Valle di pastori, tornitori, mercanti e scienziati

Il Vallone delle Cime Bianche è ancora purtroppo nel mirino di dissennati progetti di sfruttamento sciistico. Vedi:
https://gognablog.sherpa-gate.com/lultimo-vallone-selvaggio/
ma anche
https://gognablog.sherpa-gate.com/no-al-progetto-funiviario-nel-vallone-delle-cime-bianche/
Il seguente articolo ci racconta tutto ciò che perderemmo.


Valle di pastori, tornitori, mercanti e scienziati
(il Vallone delle Cime Bianche)
di Marica Forcellini
(pubblicato su Montagne Valdôtaines n. 140, 141 e 142)

Sempre e dovunque l’uomo ha camminato venando la terra di sentieri visibili e invisibili, lineari o tortuosi” scrive Thomas Clark nel suo Elogio del camminare. In ogni luogo, infatti, il paesaggio, ci appare fittamente attraversato da sentieri, tracce più o meno larghe ed evidenti: “Vie di pellegrinaggio, strade verdi, tratturi, fossi, vie dei morti, sentieri lastricati, redole, andane, camminamenti, viottoli, vie cave, ippovie, mulattiere, carreggiabili, strade rialzate, strade militari. Molte regioni hanno ancora le loro antiche vie, che collegano luogo a luogo, che salgono ai valichi o aggirano i monti, che portano alla chiesa o alla cappella, al fiume o al mare (Robert Macfarlane, Le antiche vie, Torino 2013, p. 15)”. Non da meno è la Valle d’Aosta e il nostro splendido Vallone delle Cime Bianche che nel XII-XIII secolo vide giungere i Walser, popolazione di origine germanica, che dopo essersi insediati nel Vallese, scesero nelle vallate meridionali del Monte Rosa, favoriti da un innalzamento delle temperature e dal conseguente arretramento dei ghiacciai che rese più agevole i passaggi attraverso il colle del Teodulo 3295 m e il colle superiore delle Cime Bianche 2982 m.

Un tratto di sentiero lastricato al Colle superiore delle Cime Bianche. Foto: Marcello Dondeynaz.

L’Abbé Henry ha scritto: “Entre le 1300 e le 1600 les glaciers devaient ètre très petits et réduits à leur minimum… Sa découle d’un grand nombre de documents tels que les Reconnaissances de l’époque ou le mot glaciers est introuvable. Une autre preuve que les glaciers étaient alors très petits et très recules c’est que les passages par les cols élevés de montagne étaient alors très faciles et très frèquentés (Carlo Negro, Joseph-Marie Henry, Le Glacier de Prarayé ou de Tsa de Tsan, in A. Pont. Ace. Se., LXXXVII, Città del Vaticano, 1933-34,)”. Attraverso i colli del Teodulo e delle Cime Bianche, infatti, carovane di muli e cavalli portavano nel Vallese il vino valdostano, ma anche sale, stoffe di lana e riso, in cambio di montoni e ovini. Era la cosiddetta “Via del vino”: “Un commercio attivo e importante che aveva in Ayas sul nostro versante, e a Stafel nell’alta valle di Zermatt, i due necessari punti di appoggio per valicare la catena (Augusta Vittoria Cerutti, La storia del clima e delle genti del Monte Rosa, in Augusta 1977, p.12)”. Insieme al vino erano esportati, nel Vallese o perfino in Germania, anche vasi in pietra oliare, utilizzati probabilmente per la lavorazione del ferro. Vari autori segnalano, infatti, la presenza nel Vallone delle Cime Bianche di cave di pietra ollare e di siti con avanzi di lavorazione; si tratta di frammenti di pietra lavorata a cono o a tronco di cono di vario raggio e di varia altezza che costituivano il cuore stesso dei vasi.

Primavera alla testata del Vallone. Foto: Marcello Dondeynaz.

Les carrières sont présentes surtout dans la zone de Mase, a 2370-2450 m, et dans la Combe de Rollin, a 2570-2630 m, ou l’on observe des blocs et des rochers travaillés, des fragments de pierre ollaire et des tessons de forme conique, avec diamètre de 5-10 cm et hauteur de 4-12 cm, provenant du tournage de la pierre et abandonnés dans le torrent ou réemployés dans des murs de maisons (Paolo Castello, La pierre ollaire de la Vallèe d’Aoste, in Augusta, n. 49, 2017, p. 17)”. “Dans le vallon de Cortod, conduisant aux Cimes Blanches, à environ 2000 m. d’altitude, on a trouvé un amas énorme de tessons en pierre ollaire. Le tas était enfoui sous un épais matelas de gazon, ce qui veut dire que ces debris remontaient à une èpoque reculée, d’où l’hvpothèse qu’en cet endroit avait existé un atelier de tourneur pendant une période assez longue (Jules Brocherel, La petite industrie de la pierre ollaire, in Augusta Praetoria, gennaio- marzo 1951, p. 45): l’abbé Pierre-Louis Vescoz ha scritto “aux temps des contes”, riferendosi probabilmente ai conti di Graines o di Challand e quindi al XIII-XIV secolo.

Il vino, portato a dorso di mulo o a cavallo, da Verrès o da Chatillon, raggiungeva il bacino di Ayas e, attraversati i villaggi di Lignod e di Antagnod raggiungeva Magneaz che al tempo rappresentava il villaggio principale. La strada passava poi per La Vardaz, punto di abbeveraggio per le bestie da soma, per Nanaz e si inoltrava nel vallone solcato del torrente Courtod, il nostro Vallone delle Cime Bianche. Dopo il cambio degli animali con altri abituati alle alte quote, l’antica via commerciale saliva agli alpeggi di Ventina e Vardaz, dove era posta la guardia sanitaria quando giungeva voce di epidemie nel Vallese e, dopo aver attraversato i pascoli di Mase e la Conca di Rollin, giungeva al Colle Superiore delle Cime Bianche. In prossimità del colle è ancora visibile un tratto dell’antica mulattiera lastricata sopravvissuta agli sconvolgimenti provocati con la costruzione del bacino artificiale che alimenta l’impianto di innevamento delle piste da sci. Attraverso il Col du Mont Cervin, come era noto il colle del Teodulo sino al 1600 quando Mont era inteso come alpeggio, le carovane scendevano poi verso Zermatt o proseguivano verso la Valle d’Hérens. In corrispondenza di La Vardaz si trovava la biforcazione con la via che, raggiunto il Piano di Verra, procedeva per Résy e saliva al colle della Bettaforca per poi scendere nella valle di Gressoney. Superato il Colle Valdobbia, la via scendeva in Val Vogna, e proseguiva verso l’alto Milanese, cioè la Valsesia e la Val d’Ossola che sino al 1713, quando passarono al Piemonte, erano territori sottoposti al Ducato di Milano.

Tutte le cose sono occupate nello scrivere la loro storia. (…) Piede non passa sulla neve o sulla terra, senza stampare, in caratteri più o meno duraturi, una carta del suo cammino (Ralph Waldo Emerson – 1850)”.

Nella supplica per l’esenzione del servizio militare richiesta dagli abitanti di Ayas, datata 3 aprile 1653, si legge che “il y a riere la parois- se d’ Ayas mandament de Challand au duché d’Aôste entre autres trois passages deux des quels qui sont les montagnes de Courtout et d’Aventine aboutissants de si pres au pais de Vallay qu’en peu de tems l’on sy peut rendre, et le troisieme qui s’appelle Rezi par lequel l’on peut venir en peu d’heures de la Vallèe d’Olagne terre du duché de Milan (Jean-Baptiste De Tillier, Le franchigie delle comunità del Ducato di Aosta, a cura di Maria Clotilde Daviso di Charvensod e Maria Ada Benedetto, Aosta 1965, p. 300)”. Infatti: “Campés qu’il étaient ainsi au milieu des montagnes, ce n’était qu’un jeu, pour nos ancétres, de passer de l’autre coté en Suisse, en France ou en Piémont. La traversée des cols de frontière, qui demande aujourd’hui tous les préparatifs d’une expédition aventureuse, était, pour eux, la chose la plus simple du monde, la plus ordinaire“. Così scriveva l’Abbé Henry nel 1929 nel suo Histoire de la Vallèe d’Aoste (Aosta 1929, p. 222). Una via molto frequentata quindi, un “chemin muletier internationale” come la definisce l’Abbé Henry. Questo itinerario era talmente praticato che, in tutta la cartografia e nelle relative relazioni del XVI secolo, era indicato con il nome di Krämerthal, cioè Valle dei mercanti, con riferimento alle alte valli di Ayas e di Gressoney. Josias Simler la cita per primo nel suo Vallesiae descriptio, pubblicato nel 1633, in cui si legge che la valle di Zermatt inizia al Monte Silvio (uno dei tanti nomi attribuiti al colle del Teodulo) attraverso il quale la via conduce ai Salassi, alla valle di Ayas e a quella che gli svizzeri chiamano Krämerthal. Ayas costituiva su questa via un’importante stazione. “Qui, infatti, si allevavano muli e asini… Questi animali, abituati alle lunghe marce ad altitudini elevate, davano il cambio alle cavalcature che avevano risalito la valle. Ad Ayas si fermavano anche i conducenti che venivano da Verrès o da St-Vincent e gli uomini del paese, più pratici di montagna, si sostituivano a loro per l’ultimo asperrimo tratto di strada” (AA. VV., Ayas, storia, usi, costumi e tradizioni della Valle, Aosta 1986, p. 29). Monsignor Joseph-Auguste Due, parlando della parrocchia di Ayas, scrisse: “On croit que cette paroisse fut d’abord peuplée par des colons venus du Valais et que les premières maisons furent construites a la Verda soit a Nanha (Joseph-Auguste Due, Histoire de l’église d’Aoste, voi. 1, Aosta 1901, p. 145)”, oggi alpeggi posti fra i 2100 e i 2300 lungo la strada che sale al colle delle Cime Bianche. Il canonico Pierre-Étienne Due aggiunge che “on voit encore an sommet d’Ayas les traces d’un chemin montant du village de Siéré où ily a actuellement l’auberge Fosson, et longeant par détour la montagne du Vasé et celle de la Ventina, les quelles vont aboutir aux Cimes-Blanches voisines du Mont-Cervin. On dit même que les habitants du village de Vera dépendaient de la paroisse de Praborna en Valais, dont la montagne confine avec celle de Vera, et, a l’appui de cette assertion, les vieillards d’Ayas se souviennent d’avoir vu, et peut-être le verrait-on encore, on petit trajet de chemin pavé qui allait se perdre sous le glacier (Pierre-Étienne Due, Histoire des Églises paroissiales de Gressoney, Aosta 1866, p. 15)”.
Il canonico Séraphin Vuillermin nel suo libro Mandement del Graines, del 1888, cita un documento nel quale si parla di un libero passaggio per cavalli e altre bestie, posto fra il Monte Cervino e il Rosa, che da un lato porta nel Vallese e dall’altro a Macugnaga. Da questo versante vi sono inoltre altri due passaggi, uno che va a Valtournenche e l’altro ad Ayas, attraverso i quali tutti possono liberamente passare anche in tempo di peste.

Quando si percorre un sentiero accade di porsi domande sulle sue origini, sui motivi che hanno portato alla sua nascita, sui passaggi e sui viaggi di cui mostra i segni, sulle avventure, sugli incontri e sulle tragedie di cui è stato silenzioso, ma prezioso custode. Prezioso custode di storie e di storia è il vallone delle Cime Bianche che come abbiamo visto, ha costituito un passaggio importante per i collegamenti e gli scambi tra il Vallese, la Valle d’Aosta e la Pianura Padana, una via privilegiata che attraverso le valli di Valtournenche, di Ayas e di Gressoney conduceva a Novara e nel Milanese.

Il periodo d’oro delle Alpi iniziò però a incrinarsi quando, dopo il 1500, il clima divenne più freddo e qualche decennio più tardi i ghiacciai iniziarono a espandersi: «Sbarrano i valichi, invadono i pascoli, seppelliscono strade, canali, alpeggi e anche villaggi permanenti. Gli inverni si prolungano per mesi e mesi e nella breve estate delle alte valli pochi decenni prima ricche e fertili, non giungono più a maturazione i prodotti della terra. (…) Le vie commerciali attraverso le Alpi e la dizione di Krämerthal non compaiono più sulle carte posteriori al secolo XVIII. Con la cessazione di commerci venne a mancare una fonte di reddito che costituiva un importante complemento alla produzione agricola. Ma la stessa produzione agricola subì un contraccolpo gravissimo in quanto il clima freddo e il lungo innevamento provocarono un drastico abbassamento dei limiti superiori tanto dei coltivi quanto del bosco e del pascolo (Augusta Vittoria Cerutti, La storia del clima e delle genti del Monte Rosa, in Augusta 1977, p. 14)”. “Là, à 2000 mètres et plus, ils cultivaient le blé, ils avaient des moulins, des fours, mème des gabelles de sei. Partout, dans ce qui est aujourd’hui alpage, on voit encore des ruines des anciens domiciles: on en distingue bien les ruelles transversales et longitudinales. Les habitations des villageois ont été ramenées, depuis, plus bas, de 2, 3, 4 heures de marche; elles ont été baissé de 200, 300 400 mètres d’altitudes (…) A Ayas, les alpes de Verda ou Nanha étaient aussi habitées toute l’année (Abbé Henry, Histoire de la Vallèe d’Aoste, Aosta 1929, p. 222)”.

Infatti, come ha scritto il climatologo e glaciologo Umberto Monterin (Gressoney-La-Trinité 1887, Torino 1940), verso la metà del XVI secolo ebbe inizio un grande sviluppo glaciale che proseguì fin oltre la metà del XIX secolo: “Dopo il 1500 il clima si fa freddo e umido e qualche decennio più tardi i ghiacciai prendono ad espandersi come mai era avvenuto in epoca storica. La cronaca di quei secoli racconta di abbondanti nevicate, di piogge torrenziali che provocano frane, rovine, alluvioni (Augusta Vittoria Cerutti, op. cit., p. 13)” che colpirono duramente anche il territorio valdostano. L’importante variazione climatica portò grandi cambiamenti nella vita delle vallate alpine: i limiti climatici delle colture, del bosco e del pascolo regredirono di circa 500 metri mentre avanzò il limite delle nevi persistenti, i periodi di innevamento dei valichi si allungarono giungendo anche alla glacializzazione di quelli più elevati. Nella relazione redatta dal nobile valdostano Philibert Amédée Arnod, nel 1694, si legge che il passaggio tra il Colle del Teodulo e quello delle Cime Bianche era «trés difficiles à cause des crevasses», ma che si poteva comunque attraversare «non sans danger à cause de l’intempèrie de l’air et des crevasses fréquentes qui obbligent les passants à porter des aix pour le traverser». Scrive inoltre che “a gauche en descendant l’on prend le sentier soit passage toujour sur le glacier, qui tome passer par dernier le dit mont des Cimes Blanches, et remonte à droitte pour aller du costà d’Ayas au lieu appellé les Allemands.(…) Et des montagnes d’Ayas l’on peut descendre à celles de Gressoney dans la parroisse de la Trinità, avec des montures, non pas touttes fois avec des montures pour venir de Valtournenche en Ayas (Philibert-Amédée Arnod, Relation des Passages de tout le circuit du Duché d’Aoste venant des provinces circonvoisines, avec une sommaire description des montagnes: 1691 et 1694, In Archivium Augustanum, 1968, p. 55-56)”.

Alpe Courtaud. Foto: Marcello Dondeynaz.

Anche lo storico Jean-Baptiste de Tillier sottolinea le difficoltà del passaggio e scrive che “de la Vallèe de Greines on peut passer dans le haut Vallais, mais il faut traverser une chaîne de montagnes presque impraticable, la plupart en glaciers, pour pénétrer dans la Valtornanche et de là, suivre la route et le dangeroux passage de Mont-Cervin (…) Passage fort fréquenté dans la bonne saison, quoiqu’on soit obligé de cheminer pendant trois ou quatre lieues à travers de vastes glaciers, parsemés de profondes crevasses sur lesquelles on est quelquefois obligé de mettre des planches pour servir de pont aux passants et les sauver du risque d’y tomber et périr (Jean-Baptiste De Tillier, Historique de la Vallèe d’Aoste, Aosta 1887, p. 17-18). «A compimento della notizia dell’antico Piemonte traspadano», lo storico piemontese Jacopo Durandi (1737-1817) effettuò un viaggio attraverso le Alpi piemontesi e valdostane e, risalita la “Valtornanchia” scrisse a proposito dei passaggi con il Vallese: “La neve, che vi si accumula in sul diacciaio è il massimo incomodo de’ passeggieri, e viepiù de’ giumenti, oltre a che essa talora nasconde i non radi crepacci, e le profonde fessure di quello. (…) La tradizione di questi alpigiani ci dà a intendere, che n’era assai meno arduo il cammino alcuni secoli addietro (Jacopo Durandi, Alpi Graie e Pennine, ovvero, lato settentrionale della marca d’Ivrea, Torino 1804, p. 60)”.

I passaggi e i commerci lungo le alte vie si erano quindi fatti difficili, ma le relazioni tra uomo e montagna mutano nel tempo e, sul finire del XVIII, secolo le Alpi si trasformano da luogo pericoloso, infido, talvolta malefico e da evitare, in un immenso laboratorio dove compiere importanti esperimenti scientifici, oggetto di una accurata e sistematica esplorazione che portò scienziati, geologi, naturalisti a percorrere le montagne per svelarne i segreti, l’origine dei fossili, la nascita dei fiumi, la formazione dei ghiacciai.

Tous les phénomènes de la Physique générale s’y présentent avec une grandeur et une majesté, dont les habitants des plaines n’ont aucune idée (… ) Des grands spectacles de tout genre varient à chaque instant la scène: ici un torrent se précipite du haut d’un rocher (…) Là, des ava- lanches de neige s’élancent avec une rapidité comparable à celle de la foudre (…) Plus loin, de grands espaces hérissés de glaces éternelles donnent l’idée d’une mer subitement congelée (…) A coté de ces glaces (…) des prairies offrent au botaniste les plus riches moissons (Horace-Bénédicte De Saussure, Voyage dans les Alpes, précédé d’un essai sur l’histoire naturelle des environs de Geneve, Neuchatel, voi 1,1779, p. III)”.

Le Cime Bianche

Furono poi anche semplici viaggiatori spinti da pura curiosità, dallo spirito di scoperta o dall’esigenza della conoscenza diretta di questi territori inesplorati nel cuore dell’Europa. «Il Settecento è il secolo della svolta. All’alba del secolo, i geologi inviati dagli Stati a studiare le Alpi non lasciano ancora trapelare la minima simpatia per le pareti e i ghiacciai, ma cominciano a dubitare che le montagne siano il lascito apocalittico del diluvio universale. Il nascente spirito illuminista “addormenta” gli antichi tabù delle cime e spinge cartografi, fisici, geologi e botanici nelle valli e sui colli. È la prima scoperta, ma perché le Alpi diventino qualcosa di più di un oscuro oggetto di studio da “maneggiare” con sospetto e cautela, serve un salto culturale, una nuova visione. Servono gli occhi curiosi dei viaggiatori romantici (Enrico Camanni, Storia delle Alpi, Pordenone 2017, p. 64)”.

Uomini d’arte e di lettere, dunque, “influenzati dall’eredità intellettuale di Albrecht von Haller (1708-1777) e di Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) scoprono nei luoghi malfamati del passato il segno della bellezza. Le cascate e i ghiacciai alpestri diventano ricercate mete di escursioni, destando la meraviglia dei viaggiatori e impreziosendo con i loro “deliziosi orrori” i taccuini dei borghesi e degli artisti che si addentrano nelle valli (…) E allora via per le strade più impervie e le locande più malfamate, a inseguire i sentimenti di Rousseau e i brividi degli avventurieri! Gli inglesi portano del denaro ma spesso considerano le Alpi alla stregua delle terre di colonia, abitate da gente sporca, gozzuta e primitiva; però divulgano le bellezze della natura montana, attirano altri visitatori entusiasti e obbligano i valligiani a inventarsi due nuovi mestieri: l’albergatore e la guida alpina (Enrico Camanni, op. cit., p. 66-69)”.

Ed ecco allora il via alle stampe di infiniti resoconti di viaggio, di miriadi di guide, di libri che raccontano di escursioni, di faticosi trasferimenti, di emozioni e impressioni, di meraviglia o costernazione, arricchiti da schizzi o disegni minuziosi. Un nome viene in mente prima di tutti ed è quello di Horace-Bénedict de Saussure, naturalista ginevrino che nella sua famosa opera Voyages dans les Alpes (1855) descrive anche il suo passaggio attraverso il nostro vallone: «En trois petites heures de marche, depuis le Breuil, nous arrivâàmes au haut du col des Cimes-Blanches, autrement dit: Fenètre d’Aventines (que l’on me dit dans le précèdent voyage se nommer le Pian Tendre) . Ces sommités séparent la paroisse d’Ayas de celle de ValTornanche. De là, en tirant à gauche ou au nordest, on peut venir dans une heure sous la montée du chàteau, qui est au-dessous de l’entrée du glacier, et de là, en une heure ou une heure et demie, a Saint-Théodule; c’est la route que prennent ceux qui d’Ayas vont à ZerMatt dans le Valais (op. cit. p. 337-338)”.

L’Abbé Amé Gorret e Claude Bich nella loro guida del 1877 descrivono l’escursione al colle delle Cime Bianche per discendere poi nella Valtournenche. «On distingue deux cols qui portent le nom des Cimes Blanches, à cause de la couleur bianche des roches calcaires que traversent ces cols ; le premier et le plus bas passe à l’est de la Grande Cemetta et le second, plus élevé, passe au nord de cette pointe. On s’élève par les pàturages au nord-ouest de Fiéry, jusqu’à une vieille habitation en bois, là on monte la colline à sa droite pour arriver aux chàlets de la Ventina. Depuis là on avance par une pente légère dans le centre du vallon, ayant à sa gauche le Grand Tournalin et à sa droite les glaciers et le grand plateau du Breithorn, formant de magnifiques chutes de glaces. Depuis la dernière baraque qui n’est habitée que par des pàtres, on s’élève insensiblement par des plateaux arìdes, séparés par des roches nues et ayant presque tous des lacs ou des flaques d’eau. En se détournant à droite un peu en dessous de la sommité, on peut aller voir le lac triste et sauvage appelé le Bour Lac (Bour ou boueurt signifie laid). M. De Saussure a recueilli des plantes fort rares dans le vallon des Cimes Blanches (Amé Gorret-Claude Bich, Guide de la Vallèe d’Aoste, Aosta 1877, p. 323)”.

L’Abbé Louis Bonin scrive che da Saint-Jacques in circa tre ore si può raggiungere il Colle delle Cime Bianche: «Passer par Fiéry et prendre, au NW., la muletière qui parcourt la longue vallèe de lAventina. D’abord la montée est assez raide, puis plus aisée. On trouve de nombreux chalets, habités une partie de l’été. Au-dessus des dernières alpes, le terrain, tantót herbeux, tantót rocheux, est parsemé de petits lacs, formés par la fonte des glaciers environnants … En arrivant au Col, on voit tout au coup se dresser la masse imposante du Cervin. Ce passage est très fréquenté et il n’est pas rare de le voir traverser par des bétes de somme, par l’artillerie militaire etc. (da Louis Bonin, Vallèe de Challand-Brusson, guide et folklore, pp. 92-93)”.

Il fascino per la maestosità del paesaggio alpino, l’armonia e la pace che gli alti monti ispirano, attraggono sempre più gli esploratori e gli escursionisti inglesi che intensificano via via i loro viaggi alla volta delle Alpi. Grazie alle grandi innovazioni tecnologiche, nei primi decenni del XIX secolo viaggiare e raggiungere le Alpi diventa relativamente più facile e veloce: nel 1816, la prima nave a vapore attraversa il canale della Manica e, nel 1821, un servizio regolare collega le coste inglesi e francesi. Su terra, anche grazie al miglioramento promosso da Napoleone, la rete viaria si amplia e molte mulattiere sono trasformate in carrozzabili. Fra gli escursionisti anglosassoni che nel primo Ottocento si muovono attraverso le valli valdostane raccogliendo e poi pubblicando le loro suggestioni ed emozioni, lo scrittore e alpinista Arthur Malkin (1803-1888) che il 9 agosto 1840 nel suo diario scrive: «Sulla destra, in direzione del Cervino tormentati i ghiacciai: lo stesso, sulla sinistra, sotto il Breithorn: per cui occorrono buone guide e tempo favorevole: solo così non si corre alcun pericolo. Verso il Piemonte, il percorso che conduce al Breuil si svolge quasi ad angolo retto rispetto a quello del versante opposto: a sinistra, attraverso i ghiacciai delle Cime Bianche, un altro percorso raggiunge Ayas, in Val Challant, in circa cinque ore, di cui due sul ghiacciaio. Questa è la via più rapida per chi vuole raggiungere Macugnaga perché occorrono circa tre ore in meno che scendendo al Breuil». Dal colle delle Cime Bianche “dopo essere scesi per un pendio sassoso, il sentiero si svolge lungo brevi pascoli, casolari sparsi, sino a S. Giacomo – circa due ore (Piero Malvezzi, Viaggiatori inglesi in Valle d’Aosta, Milano 2003, p. 183-184)”.

Anche la scrittrice Jane H. Freshfield (1814-1901), tra le prime donne ad esplorare le Alpi svizzere, in un libretto descrive le “Cimes Blanches”, «un passo ora diventato assai noto, e occasionalmente attraversato dai muli fino alla Val d’Ayas». (trad. it., Freshfield J. H., Alpine Byways, Londra 1861, p. 173)”.

Resti di lavorazione di pietra ollare

L’irlandese John Ball (1818-1889), primo presidente dell’Alpine Club che dedicò 18 anni allo studio e all’esplorazione delle montagne, scrive che “la strada per Zermatt passa attraverso la catena nevosa che si estende a SSW dal Petit Mont Cervin, e conosciuto come le Cimes Blanches, e poi dal St. Théodule. (…) Un bravo camminatore percorre le seguenti distanze da San Giacomo a Zermatt: da San Giacomo a Cimes Blanches, 3 ore e mezza, la prima mezz’ora è la più ripida e dura; da Cimes Blanches a St. Théodule Pass, 1 ora e mezza; da St. Théodule a Zermatt, 2 ore e un quarto (…) L’accesso al Col de St. Théodule dalle Cimes Blanches è molto più difficile che dal Breuil, o dal versante di Zermatt; l’ultimo tiro è su un pendio di neve molto ripido per 25 min. Allo stesso tempo, i panorami sono incomparabilmente più grandiosi». (trad. it., Ball J., Pennine Alps, Londra 1873, p. 343)”.

Ma non solo inglesi, anche dall’Europa continentale molti sono coloro che si spingono sulle Alpi, non più solamente territorio da attraversare, ma luogo da visitare, la meta del viaggio, come il capo di stato maggiore dell’esercito austriaco in Italia, Ludwig von Welden (1782-1853), che nel 1821 da Zermatt giunge al Breuil attraverso il Teodulo e quindi a Frachey attraverso il Colle delle Cime Bianche. Nella guida Itinéraire descriptif et historiques de la Suisse di Adolphe Joanne (1813-1881), editore e giornalista francese, è descritto “Le tour de Mont Rose” che da Zermatt raggiunge il Breuil attraverso il colle del Teodulo e poi sale al colle delle Cime Bianche: “Du Breuil on monte en 2 h., à travers des paturages et des éboulements, au col des Cimes Blanches (3021 met.)”, e poi alla Bettaforca per raggiungere infine Macugnaga (op. Cit., Parigi 1865, p. 328).

Il tedesco Karl Baedeker (1801-1859), fondatore della casa editrice delle famose e omonime guide turistiche, pubblica, in più edizioni, una guida con consigli e suggerimenti per visitare la Svizzera e le aree limitrofe. Da «Resel ou Resy», scrive, «le chemin du Breuil passe par le Col des Cimes-Blanches. On peut, en suivant ce chemin, se rendre aussi, sans toucher au Breuil, au Col du Cervin; ce chemin est cependant plus dangereux que celui du Breuil, à cause des crevasses des glaciers. A partir de Resel on descend et monte d’abord pendant 1 h., le long des glaciers d’Ayas et d’Aventina, en tournant les vallées formées par les ruisseaux des glaciers, et en franchissant de gigantesques débris de granit; puis en 2 h. de montée assez escarpée on atteint les chalets d’Aventina, où le chemin direct du Col du Cervin se détache à dr. Le chemin du Breuil monte encore 1 h. jusqu’au Col des Cimes-Blanches (3011 m), d’où l’on apergoit les montagnes du Val Tournanche et toute la chalne des Alpes, depuis le Montblanc jusqu’à Aoste. On laisse un petit lac à droite; désert et frayant de tous les cotés. Dès qu’on est descendu du col, il faut se tenir à dr.; à g. on arrive à l’église de Val Tournanche (Karl Baedeker, La Suisse et les parties limitrophes de l’Italie de la Savoie et du Tyrol, Coblenza 1867, p. 380)».

Fra le penne valdostane più prolifiche, il canonico Georges Carrel che nel 1867 scrive che dalla Valtournenche «il y a plusieurs passages pour se rendre dans la vallée d’Ayas», ma il sentiero migliore con i muli «c’est celui du col des Cimes-Blanches au nord-ouest en passant par les chalets d’Euilla et les hauts paturages de Cleva-Greusa. L’altitude de ce col est de 2911 m. Il faut près de 4 heures pour aller de Paquier sur le dit col. Dans 2 heures on peut arriver à l’Hotel de Fières entre les chalets de l’Aventina et de Saint-Jacques d’Ayas (Georges Carrel, La Vallée de Valtournenche en 1867, Torino 1868, p. 19-30)». L’Abbé Gorret, l’Ours de la montagne che fu rettore a Saint-Jacques tra il 1884 e il 1905, descrivendo il suo viaggio da Chatillon a Domodossola scrive: «Le ruisseau dont nous remontons le cours se lève vers les sommités d’Ayas dans le vallon des Cimes-Blanches au pied du grand Tornalin, et va porter la fertilité dans les campagnes de Saint-Vincent, il a ainsi un parcours de neuf à dixlieues». Nel Vallone delle Cime Bianche, infatti, capta le sue acque il ru Courtod, immensa e spettacolare opera idraulica realizzata tra il 1393 e il 1433, che con i suoi 25 km è il più lungo della Valle d’Aosta. L’Abbé Gorret continua la sua descrizione: «A Cortot on traverse le torrent pour passer sous les chalets de Genne et de la Ventina, et dans dix minutes on se trouve a Fiéry. Le nouvel hotel que l’on est en train de construire a Fiéry, se présente assez mal de ce coté-ci, il ne parait presque q’une masure, et l’on est tout agréablement surpris, en y entrant, d’y trou- ver une belle salle, de belles chambres à coucher, le tout en bois et dans le genre suisse. Le propriétaire, Pierre Fosson, devrait donner une enseigne a son hotel, le faire connaitre, au moins le faire annoncersur les Bulletins du Club. Ce nouvel hotel peut étre d’une très-grande utilité à ceux qui vont de Gressoney à Val- tournanche ou a Zermatt, et viceversa (Abbé Amé Gorret, De Châtillon d’Aoste à Domodossola, in Bollettino del Club Alpino Italiano,1870-1871:18, p. 239-240)».

E poi ancora don Giovanni Gnifetti (1801-1867), parroco di Alagna Valsesia e autore della prima salita, nel 1842, di una delle cime del Monte Rosa che oggi porta il suo nome, scrive: «A Breuil si deve a manca seguire il sentiero il quale guida a sorpassare la vicina montagna che fa parte del piccolo monte Cervino, e che si chiama Col di Fenetre d’Avantine, elevato a metri 2790 sopra il mare. Le creste e cime di questa montagna si chiamano les cimes blanches, le creste bianche. Per trapassarle sino a S. Giacomo d’Ayas v’impiegherai non meno di ore tre di salita, e due di discesa, per un passaggio la cui sommità tocca circa 1729 metri, benché faticoso e grave, nondimeno praticabile dalle bestie da soma. Questa montagna sita a mezzodì del Cervino si perde a Challant nelle vicinanze della Dora Baltea (Giovanni Gnifetti, Nozioni topografiche del Monte Rosa e ascensioni, Novara 1858, p. 20)».

L’avvocato Lorenzo Saroldi, «amateur passionné de nos Alpes» come lo descrive l’Abbé Gorret, consiglia di «pernottare all’Albergo di Fiéry, recentemente costrutto alla foggia svizzera, il quale, se non è ben provvisto come quelli di Gressoney Saint-Jean, di Breil e di Valtornenche, ha di che alloggiare convenientemente un buon numero di persone. (…) La posizione poi dell’Albergo di Fiéry è qualche cosa d’incantevole: posto sopra un altipiano quasi a cavaliere di Saint-Jacques che si vede ai nostri piedi, esso domina una gran parte della valle di Challand». Scrive inoltre che «da Fiéry in tre ore si raggiunge il colle, o, per meglio dire, i colli delle Cimes-Blanches, giacchè vi sono quattro colli che portano lo stesso nome, dai quali vi portate a piacimento o direttamente a Valtornenche o all’Albergo del Giomein, o più alto verso il Saint-Théodule (…). Anzi io insisto perchè il passaggio delle Cimes-Blanches venga fatto preferibilmente da Fiéry a Giomein che in senso inverso, e ciò onde godere della sorpresa che arreca l’improvviso panorama che si presenta allo sguardo giungendo sul colle (Lorenzo Saroldi, Saint-Vincent e i suoi dintorni, in Bollettino del Club Alpino Italiano, Torino 1872-73, p. 193)».

Anche Luigi Prina, socio della sezione CAI di Varallo nonché dell’Alpine Club inglese e della sezione di Berna del CAI svizzero, parla del nostro colle: «Giunto poscia al passo delle Cimes-Blanches scesi la lunga e stretta valle che conduce a Saint-Jacques d’Ayas nella val Challand, dovendo attraversare vari strati di neve, alcuni dei quali pel gran sole della giornata mi facevano immergere le gambe fin oltre il ginocchio. Finalmente arrivai all’albergo di Fiéry sopra Saint-Jacques verso le sei di sera, avendo avuto per ultimo pezzo di strada dei verdeggianti prati e qualche ridente collina (Luigi Gottardo Prina, Passeggiata attorno al Monte Rosa, Bollettino del Club Alpino Italiano, 1873, n. 18, vol. 5, p. 351)».

Le Cime Bianche in veste tardo invernale

L’alpinista piemontese Alessandro Martelli (18491927), descrive dettagliatamente il Colle Superiore delle Cime Bianche e il vallone che ne discende: «Questo colle presenta sulla sommità (m. 2980) una vasta piazza ghiaiosa raramente tutta sgombra da neve e che, facendo coppa, trattiene uno spazio d’acqua. La sommità del valico si apre fra le gradinate ed anfrattuose pendici che abbiamo disceso a levante, e la piramide della Grande Cemetta a ponente, e prospetta verso nord sul ghiacciaio di Valtournanche da cui è separato per mezzo di alcuni cordoni morenici. Esso offre facile passo, talora accessibile anche alle bestie da soma quando la traccia è libera da neve o questa vi è poco profonda, ed è assai frequentato così dai viaggiatori per diporto e studio come dagli alpigiani per necessità di commercio e per le operazioni di contrabbando, imperocché esso, non solo apre una via di comunicazione fra la sommità delle limitrofe valli di Ayas e di Valtournanche, ma presenta inoltre il più agevole transito per passare dai paesi meridionali del Rosa in Svizzera arrivandosi sulla frontiera al Colle del Teodulo (Alessandro Enrico Martelli, I monti e i ghiacciai di Ayas nella catena del Monte Rosa, in Bollettino del Club Alpino Italiano, Torino 1886, p. 45- 46)».

Nella Guida illustrata della Valle d’Aosta di Carlo Ratti e Felice Casanova l’albergo di Fiéry è denominato Hotel des Cimes Blanches, «un centro di molte escursioni alpine. (…) In 6 ore si passa il colle delle Cime Bianche (m. 2980) (piante alpine rare lungo il vallone) per scendere al Breuil in Valtournanche ov’è l’Hotel du Mont-Cervin, e in due ore di più al paese di Valtournanche. Dalla sommità del colle delle Cime Bianche si passa in 2 ore a quello di St- Théodùle (m. 3324) di dove in 3 ore si può fare la salita del Breithorn (m. 4166) oppure si può scendere a Zermatt od all’Hotel du Riffel in Isvizzera. (Carlo Ratti-Felice Casanova, op. cit., Torino 1888)».

E ancora… il Vallone delle Cime Bianche, fa da sfondo ad alcune novelle dello scrittore e drammaturgo canavesano Giuseppe Giacosa (1847-1906), che, da come si legge, fu da lui attraversato più volte. Giacosa ci racconta inoltre della vita dura e pericolosa dei contrabbandieri che lungo quel vallone transitavano per svolgere i loro traffici «inerpicandosi su per le rupi a picco», «soli, di notte, con un peso di quattro o cinque miriagrammi sulle spalle (Giuseppe Giacosa, Novelle e paesi valdostani, Torino 1886, p. 104)».

Scienziati, alpinisti, escursionisti, letterati o semplicemente appassionati di montagna, tanti dunque sono coloro che hanno riempito pagine e pagine di inchiostro per descrivere il “Vallone selvaggio”, impossibile citarli tutti. Come scrive Franco Brevini, «le montagne di roccia e di ghiaccio hanno dato vita a montagne di carta, a babeliche biblioteche, a infinite narrazioni, che ci restituiscono uno dei capitoli più affascinanti del confronto dell’uomo con gli spazi selvaggi (Franco Brevini, Montagne in letteratura, in CAI 150 – 1863-2013, Torino 2013)».

Per centinaia d’anni, esso è stato solcato da moltitudini di uomini e donne per i quali i suoi sentieri hanno rappresentato una profonda esperienza di vita e hanno contribuito a formare la sensibilità verso il paesaggio e la natura. Un ambiente quindi, quello delle Cime Bianche, ricco di storia, che va protetto salvaguardando le infinite ricchezze che vi si celano, e quindi il vallone stesso.

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Valle di pastori, tornitori, mercanti e scienziati ultima modifica: 2022-03-28T05:10:00+02:00 da GognaBlog

4 pensieri su “Valle di pastori, tornitori, mercanti e scienziati”

  1. 4
    Enri says:

    Leggo con interesse l’intervento del Presidente della Regione Valle d’Aosta. Diro’ poche parole e, spero, chiare. Proprio perche’ pensiamo al territorio come luogo di vita e non una semplice cartolina, dovete/dobbiamo chiederci cosa vogliamo che sia il futuro di questa terra. In un contesto in cui l’uomo ha, evidentemente, rovinato il pianeta, siamo sicuri che andare a toccare anche, ed infine, luoghi incontaminati, sia la strada giusta? Io direi che neppure l’analisi e’ utile, bisogna decidere in funzione di una  visione. Il turismo sara’ pali di skilift e sci? Siamo sicuri? Mi sembra come puntare sul carbone quando ci sono fior di tecnologie che potranno, anche se con fatica, sostituirlo.
    Davvero, siete gestori di un territorio straordinario, non sprecatelo per fare il piu’ grande comprensorio sciistico di Italia e forse mondiale. Ce ne e’ gia’ abbastanza. E’ una insensatezza strategica, le persone alla fine vorranno vivere la natura, cosi come la pace prevarra’ sulla guerra. Oggi Cervinia sarebbe una magnifica e straordinaria localita’ turistica anche e soprattutto se non fosse lo scempio architettonico che e’, per fare un esempio. Ecco, gli errori servono affinche’ non li si ripetano.
    Se sarete capaci di una vera visione di lungo periodo le persone vi daranno ragione.
    Io lo spero.
     

  2. 3

     
    Buongiorno,
    in relazione al commento del Presidente della Regione Erik Lavévaz, mi permetto di osservare che il Comitato che rappresento “Ripartire dalle Cime Bianche” ha ben presente la necessità di far vivere i territori di montagna.  A tal fine abbiamo presentato proposte puntuali per diversificare l’offerta turistica della Valle d’Ayas;  un’offerta che sia in grado di corrispondere ad una domanda crescente di natura, spazi incontaminati e scoperta delle peculiarità dei territori. La salvaguardia, lo studio e la promozione delle unicità del Vallone delle Cime Bianche possono diventare il perno per azioni di uno sviluppo basato sulla valorizzazione delle risorse durature del luogo.
    Abbiamo, altresì sottolineato, come sul piano economico e sociale sia già assai impegnativo mantenere e ammodernare gli impianti esistenti e immaginare, appunto, nuove opportunità di sviluppo, oltre lo sci, attività in discesa in senso lato.
    Infine, va sottolineato come la Regione Autonoma Valle d’Aosta,  contrariamente alle affermate occasioni di confronto, non abbia mai risposto alla diffida, datata 5 dicembre 2020, delle maggiori associazioni ambientaliste, avverse ad un studio di fattibilità che rappresenta unicamente uno spreco di tempo, di energie e di risorse pubbliche (403.000,00 euro) avendo un oggetto impossibile, cioè un collegamento funiviario in una area Natura 2000 vietato dalla normativa in vigore.
    Cordiali saluti

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  3. 2
    Paolo Gallese says:

    “Difendere la cultura dei luoghi significa anche prendersi carico del loro futuro, anche dal punto di vista di chi vi risiede stabilmente, e vuole continuare a contribuire a far crescere il proprio territorio e la propria comunità.”
    Il problema tuttavia è proprio questo. Il tipo di futuro che state valutando immagino che dovrà essere immaginato tenendo conto della tendenza climatica in corso. Che peggiorerà da un punto di vista “nevoso”.
    In questo caso, quali alternative sono proposte se il progetto dovesse fallire a pochi anni dalla sua realizzazione eventuale? 
    Non è una domanda polemica.

  4. 1
    Erik Lavevaz says:
    Buongiorno,
     
    nel ringraziarla per averci inviato il suo contributo, affine ad altri ricevuti negli stessi giorni, le rispondo ribadendo quanto esposto sia da me sia da altri membri del Governo regionale negli ultimi mesi, periodo nel quale la possibilità di realizzazione di un impianto nell’area di Cime Bianche è stata al centro di numerose occasioni di confronto.
     
    Come può immaginare, la tutela e la promozione del territorio valdostano è una priorità assoluta di chi amministra la Valle d’Aosta. Nostro compito è quello di ascoltare il territorio e di farlo vivere, diffondendo la coscienza del suo valore e delle sue potenzialità. Ci immaginiamo luoghi che non siano solo cartoline, ma spazi di vita quotidiana e di lavoro: la ricchezza della Valle d’Aosta sta proprio nella possibilità di armonizzare le sue eccezionalità naturali con il persistere della presenza costante di chi fa vivere il territorio, permettendone anche la scoperta ai visitatori.
     
    Proprio la delicatezza di questo percorso ci ha spinto a studiare il dettaglio delle possibilità di un intervento in quell’area. Come certamente saprà, in questa fase sono in corso gli studi propedeutici e preliminari alla valutazione di fattibilità dell’intervento: è un’analisi pensata proprio per valutare quali siano le criticità e le potenzialità di questo progetto. I cambiamenti del nostro ambiente richiedono uno sguardo di più ampia prospettiva: è quello che stiamo provando a mettere in campo, fuggendo le semplificazioni e ribadendo la necessità di affrontare le situazioni nella loro complessità. Difendere la cultura dei luoghi significa anche prendersi carico del loro futuro, anche dal punto di vista di chi vi risiede stabilmente, e vuole continuare a contribuire a far crescere il proprio territorio e la propria comunità.
     
    Cordialmente,

     

    Erik Lavevaz

    Regione autonoma Valle d’Aosta – Région autonome Vallée d’Aoste
    Presidenza della Regione – Présidence de la Région

     

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