Verdon: la nascita di un mito – 1

Il Verdon al pari di Yosemite è una tappa obbligatoria. Un luogo magico per gli arrampicatori attratti dal suo influsso. Come grandi poli magnetici, le falesie sono i motori dell’evoluzione sportiva dell’arrampicata.

Verdon: la nascita di un mito – 1
a cura di Carlo Crovella
Traduzione dei testi francesi di Agnes Dijaux

Il Verdon è un mito, non c’è dubbio. Anzi, nell’arrampicata, è “il” mito per antonomasia: forse solo Yosemite riesce a stargli alla pari. Il Verdon è più di casa, per noi europei, sia geograficamente che emotivamente: ogni arrampicatore, anche il più scarso e il più classico, freme quando lo sente nominare.

Dapprima abbiamo visto le pareti dal basso, percorrendo il torrente verso il lago finale. Poi siamo stati trascinati da altri compagni, più ginnici sulla roccia, e abbiamo provato la strizza delle doppie e lo sbandamento emotivo nel risalire vie improbabili, almeno per noi. Siamo usciti che, come si dice in piemontese, “ricordavamo solo più nome e cognome”.

A ben vedere abbiamo salito itinerari che, probabilmente, sono fra i più abbordabili di questo santuario, figuriamoci il resto. Ma è bastato perché il Verdon entrasse sotto pelle anche a noi “classiconi”.

Copertina di Vertical, ottobre-dicembre 1988: Jibé Tribout su Séanse Tenante

Imbattersi nei mostri sacri a zonzo per La Palud, scambiare due parole con loro in coda alle doppie, inventarci ogni mezzo per risalire le famose placche bombate, non parliamo poi delle fessure… Tutto ciò ci ha fatto percepire la vastità del mito. Due-tre puntate sono state sufficienti per comprendere che quel mito non si dimentica mai più, ti resta dentro per sempre.

La nascita storica di questo mito è ben descritta da una serie di articoli apparsi nel 1988 sul periodico transalpino Vertical. Percepire oggi che, allora, il messaggio implicito cercasse di convincere i lettori che il Verdon non era ancora “morto” (!) fa scattare un sorrisino di compiacenza: oggi sappiamo che, in tutti questi anni, tanta acqua è passata nel torrente là sotto e tante nuove pagine sono state scritte sulle pareti soprastanti.

Però leggere queste note sulla nascita del mito e sui suoi primi vent’anni darà soddisfazione sia a chi, laggiù, si è già scorticato a sufficienza le unghie sia a chi, invece, è ancora in procinto di (ri)partire per quell’Eden (Carlo Crovella).

Tra tutte le pietre, il calcare è la loro preferita… Foto: Olivier Günewald.

Verdon: pôle magnétique
(Verdon: polo magnetico)
di Jean-Marc Marco Troussier
(pubblicato su Vertical, ottobre-dicembre 1988)

L’epicentro è il luogo dove le scosse sismiche sono le più forti. Oggi sarebbe praticamente impossibile dire con certezza dove si colloca l’epicentro della metamorfosi dell’arrampicata. Alcuni indizi mi portano a credere che, forse, l’Elbsandsteingebirge (i Monti di Arenaria vicino al fiume Elba, al confine fra Germania e Repubblica Ceca, NdR) abbia avuto un ruolo occulto. E per vie traverse, seguendo gli scalatori, i luoghi o i miti, ha impresso qualche idea nuova sull’arrampicata in Europa, anche attraverso il Belgio e la Gran Bretagna, influenzando nel tempo la sua pratica in Francia.

La questione delle influenze si pone senza che sia possibile sciogliere la matassa del percorso evolutivo della pratica francese da oggi alle sue origini. Però quando parliamo della storia recente dell’arrampicata a livello mondiale, alcuni nomi risuonano come un eco magico. Yosemite, John Bachar, Smith Rock, 5.14a, Gritstones, Livesey, Fawcett, Moffatt, Johnny Dawes, Frankenjura, Güllich, Glowacz, Wall Street.

In Francia i nomi prestigiosi sono tanti, da Pierre Allain, Marc Le Ménestrel, fino a Edlinger e Destivelle. Tra i diversi siti d’arrampicata, ce n’è uno in particolare che gode di un’attrattiva unica: parliamo del Verdon.

Una consistenza, una levigatura cosi speciale da rendere fedeli intere generazioni di arrampicatori. Foto: Olivier Günewald,

In questo posto troviamo tutti gli ingredienti che fanno di una falesia un polo d’influenza che non si altera nel tempo e che rimanda un’eco infinita a volte distorta o amplificata, ma il cui riflesso brilla di uno splendore unico.

Alcuni elementi che lasciano segni invisibili nell’immaginario degli scalatori sono i settori, le vie (scalate che godono di un trattamento particolare presso i media o che suscitano un entusiasmo legato al piacere e allo sforzo), ma anche i personaggi che intrigano, attirano o respingono, e ad ogni modo “interrogano” i loro simili con atti simbolici e straordinari.

Questo è il primo livello d’analisi per capire i fenomeni legati all’arrampicata. Ma ne esiste un altro che riguarda tutti gli sport, ed è il rapporto con l’universo sportivo, come la performance, la cultura o la storia di un sito, di una scalata, di un uomo con un’influenza determinante. E’ anche la componente sociale che collega tutti i rapporti interpersonali, come l’organizzazione dell’attività in questione o la sua gestione. Per quest’ultima, esistono delle “passerelle” tra l’arrampicata e l’universo sociale, che sono la federazione, il territorio nazionale (le falesie) e la competizione che introduce lo sport “ufficiale” nell’attività della scalata.

Non possiamo dire che il Verdon sia parte integrante della società: è vero per l’arrampicata, meno per il luogo. Però nel mondo degli scalatori, il Verdon ha una valenza che nessun altro posto può equiparare. Per esempio la sua roccia eccezionale ha dato origine al termine generico di verdoniano, sinonimo di aereo, verticale, impressionante ma anche di roccia eccezionale per la sua qualità intrinseca e per la sua configurazione. La “goccia d’acqua” ha assunto nobili caratteristiche nel Verdon, come la fessura nello Yosemite, lo svaso a Bleau e il mono-dito a Buoux.

L’arrampicata artificiale esiste(va) ancora in Francia, visto che si pratica(va) anche in Verdon, grazie a Tchouky, Marc Guiot o Dominique Suchet, qui su Le Vent des Errances, Foto: Philippe Royer.

Oggi sembra uno scherzo credere che Chamonix sia stato il paradiso della fessura. Ne esiste una sola e si trova negli USA, riprodotta all’infinito con misure e inclinazioni diverse. In Francia agli inizi dell’arrampicata libera, abbiamo creduto tutti che il futuro dell’arrampicata estrema fosse aldilà dei mari sulle falesie granitiche degli Stati Uniti.

Allora, il mito era veicolato da alcune riviste e da racconti epici fatti dai pionieri della libera al rientro dalla terra promessa: il riflesso della vallata di Yosemite era talmente forte che il pellegrinaggio era d’obbligo. Sole, roccia perfetta, allenamento e difficoltà mai equiparati altrove (a quell’epoca in Francia, il massimo in materia di arrampicata era il Vercors e le Dolomiti!). L’arrampicata americana ostentava una buona salute insolente e persino gli inglesi (i grandi precursori) non potevano reprimere un sentimento di gelosia. Si racconta che durante la prima visita in Yosemite di Livesey e Fawcett (cordata che ha fatto la storia), gli americani abbiano portato i “British” ai piedi di un 5.11 (6c), che verrà valutato in seguito come primo 8a di Yosemite (Stigma), e gli ospiti trovarono la via diabolicamente dura.

L’astro americano brillava di luce prepotente perché gli americani hanno sempre creduto di aver un’influenza certa sul resto del mondo dell’arrampicata.

Alcuni personaggi di spicco hanno costruito la nomea del Verdon. Tra questi, Steph Troussier, qui su Mégafoot. Foto: Robert Exertier.

Viaggiando nelle nostre insolite contee, uno scalatore avrebbe notato che l’indigeno francese arrampicava con del pof (pallina di magnesite) e un pacco di sigarette nel calzino. Libera? Si dubitava che i francesi scalassero molto. Il Verdon? Carino, ma allo stesso livello del Baou, di Saint-Jeannet, cioè poca roba.

Mountain numero 61. E’ con questo numero, uscito prima del “mitico” numero 9 d’Alpirando, che il Verdon supera improvvisamente il muro dell’indifferenza. Una foto di copertina, un articolo di otto pagine e una guida tascabile. Il Verdon esce alla luce del sole, ma in quello stesso numero compare la famosa pubblicità dei “friends”, dove Ray Jardine, il loro inventore, era alle prese con Phoenix 7c/8a, allora la scalata più dura del mondo. L’arrampicata francese entra quindi in un universo dove domina l’arrampicata libera e dove gli americani dettano le regole. Nel mentre gli inglesi hanno appena superato le scalate in libera più difficili del Verdon: Solanut, 6c, e il traverso di Pichenibule, 6c.

Chi potrebbe ignorare l’impatto del cinema sul grande pubblico? Le riprese di Overdon su Triomphe d’Eros. Foto: Laurent Chevallier.

L’immagine del Verdon comincia allora ad imporsi nello spazio culturale dell’arrampicata. Sole e roccia ottima, l’esodo verso le Gorges diventa la regola seguita dai francesi e dagli altri. Una piccola colonia di scalatori vi si stabilisce ed esplora con gioia questa roccia dalle molteplici possibilità. Questi ragazzi, che alcuni paragonano a parassiti sociali, in realtà non fanno altro che socializzare con l’arrampicata, sviluppandola. Il bisogno di novità moltiplica le vie che richiamano un gran numero di arrampicatori: la “socialità” dell’arrampicata si é messa in moto.

All’inizio gli scalatori ricercavano le fessure e in quel periodo un arrampicatore di ritorno dalla Mecca aveva messo a confronto le nostre fessure di calcare con quelle americane: secondo lui eravamo allo stesso livello di difficoltà. Avevamo un posto nell’universo culturale ma non in quello sportivo. Il ritardo era anche considerevole.

Per quanto riguarda l’arrampicata nella Germania Ovest, possiamo dire che ha subito la doppia influenza dell’est e dell’ovest. Da una parte la Repubblica democratica dalla tradizione alpinistica lunga e austera della Valle dell’Elba, con l’apertura delle vie solo dal basso. Dall’altra gli USA, il paese vincitore della guerra e del miracolo economico, ma anche il paese dei giovani in rotta con la società di consumo, alcuni dei quali si sono rifugiati nell’arrampicata come stile di vita: un mito che dura da più di vent’anni. Con scalatori della forza di Kurt Albert e Wolfang Güllich, tra i primi europei a ripetere le vie più difficili in America, la Germania possedeva dei leader ma mancava di falesie sufficientemente “mitiche” per influenzare l’Europa continentale. Il suo clima uggioso ha avuto un ruolo repulsivo presso una popolazione di arrampicatori assetati di sole.

Questi famosi “terreni di avventura” avevano un vero e proprio sapore di spedizione… Stéphane Troussier, seconda ascensione di Naziaque, martello in mano e staffe in tiro. Foto: Marco Troussier.

Però i tedeschi sono stati veramente affascinati dall’America e in qualche modo ancora oggi continuano ad esserlo. Invece la Francia e il Verdon non hanno avuto la stessa attrazione. E siccome ci sono strascichi che perdurano oltre le generazioni, il modello americano resterà per sempre il loro unico riferimento nel mondo dell’arrampicata e si opporranno al modello francese che altri invece accetteranno più facilmente. Il Verdon, diventato improvvisamente falesia di richiamo internazionale, faceva concorrenza a posti più prestigiosi, a volte superandoli alla grande, attirandosi una certa gelosia da parte degli arrampicatori stranieri. Per quasi vent’anni, la Francia ha subito l’incomprensione e a volte l’arroganza da parte degli scalatori; i siti internazionali importanti come il Verdon, a volte evidenziano le differenze tra le varie filosofie degli scalatori, alcuni dei quali rimangono impassibili e non vogliono ammettere di esserne stati influenzati.

Il Verdon ha avuto un ruolo ancora prima di Buoux. L’arrampicata in Francia, prima di diventare sportiva come a Buoux, era un hobby e nessun altro luogo come il Verdon ha comunicato l’idea che l’arrampicata è prima di tutto piacere. Possiamo essere indifferenti a tutto ciò che non riguarda il gesto, ma nelle Gorges siamo costretti a essere soggetti all’influenza dell’ambiente, della roccia e del vuoto. Eppure alcuni in qualche modo lo negano.

Nel 1981 John Bachar visita le Gorges e, siccome la sua etica gli impedisce di scalare una via spittata dall’alto, scala il bombément di Pichenibule da secondo: è il perfetto esempio dell’ostinatezza di alcuni modi vedere l’arrampicata… irremovibili!!

Alcuni hanno scalato con riluttanza nelle Gorges, perché l’etica era “francese”; in particolare gli stessi inglesi, che sono stati i primi promotori del Verdon sulla scena internazionale. Questo perché il Verdon ha subito una tale infatuazione, che ha permesso la diffusione di un’etica più permissiva tra gli scalatori che fino ad allora subivano l’influsso di Yosemite e delle sue fessure.

È interessante constatare che l’America ha sempre avuto dissidenti in materia di etica. Quando una popolazione ristretta pratica un’attività, è difficile che qualcuno trasgredisca le regole. Nel Verdon, dal momento in cui sono stati messi gli spit dall’alto, è diventato possibile provare a scalare da secondo; questo ragionamento molto permissivo ha generato qualche fraintendimento nel mondo delle prime ascensioni.

Patrick Bérhault sul mitico bombément di Pichenibule. Foto: Robert Exertier.

Per strane ragioni negli USA è capitato che tre scalatori trasgredissero le regole. Il primo fu Ray Jardine. Si racconta che stava liberando una via e che, quando cadeva, invece di calarsi ricominciava da dove si era appeso; in questo modo avrebbe chiuso Phoenix con la tecnica francese. Il secondo ragazzo fuori norma è Tony Yaniro, la cui ascensione della Grande Illusion nel ’79 è stata occultata per ragioni incomprensibili. Il terzo personaggio fu Alan Watts, che piantò più spit a Smith Rock che in ogni altro posto, e per di più dall’alto. Di conseguenza Smith Rock fu depennata dalla guida e le qualità di Alan Watts furono molto criticate dagli arrampicatori di Yosemite.

In Francia, e in particolare in Verdon, è ammesso che si possa fare tutto ciò che si vuole purché venga rispettata la roccia. I fratelli Claude e Yves Rémy furono gli unici apritori a stravolgere il microcosmo dei chiodatori del Verdon; la loro velocità leggendaria a sfoderare il trapano si prestava soprattutto per le linee che poco interessavano gli altri.

Dopo vent’anni nel mondo dell’arrampicata, cosa rimane del Verdon? Intere generazioni si sono susseguite, altre vie sono state aperte e il Verdon rimane un universo magico anche se un po’ artificioso. Magico perché ora è presente nel subconscio collettivo degli arrampicatori del mondo intero; artificioso perché troppo famoso e noi, che abbiamo voluto farlo conoscere, ne abbiamo al contempo svelato il mistero.

J.-C. D., al secolo Jean-Claude Droyer, profeta controverso ma personalità imperdibile delle Gorges, qui su Les Frères Caramelle Mou. Foto: Patrick Berhault.

Il vuoto incredibile che si percepisce in alcune vie rende l’arrampicata estrema e offre un’attrattiva in più per il rocciatore ma anche per il fotografo. Le immagini delle Gorges hanno un richiamo particolare e un’atmosfera che ricorda allo scalatore la sua impotenza.

La materia prima è senza eguali ed è il motivo per cui alcuni vengono in Francia solamente per vedere queste placche grigie e azzurre. In un evento recente, un litigio tra Edlinger e Tribout ha permesso al pubblico di ricordare che il Verdon è anche arrampicata (c’era tendenza a dimenticarlo), anche se le Gorges contengono la loro parte di brutture moderne. Ricordiamo che Spécialistes è stato il secondo 8c rivendicato dai francesi (il primo è Ravage, realizzato da Antoine Le Ménestrel), liberata e gradata da Tribout, poi sgradata da Edlinger (8b+): rappresenta il prototipo della via moderna come oggi se la immaginano gli stranieri in Francia. Sole, strapiombi e grandi difficoltà, pare che oggi il mondo dell’arrampicata non sia altro che una placca strapiombante dalle prese sempre più piccole.

Da ormai più di dieci anni, il riflesso e l’immagine sono cambiati, e persino questi continui cambiamenti non permetteranno di dimenticare i due poli di questo stesso piacere chiamato arrampicata, il Verdon e Yosemite.

Patrick Edlinger durante la prima a vista di L’Etè de Porcelaine. Foto: Robert Exertier.

Grimpeur sous influence – 1
(Arrampicatore sotto effetto – 1)
di Jean-Marc Marco Troussier
(pubblicato su Vertical, ottobre-dicembre 1988)

A lungo ha continuato a svegliarsi pensando al Verdon, che gli ha dato tutto e a cui lui tutto ha dato. Marco Troussier, prolifico apritore e pensatore dell’arrampicata moderna, ci racconta “quegli anni lì”.

Vent’anni dopo ancora non mi sento di riscrivere la storia del Verdon. Mi ricordo il primo giorno, che per mio fratello Stephane Steph era già il secondo. Eravamo partiti per fare l’Arête Grise, grande classico degli anni ’70, e questa scalata, cosi eccezionale, era andata piuttosto bene. Nel fine settimana frequentavo solo la falesia di Saussois e Steph mi aveva meravigliato con i suoi racconti sul Verdon, così verticale, così aereo, dalla roccia ottima – eppure scalavamo sempre al Terray Saussois!

All’uscita della via, avevamo incontrato due scalatori e questo incontro cambiò il destino di mio fratello, guidandolo verso le Hautes-Alpes. Dal mio canto, una parte del mio futuro si era appena decisa; mi ci vollero più di dieci anni per sfuggire alla strana attrazione confusa e indescrivibile che mi riportava sempre sulla strada per le Gorges, attraverso la collina che va da Moustiers a La Palud, per arrivare, sette chilometri prima di La Palud, a una curva che da allora ho soprannominato le virage du 7.

Mi svegliavo spesso nel Verdon pensando alla roccia.

Da Les Malines sono passato all’Imbut, che all’epoca godeva ancora di una buona nomea. Il Péril Rouge dalle prese scalabili, il Roumagaou deriso dai marsigliesi del Verdon, erano itinerari che nessuno trascurava. Le scarpette ci avevano sedotti, ma il nostro livello in libera era ancora instabile. Il vuoto non era troppo percepibile su questa parete e non ci spaventava più di tanto. Su questa falesia nascerà poi uno degli aneddoti più popolari del Verdon: il volo di quarantacinque metri di un capitano degli alpini molto conosciuto all’epoca.

Scott Franklin ha mollato Yosemite per venire a fare Les Braves Gens, il primo 8a delle Gorges. Foto: Caty Belœl.

Dall’Imbut siamo passati a l’Escalès, quindi alle faccende serie che richiedevano più coraggio ed esperienza. Per scalare Ula spesso i compagni di cordata facevano l’elemosina per recuperare dei nut e si tirava a sorte su chi avrebbe fatto il primo tiro difficile. C’era la Demande con i sui ultimi tiri inquietanti, con protezioni dubbie e distanziate. Poi c’era il famoso Éperon Sublime che abbiamo raggiunto molto presto dall’alto grazie alla calata su Luna Bong un giorno attrezzata da mio fratello e Christian Guyomar, e scalata da ragazzi svizzeri (era già presente il mito svizzero) che confermavano che era difficile ma non impossibile.

Per diversi mesi, ogni visita nel Verdon passava da Sublime e da Necronomicon aperte da Steph e Jacques Perrier (detto Pschitt) con il chiodo tra i denti. Poi con Dingomaniaque e Mangoustine Scatophage abbiamo visto fiorire l’età d’oro dei marsigliesi e il nome di Bernard Gorgeon ci è diventato familiare. Dopo l’Arête Grise avevo intravisto la sua sagoma arrivando nella piazza del paese. Mio fratello mi aveva bisbigliato “sono degli habitués”. Non proprio déi dell’olimpo, ma comunque arrampicatori forti. Nel ’76 scalavano come Michel Piola prima ancora che arrivasse Piola, aprendo vie da primi, dal basso, su placche, con i cliffs e quasi in libera! Avrei anch’io tastato il cliff un po’ più tardi.

Stefan Glowacz realizza per la prima volta Brouette en Chantier, l’allora nuova frontiera dell’8b/c. Foto: Hannes Schmid.

Vivevamo nelle grange lungo la strada ed era raro incontrare gente sulle vie. Una certa fratellanza univa gli arrampicatori, e le future personalità importanti dell’arrampicata francese erano già presenti. Eppure non ho mai apprezzato quella presa di distanze in occasione di un raduno di arrampicatori franco-inglesi che mi rese testimone del primo autentico exploit sul tema dell’arrampicata “a vista”. Quel giorno ho visto Pete Livesey scalare in libera l’ultima placca del Triomphe d’Eros, Fawcett seguirlo con la stessa methode, e Jean-Claude Droyer doverci riprovare ben due volte. Invece non so se fecero il terzo tiro in libera al primo giro, la Goulotte formica.

Dopo la prima ascensione in libera realizzata da Livesey e Fawcett, Solanut in free solo è diventata la prima ossessione di Pschitt. Voleva assolutamente fare questa via in solitaria e a volte adescava un arrampicatore per controllarne i movimenti. Sarà un’altra scalata ad attirare l’invidia solitaria di Patrick Edlinger, ma per prudenza non fece mai il bombément della Pichenibule in free solo.

Non c’era solo questo nelle Gorges. A l’Estellié, il diedro Oursinade e il suo famoso passaggio in strapiombo ci facevano tremare, ma è Délivrance cheha di colpo potenziato il mito di Guyomar; di sicuro bisognava partire con il chiodo tra i denti e con il cliff pronto ad entrare in azione…

Dal ‘78 inizia a svilupparsi l’arrampicata su placca, ma ancora per diversi anni le fessure larghe e più o meno strapiombanti apparivano ancora temibili.

Pete Livesey, Ron Fawcett, Jerry Moffatt e gli altri inglesi rappresenteranno la rivoluzione nel mondo dell’arrampicata francese. Saranno loro, durante il raduno del ‘78, a realizzare il primo autentico exploit di scalata a vista: l’ultima placca di Triompe d’Eros in libera. Jerry nell’84 chiudeva Papy on Sight al terzo tentativo. Qui invece è nella prima ascensione a vista di Septième Sot, 7b/c. Foto: Marco Troussier.

Se ne trovavano ancora alcune a l’Escalès e tra queste c’era Les Barjots. Una leggenda irriducibile era legata a questa via faticosa. Si diceva che gli apritori avevano usato il casco come incastro e il ripetitore Gérard Thomas, finito il primo tiro era già troppo stanco per continuare: aveva appena finito di scalare il famoso Philipp/Flamm nelle Dolomiti e dichiarava apertamente che questo primo tiro era in assoluto la cosa più difficile mai vista in materia di fessure. Alcuni ci incastrarono davvero un casco e mi ricordo di aver usato uno spazzolino da denti piazzato di traverso per fare credere che l’avevo usato per proteggermi!

Luna Bong è diventata man mano un classico, l’Estamporanée all’Eycharme ha visto varie ripetizioni, compresa quella di un solitario che nella caduta bruciò la sua autosicura sulla corda; sicuramente Ula è stata scalata sette o otto volte in solitaria, inclusa la salita di Edlinger. Quest’ultimo, dopo aver rotto una presa e disarrampicato parte della fessura, decise di risalirla piuttosto che arrendersi…

I fratelli Rémy erano instancabili esploratori di fessure. Ne trovavano di incredibili tipo Gueule d’Amour, un classico in caso di mal tempo e per cui era indispensabile la frontale per il primo camino. Finalmente nel 1981, il top della fessura arriva con la Mandarin Merveilleux, prua fessurata che avevo notato chiodando Surveiller et Punir. Il tempo delle fessure terminò definitivamente per quanto mi riguarda con Tentative d’Evasion. Il primo tiro meriterebbe di nuovo una visita, perché venti metri di fessura strapiombante valgono sempre la pena di essere ripresi.

Credo che fosse Patrick Cordier a pensare che non c’è arte nella scalata e che lo scalatore è più simile alla scimmia che all’artista. Oggi possiamo essere meno drastici perché a volte gli scalatori contribuiscono a dare forma a una via; in particolare sulle placche dove il posizionamento dei punti di ancoraggio è determinante per la difficoltà e per la bellezza del tiro.

Il Verdon è un luogo d’incanto e di sortilegi: un luogo abitato, un luogo mistico. Foto: Olivier Günewald.

Oggi è possibile sentirsi dei veri artisti aprendo itinerari su pareti d’arrampicata, ma la sensazione più forte rimarrà l’ebbrezza della scoperta del vuoto immenso del Verdon. Da nessun’altra parte si può percepire questa pienezza, questa tensione che sale immediatamente quando si lancia la corda nel vuoto e si scoprono le prese che saranno utili a una progressione facile o estrema, delicata o atletica. Ho vissuto alcuni dei momenti più esaltanti in arrampicata, appeso al pilastro di El Topo, passando intere giornate sulle corde, piantando senza sosta spit che riecheggiavano nelle Gorges.

El Topo non è mai diventata una classica e questa via meriterebbe di essere completamente riattrezzata per un’arrampicata in libera.

Nel 1981 John Bachar aveva da poco lasciato il Verdon e Claude Vigier aveva appena attrezzato Chrysalis, una via molto intensa all’epoca anche senza considerare il terzo tiro in libera, e aveva finalmente scoperto quello che sarebbe diventato in futuro un simbolo delle Gorges: la placca di Frimes et Châtiments.

Ci era sembrato incoerente fare una via da quattro tiri con così tanti traversi, ma capii in fretta che c’erano altre vie possibili. Passeggiavamo con Pschitt, la pancia piena di leccornie preparate dal Signor Cauvin, quando questa linea ci saltò all’occhio.

(continua)

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Verdon: la nascita di un mito – 1 ultima modifica: 2021-05-10T05:09:00+02:00 da GognaBlog

5 pensieri su “Verdon: la nascita di un mito – 1”

  1. 5
    grazia says:

    Grazie per quest’articolo così vivace e luminoso!

  2. 4
    Alberto Benassi says:

    non sei nostalgico, è la verità!!!

  3. 3
    Enri says:

    Per chi ha vissuto il Verdon a fondo, da non perdere il racconto recente di Jibe’ Tribout sulla rivalita’ con Edlinger e la salita di Les Soecialistes. Il racconto ha il sapore di quei tempi, in cui non esistevano internet, i “social” e le cose si venivano a sapere scrutando i segni di magnesite sulla roccia o il sentito dire alla base delle falesie. Saro’ nostalgico, ma era davvero tutto molto piu’ bello..

  4. 2
    giorgio pesce says:

    Grazie carlo per l’idea, ottima la traduzione in italiano, grazie a chi l’ha fatta.

  5. 1
    Umberto Vilfredo says:

    Bello bello bello, complimenti per divulgare in italiano questi articoli

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