Una vita d’alpinismo – 26 – Sulla Marmolada di Rocca – 1

Nel cinquantennale di questa salita.

Sulla Marmolada di Rocca – 1 (1-2) (AG 1970-006)

Su quello spigolo, bloccati a non più di una cinquantina di metri dalla vetta mentre salivamo centi­metro su centimetro, abbiamo vissuto una delle nostre più grandiose espe­rienze in montagna. Ogni metro poteva essere l’ultimo possibile e intanto grandinava a tal punto da non riuscire a guardare in alto. Nello stesso tempo scariche elettriche di impressionante violenza, nella nebbia più fitta e nel buio incipiente, ci facevano capire quanto si possa sfiorare a volte la tragedia più grave. Un fulmine più lungo degli altri ha colorato di viola la roccia e tutto l’ambiente circostante, ormai coperto di neve; per un attimo ci siamo guardati in faccia, poi tutto è ripiombato nel buio e non ho più visto nessuno. Ciò che importava era salire e togliersi da lì. Ricorderò sempre il volto dei miei compagni, intravisto un momento solo per raddoppiare gli sforzi per uscire in vetta, che abbiamo poi raggiunto annaspando nel­l’oscurità sulle placche coperte di neve e di paura.

La parete sud della Marmolada dalla Cima Ombretta Orientale, 16 agosto 1985.

La direttissima alla Marmolada di Rocca 3309 m, iniziata il 27 agosto 1970, si è conclusa, dopo un bivacco e innumerevoli avventure, alle 22 del 28 agosto, alla luce delle pile frontali per non bivaccare un’altra volta sotto i fulmini e la grandine. A cura di Alessandro Gogna, Alberto Dorigatti, Almo Giambisi e Bruno Alle­mand, costretti in seguito dal col. Cappello a intitolare la via al 50° della FISI.

Gli ottocento metri di parete, divisi a metà dalla solita cengia, furono saliti con 101 chiodi e 5 cunei, tutti lasciati. La via si svolge tra la Vinatzer e la Messner-Renzler. Nella prima parte segue le grandi placconate e i muri sotto lo spigolone di Punta Rocca, poi, nella seconda, lo spigolone stesso, diritto sparato in punta, con una linea più unica che rara che delimita a sinistra il triangolo isoscele già superato direttamente da Messner. L’attacco è situato a circa 60 metri a destra della Messner e circa 150 metri a sinistra della via Vinatzer.

Bruno Allemand e Alessandro Gogna, in servizio alla Fiamme Oro di Moena, dopo la prima ascensione della via del 50° FISI alla Marmolada. Foto: Tomaselli

Si seguono delle cengette e dei saltini con andamento obliquo a destra, fino ad un bel terrazzino situato a circa 40 metri dalle ghiaie (ometto). Caratteristica della prima parte è la quantità di traversate a corda, a sinistra e a destra: sono in tutto quattro, effettuate per evitare i tratti insuperabili con i mezzi normali. Proprio così: il vecchio metodo di Dülfer ha funzionato ancora, nonostante che il chiodo a pressione lo avesse messo un po’ in disparte. Per il resto si arrampica quasi totalmente in arrampicata libera, su passaggi sempre sostenuti al limite del possibile. Nella seconda parte l’artificiale au­menta, senza certo prendere il sopravvento sulla libera, che diventa an­cora più dura.

Scrivere oggi della parete sud della Marmolada (a esattamente cinquanta anni di distanza) significa trovarsi faccia a faccia con il grande problema del tempo che scorre. C’era una volta una parete invincibile che poi divenne la più difficile delle Dolomiti; essa in seguito offrì alcune tra le estreme salite di sesto grado. Grandi firme, grandi imprese, la storia. Poi apparvero i primi chiodi a pressione, poi vi fu il ritorno alla scalata classica. Proprio di questo ritorno si sta per parlare ora, ma senza più l’orgoglio che caratterizzò le prime relazioni su quell’impresa. Scrisse infatti Alberto Dorigatti: “… siamo convinti di aver tracciato una via logica, paragonabile alle ormai famosissime vie che solcano la parete sud. Questa certezza ci è data soprattutto dal fatto che abbiamo affrontato la parete senza chiodi ad espansione, pronti a scendere da qualunque punto qualora i chiodi normali non ci avessero permesso di passare, qualora cioè la parete non ci avesse offerto la sua vulnerabilità. Questo è ancora oggi, a mio parere, il sistema con cui i numerosi problemi tuttora non risolti vanno affrontati. Chi poi li risolve, come si è visto nelle recenti cronache alpinistiche, con un numero più o meno alto di chiodi ad espansione, avrà senz’altro aperto una bella via ed anche degna di ripetizioni; dovrà però convenire d’aver affrontato la parete con l’assoluta certezza di passare. Con questa sicurezza il valore dell’impresa è relativo, in quanto in essa è annullato in partenza quel rischio e quell’incertezza che sono parte prima e fondamentale dell’alpinismo classico; l’alpinismo cioè che molti vedono in pericolo, se non tramontato, ma che in realtà ancora oggi molti giovani praticano con entusiasmo.” (Le Alpi Venete, 1971, n°2).

Dorigatti rincarò la dose (Sesto grado, Longanesi, 1971, pag. 291) “portare con sé i chiodi ad espansione per una prima salita è togliere in partenza ogni valore alla salita stessa. L’espansione elimina il rischio, elimina l’incognita, elimina l’alpinismo; significa la certezza assoluta nella riuscita dell’impresa; e portarlo senza usarlo, significa ugualmente prati­care pseudo-alpinismo”.

Sulle prime lunghezze

Perché oggi non c’è più l’orgoglio di tutto ciò? O meglio, perché l’orgoglio s’è ridimensionato? La Marmolada di Rocca è un ricordo di ore indelebili. È un’immagine di roccia al sole e di roccia nella bufera. È un rapido flash quando gli amici o gli sconosciuti la ripetono e te lo comunicano. Ciò che è necessario accettare fino in fondo è il fatto che il tempo passa. Che dopo di noi sono arrivati altri e hanno visto la parete con i loro occhi. E più si va avanti nel tempo più gli occhi aguzzano la vista e vedono particolari che a noi sfuggivano. Si può sempre dire che i più potenti microscopi perdono la visione d’insieme, ma è un’osservazione che potrebbe portare lontano, assai lontano forse proprio dalla visione d’insieme, che continua a sfuggire o meglio non smette mai di rivelarsi. Quegli occhi trasformano la parete. Cosa cerca oggi l’arrampicatore sulla Sud della Marmolada, dopo la violenta accelerata che le capacità medie hanno registrato? Cosa cerca di così differente da Gogna e compagni? Cosa ha vissuto Giordani? E cosa sentono nei nostri confronti gli arrampicatori di oggi? Quanta gelosia, quanto amore paterno per una creazione che è tua solo in parte! Anche le vie sono mortali, purtroppo. E non ci si può consolare col pensiero ch’esse sopravvivranno a noi.

Sedetevi sulla vetta dalla Cima d’Ombretta. In una bella mattina di luglio, sostate lassù per qualche ora, con la parete davanti a voi. Sentirete i richiami di una ventina di cordate, divertitevi a individuarle sulle vie più diverse. Usate i binocoli. Se avete aperto una via sulla parete vorrete bene a tutti quei ragazzi. E scenderete a valle oppressi da un benefico nodo alla gola.

Sulla Marmolada di Rocca
(scritto nel settembre 1970)

La Sud della Marmolada ha un fronte di due km e un’altezza variabile dai 550 metri ai 900. Fino ad oggi vi erano state tracciate una quindicina di vie, tutte molto eleganti. Ai primi del ‘900 le due guide Michele Bettega e Bortolo Zagonel, con Beatrice Thomasson, riuscivano per la prima volta a salirla, per un itinerario che ancora oggi è ritenuto il più classico della parete. Le sue difficoltà, valutate oggi di quarto grado, hanno fatto per parecchio tempo ritenere che non vi fosse via più dif­ficile nelle Dolomiti. Sfruttando la serie naturale di camini e di fessure le due guide avevano raggiunto la cresta sommitale ad una forcella tra le due punte più alte della Marmolada, la Penìa e la Rocca. Guido Rey, dopo una storica ripetizione, ne fece una relazione insuperabile nel suo libro.

La prima lunghezza dopo il cengione

Poi arrivò l’epoca del sesto grado, vennero Luigi Micheluz­zi con Roberto Perathoner e Demetrio Christomannos, che nel 1929 effettuarono la salita diretta alla Punta di Penìa, compiendo il primo capola­voro italiano di estrema difficoltà, in diretto antagonismo con la Scuola tedesca di Monaco. Di seguito nel 1936 vennero vinte successivamente la Sud-ovest da Gino Soldà e Umberto Conforto, e la Sud della Marmolada di Rocca da Giovan Bat­tista Vinatzer ed Ettore Castiglioni.

Rimanevano le pareti della Marmolada di Ombretta e del Piz Serauta, che costituiscono la parte destra dell’immensa mu­raglia. Tanti provarono a salire, e solo alcuni riuscirono: Gino Pisoni e Castiglioni, Toni Egger e Cesare Giudici, Conforto e Franco Bertoldi. Poi Walter Philipp e Fred Henger, con il loro errore di itinerario. Cominciarono anche ad essere piantati i primi chiodi a pressione: Wolfgang Scheffler e Gert Uhner, poi Ar­mando Aste, che può vantare un poker d’assi su questa pare­te: quattro vie di enorme importanza, che richiesero ad Aste e compagni anni di sforzi e di sacrifici. La via dell’Ideale è la più bella delle quattro ed è la diretta alla Marmolada d’Om­bretta. La sua grandiosità non è assolutamente offuscata dai 14 chiodi a pressione che Aste dovette fissare.

Le due cordate in azione. Foto: Tomaselli

Poi le invernali: Hermann Buhl e Kuno Rainer con una stu­penda impresa sulla Soldà; Ludwig Moroder e Vincenzo Malsi­ner sul Pilastro Micheluzzi; Oti Wiedmann e Walter Spitzenstätter sulla Vinatzer; otto giorni di avventura allucinante ai limiti del possibile. Nel 1968 Reinhold Messner, con Konrad Renzler, apre una nuova via tra la Vinatzer e la Bettega, che nella parte alta si collega a quest’ultima: 500 metri di parete vergine su placche lisce e lungo un diedro impressionante, con solo una quarantina di chiodi. Nel 1953 Cesare Maestri apre la serie delle grandi solitarie con la salita alla Soldà e così arriviamo al 1969, quando lo stesso Messner sale la via Vinatzer fino alla cengia, e di lì prosegue diritto invece di deviare a destra sull’originale: 350 metri di quinto grado superiore fino ad arrivare quasi in cima alla Punta di Rocca.

Lo sanno tutti gli alpinisti che la storia non è ancora fi­nita su quella muraglia. Ancora tante vie possono essere aper­te. Quando ho cominciato a interessarmi al problema, ho pen­sato subito che, non essendoci più alcun problema esplorativo, bensì solo una quantità di problemi accademici, occorreva risolverli senza chiodi a pressione, solo per fare un itinerario o meglio scoprirlo, il più possibile puro, solo con il compromesso dell’artificiale tradizionale. La via mi venne così suggerita da Almo Giambisi: lo spigolone della Marmolada di Rocca!

«No, l’alpinismo non può sfociare, almeno per me, in un lavoro industriale: sarebbe davvero il più inutile e assurdo la­voro che l’uomo abbia inventato». Così Reinhold Messner in conclusione ad un suo articolo sulla sua via nuova alla parete sud della Marmolada di Penìa. Queste parole, a parte la loro esattezza, si adattano meravigliosamente alla Marmolada. Poche

Bruno Allemand fotografa Alessandro Gogna. Foto: Alberto Dorigatti

montagne come questa presentano una così grande possibilità di lavori «industriali» in serie. Cosa c’è di meglio che una così enorme placconata calcarea, liscia e non strapiombante, anzi eccezionalmente verticale? Ci si possono passare le intere ferie sopra, dopo aver fatto incetta di tutti i chiodi a pressione in ogni negozio di articoli sportivi. La tentazione, in effetti, potrebbe essere troppo forte. Eppure, tra tanti possibili itinerari ferrati, doveva esserci qualche possibilità arrampicatoria. Pos­sibile che i vari Soldà, Micheluzzi, Vinatzer, Egger, Conforto, Pisoni, eccetera, avessero proprio fatto fuori tutto? Possibile che con le salite di Aste, Messner, Barbier e Philipp fossero esau­riti tutti i problemi da risolvere tradizionalmente?

Lo spigolo di Punta Rocca che, nelle giornate di sole proietta la sua ombra sulle placche e sui canaloni della Punta Penìa, poteva essere il problema da risolvere, così logico ed evi­dente: dalla cengia, che solca a metà la parete sud della Mar­molada di Rocca, una lama di coltello dritta fino alla punta. E sotto alla cengia? Placche e soltanto placche levigate fino ai ghiaioni.

Marmolada, 1970, 1a ascensione via 50° della FISI

Dopo tre brevi ricognizioni effettuate nei giorni preceden­ti (14, 16 e 18 agosto), il giorno 26 agosto, alle cinque di sera, arriviamo al bivacco fisso Marco Dal Bianco, vicino al Passo Ombretta. Due allievi della Scuola Alpina di Pubblica Sicurezza di Moena ci aiutano a portare il materiale. Domani alcuni Istruttori di Roc­cia e membri della Squadra di Soccorso Alpino ci seguiranno con i binocoli dalle ghiaie. Questa la nostra organizzazione, più che altro morale. Domani saremo proprio soli con la muraglia. Siamo in quattro. Il mio secondo di cordata è Bruno Allemand, 20 anni, di Salice d’Ulzio, anche lui in forza alla Scuola Al­pina; Alberto Dorigatti, 21 anni, di Bolzano, e Almo Giam­bisi, 32 anni, di Canazei formano la seconda cordata, che si alternerà con noi durante la salita. Il tempo è bellissimo, e anche se le incognite sono tante, sono anche molte le spe­ranze di salire la parete che ci sovrasta. È illuminata dal sole, ormai di sbieco: quasi le placconate sotto la cengia luccicano e, di sopra, lo spigolo ci sembra così bello e così poco pos­sibile.

Alessandro Gogna sulla parete sud della Marmolada di Rocca, 2° giorno di salita.

– Lassù o si va in libera totalmente, oppure dovremo chio­dare per 400 metri.
– Per me bisogna chiodare e per di più con i chiodi più piccoli che abbiamo.
– Io penso che si andrà in libera fino a metà, e poi con i chiodi piccoli.
– Ma quanti chiodi piccoli abbiamo?
– Oh, ce n’è un bel po’, di tutte le specie per tutti i bu­chetti e per tutte le fessurine.
– Beh, l’unica è vedere dopodomani. Dobbiamo ancora ar­rivare in cengia e già pensiamo allo spigolo?

L’indomani mattina sveglia alle 4. Un po’ di tè, e via in partenza. Si fa presto a scivolare lungo le ghiaie, al chiaro di luna. Dal rumore metallico dei barattoli arrugginiti della guerra ’15-’18 giudichiamo di essere vicini all’attacco. Già le volte pre­cedenti infatti avevamo notato, proprio in questo punto del ghiaione, una quantità enorme di barattoli, pezzi di ferro e resi­duati vari. Tutto materiale gettato giù da Punta Rocca, in que­gli anni pazzeschi di logorio in trincea. Saliamo per cengette e saltini di roccia non difficili fino all’attacco vero e proprio, un camino-diedro strapiombante. Per molti tiri di corda non pensiamo ad altro che ad arrampicare in fretta, anche perché sappiamo che la parete non risparmia le scariche di sassi. Tutto in arrampicata libera, fino a che non ci troviamo su terreno ver­gine. Siamo su una zona della parete meno verticale delle altre. Con una traversata a corda andiamo a sinistra, verso un cana­lino più facile. Le prime pietre cominciano a fischiare, e bi­sogna-fare ancora più presto. Su per il canalino, poi in traver­sata a destra, che dal basso ci sembrava impossibile. Sembra di sfiorare la roccia da tanto che gli appigli e gli appoggi sono piccoli: eppure si procede velocemente. Un’altra traversata a corda, a destra, poi qualche chiodo su cui attacchiamo le staf­fe. Il sole ci riscalda un poco, cominciamo a scattare le prime foto.

Articolo su L’Adige

Siamo ormai in vista della cengia, ma le placche che ci se­parano ci scoraggiano un poco. Occorre andare ad infilarsi in un colatoio con acqua. Pazienza, ci bagneremo, ma almeno potremo salire. Alberto va avanti. Dal basso lo seguiamo con il fiato sospeso. Non ci sembra molto probabile che possa sa­lire in libera tutti quei metri. E invece ci riesce. «Bravo, Al­berto!». Dopo, un’altra traversatina a destra, una lama stac­cata in artificiale, poi finalmente il canale. Facciamo provvista d’acqua con gli appositi bidoncini di plastica. Il colatoio è lungo 40 metri: 20 in libera e 20 da chiodo a chiodo, e siamo su una cengia, da cui con facilità risaliamo all’altra, quella gran­de, a metà parete. È ancora presto, e preferiamo continuare al­meno un tratto.

Una fessura che in alto strapiomba ci indica la naturale via d’accesso allo spigolo. Senza pensarci troppo su, parto e mi tro­vo subito impegnato e costretto a piantare qualche chiodo. In alto poi, 30 metri sopra i miei compagni, compio un’uscita in libera molto scorbutica. Prima di passare, fermo sull’ultimo gradino della staffa, provo in tutte le maniere a mettere almeno un ultimo chiodino, ma tutta la roccia a portata delle mie mani è veramente senza la minima screpolatura. Provo a passare in libera, ma siccome non vorrei volare, ritorno indietro, o meglio ridiscendo sul penultimo gradino, in quanto per la verità non ero riuscito neppure ad abbandonare la staffa. Dopo questa con­vincente prova, ritento con i chiodini. Classica situazione da chiodo a pressione. Senonché, guarda caso, ho avuto, d’accordo con i miei compagni, l’accortezza di lasciarli a casa o, meglio, nei negozi. Qualcuno, invece che accortezza, potrà chiamarla imprudenza o in qualsiasi altra maniera. Fatto sta che lassù non li avevo, e della cosa sono contento ancora adesso, in quanto il passaggio in libera era possibile. Il rischio aumenta? Certo che sì. Ma aumenta anche la soddisfazione, migliorano le possi­bilità dell’arrampicata libera, ne guadagna l’alpinismo. Con­cludo questa breve requisitoria noiosa dicendo che, una volta al di sopra, scopro che la parete si abbatte molto, e che sa­rebbe inutile andare a fare una ricognizione dove poi domattina andremo ugualmente abbastanza veloci. Ridiscendo e in quat­tro prepariamo il nostro bivacco. Ad un certo punto pensiamo che lo stesso potrebbe essere piacevolmente allietato dalla pre­senza di una cordata viennese, un uomo e una donna, sbucati all’improvviso dalla via Vinatzer. Ma quelli decidono di pro­seguire verso l’alto, e infatti sapremo poi della loro uscita sulla cresta terminale e nevosa verso le 21.30.

Stazione di Punta Rocca, 29 agosto 1970: da sinistra, Giambisi, Gogna, Allemand, Dorigatti.

Non riusciamo a dormire molto, nonostante che non man­chino né le provviste, né le bevande, né i sacchi da bivacco. Alle 5.30 ci alziamo tutti contemporaneamente, stufi di star li a far niente e a cercar di dormire. Il tempo è peggiorato moltissimo. L’alba è livida. Due parole mi ruotano in testa: «Al­ba tragica». Non so se sia il titolo di un libro, o di un arti­colo, o di un film; fatto è che non posso togliermelo di men­te. Il passaggio super-difficile che ieri mi aveva fatto penare tan­to, questa mattina è addomesticato da un magnifico cordino a cui mi appendo e su cui mi tiro con tutta la forza. Fa molto freddo, ma ormai si va spediti. Bruno ed io, sulle lunghezze che seguono, lasciamo indietro Alberto ed Almo, ancora impegnati sulla prima fessura.

Quando afferriamo lo spigolo i primi granelli di neve gela­ta ci sferzano il volto. Ora il tempo è decisamente rivolto al brutto. Facciamo quattro lunghezze con passaggi durissimi in libera, fino a che non sbattiamo il naso sotto un risalto gialla­stro e apparentemente friabile. Nevica a tutta forza. Dal basso arrivano delle urla che si disperdono nella bufera. Mi fermo per­ché non riesco più a guardare verso l’alto e perché ho paura che sotto sia successo qualcosa. In una breve pausa del ven­to riusciamo a capire che Alberto, nel fare un passaggio ghiac­ciato, è volato. Per fortuna non s’è fatto niente, però occorre che noi scendiamo a dare una corda. La tempesta intanto si calma, smette di nevicare, ma ormai tutto è ghiacciato e pie­no di neve, scivoloso. Scendiamo in corda doppia per 40 metri. Poi, assicurato da Bruno, scendo altri 40 metri, e da lì getto la corda ad Alberto. Siamo così riuniti, e resteremo in questa formazione per tutto il resto della salita.


Stazione di Punta Rocca, 29 agosto 1970, materiale usato.

Faticosamente riprendiamo l’ascensione. Il risalto giallastro è bestiale. Per fortuna solo qualche passaggio è friabile. Il re­sto è sano. Artificiale e libera si alternano con un’armonia pari soltanto alla bellezza di questo spigolo che sembra non finire mai. Arrampichiamo nella nebbia e siamo abituati a non vedere niente né sotto, né sopra di noi. Ma qui non si vede nulla nep­pure sui lati, sembra veramente di non avere più corpo e l’unico legame con la roccia sono i chiodi e le voci dei compagni. Così avanti lunghezza su lunghezza, fino alle cinque di pomerig­gio, quando si scatena un’altra bufera peggio della prima. Io vengo sorpreso proprio in un tratto delicatissimo; poi segue una serie di fulmini che sembra picchino proprio sulla Punta di Rocca, e cioè a circa 50 metri da noi.

È buio quando riesco a ripartire per gli ultimi metri. La via è quasi tutta sotto di noi, manca solo un’inezia. Con tre chiodi e con la pila frontale approdo sul pianoro subito sotto la vet­ta, pieno di neve e flagellato dal vento e dal nevischio. Seguo­no gli altri, al meglio, raspando nella neve e nel buio pesto.

(continua in https://gognablog.sherpa-gate.com/una-vita-dalpinismo-27-sulla-marmolada-di-rocca-2/)

16
Una vita d’alpinismo – 26 – Sulla Marmolada di Rocca – 1 ultima modifica: 2020-08-27T05:18:59+02:00 da GognaBlog

5 pensieri su “Una vita d’alpinismo – 26 – Sulla Marmolada di Rocca – 1”

  1. 5
    Alberto Benassi says:

    Anni giovanili caro Drugo😁

  2. 4
    Drugo Lebowsky says:

     Era anche sulla copertina del Dinoia se non ricordo male.

    ricordi bene 😉 

  3. 3
    Aberto Benassi says:

    ciao Fabio.
     
    per adesso niente Dolomiti. 
    Apuane e Gran Sasso.
    Comunque la FISI o come  meglio conosciuta la GOGNA alla Marmolada è una bella via oltre ad andare presto in condizioni. Era anche sulla copertina del Dinoia se non ricordo male.

  4. 2
    Fabio Bertoncelli says:

    Ecco il nostro Alberto, che, dopo essersi sciroppato per due o tre settimane Dio solo sa che cosa sulle Dolomiti, rientra quatto a quatto tra di noi nel forum.

  5. 1
    Alberto Benassi says:

    Ciò che importava era salire e togliersi da lì.

    esperienza simile vissuta sulla via Comici-Dimai alla Cima Grande.  Ti rendi conto che devi solo sperare che ti vada bene.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.