Una Supercanaleta delle non ambizioni

Una Supercanaleta delle non ambizioni
di Marcello Cominetti
(pubblicato su marcellocominetti.blogspot.com il 30dicembre 2013)

A El Chaltén, questa stagione pare essere di quelle di una volta. Il tempo è sempre brutto e le finestre di bello a cui tutti si erano abituati negli ultimi due anni, sembrano solo un ricordo. L’impazienza di stare a fondovalle, però, si insinua giorno per giorno nelle nostre menti malate di scalatori, quindi sono innumerevoli i tentativi, le false partenze e gli obbiettivi mancati. Con il mio compagno Max Lucco a novembre partiamo per il Cerro Standhardt dove la via Exocet scorre sulla parete est mentre il vento soffia da ovest… Sveglia a mezzanotte dal campamento Noruegos ma il cielo promette solo guai senza stelle e ripuntiamo la sveglia alle 4. Quando suona, stessa storia e ci giriamo dall’altra parte finché alle 7 Max esce dalla tenda a pisciare e dice, è bello!

Il versante meno bello del Fitz Roy con la Supercanaleta al centro.

Alle otto siamo pronti a partire per andare a dare un’occhiata. Fa caldo e la neve per guadagnare il Colle Standhardt è pesante. Raggiunto il colle la rabbia del vento ci dà una violenta scrollata facendoci decidere di continuare. Il primo tiro di misto, sul quinto grado, mi impegna abbastanza, non per la difficoltà in sé quanto per il non farmi strappare via dalle raffiche malefiche di questo vento gelato.
Dopo il secondo tiro siamo a est riparati e tranquilli. Proseguiamo portandoci dietro il raffreddore che Max si è preso al colle e che lo torturerà per settimane. Raggiungiamo la goulotte caratteristica di questo capolavoro di Jim Bridwell e quasi arriviamo in cima decidendo, forse a torto, di scendere perché ci sembrava tardi. In verità avremmo avuto tutto il tempo, ma si sa, col senno di poi è facile dire quello su cui prima si dubitava.
Max parte e sembra che due giorni dopo arrivi una finestra. Ormai tutti usano questa parola per dire che potrebbe fare qualche giorno di bel tempo. È che quando è sempre brutto, anche i migliori meteorologi (leggi Rolo Garibotti) se sono anche loro scalatori iniziano a vedere finestre anche laddove non ci sono che piccoli oblò.
Quindi parto con Franz, 30 anni più giovane di me ma ben temprato da una lunga permanenza sulla Ovest della Torre Egger con il suo omonimo Ermanno Salvaterra per aprire una viona che nessuno mai ripeterà.
Meta nostra la Supercanaleta al Fitz Roy che presenta l’ultimo quarto di parete imbiancato come non mai. Ma si parte convinti, io forse più di Franz, assieme a Diego e due Marchi (Farina e Majori dell’Esercito e fortissimi!) che fanno l’altra cordata che alle due del mattino risale il conoide iniziale di questo viaggio verticale. Il conoide è affollato da altre cordate, almeno tre, ovvero una decina di lampade frontali traballanti che rallegrano la consueta atmosfera lugubre di questi casi. Quella che Desmaison caratterizza in suo libro scrivendo che la crepaccia terminale puzza di cantina umida e il sonno rende tutto ovattato.
I miei compagni notano due belle ragazze bionde tra gli altri aspiranti alla via. Me lo dicono meravigliandosi che io non le abbia notate. Forse ero impegnato a correre dietro ai miei soci supergiovani per guadagnare la prima posizione in salita, ma proprio non le ho notate. Mi dispiace, gli dico col fiatone. Già da dove il pendio si raddrizza per entrare nel couloir di oltre mille metri che segna l’inizio di questa via classica, la mia esperienza di guida mi dice che noi cinque siamo i più veloci. La cosa mi conforta assai e non voglio perdere la pole position, anche se questo ha il suo prezzo, che significa polpacci di fuoco per due ore buone e concentrazione assoluta esclusivamente sulle tre punte d’acciaio che si alternano nel collegare la mia esistenza a questo pianeta. Per il passo alla Ueli Steck ci saranno altre occasioni. Magari più brevi di questa “grand course” nel vero senso della parola.
Ci leghiamo solo all’inizio delle difficoltà che fin da subito non sono così banali come pensavamo. Parte Franz ed è subito un buon quinto che in arrampicata sarebbe il grado da cui si inizia, ma che qui si presenta complicato da ramponi, piccozze e guanti che si fanno chiamare misto moderno. Un’arte neppure troppo recente a cui si è dato il nome di drytooling tanto per rendere questo procedere goffo e perlopiù incerto, almeno una specialità che conti degli adepti.
Le nuvole nere in cielo e la rapidità con cui si spostano mentre l’alba fa capolino, mi fanno dire a Franz che sarebbe meglio scendere ma abbiamo tanto tempo, perché in effetti siamo stati veloci su per la canaleta, quindi si prosegue. Passo davanti imbattendomi nel corpo di Frank imbrigliato nel ghiaccio, un poveraccio caduto qui anni fa e mai recuperato. La mountain bike appesa al soffitto della Chocolateria lo ricorda come un amigo del pueblo. Ciao Frank, si deve andare avanti e lo facciamo bene senza perdere troppo tempo. E siamo così all’uscita della via Californiana. La cima sembra lì a pochi passi ma ci tocca aggirare torri verticali, superare pareti che da sotto sembravano alte pochi metri mentre le dimensioni da vicino si moltiplicano per dieci. Il ghiaccio ricopre tutto, ma proprio tutto e costringe a un gran lavoro di pulitura che ci fa andare lenti lenti. Ci alterniamo al comando e battiamo i denti dal freddo perché la “finestra” era solo nella nostra fantasia speranzosa. Siamo in una perenne nuvola grigio scuro che non mette buonumore per nulla e il vento ci viene a cercare dietro a ogni spigolo oltre il quale cerchiamo di ripararci. Si, da queste parti ti accorgi che il vento non soffia solo da una direzione ma quando non dovrebbe si mette a soffiare da tutte quelle più fastidiose dandoti l’impressione inquietante che ti stia cercando con convinzione e goda da morire a sottrarre calore dal tuo corpo già provato da altri eventi del momento.
Nonostante le tre giacche che indosso ho la netta sensazione che il poco calore del mio corpo se ne stia andando a contatto con i miei indumenti freddi. Le ore passano in una progressione lenta e per nulla divertente, nonostante le battute idiote che ci scambiamo. L’alpinismo estremo (!?) non è affatto cosa seria, anche se molti lo credono.

Via Exocet, 1a lunghezza, Cerro Standhardt. Foto: Max Lucco.

Quando la via è finita la cima è lì a pochi minuti. Si può raggiugere camminando su per una rampa detritica esteticamente deprimente. Ci sono degli squarci nel cielo e compare perfino il tipico azzurro saturo che è la gioia dei fotografi con panza e teleobbiettivo da finestrino del bus. La mia meta è il primo ancoraggio per le doppie che portano nuovamente nella Supercanaleta, e quindi alla base. Alla cima vera e propria non salirei neppure se dio mi promettesse un berlusconiano elisir di vita infinita. Sulla cima del Fitz ci sono già stato ma penso che gli altri ci tengano a raggiungerla per la prima volta. E invece no! Noto non senza un minimo di soddisfazione, che la conquista dell’inutile di terrayniana memoria ha in questo momento un realistico sopravvento, è proprio il caso di dirlo, e tutti siamo concordi nello scendere immediatamente. Pensavo di essere vecchio, infreddolito e demotivato perché non mi interessava affatto andare fino in cima ma capisco che tutti e cinque concordiamo sul fatto di averne pieni i coglioni. Negli ultimi momenti della via ho pensato che non mi interessava a tutti i costi farla, ma che si può incontrare in condizioni migliori e goderne molto di più. Questo mi ha fatto soffrire più ancora mentalmente prima che fisicamente, anche perché ormai ero lì.
Questo momento mi ha fatto e rifatto riflettere sul mio alpinismo, su tutti questi anni passati a sforzarmi di credere in certi obbiettivi come il massimo della vita. E invece no. La mia vita è occupata anche da altre cose, soprattutto da altre persone, dai miei figli, dalla mia famiglia, dalla mia chitarra e dalla finestra di casa mia. Una finestra che so che esiste e che non è eterea come quelle meteo che qui si aspettano e si inventano.
Fanculo l’alpinismo mi dico con soddisfazione e gioia, pur amandolo ancora e sapendo che ai monti tornerò sempre, se potrò. Ma ci tornerò secondo il mio sentire, che è un qualcosa che negli anni cambia e secondo me si evolve al mio interno e mi fa decidere come interpretarlo.
Il fascino di queste e di altre cime per me restano immutati. Le montagne sono lì e non si spostano per definizione, ma noi ci possiamo spostare, possiamo percepire, pensare e agire di conseguenza. Possiamo perfino inventarci una cosa come l’alpinismo. E tutto questo è fantastico!

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Una Supercanaleta delle non ambizioni ultima modifica: 2022-11-06T05:23:00+01:00 da GognaBlog

6 pensieri su “Una Supercanaleta delle non ambizioni”

  1. 6

    Un mito è l’assurdità del non poter bestemmiare nel tempio. Si può abbattere.

  2. 5
    lorenzo merlo says:

    Creare miti e demolirli.
    Questo facciamo.
    E con essi la realtà.
    Dovrebbe essere insegnato a scuola.
    Docente.

  3. 4
    ALESSANDRO LANDI says:

    Complimenti per la salita, Bel racconto e condivido in pieno le riflessioni finali 

  4. 3
    Fabio Bertoncelli says:

    “Quando la via è finita la cima è lì a pochi minuti. Si può raggiugere camminando su per una rampa detritica esteticamente deprimente. […]. La mia meta è il primo ancoraggio per le doppie che portano nuovamente nella Supercanaleta, e quindi alla base. Alla cima vera e propria non salirei neppure se dio mi promettesse un berlusconiano elisir di vita infinita. Sulla cima del Fitz ci sono già stato ma penso che gli altri ci tengano a raggiungerla per la prima volta. E invece no!”
    Ma è come bestemmiare nel tempio!
     
    Condanno a venti nerbate nella schiena ciascuno degli alpinisti che si è fermato – in segno di disprezzo – a pochi minuti dalla cima immacolata del Fitz Roy.
    E lo condanno pure alla pena di cinque salite sulla vetta del Cimone (2165 m, Appennino Tosco-Emiliano), con partenza da Sestola passando per Pian del Falco e il Lago della Ninfa.
    … … …
    Marcello, perdonami la mancanza di riverenza, ma “quanno ce vò, ce vò”.

  5. 2
    Marco Garbin says:

    Bravo Marcello! Bel racconto e soprattutto le cose che contano sono quelle reali come la finestra di casa

  6. 1
    bruno telleschi says:

    Spesso l’alpinismo oscilla tra lo sport e la bellezza, tra la prestazione tecnica e la contemplazione estetica senza un ragionevole equilibrio. È  vero: spesso basta una finestra per vedere l’azzurro del cielo e rafforzare il senso della vita.

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