono solo quando li si tocca sugli “sghei“. Obiettivi come quelli che ho sintetizzato mi interesserebbero, mentre ripeto che l’iniziativa in questione, per come emerge dai tuoi scritti, è, allo stato attuale, una minestrina insipida e riscaldata: già un anno fa la giudicavo un’idea deboluccia, ora è passato un anno e sei ancora a parlar delle stesse cose… Se cambi marcia, magari mi incuriosisci, se resti a menarla su cose vuote e inefficaci, ti lascio andare per la tua strada…. Ciao!

  11. Sig Crovella non vorrei peccare di ottimismo ma le dico che l’iniziativa non è al palo. 
    La sua proposta è fattibile nell’ambito del piano e del regolamento del parco che sarà discusso a breve in consiglio. Ma è un’altra cosa. Correlata per certi aspetti ma altra cosa. Si chiamano riserve integrali o semi integrali e hanno come finalità la tutela di specifici habitat. Nel pngp oggi non esistono ma prima o poi è un vuoto che andrà colmato. Non si tratta di progetti culturali ma di scelte tecnico scientifiche. Altra cosa appunto. 
    Spiace non capirsi. Magari su un sentiero o davanti a una birra. O ai piedi della piramide del Monveso

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