Venas Azules

La linea dei sogni di un ice climber si rivela sulla parete sud della Torre Egger, in Patagonia. La presenza di alpinisti norvegesi in Patagonia ha avuto uno sviluppo abbastanza recente. Dopo le visite degli anni ’80 da parte di scalatori come Aslak Aastrop e Øivind Vadla ci fu una lunga pausa, fino a Trim Atle Saeland che alla fine degli anni ’90 ha cominciato a venire regolarmente. Le spedizioni di Trim hanno spinto altri scalatori norvegesi a venire in Patagonia tanto che negli ultimi anni non solo sono diventati parte della “fauna locale” ma hanno anche firmato molte impressionanti ascensioni. Tra queste la prima salita di Trim e Ole della tanto discussa via del Corkscrew sul Cerro Torre, e la Hvit linje di Bjørn-Eivind e Marius Olsen, una cascata impressionante sotto il seracco appena ad est dell’ Aguja Poincenot.
L’alpinista norvegese Bjørn-Eivind Årtun è stato recentemente catapultato agli onori delle news quando insieme ad Ole Lied ha salito Venas Azules, una nuova fantastica via sulla parete sud della Torre Egger: un’improbabile linea di ghiaccio che molti avevano visto, ma che nessuno aveva osato tentare. 

Venas Azules
di Bjørn-Eivind Årtun
(pubblicato su The American Alpine Journal, 2012)

Ero sospeso nell’ombra, stringendo con entrambe le mani il mio attrezzo da ghiaccio. Dietro di me, la parete nord del Cerro Torre brillava al sole. Sotto di me, la vasta calotta glaciale incontrava i fiordi del Cile, molto, molto lontani. La vena di ghiaccio che marcava la parete sud della Torre Egger era appena terminata e mi aveva costretto a uscire su questo gigantesco fungo di ghiaccio a forma di balena. Non avevo paura, ero molto presente. Mi sono concentrato, ho respirato e ho guardato in alto per trovare una soluzione. È stato un momento sublime: sopra di me, alla fine del tiro, la pendenza si attenuava fino a diventare verticale, e una sottile vena di ghiaccio appariva un po’ più a sinistra: un invito a proseguire.

In apertura di Venas Azules, parete sud della Torre Egger

Mentre ero seduto a casa mia in Norvegia e cercavo di ricordare la nostra scalata, mi è apparso ancora una volta chiaro perché l’arrampicata è così affascinante per me. A parte le ragioni più ovvie – l’ambiente, il brivido del vuoto sottostante, l’ambivalenza del pericolo e la sensazione di connessione con la natura – c’è il momento di presenza assoluta, lo stato di quiete quando tutti i miei sensi sono allineati. È come una poesia haiku ben scritta; il flusso di energia è chiaro, semplice e diretto. Questa sensazione ha naturalmente a che fare con la gravità della situazione. Se noi arrampicatori non ci concentriamo e non ci ricomponiamo, la nostra vita è in pericolo imminente. Questo stato è come una droga per me. È qualcosa che voglio che ci sia. A volte provo invidia pensando alle persone che padroneggiano l’arte della meditazione, perché è proprio questo: uno stato profondo e meditativo. Tuttavia, allo stesso tempo, sento che il mio mondo è più ricco. Mi sento privilegiato ad essere in mezzo alla natura, connesso a qualcosa di più grande di me, e a fare questa esperienza.

Scalare la Torre Egger era il mio sogno da tempo. Avevo visto la linea nel 2008 dalla via dei Ragni sul Cerro Torre. È stato un carburante per la mia immaginazione. Mi piace vedere linee improbabili. Molte volte sono solo fantasie che sono troppo lontane per essere provate, ma mi danno l’energia per salire vie che sono alla mia portata. La parete sud della Egger era, per me, perfettamente sospesa tra il reale e il fantastico.

La parete sud della Torre Egger con il tracciato della via Venas Azules

Quando ho pianificato il mio viaggio in Patagonia lo scorso autunno, la linea della Egger era in cima alla mia lista. Inizialmente avevo dei piani con un amico americano, ma quando sono saltati, ho avuto la fortuna di convincere il norvegese Ole Lied a partire. È un compagno fantastico e forte, sempre disponibile e appassionato. Inoltre, conosce bene la zona grazie a precedenti visite.

Il 22 dicembre 2011 abbiamo scalato La Silla dal Paso Superior in una giornata molto fredda, dopo un bivacco nei resti di una vecchia grotta di neve. Abbiamo scalato tutto il tempo con ramponi e guanti, mentre le scintille dell’acciaio contro il granito ci rimbalzavano intorno. Tornati a El Chaltén in serata, abbiamo potuto constatare che a breve sarebbe arrivata una finestra meteo di due giorni di bel tempo. Ancora stanchi per la salita del giorno prima, abbiamo iniziato a preparare i bagagli per la Egger. Non c’è stata discussione: due giorni buoni ci avrebbero dato abbastanza tempo per tentare la linea dei sogni della Egger. Il 24 abbiamo preso gli zaini e ci siamo diretti verso il campo Niponino.

La parete sud della Torre Egger con il tracciato della via Venas Azules

Avevamo intenzione di salire fino a quello che vorrei chiamare il “Colle della Verità” (sono convinto che Cesare Maestri non sia mai arrivato a questo punto, e preferisco smettere di chiamarlo “Col della Conquista”), attraverso la via Donini-Bragg-Wilson del 1976 (la prima salita della Torre Egger) con le varianti di El Arca de los Vientos per accedere alla nuova linea prevista. Sapevamo che sulla parete est del Cerro Torre ci aspettavano alcune placche e arrampicate di 5.10+ e che avremmo dovuto indossare scarpette da roccia e arrampicare a mani nude. Ricordando la fredda esperienza di due giorni prima sull’altro versante della valle, abbiamo deciso di partire alle 9 del 25 dicembre per sfruttare al meglio il sole del mattino.

Questa decisione si è rivelata un classico errore. Il tempo era ormai caldo e abbiamo “sfruttato il sole” in modo ironico. Il nevaio triangolare 300 metri sopra l’inizio della via si è riscaldato rapidamente, trasformando il grande diedro in un torrente d’acqua. Piccole valanghe di neve in scioglimento ci investivano ogni cinque minuti.

È stato un sollievo superare il nevaio e salire sulle lastronate. Alla fine i miei pantaloni si sono asciugati abbastanza bene. I miei scarponi erano ancora bagnati all’arrivo al nostro bivacco e alcuni contenuti dei nostri zaini erano compromessi, compreso il nostro unico saccopiuma. Dato che Ole aveva fatto jumaring con lo zaino pesante, aveva evitato il peggio dell’acqua e della poltiglia di neve, ma entrambi avevamo i piedi bagnati. Prima di andare a dormire ho messo le suole degli scarponi all’interno del pile, ho indossato i calzini asciutti e ho tirato fuori quelli bagnati. Così mi sono svegliato la mattina dopo con tutto in condizioni ragionevoli. Spostandoci all’interno del nostro piccolo bivy bag, girandoci di tanto in tanto in perfetta sincronia, siamo rimasti comodi e abbiamo riposato bene. Probabilmente potevamo entrare nella squadra nazionale di nuoto sincronizzato, pensai.

In apertura di Venas Azules, parete sud della Torre Egger

Al mattino, Ole è andato in testa sul primo blocco di lunghezze. Ero così eccitato che avevo problemi a stare fermo. “Come ti sembra? Riesci a vedere?”, gli ho gridato più volte. Dal colle non riuscivamo a vedere la linea e per raggiungerla c’era un po’ di arrampicata mista dietro uno spigolo.

Alla fine ho sentito la sua voce: “Sembra che si vada”. Quando seguii il tiro e arrivai alla sosta, mi resi conto dell’eufemismo. Certo, sembrava possibile. Anzi, sembrava proprio fantastico, ma tutt’altro che semplice. Ole si era ancorato proprio sotto l’inizio di questo enorme salsicciotto di ghiaccio. A sinistra c’era un granito liscio e verticale. Solo una sottile lastra di ghiaccio conduceva intorno al salsicciotto a una possibile via di salita. Ole iniziò a risalire questo tiro insidioso, entrando in un halfpipe (semi-galleria o “mezzo tubo”, NdT) che si perdeva a spirale. Il suo soprannome a El Chaltén è “El Caballo” [“Il Cavallo” – N.d.T.] da quando Rolando Garibottti lo ha incontrato sulla parete sommitale della Via dei Ragni sul Cerro Torre. Era mattina presto e Ole stava scalando il ghiaccio verticale senza guanti. Rolo rimase senza parole alla vista di questo vichingo dalle spalle larghe che arrampicava sul ghiaccio a mani nude, mentre Rolo stesso era reduce da un freddo bivacco sulla parete sommitale. La grande struttura e la forza di Ole sono certamente all’altezza del soprannome.

In apertura di Venas Azules, parete sud della Torre Egger

Sopra di noi, su quello che sarebbe stato il terzo tiro, potevo vedere una lingua di ghiaccio che saliva un diedro rosso con una piccola fessura. La fessura andava verso l’A1, ripida e bellissima. Mentre salivo a jumar, non vedevo l’ora di prendere in mano la parte più significativa. Presto saremmo stati vicini alla metà della via. Non osavo ancora pensare a come sarebbe finita la giornata. Volevo solo essere nel presente e salire il più in alto possibile. Era impossibile farsi un’idea del terreno più in alto. Riuscivamo a vedere solo mezzo tiro, mai di più.

Ora toccava a me andare davanti e la grande balena di ghiaccio troneggiava sopra di me. Mi sentivo piccolo e non vedevo ancora nessuna soluzione valida, se non quella di avventurarmi nel mezzo. Ma questo avrebbe comportato 100 metri di arrampicata in parete, fortemente strapiombante, su ghiaccio ricoperto di brina. Continuai ad andare avanti. Da vicino, il mio cuore ebbe un sussulto. Sul lato destro del fungo apparve una semi-galleria bluastra che si snodava verso l’alto. Durante le mie scalate in Patagonia ho imparato che molto spesso, dove il vento forte forma funghi, forma anche mezzi tubi e gallerie. Mi è venuta voglia di cantare dalla felicità per questa brillante soluzione. Ma sarebbe andata avanti così?

Gridai alcune parole di gioia. Ole non capiva e non mi importava. Tra pochi minuti sarebbe stato comunque al mio fianco in sosta. Prima dell’ansa successiva mi fermai e cercai nel mio imbrago una vite da ghiaccio corta. Il ghiaccio lì era buono, un chiodo corto sarebbe stato sufficiente. Il terreno era completamente verticale. Mettendo il mio corpo in equilibrio con i piedi in ogni movimento, mi sentivo ancora rilassato. Dopo l’ansa, l’ho visto: l’halfpipe finiva. Chiaro, non poteva essere così “facile”! Sentii un tuffo al cuore quando vidi la chiusura definitiva.

In apertura di Venas Azules, parete sud della Torre Egger

Sopra di me un tetto di tre metri di ghiaccio brinato, strapiombante a 45°, conduceva verso il cielo blu. Poi mi ricordai dell’opzione che avevo visto all’inizio del tiro: un luccichio bluastro sul ventre stesso della bestia. Dalla mia posizione, ora molto più alta, se mi fossi avventurato sulla parete non sarebbe passato molto tempo prima che la pendenza si attenuasse. O almeno, questo era quello che pensavo. Ho gridato a Ole di seguirmi e, da ottimista quale sono, ho iniziato poi a fare un buco nel ghiaccio brinato alla mia sinistra. Sporgendomi fino a dove la sosta me lo permetteva, riuscivo a vedere solo la copertura di brina e quanto tutto fosse molto ripido. Decisi di traversare a sinistra, sperando di trovare l’oro blu. Non ci eravamo ancora dati per vinti!

Bjørn-Eivind Årtun e Ole Lied festeggiano in vetta alla Torre Egger. Foto. Colin Haley.

I 15 metri successivi sono stati forse il tratto di ghiaccio più faticoso che abbia mai scalato. Pulire la brina di mano in mano che andavo avanti e lavorare per riuscire a progredire con una certa sicurezza, hanno richiesto tutta la mia energia. Poi è arrivato il momento perfetto: ho raggiunto ghiaccio migliore e ho visto l’invitante, sottile e azzurro ribaltamento di ghiaccio che si estendeva fino a quello che sarebbe stato l’inizio del sesto tiro.

Ingenuo come sono, mi sono sentito di nuovo invincibile e forte. Questa è la chiave, pensai. Inclinando il collo, mi sembrò persino che sul settimo tiro ci fossero possibili uscite sia a destra che a sinistra.

Tutto aveva ancora un aspetto intimidatorio. Ero un po’ sfatto e speravo che Ole prendesse il comando. Ma anche lui era molto stanco. In realtà, ha poi ammesso di aver dubitato per una frazione di secondo delle nostre possibilità di successo. In ogni caso, il compito era ancora mio, quindi ho dovuto riprendermi. Come spesso accade, se si entra nelle difficoltà frazionandole, queste diventano gestibili e, passo dopo passo, si può avanzare. Ho scoperto che potevo sfruttare le piccole nervature ai lati della vena e che la stretta striscia di ghiaccio blu sembrava solida per le viti. Ma non c’era modo di posizionare entrambi gli attrezzi. Non riuscivo nemmeno a infilare la spalla. Il lato destro si è trasformato in una parete liscia di roccia rossa. Ma dopo pochi metri si trasformò nuovamente in un’opera d’arte. Nel granito sono apparsi, uno dopo l’altro, piccole tacche inclinate per il mio piede destro. Il resto del tiro è stato puro divertimento. Avevamo dimostrato di essere all’altezza e ora era il momento di grazia. Superai una fessura potendola proteggere con i nut in modo perfetto. Sicuro e fiducioso, navigavo verso la sosta. Entrambe le uscite sarebbero andate bene. La vetta era ormai a un tiro di distanza.

Un paio di lacrime mi bagnarono gli occhi. Quanto può essere importante per me una salita? Ero profondamente toccato da questa, reso piccino dalla bellezza e dall’esposizione che mi circondava, dalla fortuna di vivere questi momenti con un amico in questo luogo. Dopo aver trascorso un po’ di tempo in vetta per assorbire quel tutto, siamo scesi lungo le calate che a suo tempo erano state preparate per la Traversata della Torre. Al colle ci siamo rifocillati al sole del tramonto.

Bjørn-Eivind Årtun (a sinistra) e Ole Lied in vetta alla Torre Egger.

Sommario
Area: Massiccio di El Chaltén, Patagonia argentina.
Ascensione: dopo aver bivaccato sul colle Egger-Torre, i norvegesi Bjørn-Eivind Årtun e Ole Lied hanno salito una nuova via, Venas Azules (350 m, 6b+ A1 AI6), sulla Torre Egger. Per raggiungere il colle hanno seguito la via Donini-Bragg-Wilson con le varianti di El Area de los Vientos per un totale di salita di 950 m.

Una nota sull’autore
(a cura di Rolando Garibotti e della redazione di The American Alpine Journal)
Anche se Bjørn-Eivind ha iniziato ad arrampicare nel 1987, solamente 6 anni fa ha iniziato a dedicarsi all’alpinismo. Per quasi due decenni, infatti, ha arrampicato prevalentemente su roccia, scalando la parete Troll nel 1991 per la prima volta e raccogliendo un buon numero di straordinarie ripetizioni e prime salite trad in tutta la Norvegia.

Bjørn-Eivind ha visitato per la prima volta la Patagonia nel 2007 e da allora ha fatto una serie di salite importanti, tra cui una ripetizione con Joakim Eide di Los Tiempos Perdidos sulla parete sud del Cerro Torre, la ripetizione della Supercanaleta sul Fitz Roy, del Pilastro Rosso sulla Mermoz, la Exocet sulla Standhardt e un’incredibile salita in 13 ore, dal Niponino alla vetta attraverso il colle Standhardt, della via dei Ragni sulla parete ovest del Cerro Torre.

Bjørn-Eivind Årtun (45 anni), fotografo e alpinista, viveva a Oslo con la figlia 12enne Iben. Purtroppo è morto assieme a Stein-Ivar Gravdal il 9 febbraio 2012 su una nuova via di ghiaccio sulla grande parete del Kjerag, nel Sud-ovest della Norvegia. Sono stati ritrovati appesi a testa in giù alle loro corde, apparentemente colpiti da una scarica di rocce. Un articolo di Årtun sulla sua nuova via Dracula sul Mount Foraker, in Alaska, era apparso nel 2011 su AAJ.

L’intervista di Rolando Garibotti a Bjørn-Eivind Årtun
(pubblicata su planetmountain.com il 4 gennaio 2012)

Cominciamo da Venas Azules, la via che con Ole Lied avete appena salito sulla Torre Egger. Di questa linea si è parlato per diversi anni, almeno dal 2005 quando Ermanno Salvaterra l’ha ipotizzata per prima volta. Tu quando l’hai vista?
L’ho vista nel 2008, quando ho salito la via dei Ragni. Quell’anno è stato eccezionalmente secco, così ho potuto vedere che sotto la brina c’era ghiaccio blu, una serie di vene di ghiaccio che sembravano collegare tutta la via fino in cima. Appena l’ho notata ho capito che era scalabile. Pensavo di salire sul lato sinistro del fungo superiore, ma poi mi sono reso conto che sul lato destro c’era una sottile scanalatura. Nel 2010 sono arrivato in Patagonia con Robert Caspersen nella speranza di provarla direttamente dal lato ovest, tramite un evidente diedro che porta dal Colle della Torre Egger al “Colle della Verità” (n.d.r. Colle della Conquista), sperando di salire una via completamente indipendente, ma purtroppo non abbiamo mai avuto la finestra meteo di cui avevamo bisogno.
Provare a cercare quella linea incerta è stato il risultato di un entusiasmo puro. Durante la salita siamo arrivati in diversi punti in cui le vene di ghiaccio si arrestavano, eppure ogni volta con un’attraversata “alla cieca” abbiamo trovato un altro filone che continuava, con il ghiaccio più effimero e ripido che intonacava la roccia verticale. Solo dopo il quinto tiro abbiamo avuto la certezza che la via continuava: quando sono salito sulla pancia del fungo ho potuto vedere che c’era un altro filone di ghiaccio che collegava la parte superiore più facile. La salita del quinto tiro è stata molto atletica e di pompa, bisognava superare la pancia sporgente del fungo e allo stesso tempo essere costretti a pulire la brina che la copriva.

Bjørn-Eivind Årtun

Quando hai iniziato a venire in Patagonia?
Nel 2007, ero a riposo per un infortunio ad un gomito e ho pensato che fare alpinismo era una buona alternativa. Abbastanza velocemente mi sono sentito come a casa. Era così sorprendente salire nel vento, in una natura così stupefacente, una natura che, combinata con la scalata, rendeva il quadro, per così dire, completo. Mi ha subito conquistato.

Da quando ti ho incontrato per la prima volta nel 2007, per me era naturale che tu fossi motivato e ispirato da linee di ghiaccio effimero, dalla salita di Hvit linje, l’impressionante cascata sotto il seracco appena ad est dell’ Aguja Poincenot, a Los Tiempos Perdidos. Forse è inevitabile che, essendo norvegese, tu venga attratto prevalentemente dal ghiaccio?
Anche se posso capire questa impressione, mi considero uno scalatore trad e un alpinista, piuttosto che un ice climber. Non sono molto ispirato dalle cascate pure, ma piuttosto mi ispira l’arrampicata su ghiaccio con caratteristiche più estese, su grandi pareti alpine e su grandi muri, su vie come le due che ho salito in Kjerag, un muro di 900 metri, a picco su un fiordo norvegese che ha diverse vene di ghiaccio che lo ricoprono. Il vento schizza gli spruzzi dell’acqua trasformandoli in una serie di striature di ghiaccio, rendendo l’arrampicata molto delicata e aleatoria. E’ una scalata sorprendente che richiede le competenze sia dell’arrampicata su ghiaccio sia di quella trad.

Come prova la salita di questi due vie a Kjerag, è evidente che hai una forte avversione per l’uso degli spit in ambienti alpini.
Nella scalata alpina, un’attività che ha poco a che fare con il fisico e con l’aspetto ginnico dell’arrampicata, e molto di più con la qualità psicologica dell’esperienza, mi sembra inutile e limitante prendere scorciatoie come quella di perforare la roccia.
I tempi in cui arrivare in cima con qualsiasi mezzo era OK sono finiti. In un mondo sempre più piccolo non usare spit è la cosa più progressista, più futuristica e “moderna” da fare. Non c’è fretta per sviluppare il restante terreno vergine, bisogna imparare ad aspettare le giuste condizioni o aspettare fino a quando uno è all’altezza del compito. E’ importante avere dei progetti fuori dalla propria portata perché aprono la possibilità di migliorare, per sognare. Utilizzando gli spit in alpinismo si limita la propria evoluzione, oltre che lo sviluppo generale di questo sport. Forare la roccia è riduttivo.
Noi abbiamo salito le nostre vie sul Kjerag all’incirca nello stesso periodo in cui Robert Jasper e Roger Schaeli sono arrivati in Norvegia per scalare alcune nuove cascate nelle nostre valli. Hanno usato un trapano e molti spit, e molti di noi sono rimasti molto dispiaciuti. Un certo numero di alpinisti locali aveva atteso le giuste condizioni per fare uno di quei percorsi in uno stile pulito. Questo ha portato ad una forte reazione in Norvegia contro l’uso degli spit in ambienti alpini che comprendeva la denuncia formale da parte del Club Alpino Norvegese, nella speranza di fare una dichiarazione chiara che l’etica locale deve essere rispettata. Certo, c’è un posto per gli spit in arrampicata, ma in un ambiente alpino dovrebbero essere evitati il più possibile. Una delle vie che hanno salito si chiama Into the Wild, un nome che lascia perplesso, considerando che era stata salita con un trapano.
Inoltre, più in generale e filosoficamente, c’è una certa bellezza nel terreno intatto ed è molto importante non lasciare alcuna traccia di passaggio. Le nostre azioni dovrebbero riflettere il rispetto per la grandezza della natura. Lasciare spit, corde fisse, “spazzatura da parete” alle spalle, non è OK.

Tu sei stato nominato al Piolet d’Or 2011 per “Dracula”, il nuovo itinerario sul Mount Foraker, in Alaska, salito con Colin Haley. Dopo esserci stato, quali sono i tuoi pensieri sul Piolet d’Or?
Non ero sicuro che valesse la pena di partecipare al Piolet d’Or, ma avevo la sensazione che le intenzioni fossero buone, così sono andato. Si tratta di un grande evento, ma penso che sarebbe importante sbarazzarsi del concetto di “vincitori” e di concentrarsi maggiormente sull’ispirazione che possono avere certe salite, sul fatto che prestare attenzione ad alcune salite può muovere lo sviluppo dello sport in una certa direzione. Potenzialmente può essere un evento molto stimolante, con buoni valori. Per me l’incontro con tutti gli altri alpinisti presenti è stato fonte d’ispirazione.

Dimmi di più su Dracula. So che era una vecchia idea di Steve House e un paio di altri scalatori. Eri già stato in Alaska?
Sì, c’ero stato l’anno prima, quando abbiamo salito sia la via francese sia la via Moonflower Buttress sul Monte Hunter. Senza questa esperienza precedente la salita di Dracula non sarebbe stata possibile.
Per me Dracula è stata una scalata importante per la sfida con il tempo incerto, in una finestra di tempo molto breve. Credo che dopo un po’ si sviluppi un sesto senso per ciò che è possibile gestire e, nonostante le brutte previsioni meteo, ho pensato che dovevamo andare. Il fascino e le motivazioni erano forti.
Il mio approccio alla pianificazione ha molto più a che fare con questo sesto senso che con l’analisi dei dettagli di una salita. Quel “senso” inizia con un’idea stimolante che potrebbe essere un po’ esagerato, un po’ un sogno, il tipo di idea che quando ci pensi dici a te stesso: “sarebbe bello, ma è possibile?”
Alcune persone pensano prima alle questioni pratiche e logistiche che circondnoa una salita, cose come “ho le competenze necessarie?”, “quanti giorni ci vogliono? “, ecc. Per me è il contrario, il processo inizia quando mi ispira una certa linea, quando si parte da una grande idea, poi plasmo la mia immaginazione e i miei sogni scendendo nel regno della possibilità. Il mio approccio non è pratico, ma ha dato i suoi frutti con una serie di avventurose grandi salite.
Abbiamo bisogno di lasciarci spazio per essere più audaci. Troppo spesso per un eccesso di analisi e sovra-intellettualizzazione delle salite confondiamo la paura per il pericolo reale. E’ importante imparare a distinguere l’una dall’altro. C’è una grande differenza tra l’essere intimiditi dalla ripidezza, o dalla lunghezza di una salita, e i pericoli reali come valanghe, scariche di massi, possibilità limitate di ritirata, freddo, ecc… Venas Azules è un buon esempio, una linea intimidatoria che è ragionevolmente sicura, con un limitato pericolo oggettivo. Essere coraggiosi e di mentalità aperta, senza compromettere la sicurezza, è la sottile linea su cui camminiamo nella nostra fame di avventura.

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Venas Azules ultima modifica: 2024-05-20T05:57:00+02:00 da GognaBlog

4 pensieri su “Venas Azules”

  1. J’avoue que j’admire beaucoup les alpinistes qui gravissent ce genre de voies, dans ces conditions difficiles !

  2. Anch’io ho amato molto leggere i pensieri evidenziati da Marcello.
    Sono le stesse ragioni per cui vivo la montagna.
    Credo, però, che siano in pochi gli alpinisti che hanno piena coscienza di questi sentimenti.

  3. Vorrei essere in grado di non avvertire un tuffo al cuore ogni volta che alla fine di un racconto entusiasmante leggo che un alpinista non è più.

  4.  
    A parte le ragioni più ovvie – l’ambiente, il brivido del vuoto sottostante, l’ambivalenza del pericolo e la sensazione di connessione con la natura – c’è il momento di presenza assoluta, lo stato di quiete quando tutti i miei sensi sono allineati.
     
    Pur avendo letto di tutto sui perché dell’alpinismo, ho trovato in questa frase una delle affermazioni che maggiormente danno l’idea del perché si scalano le montagne.
    Questa via, non solo per le difficoltà ma per l’intuizione e il coraggio di averla affrontata, rappresenta un traguardo mondiale, nonostante la modestia degli autori lo raffiguri come un’allegra scampagnata.
    Quando i norvegesi hanno salito Los Tiempo Perdidos al Col de la Esperanza, si sono poi calati sulla stessa via nonostante sia costantemente minacciata da un seracco pericolante. Lì sono stati dei folli al limite del suicidio, ma gli è andata, almeno quella volta, bene.

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