Il mio grande viaggio in Asia – 6 – Lhotse 2

Una vita d’alpinismo – 62 – Il mio grande viaggio in Asia – 6 – Lhotse 2 (AG 1975-004)

Presso la sommità dello sperone
Il 5 maggio 1975 Cassin si recò di persona nuovamente al campo 1 per controllare cosa maggiormente occorresse trasportare con la teleferica: nei campi c’era ancora materiale, ma qualcosa mancava. Con lui erano due sherpa e Aldo Leviti. Dopo aver dato gli ordini necessari, nelle prime ore del pomeriggio ridiscese, mentre Leviti si fermò per salire il giorno dopo al campo 2.

Intanto con Barbacetto salimmo al campo 3. Aggiungemmo la nostra tendina a quella già presente. Il pomeriggio, come al solito, nevicò.

I 3500 m di dislivello della parete sud del Lhotse

Eravamo pressoché alla sommità del grande ghiacciaio pensile: un’ultima rampa più ripida portava a sinistra a una spalla oltre la quale sapevamo non si sarebbe più potuto vedere il campo base. Dopo l’esclusione del percorso che avevano tentato Messner e Curnis, cercavamo una prosecuzione fino alla cresta spartiacque Lhotse-Nuptse: dalle foto sembrava una cosa possibile. Dalle morene di Chukhung si era già intravista la possibilità di traversare per cengette e da lì prendere uno stretto canale incassato con neve che sembrava portare sul filo di cresta del nostro sperone, seguendo il quale per un altro centinaio di metri si sarebbe potuto raggiungere, la Quota 7728 m, sulla cresta sud-orientale del Nuptse.

Il 6 maggio attrezzammo la rampa fino alla spalla, a circa 7300 metri, superando pendii di neve dura con discreta inclinazione, fino ai 55°.

Reinhold Messner

Il 7 maggio, secondo gli accordi per radio toccava ancora a noi, spingerci nel canale indovinato con i binocoli e proseguire fino a che l’ora tarda o il brutto tempo ce lo avessero consentito e poi scendere ancora al campo 3.

Era previsto anche che uno di noi due sarebbe stato sostituito da Aldo Leviti, che nel frattempo si sarebbe trasferito dal secondo campo al terzo con sherpa e attrezzature: l’obiettivo era ovviamente di raggiungere la cresta sud-orientale del Nuptse (sullo spartiacque Nuptse-Lhotse) e lì piazzare in posizione conveniente il campo 4 a una quota di circa 7700 m.

In basso tra i vari campi continuavano le solite spole, la teleferica funzionava bene. Tutto normale insomma. Nessuno aveva il sospetto che quella giornata avrebbe segnato il nostro punto di arresto.

Ignazio Piussi

Alle 8.30 del 7 maggio Barbacetto ed io ci attaccammo alle corde fisse, mentre il sole ci scaldava le ossa. Verso le 10.30 arrivammo alla spalla e subito dopo scomparimmo alla vista di quelli che ci stavano osservando dal campo base.

Al di là c’erano delle cenge di roccia marcia, a picco su un vuoto verticale di 2000 metri: il Lhotse-Nuptse Glacier era proprio sotto di noi. Ci si poteva collegare con il canalone (che da lì non potevamo vedere ma solo intuire) superando una paretina rocciosa. Era finita la consolante altalena sulle corde fisse, gli Jumar pendevano inutili al nostro fianco: carichi di corda da fissare, non avevamo la radio e le solite nubi della nevicata pomeridiana già invadevano l’orizzonte.

Sereno Barbacetto

I ramponi graffiavano la pietra, era la lotta che da molto tempo ben conoscevamo, condotta con punte di acciaio ben affilato e a mani coperte di guanto, i peli della barba ghiacciati nel­l’ambiente greve. Una poesia di lotta che prende i più sprov­veduti come i più disincantati, attimi lucidi perché il nostro mo­do di esistere risplenda. È in questi bagliori violenti che si dovrebbe muovere il guerriero, non importa se la sua bardatura impedisce il muoversi naturale del suo corpo. Non importa so­prattutto s’egli ha superato o no le sue battaglie interiori. Anzi, è accreditata regola generale che ci sia bisogno di quelle per pe­netrare in quei mondi. È quando l’irrilevanza di ciò che stiamo facendo viene accuratamente occultata tramite il ribaltamento dei valori che non avvertiamo più la lotta interiore. Sale la feb­bre allora e con essa il godimento della lotta esterna: la pallina ancora una volta si è fermata sul rosso. Sul nero invece si era fermata per altri uomini, per altre spedizioni. Quella primavera furono sedici i morti, presi tra i duecento alpinisti e sherpa impegnati nell’Himalaya nepalese. Ma lo stupore non aggredì realmente nessuno di noi.

Guido Ruschena

La paretina era salita, altri chiodi cantavano nel vuoto, i ragni tessevano la loro tela di base, il canalone di neve finalmen­te era alla nostra portata. Lo risalimmo per quattro lunghezze di corda, poi con regolarità fummo avvolti dalla nebbia prima e dal nevischio poi. Erano le 14.30: l’altimetro segnava 7500 me­tri.

Abbandonammo piccozza, martello, qualche chiodo e i mo­schettoni rimasti. Non avevamo più corde da fissare. Domani potevamo ritornare sul filo dello sperone e magari sperare di raggiungere la cresta sud-orientale del Nuptse. Dovevamo solo scendere senza incidenti, avrei rivisto con piacere la faccia di Aldo Leviti. Al campo 3, in mezzo al nevischio, feci a pari e dispari con Sereno su chi avrebbe potuto scegliere di scendere o di stare a quel campo 3 che poteva ospitare solo due alpinisti. Persi e cominciai a scendere al campo 2 da solo. Nessuno prevedeva, è nel nostro conto di non sapere mai niente, che dopo tre ore una valanga li avrebbe seppelliti, che ne sarebbero usciti a stento, bivaccando alla meglio. E avremmo ancora dovuto scegliere se insistere o no, se rimettere il campo 3 o no, ecc.

Alessandro Gogna

Mentre scendevo ignaro, pensavo che con la nostra presenza e in buona fede, assieme a tutti gli altri nostri predecessori, avevamo recato delle crepe in un lo­cale saper vivere fatto di risate scoppiettanti come un fuoco al­legro e di tirar su col naso di splendidi mocciosi. Avevamo sca­vato nelle piaghe di una religione esteriore e in apparenza mo­ribonda, avevamo infine voluto mostrare ciò di cui è capace la nostra civiltà estroversa che, non stanca di essersi legata a un miliardo di oggetti esterni, ricerca affannosamente i più lontani, verticalmente i più irraggiungibili, senza neppure sospettare che il vero ottomila è solo dentro di noi. Probabilmente non ci sa­rebbe bastato ancora.

Giancarlo Bortolami

Pensavo che se avessimo perso, dopo aver dato giustamente la colpa al tempo, ai ritardi e alle difficoltà, ci saremmo automaticamente messi nella posizione di chi avrebbe ritentato, magari non sulle stesse mete ma analoghe.­

E pensavo che, se avessimo vinto, avremmo coinvolto altri all’emulazione e noi stessi a un inevitabile ulteriore autosuperamento.

In ogni caso la lotta sarebbe continuata e il guardare dentro noi stessi sarebbe stato sempre più problematico, fino al tracollo finale.

Reinhold Messner risale al campo 1

Vista con gli occhi di poi o dal di fuori, tutto ciò aveva un’amarezza di fondo, era un caffè ama­ro che non si vuol bere e che ci si sforza di rispedire al mittente, perché solo l’odore dà già fastidio. Ci sono alpinisti che hanno una scorza molto dura e forse di loro si può dire che non abbiano né vinto né perso: la pallina scagliata da tempo per loro non si è ancora fermata.

Con il collegamento delle 18.30, Barbacetto ci comunicò che dalla parete scendevano continue slavine e che la neve si stava addossando alla tenda; in effetti in meno di mezz’ora caddero 30 centimetri di neve, tutta a pallini. È un tipo di neve che non attacca e basta un soffio di vento per muoverla; a turno, con le pale di alluminio, i due si affannavano ad allontanarla dalla tenda.
Ci accordammo di risentirci alle 20.

Riccardo Cassin risale al campo 1 con Franco Gugiatti

Avventura al campo 3
di Sereno Barbacetto

«Partecipare alla spedizione nazionale al Lhotse è stata per me un’esperienza indimenticabile. Non credo che dal lato organizzativo si potesse ottenere di più. La scelta degli uomini e dei materiali fu sicuramente la migliore. Non vi furono polemiche, contrariamente a quanto spesso succede in altre spedizioni. Ciò fu sicuramente dovuto al fattore «difficoltà» rappresentato dal nostro obiettivo, che assorbiva ogni residua energia di ciascun componente. La progressione e l’avvicendamento delle punte avanzate della spedizione furono costanti, anche in pessime condizioni atmosferiche. La vita disagiata di ogni giorno, dovuta all’ambiente inospitale dei 5300 metri di quota del campo base, e la lunga permanenza in queste condizioni non fecero venir meno la volontà di affrontare rischi e fatiche in ogni genere. L’unica causa del nostro «insuccesso», se così si può definire, fu il maltempo.

Un difficile tratto tra campo 1 e campo 2

Ritengo opportuno narrare gli avvenimenti degli ultimi giorni di ascensione, in quanto determinanti, e soprattutto perché la mia esperienza fu diretta. Stavamo bene quella sera Alessandro Gogna e io a quota 7200 del campo 3. Avevamo fatto un ottimo lavoro nei 2-3 giorni precedenti; eravamo saliti lungo i ripidissimi pendii di ghiaccio e salti verticali di roccia fino a 7500 metri di quota, forse oltre. Sin dall’inizio di questa spedizione avevo capito che il requisito essenziale per poter raggiungere le maggiori altezze era lo stato di salute perfetto, e non fu tutta fortuna se mi trovai nella migliore condizione. Avevamo arrampicato su notevoli difficoltà applicando le attrezzature indispensabili con il ritmo usuale sulle Alpi. In quella nicchia poco oltre i 7500 metri lasciai la mia piccozza e il martello da ghiaccio attaccati a un solido chiodo infitto tra cristalli di epìdoto e berilli. La determinazione di quei giorni era di salire e lo abbiamo fatto tenacemente nonostante le condizioni pessime del tempo. Quando riuscii a introdurmi in quella minuscola nicchia, guardai verso valle: della parete sud del Lhotse, 2200 metri erano sotto di noi, mentre un centinaio di metri ci separava dalla cresta.
Scambiammo poche parole e decidemmo di scendere verso il campo 3 sotto una bufera di neve.

Tra campo 1 e campo 2

Il capospedizione Cassin, via radio, ci comunicò che uno di noi poteva scendere al campo 2 per un turno di riposo in quanto Aldo Leviti stava salendo per l’avvicendamento. Ambedue avremmo voluto restare per poter raggiungere l’indomani la grande cresta del Lhotse, ove sarebbe sorto il campo 4, per l’assalto finale alla vetta. Non restò altra soluzione che far scegliere alla sorte chi dovesse avere il privilegio di restare. Toccò a me e Alessandro Gogna prese la via della discesa sotto la neve che continuava a cadere. Nel frattempo un grande fermento si era creato al campo base e ci furono momenti di entusiasmo quando Cassin comunicò a tutti che la via, che probabilmente ci avrebbe portati alla cima, era stata individuata. Tutti gli alpinisti si prepararono per salire all’alba successiva verso i campi alti; i carichi col materiale necessario al proseguimento dell’ascensione erano già stati assegnati ai portatori sherpa. Si stava quindi consolidando la possibilità di una vittoria sulla parete più difficile del mondo.

La zona del campo 2

Il campo 3 era formato da due tendine cubiche piazzate su di un terrazzo di ghiaccio di circa 50 metri di lunghezza e 4 di larghezza. Quella che ospitava gli alpinisti era incuneata per quasi 1/3 sotto il labbro sporgente del seracco di ghiaccio. L’altra, più esterna, sul bordo del terrazzo, conteneva materiali e viveri. Sotto il campo 3 ripidi pendii e grandi salti di ghiaccio si alternavano a tratti più facili. Entrai nella tenda e preparai bevande calde per l’amico Leviti che arrivò verso le 17, dopo una salita resa ancora più faticosa dal maltempo. Non ci nascondemmo le preoccupazioni per l’abbondante neve che cadeva, in quanto vi era pericolo di valanghe. Di lì a poco infatti si fece improvvisamente scuro per una slavina di neve farinosa, che avvolse la tenda. Aldo Leviti uscì e liberò tutt’intorno con la pala.

Parete sud del Lhotse con al centro il “Ricky Pfeiler”

Ci si preparava ad affrontare la notte ormai imminente. A un tratto avvertimmo un forte rumore e contemporaneamente i sostegni della tenda si ruppero per la forte pressione, mentre all’interno gli spazi si riducevano paurosamente. Afferrai Leviti trascinandolo verso di me, che mi trovavo nell’angolo più a monte a contatto col ghiaccio del seracco. Con la schiena cercammo di opporre resistenza alla massa di neve che premeva sempre più; la respirazione era ormai difficile, anche perché dalla parte della tenda sepolta filtrava il gas propano del fornelletto che si era spento improvvisamente. Vampate di calore ci salivano al viso; aprii immediatamente il rubinetto di una bombola di ossigeno, ma essendo sprovvista del riduttore di pressione, lo dovetti richiudere subito per il disturbo che ci procurava ai timpani. Fu comunque sufficiente a farci riprendere fiato. In quel breve tempo si cercava disperatamente la possibilità di praticare un’apertura lungo le cuciture della robustissima tela della tenda, ma le unghie si rovesciavano e si rompevano nel tentativo. Fu allora che Leviti ebbe l’ottima idea di rompere una lente dei suoi occhiali da ghiaccio, con la quale tagliò la tenda. Sentimmo arrivare aria attraverso un piccolo tunnel che la valanga non aveva potuto riempire perché protetto dal labbro superiore del seracco. Leviti vi si introdusse immediatamente ed io lo seguii nuotando nella neve e dopo 25-30 metri fummo all’esterno. Erano le 20 del 7 maggio 1975 e ci rallegrammo di ritrovarci vivi.

Gogna al campo 2

Ben presto però i timori ci assalirono. Come avremmo passato la notte a 7200 metri senza un’adeguata protezione dal freddo e dal vento? Immediatamente iniziammo a scavare con le mani e con i piedi nella direzione della tenda sepolta, nell’intento di recuperare almeno i sacchi-piuma. Verso la mezzanotte ci sistemammo alla meglio nella buca a tunnel scavata nella neve e battendo i denti arrivò l’alba. Potemmo vedere che la valanga, staccatasi da sotto le rocce sommitali della parete con un fronte di 30-40 metri, ci aveva investiti portando via tutto il materiale alpinistico, bombole di ossigeno e viveri che si trovavano sul terrazzo di ghiaccio davanti alla nostra tenda. La seconda tenda era distrutta come quella che ci aveva ospitato. Le corde fisse sotto il campo 3 erano state in parte spazzate via, in parte sommerse. Questi eventi furono trasmessi con la radio, tenuta costantemente al collo sotto la giacca-piuma, al capospedizione Cassin. Ci apprestammo a scendere verso il campo 2 con estrema cautela, perché privi di piccozza e martello da ghiaccio. Verso mezzogiorno raggiungemmo Alessandro Gogna e uno sherpa al campo 2, anch’essi preoccupati per i gravi pericoli dovuti alla possibilità di valanghe. Nonostante la perdita del campo 3 e di tutti i materiali issati fin là con grande fatica, Cassin ordinò ad altri componenti della spedizione di salire per ripristinare la situazione e a noi di scendere al campo base. Ma le condizioni atmosferiche peggiorarono. Con grave fatica gli altri alpinisti raggiunsero il campo 1 e successivamente il campo 2, che trovarono sommerso dalla neve. I pendii sovrastanti carichi di neve fresca rappresentavano un grosso pericolo. Tutti dovettero scendere recuperando parzialmente materiale pregiato.

Tra il campo 1 e il campo 2

Le prime avvisaglie dei monsoni si notavano da almeno una settimana, giornalmente al campo base; nelle prime ore pomeridiane, si accumulavano in media 20 centimetri di neve fresca, mentre nei campi alti la stessa raggiungeva i 40-50 centimetri. Un forte vento peggiorava la situazione rendendo impossibili ulteriori tentativi.

Gli avvenimenti degli ultimi giorni furono determinanti per la conclusione della spedizione. Volendo fare alcune considerazioni, debbo sinceramente riconoscere che la fortuna ebbe un certo ruolo nei nostri confronti. Quella notte al campo 3 una somma di circostanze ci furono favorevoli: la tenda fu schiacciata dalla valanga prima che ci fossimo coricati nei sacchi-piuma, dandoci modo di ritrarci nell’unico spazio rimasto. Gli scarponi d’alta quota, che avevo già tolto, si trovavano a portata di mano e potei infilarli velocemente. Accostata all’unico sostegno integro della tenda si trovava la bombola d’ossigeno, che ci diede l’aiuto decisivo. Il piccolo tunnel risparmiato dalla valanga aveva avuto la funzione di «uscita di sicurezza». Infine, il bivacco di quella notte non fu turbato dal vento di tutte le notti precedenti e successive.

Il campo base dopo un’ennesima nevicata

La conquista della parete sud del Lhotse sarà sicuramente ritentata da spedizioni straniere, per la grandiosità dell’obiettivo e perché è una meta molto ambita. Ma è anche assai difficile da realizzare, e quindi ritengo che anche il Club Alpino Italiano farà in tempo ad avere nuovamente l’opportunità di pensare a un’altra spedizione.

Le bombole d’ossigeno erano caricate col gas a 250 atmosfere; malgrado la forte riduzione di pressione (anche senza riduttore) per naturale espansione nel limitato spazio tenda e per permeabilità della tela delle tende, gli alpinisti hanno avvertito ai timpani un acuto dolore dato dalla sovrappressione momentanea».

Sereno Barbacetto nel crepaccio poco prima del campo 2

La rinuncia
I racconti di Aldo e Sereno al campo base furono agghiaccianti.
– Ragazzi, è tutto andato… dovreste vedere i telai delle tende: alcuni “fanno due volte” i 90 gradi!
Ci riunimmo per decidere il da farsi dopo quella nuova batosta che ci precludeva forse irrimediabilmente la possibilità di raggiungere la cima: non avevamo né tende a sufficienza né tempo necessario per continuare.

Messner al campo 2

Ciò che impauriva di più era la prospettiva, una volta raggiunti la Quota 7728 m della fine dello sperone e piazzato il campo 4, di dover traversare per circa 3 km in direzione nord-est per raggiungere il canalone nord-ovest, quello della via normale degli Svizzeri, se volevamo andare in cima. In quella traversata, presumibilmente tutt’altro che facile nella zona della morte, avremmo per di più dovuto scendere da 7728 m fin sotto a quota 7400 m (per evitare il grande rilievo della Quota 7681 m, che molti anni più tardi sarà ribattezzata Hillary Peak, posta a ovest del Col 7569 m, l’intaglio che segna il punto più basso della cresta Nuptse-Lhotse) e poi risalire ai 7900 m dell’inizio del Canalone degli Svizzeri. E da lì c’erano ancora 650 m per arrivare in vetta!

Veduta dal campo 3 della salita all’Everest sul versante settentrionale del Nuptse. Dalla Quota 7728 m, per raggiungere la vetta del Lhotse, avremmo dovuto scendere e poi traversare sotto l’Hillary Peak…
… indi continuare fino alla base del Canalone degli Svizzeri per poi risalirlo.
Grazie a Google Earth qui ho tracciato l’intera traversata dalla Quota 7728 m fino alla vetta del Lhotse.

Oggi ritengo che sia questo il motivo per cui nessuna spedizione, in 45 anni, ha mai più ritentato il nostro percorso. Si discusse e si propose anche di raggiungere almeno la cresta sud-orientale del Nuptse per poi scendere al ghiacciaio di Khumbu per il Cwm occidentale, segnando così la prima traversata della grande bastionata Nuptse-Lhotse. Ma non era un obiettivo sposato da tutti fino in fondo: sembrava un ripiego. Non avevamo bisogno di ripieghi.

In salita tra il campo 2 e il campo 3

Venne comunque calcolato il materiale da spostare, furono pianificate le spole degli sherpa al campo 1  e campo 2 con ciò che occorreva.

Ci sentivamo frustrati: tutti avevano dato il meglio di sé, ma il tempo non voleva aiutarci, anzi ci contrastava, alternando schiarite ad abbondanti nevicate proprio quando eravamo maggiormente impegnati.

Salendo al campo 3, visuale sul Makalu

Così il giorno 10, al campo 2, Det Alippi, Conti e Lorenzi, che avrebbero dovuto andare a ripristinare il campo 3, rimasero fermi: c’erano altri 25 centimetri di neve fresca.

Cassin, amareggiato, ordinò di scendere prima che qualche valanga colpisse ancora; la sera infatti, tutti erano rientrati al campo base.

La notte nevicò ininterrottamente e il mattino, sulla parete, c’erano 60 centimetri di neve.

Sereno Barbacetto in due momenti successivi si apre la strada alla spalla di quota 7300 m, poco sopra il campo 3

Il giorno 12 ci fu una brevissima schiarita, neppure il tempo di sperare. La radio del nostro ufficiale di collegamento annunciò che due componenti della spedizione militare anglo-nepalese al Nuptse, il maggiore G. F. Owens e il capitano R. A. Summerton, il giorno 9, erano precipitati nel tentativo d’assalto finale. E ancora non sapevamo che quelli, da buoni militari, avrebbero fatto comunque un altro tentativo e che il 14 maggio, nella ritirata definitiva, durante la discesa il luogotenente D. A. J. Brister e il fuciliere Pasang Tamang sarebbero caduti a loro volta.

Il campo 3 distrutto

Conoscevamo tutti e quattro quegli sfortunati alpinisti: li avevamo incontrati a Dingpoche ed eravamo stati reciprocamente più volte ospiti nei rispettivi campi. Il loro capospedizione, il maggiore e medico Jonathan W. Fleming, aveva curato il nostro sfortunato Chierego. Chi aveva assistito al Fleming che prestava aiuto al nostro medico ci aveva raccontato che l’inglese era stato interrotto da una chiamata radio dei suoi che gli chiedevano cosa fare per uno di loro che non stava affatto bene. “Take aspirin, over!” era stata l’asciutta risposta di Fleming, che subito dopo si rioccupò di Chierego.  “Take aspirin, over” era diventato un allegro tormentone, che ripetevamo ogni volta che c’era qualche malessere di qualcuno di noi…

Sereno Barbacetto (a sinistra) e Aldo Leviti al campo 2 dopo la drammatica notte della valanga al campo 3

Ci era sembrato che la loro fosse una spedizione felice, trattandosi “solo” della prima ripetizione della via normale, aperta da una spedizione britannica nel 1961, un itinerario che si svolge sulla cresta centrale della parete sud.

Riflettevamo che da tre anni ormai nell’Himalaya, dopo la vittoria di Messner nel 1972 sul Manaslu, nessuna spedizione, salvo che per le vie normali, era riuscita ad ultimare il programma, causa le proibitive condizioni di tempo e delle montagne. Per di più c’erano state numerose e dolorose perdite di uomini.

Gogna al campo 1

Dopo quaranta giorni di permanenza al campo base, in una conca erbosa a 5300 metri, circondata da ogni parte da montagne ghiacciate e gigantesche, potevamo averne abbastanza. Decidemmo all’unanimità di rinunciare a proseguire (la rimessa in opera del terzo campo avrebbe richiesto un’altra settimana e il monsone praticamente era già arrivato): tutti noi eravamo frettolosi di andarcene al più presto. Solo in Riccar­do Cassin l’amarezza della rinuncia non era attenuata dalla speranza di andare al più presto via da lì.

Piussi e Messner andarono a Namche per avvisare in qualche modo il col. Ondgi che ci mandasse il denaro necessario per liquidare gli sherpa e provvedesse a inviarci i portatori per le operazioni di rientro.

Messner tra il campo 1 e il campo 2

Il giorno 13 ci fu un tentativo (di Giuseppe Det Alippi e Mario Curnis con alcuni sherpa) per recuperare le tende del campo 2, ma il brutto tempo li fermò al primo campo. Nessuno aveva voglia di salire al secondo campo, ma sembrava che Cassin ci tenesse molto.

Un pomeriggio mi fermai a lungo nel tendone degli sherpa. C’era un fumo da piangere, ed ero scomodo su un seggiolino che traballava. Ogni tanto con la giacca imbottita sfioravo il calderone bollente. Tra di loro, con regolarità, scoppiavano genuine risate per qualche battuta che nessuno mi traduceva. Sorbivamo il tè, incerti nella luce rossa, la giacca a vento Samas che in quella luce non era più blu. Chissà perché mi frullava per la testa la canzone di Cochi e Renato “cosa ci vuole si sa / per far successo con la gente / si prende un filo logico, portante / la casa discografica adiacente / veste il cantante come un deficiente / lo lancia sul mercato… sottostante…”.

17 maggio 1975: Messner spala la neve del campo 2 per recuperare il materiale nelle tende

Stavamo elaborando la sconfitta e un grosso aiuto ci venne da Ignazio che una sera ci raccontò l’ennesima barzelletta: «C’è una gran folla di anime inquiete che attende il giudizio universale da giorni e giorni. Il brusio è diventato così insostenibile che san Pietro a un certo punto si affaccia al balcone nelle nuvole. Attende qualche secondo che il mormorio si plachi, poi scandisce: “Pare, dico pare, che le seghe non contino!”». E subito dopo Ignazio alza entrambe le braccia in alto e urla “Uaaaa!”, imitando il boato di felicità e sollievo della folla.

Beh, ancora oggi io rido di quella storiella. Ogni volta che mi rivedo con gli altri la rievochiamo. Reinhold, il cui umorismo è a metà via tra il teutonico e il latino, quella volta rideva a crepapelle. E ancora oggi, nelle rare occasioni che c’incontriamo, non c’è volta che non ci ripetiamo il tormentone “Pare, dico pare…”.

L’itinerario seguito

Il 14 maggio, con l’ultima corsa dei mail runner, avevo ricevuto la seconda lettera di Nella, targata 1-2 maggio. Mi raccontava del suo girare come una trottola lavorando per Beppe Tenti, a Torino, Lecco, Chamonix e in tanti altri posti.

Una sera era andata a Lecco con Gian Piero Motti, perché lui doveva presentare l’audiovisivo di Renzino Cosson e Giorgio Bertone sullo Yosemite. Prima della proiezione aveva incontrato l’Aldino Anghileri, che le era sembrato alquanto sottotono. Di certo l’ambiente non gli perdonava nulla. A questo proposito valga l’aneddoto riferito da Andrea Gobetti che si trovava a Lecco la mattina in cui sul giornale fu pubblicata la notizia della rinuncia. Casimiro Ferrari (di certo aveva il dente avvelenato con Cassin per essere stato escluso) era entrato verso mezzogiorno nel bar Milano (che in pieno centro-città e assieme al contiguo negozio di calze per uomo fungeva da luogo d’incontro diurno per Ragni e alpinisti vari). Con il giornale aperto e con aria trionfante aveva esclamato beffardo di fronte ai presenti: “Bel sucés!”.

Gogna nei pressi di Dingpoche

Al di là del definitivo disimpegno con don Bergamaschi («molto prete, anche senza “divisa” lo si vedrebbe lontano un miglio… non mi è molto simpatico»,  Nella proseguiva spiegandomi perché non aveva intenzione di decidere nulla sui nostri impegni estivi, preferendo che le cose andassero come dovevano andare. C’erano grosse prospettive di lavoro per i trekking in Pakistan e lei si era riconciliata molto con se stessa e, piena di fiducia, era desiderosa di riprendere il viaggio con me. Concludeva con “purtroppo i tappeti sono costretta a venderli, perché altre fonti di denaro non ci sono”. Neppure una parola sul trekking in Kali Gandaki con sua sorella.

Il 15 maggio ritornò Reinhold, accompagnato da sua moglie Uschi. La cosa fece piacere a tutti noi, finalmente una figura femminile (e che figura!). Intanto rispondevo alla lettera di Nella cose troppo private per essere riferite qui. Concludevo rinfacciandole che “in ogni caso 37 giorni senza notizie io non avevo mai lasciato nessuno, neppure mio padre. Ho scritto a te, ai tuoi, a Beppe Tenti, a Marina, a Gian Piero. Non ho ricevuto niente da nessuno, andate a farvi fottere tutti quanti!”.

Thami, festa del Mani Rimdu

Alla fine Reinhold ed io ci offrimmo di tentare l’ingrato compito di recuperare dai campi 1 e 2 le cose più preziose. Il 15 e il 16 maggio sgombrammo parecchio, con l’aiuto di quattro sherpa. Eravamo carichi come asini, gli sherpa barcollavano felici sotto carichi schiaccianti: oltre i venti chili di peso a testa, il resto era tutto di loro proprietà! Per ordine di Cassin fu messa fuori uso la teleferica, onde non facilitare le spedizioni degli anni dopo. Ricordo che quel giorno ero molto indulgente: quasi perdonavo a tutti gli altri, esclusi naturalmente il Det e Mario Curnis, di non aver mosso un dito.

Thami, festa del Mani Rimdu: a sinistra, il Rinpoche

La partenza dal campo base fu il 19 mattina, assai dolorosa ma alla fine accettata con rassegnazione. Cassin aveva richiesto l’arrivo dell’Hercules per la prima settimana di giugno. La partenza anticipata aveva rilevato una sovrabbondanza di viveri e medicinali. Con il permesso di Riccardo mi preparai tre casse di cibo, con parecchie medicine e una piccola razzia di rullini Ektachrome, al fine di sopravvivere senza spese nel nostro ritorno.

Thami, festa del Mani Rimdu

Sui motivi dell’insuccesso Cassin non aveva esitato a dare la colpa al maltempo, alle valanghe, alla sfortuna; anche il miglior team allenatissimo in futuro avrebbe trovato difficile la via da noi percorsa. Secondo Messner, il cattivo tempo fu la causa principale; per lui tutti i compagni erano preparatissimi a scalare roccia e ghiaccio ma i più non avevano concreta esperienza degli 8000 metri di quota. Io concordavo sul cattivo tempo, principale artefice negativo che ha fatto ricominciare ripetutamente daccapo dopo determinati «passi indietro» (valanghe, perdita di tende, ritorni al campo base per emergenza); non restava più tempo per concludere dato che si era già al 20 maggio.

Tiger Safari

Secondo noi neppure le più agguerrite cordate britanniche collaudate sulla parete sud-ovest dell’Everest avrebbero potuto fare meglio di noi.

Il sirdar Ang Tsering giudicava che i più testardi a perseguire il pensiero di giungere in vetta eravamo Cassin, Messner ed io; a suo parere la spedizione ha avuto sfortuna poiché il gruppo aveva abbattuto uno yak, e questo era sempre cosa sfavorevole. Alcuni degli sherpa che erano stati alla parete sud-ovest dell’Everest, infine, ammettevano che il salire il Lhotse da sud era più difficile.

Tiger Safari

Il ritorno
Con il nostro piccolo exploit di recupero-materiale, Reinhold ed io ci eravamo guadagnati il diritto di non occuparci più della logistica del ritorno-spedizione, perciò andammo avanti a tutti. Lui era con Uschi e con la di lei sorella, io ero con Riccar­do Polino, uno dei geologi che la spedizione si era portata con sé. Riccardo, torinese, era il più giovane e il più laborioso, e i suoi colleghi per questo lo consideravano uno zero. Era un po’ introverso e non faceva nulla per accattivarsi le simpatie di qualcuno: ero anch’io così, perciò ci facevamo buona compagnia. Una volta ad esempio era suc­cesso che Polino rientrasse all’ora di cena, dopo un’escursione di una decina di giorni sui ghiacciai durante la quale era sempre stato da solo e aveva mangiato Dio sa che cosa senza mai scambiare una parola che non fosse con lo sherpa che aveva in dotazione. Io ero assente, dormivo in qualche campo alto. Quella sera Polino si abbuffò con foga su tutto ciò che fu portato in tavola e Cassin, già di malumo­re per qualche altra storia, non esitò a rinfacciargli che la spedizione poteva fare a meno di gente che non «faceva niente» e che dava fondo a tutte le provviste. Polino mi confidò che se qualcuno lo avesse sollecitato a parlare, chiedendogli per esempio da dove veniva e cosa aveva fatto, o se qualcuno avesse risposto qualcosa di più di un grugnito alla sua domanda «come va qui», probabilmente avrebbe lavorato meno di mascelle.

Rinoceronte indiano

Mentre scendevamo verso la valle il mattino era bello e luminoso e, anche se sapevamo che nel pomeriggio come al solito avrebbe nevicato, confidavamo che saremmo stati abbastanza in basso per non essere sor­presi dalla neve ma tutt’al più dalla pioggia. Camminavamo distanziati, immersi nei nostri pensieri. Reinhold, dopo tanto tempo, parlava volen­tieri solo in tedesco. Con il geologo lo scambio era ridotto al minimo e per questo marciavamo spediti, tanto che alla sera dormimmo sotto al monastero di Tengpoche, sulle panche della locanda dei monaci. Avrei voluto parlare con Uschi Messner, ma erano tutti molto stanchi e anch’io non tardai ad addormentarmi.
Fu lì che ci prendemmo le pulci.

Il “bagnetto” degli elefanti

Dopo una notte a Namche Bazar, il 21 mattina arrivammo a Thami, dove si svolgeva l’annuale Mani Rimdu, la festa religiosa lamaista che vedeva a raccolta quasi tutti i monaci e i fedeli della valle. Fu uno spettacolo semplice e fastoso, con preghiere, sonatori e danze. Una situazione strana: il Rin­poche, quasi un bambino, sedeva sul suo trono e attorno a lui litania­vano decine di monaci, mischiati alla folla, in uno spazio ristretto. Nell’aria era un forte odore di burro, d’incenso e di tè tibetano. Ritornai la sera nel tempio: non c’era più folla e neppure un turista. Anche il Rinpoche era andato a riposarsi per un po’. C’erano solo pochi monaci a fare la notte, chini sui loro libroni sacri e ingialliti alla luce delle candele mi sembravano figure irreali di un altro mondo. Uscii presto, anche se ero entrato con l’intenzione di raccogliermi un po’. Quel posto m’innervosiva invece, perché dovevo grattarmi e inol­tre non sopportavo di non sentire la necessità di fare fotografie.
Uscii frettolosamente e a disagio. Ero stato toccato dentro e vole­vo dimenticarmene subito.

I conducenti si occupano dei loro animali

Chissà per quale ragione da parecchi giorni non andavo di corpo e cominciavo a preoccuparmi seriamente. Ricordo che solo a Lukla, la sera del 24 maggio, riuscii a liberarmi con grande fatica e sofferenza. Il 25 volammo a Kathmandu.

Iniziò la spasmodica attesa dell’Hercules, i compagni intanto arrivavano alla spicciolata. Faceva molto caldo, non eravamo così vogliosi di girare la città e i suoi immediati dintorni, Patan e Bhadgaon. Esaurite le pratiche di routine (ministeri, ambasciate, Elizabeth Hawley, ecc.) non avevamo un gran che da fare.

Un mercatino di un villaggio del Terai

A Darjeeling
Durante lo svolgimento della spedizione, al campo base era arrivato un altro torinese, Guido Ruschena, che era riuscito a ingraziarsi Cassin, con la conoscenza dell’inglese e per il suo savoir-faire. In effetti ci fu molto utile in tante cose. A Kathmandu, di nascosto, Polino ed io ospitavamo Guido in camera nostra e gli davamo da mangiare il cibo recuperato durante i nostri pasti al ristorante: quanto a dormire lo faceva nel mio pullmino.

Assieme decidemmo di usufruire del mio mezzo (che nel frattempo era stato tenuto benissimo e che ripartì al primo giro di chiave) per fare un viaggio fino a Darjieeling, con la segreta speranza di affacciarci al Sikkim, allora proibito. Non era un viaggio da sottovalutare, considerate le distanze e il tipo di strade.

Terai: l’uscita da una scuola

Partimmo il 29 maggio con l’iscrizione in tasca a un cosiddetto “Tiger Safari”, una specie di giretto turistico che un’agenzia faceva fare ai turisti nel Terai (le basse pianure nepalesi). Io ero contrario a spendere quei soldi, ma il miraggio di avere le foto di tigri e rinoceronti indiani ebbe la meglio anche su di me. Avevamo comprato un pacchetto ridotto, perché era previsto che noi dormissimo e mangiassimo in pullmino, senza usufruire degli eleganti servizi di un lussuoso albergo di legno costruito in mezzo alla giungla alla fine di una rotabile problematica.

Terai (Nepal)

Nell’attraversamento di un fiume rimanemmo incagliati, senza riuscire né ad andare avanti né indietro: fortunatamente fummo aiutati proprio dalle Toyota che portavano gli altri turisti all’albergo. Ci tirarono fuori al traino delle nostre corde. Alla vista di quel posto per ricchi, cedemmo alla tentazione di fare cena al ristorante, pagando s’intende.

Il trenino di Darjeeling, giugno 1975

Il mattino dopo salimmo sugli elefanti e ci avviammo nella giungla alla caccia fotografica. Ci avevano già avvertiti che, mentre per il rinoceronte non c’erano problemi, non ci assicuravano l’avvistamento della tigre. La gita fu assai piacevole. Il rinoceronte si lasciò docilmente fotografare a debita distanza, la tigre non si vide. Nel caldo più insistente, assistemmo poi al bagno degli elefanti in un villaggio su un altro fiume. Il rapporto tra gli elefanti e i loro conduttori era a dir poco speciale.

Il mercato di Darjeeling

Ripartimmo il 1° giugno. Viaggiavamo alternandoci alla guida in un paesaggio che con una diversa temperatura ci sarebbe apparso meno monotono. Ricordo il passaggio di un fiume abbastanza largo: i camion si facevano strada tranquillamente, ma noi aspettammo che arrivasse qualche altro mezzo prima di avventurarci con il nostro mezzo.

Le signore di Darjeeling

Constatato che un’automobile e poi un’altra erano passate, osammo pure noi: con un sospiro di sollievo ci trovammo dall’altra parte.

Proseguimmo dunque fino a Darjeeling: lì avemmo conferma che qualunque escursione nel vicino Sikkim era da escludere. Il 2 giugno arrivammo a Kalimpong e quindi al confine con il Bhutan, dove ovviamente, privi di visti e con pochi soldi a disposizione, ci impedirono l’ingresso.

Non ci rimaneva che tornare, anche perché Riccardo doveva usare l’Hercules per tornare in Italia: e ancora non sapevamo la data esatta del suo arrivo. Ovvio che anche Guido volesse intrufolarsi…

Kalimpong

Il 3 giugno stavamo passando in un villaggio dove tutti sembravano in stato comatoso per il caldo. Alla guida era Riccardo. Fu un attimo: investimmo un ragazzo che ci attraversò la strada d’improvviso. Non andavamo veloci, la reazione immediata fu quella di guardare indietro e di vedere che il ragazzo si stava muovendo. Guido allora urlò: “Vai, vai, via subito!”.

A distanza di tanti anni provo ancora una vergogna infinita per ciò che facemmo, fuggire con ignominia le nostre responsabilità. Non ci fu il tempo di riflettere, e la scelta di scappare fu tanto improvvisa quanto irreversibile.

Ma poco dopo, verso le 16, ci ritrovammo a ripassare il fiume che tanto ci aveva impensieriti all’andata. Purtroppo vedemmo subito che il livello dell’acqua era leggermente più alto. Ma, con il “fuoco al culo” che avevamo, Guido affrontò la traversata, con il risultato che ci fermammo senza speranza a una quindicina di metri dalla riva, più o meno a metà.

Frontiera India-Bhutan

Freneticamente scendemmo in acqua a spingere, ma non ci fu nulla da fare. Dopo una decina di minuti di disperazione arrivò un autocarro che procedeva lentissimo, preceduto da un codazzo di contadini che di sicuro erano inferociti. L’autocarro ci raggiunse, una valanga di gente urlante ci insultava. Sul camion capimmo che giaceva l’infortunato, lo stavano portando a un ospedale, chissà dove. Eppure qualcuno ci fece segno che potevano trainarci. Attaccammo le corde al potente autocarro che ci trascinò fuori dalla corrente.

Intanto noi tre cercavamo il modo di giustificare il nostro comportamento: ci offrimmo di caricare il ragazzo, in modo da raggiungere al più presto l’ospedale. Questo ci salvò dal linciaggio immediato. Facemmo sdraiare il giovane sul letto: era cosciente, per fortuna, ma sanguinava da un po’ di parti. Un suo amico salì con noi e ci guidò in circa mezz’ora all’ospedale, che ancora oggi non ho identificato. In realtà era una specie di ambulatorio dove i malati giacevano. Però c’era un giovane medico che si prodigò subito a medicare il nostro ferito. Naturalmente gli fu riferita l’intera vicenda e potevamo vedere il suo sguardo, un misto tra stupore e riprovazione. Questi parlava un po’ d’inglese: noi eravamo preoccupati del suo giudizio morale, lui invece si vergognava molto delle condizioni estreme in cui era costretto a operare.

Kathmandu, prima del ritorno in Italia: da sinistra, Aldo Leviti, Sereno Barbacetto, Giuseppe Det Alippi, Gianni Arcari, Fausto Lorenzi, Ignazio Piussi, Riccardo Cassin, Mario Conti, Reinhold Messner, Mario Curnis, Gigi Alippi, Franco Gugiatti, Alessandro Gogna.

Verso le 19 sorridendo ci dichiarò che il ragazzo era fuori pericolo. Ci fece capire che sarebbe stato suo dovere informare la polizia, ma forse una buona mancia avrebbe escluso questo pericolo per noi. Fummo portati al lettino del degente, gli chiedemmo scusa tutti e tre, gli mettemmo in mano un biglietto da cento dollari. Il ragazzo sgranava gli occhi, senza capire. Il medico ci disse che di certo non sapeva che farsene di quella banconota. Ci propose di cambiarcela in rupie. Quando consegnammo le rupie al ragazzo, questo non voleva crederci: in effetti l’equivalente di cento dollari per lui e per la sua famiglia era una vera e propria fortuna.

Ripartimmo quindi senza conseguenze burocratiche o penali: ma dentro di me si era insinuato quel senso di colpa che provo ancora adesso. E sono passati 45 anni.

Raggiungemmo Kathmandu nel pomeriggio del 5 giugno.

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Il mio grande viaggio in Asia – 6 – Lhotse 2 ultima modifica: 2020-12-26T05:57:45+01:00 da GognaBlog

5 pensieri su “Il mio grande viaggio in Asia – 6 – Lhotse 2”

  1. 5
    Giovanni battista Raffo says:

    Grande Gogna vero e completo alpinista, scrive e racconta con la sua caratteristica umiltà. Complimenti.

  2. 4
    Marco says:

    Grazie per il chiarimento. Mi trovavo alla base della parete, in trekking, nei giorni in cui Kukuczka volò via. Non sono alpinista, solo arrampicavo, l’alpinismo hymalaiano è una passione per me da decenni, non nella pratica, ma lettura e studio. Quei giorni, l’impressione dell’immensità al cospetto di quella parete, quello che accadde, mi hanno legato alla Sud del Lhotse e alle vicende dei vari tentativi e successi. E, mi permetto, per quanto controversa, credo nella prima di Cesen. Tornando alla vostra impresa, dopo essere saliti in cresta, il traverso dell’altro versante fino alla vetta immagino sarebbe stato di una difficoltà suprema, come dici in termini di impegno e logistica. Fissare le corde, piazzare altri campi e… fantasticando, come e dove poi scendere, sfiniti? A quel punto probabilmente dal Khumbu, realizzando un’attraversata storica che sarebbe andata oltre il progetto. Non è andata a buon fine, ma siete tornati tutti vivi ed è una buona cosa. È stata una lettura emozionante, questa della Sud in più capitoli, peccato sia finita. Aspettando la 63.
     

  3. 3
    GognaBlog says:

    Per Marco, commento n. 2.
    Hai ragione, se fossimo riusciti a finire l’tinerario, tecnicamente sarebbe stata più una via sulla Sud del Nuptse che non del Lhotse. Salvo poi cercare di raggiungere la vetta di quest’ultimo. Comunque fu così…L’itinerario non venne mai più ripreso da nessuno. Se qualcuno tentasse e ci riuscisse, riuscirebbe di certo nella via più “facile” e meno pericolosa per raggiungere la vetta del Lhotse da sud, ma non certo la via meno impegnativa o la meno logisticamente complicata.

  4. 2
    Marco says:

    Sono confuso, se la via seguita è quella tracciata in rosso nella foto con didascalia “l’itinerario seguito”, quella sembra la parete del Nuptse. Se l’idea era di fare quell’infinito traverso sull’altro versante, non mi sembra si possa definire la salita della Sud del Lhotse. In questo stesso blog compare un passato articolo intitolato “Che prova serve?” – lo tengo nei segnalibri e l’ho riletto, perchè ricordavo esserci quella bella foto che mostra le varie vie della Sud, a partire dalla controversa prima di Cesen. A parte la mia provocazione grazie Alessandro, questo luogo è per me nutrimento quotidiano.

  5. 1
    Ugo Manera says:

     L’alpinismo, nella galassia delle attività umane, sarà forse una di quelle secondarie ma io, divoratore insaziabile nell’infanzia di libri d’ avventura, ho sempre considerato, fin dalla prima scalata, l’alpinismo una della attività a disposizione dell’uomo moderno, per vivere avventurosamente. Ora che per ragioni anagrafiche non sono più in grado di creare le mie grandi avventure, ho ricevuto un forte stimolo, leggendo il blog di Alessandro, ad andare a ricercare le avventure del passato. Nella mia carriera alpinistica ho scritto tanti articoli su svariate riviste, molti dei quali non ricordavo più nulla. Sono andato a ricercarli e, complici le restrizioni legate al covid, le sto ricopiando in forma digitale e questo mi dà modo di rivivere cose quasi dimenticate rinnovandone la loro importanza per me. Perciò un grande ringraziamento ad Alessandro ed un accorato augurio: lunga vita al Gogna blog ed a Sherpa.
    Avvincente il racconto del Lhotze

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