Metadiario – 43 – Tra i Dani della Nuova Guinea (AG 1972-008)
Nel settembre 1972 partecipai all’esplorazione di un remoto angolo della Nuova Guinea Indonesiana. Per partecipare a questo viaggio avventuroso organizzato da Beppe Tenti dovevo coprire le mie spese aeree, perché gli altri costi se li sarebbe addossati Alpinismus International.
Iniziai così una trattativa con la compagnia aerea che già forniva il volo al resto del gruppo. La Lufthansa, il 9 agosto 1972, così formulò il nostro accordo:
«Egregio sig. Gogna, facciamo seguito ai colloqui intercorsi e Le confermiamo la nostra disponibilità a concludere con Lei un accordo sulle seguenti basi:
– concessione di un biglietto a tariffa gruppo per l’itinerario del viaggio AI-14, in classe economica.
– contro questa nostra prestazione Lei si impegna a far pubblicare entro la fine dell’anno in corso un servizio sul settimanale La Domenica del Corriere riguardante la destinazione del Suo viaggio.
In questo servizio dovranno apparire una foto di un aereo della Lufthansa, il nome della nostra compagnia, almeno due volte nel testo del reportage, nonché dati riguardanti il programma stesso come il nome dell’organizzazione, le date di partenza e l’indicazione dei nostri uffici Lufthansa che potranno dare informazioni su questo viaggio.
Rimane inteso che nel caso Lei non potesse adempiere a questi accordi entro il termine stabilito sarà tenuto ad effettuare il pagamento dell’importo corrispondente al biglietto.
Per regolarità La preghiamo di volerci accusare ricevuta di questa nostra lettera a conferma degli accordi intercorsi. Le porgiamo i nostri migliori saluti.
Il Direttore per l’Italia Settentrionale di Lufthansa Linee Aeree Germaniche, Dr. Schoiber».

Così risposi il 29 agosto1972:
«Spett. Lufthansa, faccio seguito alla Vs. raccomandata del 9 agosto 1972 e concordo pienamente sulle basi da Voi esposte.
Vorrei però precisare che, se per me sarà facile, una volta effettuato il viaggio, dati i particolari accordi tra me e la Domenica del Corriere, pubblicare un bel servizio su questo viaggio di un numero rilevante di pagine, e anche sarà facile nominare nel testo almeno due volte il nome della Vostra compagnia, nonché il nome dell’organizzazione Alpinismus International, sarà invece più difficoltoso sia citare le date di partenza del viaggio dell’anno prossimo 1973, sia indicare i Vostri uffici Lufthansa che possono dare informazioni sul viaggio, sia pubblicare la foto di un aereo Lufthansa.
Tutto questo a causa del fatto che la Direzione della Domenica del Corriere, pur non essendo contraria in linea di massima a questo tipo di pubblicità, non vuole correre il rischio che il pubblico confonda un facile viaggio organizzato con un viaggio seriamente esplorativo come questo in Nuova Guinea.
Pertanto chiudono senz’altro un occhio per il nome Lufthansa e Alpinismus International, ma sarà più difficile farglielo chiudere per le altre tre condizioni.
Siccome però proprio oggi ho concluso un accordo con il dott. Gino Palumbo, Vicedirettore del Corriere della Sera, per il quale io «sarò incaricato di inviare al quotidiano tre corrispondenze dalla Nuova Guinea, eccomi a proporVi le seguenti alternative:
1) o io riuscirò ad adempiere a tutte e cinque le Vostre condizioni, e allora non ci sarà nessun problema;
2) oppure non riesco, anche parzialmente, a mantenere le tre di cui ho detto sopra: in sostituzione a una, o due, o tre di queste mancate prestazioni, m’impegno a citare il nome Lufthansa sulle corrispondenze al Corriere della Sera, nonché su un bell’articolo Sulle montagne del mondo che uscirà a ottobre prossimo sulla rivista Qui Touring, dello stesso gruppo editoriale del Corriere della Sera e Domenica del Corriere.
Se questa seconda alternativa non potesse essere da Voi accettata, non ha alcuna importanza! rimarrebbe inteso che sarei tenuto ad effettuare il pagamento dell’importo corrispondente al biglietto.
Nota. A prescindere dall’accettazione o meno della seconda condizione io vorrei ugualmente citare il nome Lufthansa sulle mie corrispondenze al Corriere della Sera. Perché questo sia possibile, occorre che l’Ufficio Pubblicità della Lufthansa, in qualità di Ditta inserzionista, chieda al Direttore del Corriere della Sera il permesso di far citare il nome Lufthansa una o due volte dal Vostro collaboratore Alessandro Gogna, naturalmente menzionando i colloqui intervenuti tra quest’ultimo e il loro Dott. Gino Palumbo, Vicedirettore del Corriere della Sera.
Penso che questo per Voi possa essere molto importante, pertanto Vi consiglio di provvedere al più presto, qualunque decisione possiate prendere riguardo alla seconda alternativa. Vi porgo i migliori saluti, Alessandro Gogna».

In pratica riuscii a non pagare il biglietto, peraltro piuttosto salato. Per un insieme di motivi non dipendenti dalla mia volontà La Domenica del Corriere non pubblicò mai nulla di relativo a quel viaggio, a dispetto del fatto che fossimo già arrivati alla correzione delle bozze dell’impaginato. Sospettai di aver pestato i piedi a qualcuno, probabilmente a Carlo Mauri, ma non ne ho alcuna prova. In seguito comunque la Lufthansa mi graziò ugualmente.
Affrontavo il viaggio in un momento particolare della mia vita.
Tertium non datur, diceva Cicerone. Il problema degli opposti non si risolve razionalmente e la civiltà occidentale è sempre stata alle prese con questo rompicapo insolubile. La filosofia zen appare una soluzione faticosa ma reale e quindi possibile. Purtroppo però era solo una teoria per me: incatenato alla ruota degli avvenimenti, senza accorgermene cercavo sempre di più ciò che mi era opposto. Per poter andare nella lontana Nuova Guinea indonesiana mi ero licenziato da un lavoro comodo, sicuro e promettente. Nella non aveva dubbi, per quel lavoro non aveva mai avuto simpatia. Ero attirato da una forza invisibile che mi allettava con un travestimento: un buon servizio giornalistico infatti era la scusa con me stesso, perché sotto sotto mi sembrava di perdere tempo andando in Nuova Guinea. Se devo essere sincero infatti gli uomini della pietra non suscitavano in me un enorme interesse, almeno non quanto la notorietà che avrei potuto trarne.

Come è vero che avevo lasciato gli studi per potermi meglio dedicare alla montagna, lo stesso feci nel luglio 1972 quando mi licenziai dalla Lange per poter viaggiare ed essere libero. Quella vaga aggressività, finora riservata all’alpinismo, stava cercando sfoghi diversi o forse volevo solo adeguarmi alla normale aggressività degli altri.
Qui sotto riporto un mio scritto inedito di quel tempo. Fu steso a caldo, appena tornato da quell’esperienza, e avrebbe dovuto essere pubblicato su un settimanale di grande diffusione. Rivisitando queste note ho voluto rilevare i momenti nei quali tradivo più o meno implicitamente due esigenze.
Le frasi in corsivo ricordano, nella descrizione delle zone «selvagge», l’aggressività del bianco in generale: questi storicamente si chiamò prima colonizzatore poi missionario, poi esploratore e infine reporter, ma il sugo è sempre lo stesso.
Le frasi in neretto ricordano l’autocompiacimento di certe azioni o pensieri, il proporre se stessi come eroi agli occhi di chi è rimasto a casa.
Entrambi questi momenti, aggressione ed esibizione, a volte al limite del falso, celebrano il rito forzato e ciclico dal quale è precisamente nostro compito uscire, usando la stessa energia del mito che c’impone quel comportamento.

Il trekking per il lettore
(ottobre 1972)
Pensiamo per un momento di cucinare senza alcun contenitore, di dormire senza sdraiarci, di vivere in una capanna insieme con altri dieci mariti a pochi metri di distanza da un’altra capanna che ospita dieci mogli e tutti i figli. Proviamo a immaginare una vita senza metalli, senza plastica, senza carta, senza vestiti, senza danaro; ad avere a disposizione solo una giungla, delle sementi di patate, qualche gallina e qualche maialino semiselvatico. Riduciamo a cento, centocinquanta le parole del nostro vocabolario, eliminando tutti i termini astratti. Conoscere solo il fuoco, la pioggia, il sole, gli alberi. Sapere tutto dei nostri vicini senza essere curiosi, essere più legati ai nostri vecchi, non isolare i nostri ammalati, vivere nella paura della tribù vicina, ma senza ansia e senza rassegnazione.
Questa è la vita di ogni giorno nel cuore della Nuova Guinea, per estensione la seconda isola del mondo dopo la Groenlandia, quasi due volte e mezza l’Italia.

Situato pochi gradi a sud dell’equatore, subito a nord dell’Australia, questo “continente” è l’ultimo, assieme ad alcune zone dell’Amazzonia, a non essere ancora completamente esplorato. Un viaggio in Nuova Guinea deve essere accuratamente studiato ma prima di tutto occorre scegliere e valutare il suo scopo. Quest’isola presenta le spiagge più belle e più incontaminate, le più vaste del Pacifico: purtroppo non si può andare così lontano con intendimenti balneari e turistici soltanto, senza la minima assistenza alberghiera. Le montagne arrivano fino ai 5000 metri d’altezza, ma sono disabitate e per raggiungerle occorre rinunciare all’incontro prolungato con la popolazione. Vaste regioni sono occupate dalle paludi e da praterie acquitrinose, ma oltre che essere completamente inesplorate si sa che gli indigeni che le abitano sono in questo momento in lotta atavica tra di loro. Senza calcolare che norme elementari di prudenza sconsigliano di affrontare territori come questi, brulicanti di serpenti e di sanguisughe. Perciò, per conoscere un po’ la Nuova Guinea, occorre sì avventurarsi nell’interno, ma nella zona abitata di media montagna, più salubre ma soprattutto con popolazioni pacifiche da molto tempo, senza serpenti né sanguisughe.

Nessuno sa con precisione quali ricchezze in superficie e in profondità possa contenere. Nessuno conosce a fondo i Dani, la popolazione papua che abita nell’interno. Si calcola che almeno 300.000 siano gli indigeni che non sono mai stati avvicinati da un uomo civile. Atterriamo sulla pista erbosa e in salita di Mulia al centro del West Irian con un piccolo aereo. Assieme alle piste di Wamena, Enoratali e Ilaga, sono queste le sole possibilità di atterraggio, non prive di un certo rischio. Ed è qui a Mulia, a 1800 metri sul mare che prepareremo tutta la nostra esplorazione. Ciò che intendiamo approfondire è come vivano queste popolazioni nella realtà. È troppo facile partire dall’Europa e dire che si va a incontrare i cannibali. Noi non andiamo alla ricerca del colpo grosso, della sensazione giornalistica; ci interessa invece il contatto umano: anche se non potremo aiutarli, almeno conoscerli. E comunque siamo pronti a ogni eventualità. Queste sono le nostre intenzioni quando con 50 portatori dani e 10 accompagnatori dell’esercito indonesiano, che approfittano di noi per la prima ricognizione ufficiale, partiamo alla volta di Sinak, verso l’altopiano di Kolumbru. Sembriamo un esercito. In queste condizioni è assai difficile che le popolazioni che incontriamo nei piccoli villaggi ci dimostrino altri sentimenti oltre allo stupore. Finalmente dopo tre giorni i soldati sono stanchi e si fermano a Sinak, con i loro fucili: la loro ricognizione finisce qui. Faranno una bella relazione al loro comando, che avrà così delle informazioni in più sulle regioni amministrate ma mai visitate. E noi possiamo proseguire in pochi, con pochi portatori, sicuramente i più volonterosi e robusti. Questi uomini sono di un’agilità sorprendente. Nudi, con addosso solo il loro astuccio penico ricavato dalla scorza delle zucche, caricati di pesi dai 20 ai 30 chilogrammi, saltano di radice in radice sul sentiero, passano veloci sui tronchi viscidi, appoggiano i piedi nella melma senza affondare. Fatichiamo a seguirli in un intrico pazzesco di vegetazione, con le scarpe di gomma scivoliamo, inciampiamo, c’impantaniamo. Siamo avvolti da nugoli di mosche e zanzare e il nostro medico ne riconosce qualcuna della malaria. Non si vede altro che giungla per ore e ore e le sole interruzioni sono i passaggi di torrenti impetuosi su ondeggianti ponti di liane. In questo i Dani sono specialisti: la lavorazione del legno, delle fibre e delle cortecce è accurata, intelligente. Attorno ad ogni villaggio è sempre un solido recinto, privo di porte che sarebbero inutili perché non hanno né carretti né bestie da soma. Tutto ciò che trasportano lo caricano sulle spalle e non li ho mai visti trascinare qualcosa. Per scavalcare il recinto ci sono due tronchi appoggiati in obliquo da entrambe le parti: su di essi hanno intagliato delle tacche per i piedi, molto utili quando il legno è bagnato. Scavano tacche dappertutto anche sulle radici che ad ogni metro bisogna scavalcare sui sentieri. Per fare qualsiasi lavoro di legno dispongono solo delle asce di pietra e di rudimentali coltelli di osso di casuario, un uccello senz’ali più grosso d’un tacchino che qui vive assieme ai polli. Le cave di pietra dura per le asce sono molto rare e il materiale grezzo viene trasportato per molti giorni. Le asce sono ancora oggi il normale mezzo di scambio, addirittura la dote dei matrimoni. Impiegano dai due ai tre mesi per affilare il grezzo, poi la pietra ormai tagliente viene incastrata in un pesante manico di legno. Per i lavori più minuti usano le mani e soprattutto i denti. È uno spettacolo vedere le donne, magari quasi prive di dita per la loro usanza di tagliarne uno ad ogni lutto, ad eccezione dei pollici, lavorare con un’abilità e velocità incredibile le foglie di palma secche o le fibre di corteccia. Ricavano così lo spago per le loro reticelle, gonnelline, funi più robuste. Solo da poco tempo hanno cominciato a usare coltelli e asce di metallo, evidentemente provenienti da Mulia, acquistate al prezzo di chissà quanti polli e maiali. Sono però rarissime e addirittura sconosciute più ci si allontana da questo piccolo centro. Sull’altopiano di Kolumbru tutto ciò che abbiamo è oggetto di interesse per i colori e per l’uso che ne facciamo. Guardano le tende, toccano le corde di nylon, i bicchieri di metallo, i nostri vestiti. Siamo i primi esseri civili ad attraversare questi luoghi. Li vediamo uscire dalle capanne, prima i bambini, poi gli uomini, in ultimo le donne, timide e impacciate. Ci salutano con un gutturale «wa» ed un sorriso buono e gentile. Siamo venuti a disturbare la loro millenaria quiete. La notte, con i portatori, dormiamo sotto una rupe gigantesca: noi nei sacchi piuma, loro attorno ai fuochi; seduti, si appisolano, parlano per un po’, dormono ancora, prima con il volto poi con le spalle al fuoco: siamo infatti a 3600 metri. In cielo c’è la luna: come fare a spiegargli che degli uomini come noi, come loro in fin dei conti, l’hanno toccata? Alla mattina accendono di nuovo i fuochi, ci chiedono con un sorriso un fiammifero che con circospezione imparano ad usare. Ogni volta che se ne accende uno è un coro di «wa, wa, wa». Sono eccitati come bambini e percuotono con le nocche gli astucci penici. Quando invece sono attenti e osservano qualche nostra mossa digrignano di continuo i denti; forse è la loro unica manifestazione di nervosismo. La vita si svolge lentamente: non contano i giorni né gli anni e probabilmente il tempo dura di più. Non conoscono la musica ritmica, né alcuno strumento musicale: ci hanno fatto però ascoltare dei cori cadenzati a nenia, senza parole. Non hanno dei, non hanno spiriti né del bene né del male, credono solo alle anime dei defunti alle quali attribuiscono la responsabilità di qualsiasi avvenimento. Al mattino si alzano molto presto e subito dalle capanne esce il fumo che si confonde con le nebbie.

Stanno tutti raccolti attorno al focolare dove scaldano le pietre. Quando queste sono roventi le coprono con foglie ed erbe. Su questo strato vegetale appoggiano le patate e qualche pannocchia di granturco. Poi coprono il tutto con altre foglie e altri sassi roventi. Dopo venti minuti la colazione è pronta: con una specie di pinza di legno tolgono i sassi che mettono da parte per il prossimo pasto, poi scoperchiano le foglie e si servono ad uno ad uno con molta calma e dignità. Non hanno mai fretta. Masticano lentamente e non bevono durante il pranzo; generalmente bevono solo alla fonte quando fa molto caldo. Terminata la colazione si spidocchiano un po’ uno con l’altro familiarmente, poi escono. Chi va a piantare patate, chi va a disboscare qualche radura con il fuoco, chi viene intorno a noi a curiosare o a contrattare. Un maialino per quattro specchietti è il miglior affare che abbiamo concluso. Un militare ci ha spiegato che tutto ciò che loro ci vedono usare credono sia frutto di qualche albero meraviglioso. Non hanno idea di ciò che può essere la lavorazione del metallo e quando tengono in mano i barattoli vuoti che gli regaliamo, non sanno che farsene. Allora noi versiamo dentro acqua e patate e gli facciamo assaggiare le patate bollite. Con sorpresa vediamo che non le gradiscono e le preferiscono alla loro maniera. Noi non ci arrendiamo: le condiamo con olio e sale ed ecco subito larghi sorrisi di consenso, rumore di mandibole soddisfatte, entusiastici «wa, wa, wa». A mezzogiorno non pranzano mai e la loro cena, che è poi il pasto più abbondante della giornata, è verso le quattro del pomeriggio. Cucinano tre tipi diversi di patate, spinaci, zucchine, granturco. Dispongono tutto questo cibo in diversi strati separati da foglie di modo che ciò che deve essere cotto meno sia più distante dalle pietre roventi. Quando si servono scoprono ad uno ad uno gli strati, così mangiano tutto al giusto grado di temperatura. Non si può evitare di fare il confronto con il piatto unico del self-service: non si fa a tempo a mangiare una cosa che l’altra è già fredda. I nostri portatori di Mulia già pregano prima di pranzare, perché convertiti dal missionario americano Mr. Dillinger: lo fanno con serietà e compunzione. Invece le popolazioni che stiamo scoprendo non sanno cos’è una religione o un feticcio.

Dopo cena attendono tranquillamente il buio attizzando il fuoco. Poi si addormentano seduti. Forse perché devono stare sempre all’erta, pronti a scattare al primo allarme. La loro morale è diversa dalla nostra. Se un uomo commette una colpa dev’essere punito, ma subito. Se questo riesce a scappare e magari torna dopo molti mesi, tutto è dimenticato.

La vita sessuale si svolge all’aperto nei campi, la famiglia esiste ma marito e moglie vivono separati. Se poi un uomo e una donna commettono ciò che qui sarebbe adulterio, la loro unione è legittima purché siano della stessa tribù.
A Mulia e dintorni, fino a Ilaga, sono attualmente in pace tutte le tribù, ma a Wamena il governo non dà il permesso di atterrare perché tutte le popolazioni della Gola del Baliem sono in lotta. Queste guerre tribali sono una piaga difficile da guarire, perché non ci si può neppure avventurare nella giungla. Una freccia arriva in silenzio ed è difficile avvicinarli. Bisogna attendere che si plachino, dopo di che un missionario magari potrà entrare nei loro villaggi, guadagnandosi la loro fiducia e iniziare un’opera difficilissima.
In ultimo vorrei accennare al famoso cannibalismo. Sugli altopiani e sulle paludi della Nuova Guinea a memoria d’uomo non si ricordano pasti con carne umana. Solo a sud della catena di Guglielmo, verso il Mare degli Arafura, le tribù cacciano le teste e ritualmente si nutrono dei nemici uccisi, come è stato provato da un’equipe dei National Geographic Magazine. Però è un grande onore per il nemico vinto essere mangiato, e comunque il rispetto per la vita umana è molto sviluppato. Ricordiamoci solo della nostra storia, così piena di delitti e genocidi: allora scopriremo che queste popolazioni sanno essere molto più umane di noi.

Dal mio diario
Djajapura, 7 settembre 1972
“Asti, asti bandar ko bakaro” (adagio, adagio prendi la scimmia) è un antichissimo motto indiano che si adatta bene alla terra che abbiamo appena raggiunto. Occorrerà infatti molta pazienza e molta diplomazia per poter ottenere ciò che vogliamo e cioè il permesso di visitare l’interno dell’Irian Barat (Nuova Guinea Indonesiana). Oltre a ciò, la difficoltà di reperire viveri adatti agli europei e al trasporto, la quasi insormontabile questione del “charter” che dovrebbe portarci a Mulia e, non ultima difficoltà, la mancanza di carte geografiche.

Partiti da Milano il 3 settembre 1972 con volo Lufthansa, siamo arrivati a Djakarta la sera del 4. Siamo poi ripartiti ieri alla volta di Biak e da lì fino a Djajapura, da dove vi scrivo, il capoluogo del West Irian. Si tratta della zona occidentale della Nuova Guinea (la metà orientale è amministrata dall’Australia) che fino al 1963 era olandese, poi fu “liberata” dalle truppe di Sukarno e ora fa parte dell’Indonesia. L’intera isola è costituita da poco più di 785.000 Kmq di paludi, foreste e montagne (la più alta, il Carstenz Peak, misura 5030 metri). Fino al 1963 si conosceva ben poco di queste popolazioni; in quell’anno vi fu la prima esplorazione approfondita dell’austriaco Heinrich Harrer che rimase ben sette mesi nella zona e raggiunse, sia pure attraverso avventure fortunose, dei risultati e delle conoscenze eccezionali. Dopo di lui nessuno ebbe più il permesso dal governo indonesiano di penetrare nell’interno fino al 1970. L’anno dopo, l’organizzazione di spedizioni alpinistiche extraeuropee Alpinismus International ebbe finalmente il visto e così Reinhold Messner e Sergio Bigarella poterono scalare il Carstenz Peak e avvicinare quindi gli indigeni.
Harrer, nel suo libro I come from the Stone Age, definisce i Dani così: “bonari e giocosi come bambini, pietosi come samaritani, lunatici come cuccioli e di una ferocia per noi inconcepibile”.

Ogni tribù ha un proprio dialetto. Le donne, se sono da maritare portano un gonnellino di foglie di palma; se sono sposate, soltanto un intreccio di steli di orchidee. Hanno una morale totalmente diversa dalla nostra: una donna, anche sposata, che si innamori di un uomo, purché quest’ultimo appartenga alla stessa tribù del marito, può convivere con lui legittimamente. Uomini e donne poi vivono in capanne separate. Queste sono tabù per l’altro sesso, di conseguenza tutta la vita sessuale si svolge nei campi, all’aperto. Quel che prova quanto i Dani vivano ancora nell’età della pietra è il fatto che non conoscano neppure i recipienti e fabbrichino asce di pietra con un procedimento che risale a 30.000 anni fa. Queste asce, insieme al sale, sono la loro principale merce di scambio. Intatti noi pagheremo così i nostri portatori: con asce di metallo, coltelli, bottoni, specchietti. Sono le sole cose alle quali attribuiscono valore e che non ruberebbero mai. Occorre invece fare attenzione alle macchine fotografiche o al dentifricio, che per loro sono soltanto strumenti di gioco. È proprio tra questi indigeni che noi dovremo vivere una ventina di giorni. Mangiare con loro, dormire, attraversare i fiumi. Tutto ciò che vedremo sarà nuovo, affascinante.
Domani partiremo da Djajapura (una volta era chiamata Hollandia) e raggiungeremo Mulia. Qui, ingaggiati un numero sufficienti di portatori, ci inoltreremo nello foreste e con una marcia di tre giorni dovremo arrivare a Jalime, la “sorgente delle asce di pietra”, cioè la grande cava dove i Dani lavorano il materiale per le loro asce; questa fu raggiunta una sola volta da Harrer, che non poté più proseguire. A nord si estende la grande piana dei laghi ed è lì la nostra meta.

Miei compagni in questa spedizione di Alpinismus International sono: il capo-spedizione Beppe Tenti di Torino; Mila Tommaseo, studentessa, di Treviso; gli industriali Renzo Secco e Gari Paoletti di Treviso; Franco Cavalieri, avvocato, di Treviso; dr. Carlo Giacomelli, agrario, di Udine; il medico chirurgo Carlo Connerth con la moglie Jane, di Treviso; Armando Fedeli, industriale, di Milano; Natalina Rosson, infermiera, di Milano; dr. Daniel Bernard, chimico, di Parigi.
Djakarta, 30 settembre 1972
Da pochi giorni abbiamo lasciato Mulia (dove eravamo tornati il 23 settembre) e la popolazione dei Dani per tornare nel mondo civile. Il 3 ottobre arriveremo a Milano con volo Lufthansa, e la spedizione nella Nuova Guinea indonesiana di Alpinismus International sarà definitivamente terminata.
La spedizione ha avuto pieno successo: siamo effettivamente stati a contatto con un popolo all’età della pietra dove la tecnologia esiste solo allo stato completamente primitivo. Abbiamo potuto fare confronti, similitudini ed osservazioni veramente eccezionali, siamo stati in luoghi mai visti dall’uomo bianco e neppure dai governativi indonesiani. Abbiamo potuto scattare fotografie di luoghi e di gente mai ripresi fino ad ora.

Siamo partiti da Biak l’8 di settembre con un Twin Otter a noleggio, e dopo due ore di volo siamo atterrati a Mulia, nell’interno montagnoso della Nuova Guinea, quasi al centro del West Irian. Nell’interno dell’isola ci sono solamente, oltre a quella di Mulia, le piste di atterraggio di Wamena ed Enoratali accessibili ai bimotori tipo Twin Otter; tutte le altre piste (ben poche) sono usufruibili solo dai piccoli aerei, Piper e simili. Siccome poi non ci sono né punti di assistenza né centri di rifornimento, tutte lo piste sono in forte salita, che ovviamente diventa discesa in fase di decollo.
Appena scesi a terra siamo stati circondati da migliaia di Dani, attraverso cui si faceva faticosamente largo il capo del piccolo distaccamento di polizia indonesiana che ci ha accolti molto cortesemente e che in seguito ci ha veramente aiutati nello svolgimento dei nostri programmi. Dopo la sistemazione delle nostre cinque tende e degli 800 chili di materiali, abbiamo potuto incominciare l’organizzazione del nostro viaggio a piedi, con base a Mulia. Nei due giorni di preparativi intanto vivevamo a contatto con i Dani, che non avevano mai visto tanti bianchi arrivare tutti insieme e con tanta roba per loro nuova. Molto spesso non riuscivamo neppure a lavorare perché ci stavano veramente addosso ed eravamo quindi anche noi aggrediti dalle mosche che loro si portavano dietro. Allora abbiamo fatto un recinto con del cordino. Erano piuttosto delusi, ma almeno noi respiravamo.

La sorpresa più grande fu di trovarli convertiti al cristianesimo. La domenica quindi non abbiamo potuto partire perché loro dovevano pregare. Questa fu la prima delle tante lezioni che ricevemmo dai Dani. Naturalmente il cristianesimo era arrivato solo a Mulia e immediati dintorni: nelle altre zone è ancora in atto il processo di conversione, o più spesso non è neppure incominciato. Si è riusciti soltanto, per il momento, a rappacificare tra loro quelle tribù che sono state avvicinate. Per fare questo, ci ha detto il padre missionario, Mr. Dillinger, americano, occorre convincere il capo villaggio, e fatto questo si può star sicuri. Mulia e Inaga sono attualmente, e si spera stabilmente, isole di tranquillità. In altre zone, come Wamena o la Piana dei Laghi, il governo indonesiano non permette l’entrata, per via della continue e terribili lotto tribali. A Mulia le ultime vittime sono stati due missionari massacrati due anni fa: ne abbiamo visto le tombe con grande commozione.
La seconda sorpresa fu sapere che conoscono il danaro, perciò tutti gli specchietti, perline, bottoni e asce di metallo che avevamo portato erano inutili a Mulia e li abbiamo barattati solamente più tardi nello svolgimento del viaggio: a Mulia, cento rupie (circa centocinquanta lire) per una gallina; fuori Mulia, la stessa gallina per uno specchietto o dieci bottoni.

Finalmente il mattino dell’11 settembre siamo partiti con cinquanta portatori dani e dieci accompagnatori indonesiani che avevano la duplice funzione di proteggerci con le armi e di fare la prima loro ispezione in territori mai prima ispezionati. Dopo due giorni di marcia nella giungla più selvaggia siamo arrivati il 13 sera a Sinak, altro villaggio dove un missionario aveva già fatto sentire la sua influenza. Da qui otto di noi, accompagnati da alcuni militari e da quindici portatori hanno continuato in una giungla ancora più impenetrabile verso la zona montagnosa e sconosciuta dove vivono ancora le tribù che hanno avuto solo qualche rarissimo contatto con la civiltà, passando anche per Jalime (14 settembre).
Gli accompagnatori ci hanno spiegato che ci chiamavano gli uomini “a due colori” per la nostra abbronzatura non uniforme. Quando ci mostravamo con il nostro busto bianco erano grandi Wa, wa, wa di meraviglia. Il 17 settembre arrivammo fino al Lago di Kolubru, dopo un colle a circa 3600 metri, alla base del Kelabo, una montagna di oltre 4000 metri, Qui trovammo piccole famiglie che vivono nelle loro capanne circolari con primitive staccionate per recintare le loro galline e qualche maiale.
Vivemmo solo un giorno a contatto con loro. Però in quel meraviglioso altopiano scoprimmo come si vive all’età della pietra, completamente isolati dai chilometri e dai millenni.
Lettera a Ornella
Surabaja (Giava), 25 settembre 1972.
Cara nella! Finalmente ho una giornata a mia disposizione per scrivere e scriverti. Siamo qui fermi, io, Beppe, Fedeli e la Rosson. Gli altri sono tutti andati a Bali, per un solo giorno. A me di Bali non me ne fregava niente e non avevo intenzione di spendere soldi in modo così stupido. Il viaggio si può dire finito, anche se ci rimangono i due giorni a Singapore e i tre a Bangkok. E’ andato tutto molto bene, contrariamente alle previsioni, e nessuno è stato particolarmente rompiballe. Beppe è contento, specie dal punto di vista economico. Pare che con questo viaggio e con quello al McKinley abbia guadagnato, già detratte tutte le spese, anche quelle promozionali e quelle a Torino, più di cinque “testoni”. Avrò tempo e modo di raccontarti, mi preme solo dirti che l’anno prossimo torneremo per salire l’inviolato Kelabo: e tu verrai, anche perché sarebbe a dir poco inconcepibile che tu non debba conoscere e vedere quello che ho visto io. Se fossimo stati assieme sarebbe stato veramente bello, non l’ho trovato molto faticoso, non avresti avuto problemi. Figurati che tutti noi, altre al portatore della sacca, avevamo anche quello dello zaino personale. Il mio, che mi portava le macchine fotografiche, era proprio bravo. E a proposito di questo, Beppe mi ha promesso che nel prossimo viaggio in Nepal, noi due avremo un portatore in più per il mio equipaggiamento fotografico: l’avevo minacciato scherzosamente di non voler portare con me l’Hasselblad! Qui Beppe, al contrario di quanto è avvenuto in Afghanistan, si è comportato molto bene. Si può dire che quasi mai abbia raccontato balle ed è stato eccezionalmente molto allegro e di compagnia, mai nella maniera grossolana di cui è capace quando se la sta vedendo brutta. Quindi è andato tutto liscio.
Sto bene e non sono dimagrito di un etto. Gli altri hanno perso dai tre ai sette kg! Ti conviene smettere di fumare, se non lo hai già fatto. Pare infatti che la Rolwaling Valley sia alquanto dura. Sono 18 giorni di marcia. I primi cinque nelle risaie, dove bisognerà avere gli ombrelli da sole. Comprane due belli grossi. Poi altri sei nella vera e propria valle, il colle e la discesa a Thami. Qui, eventualmente se sei stanca, ti puoi fermare mentre noi andremo alla base dell’Everest e ritorno. Poi ci sono altri due giorni fino a Lukla. Pare che le ore di marcia siano sempre 7-8, come minimo. Ma sono sicuro che con me tu li farai, a primi due giorni di sofferenza. A Delhi compreremo qualche preziosa pietra dove sa Beppe, che verrà con noi fino a dove incominceremo la marcia.
A Singapore voglio comprare qualcosa (finora non ho speso una lira) e di certo voglio vedere i negozi di foto e fono. A Singapore, all’andata, ho visto la Rollei 35 in aeroporto per un tot di dollari pari a 65.000 lire (a Milano sono 85-90.000). Chissà in città, dovrebbe essere ancora meno. Ho in mente il proiettore P11 con zoom! Quelli che ho già li regalerò a Beppe. […].
Splendida Singapore
(1972)
Dopo le giungle e le capanne dei Dani della Nuova Guinea, eccomi a Singapore. Il contrasto non potrebbe essere più stridente di così: dall’età della pietra alla fantascienza.
Singapore (in malese: «la città del leone») è la regina dell’oriente. Quarto o quinto porto al mondo per volume di traffico, questa città, recentemente distaccatasi dalla Malesia della quale faceva parte e costituitasi come città libera, è divenuta nel volgere di questi ultimi anni centro commerciale e industriale di eccezionale importanza.

Dall’aeroporto, uno dei più importanti d’oriente, passaggio obbligato per i collegamenti con l’estremo est asiatico, per recarci all’albergo che avevamo prenotato attraversiamo tutta una serie di quartieri residenziali costituiti da edifici molto alti ma opportunamente disposti con grande rispetto delle zone verdi. Un mio compagno di viaggio che aveva già visitato la città in passato non può trattenere espressioni di meraviglia per l’enorme progresso riscontrato. Mi dice di avere l’impressione che almeno il sessanta per cento degli edifici siano stati costruiti negli ultimi due anni.
L’albergo ci rivela un’altra lieta sorpresa. E’ modernissimo e accogliente come capita raramente di poter trovare anche nelle maggiori città d’Europa e d’America: ampi saloni, negozi, piscina, night, eccetera. E’ una vera piccola città nella città.
I giorni successivi, dopo le non indifferenti fatiche della nostra spedizione fra i Dani, li dedichiamo ad un meritato relax visitandoci la città con comodo.
A Singapore cerchereste invano templi e altri edifici di importanza storica. La città è per la maggior parte giovane. La sua popolazione è prevalentemente cinese (per circa il 70 per cento, mi hanno detto); il rimanente è costituito da malesi e, in piccola parte anche da indiani.
Oltre a queste tre lingue, viene parlato da buona parte della popolazione un delizioso inglese elementare che, non appena si sia fatta l’abitudine al fatto che la lettera “r” viene pronunciata “l” dai cinesi, diventa comprensibile anche a chi come me, parlando con un cittadino inglese non è mai riuscito a farsi capire né a capire un acca.

Ma se la città non ha ruderi storici da visitare offre ben altre attrattive per i turisti. L’intero centro cittadino, la «China Town», è infatti tutto un immenso mercato.
Per chilometri e chilometri di percorrenza i negozi si affiancano l’uno all’altro e presentano un assortimento eccezionale di orologi, di materiale foto e cinematografico, di calcolatori elettronici, di oggetti artistici e di mercanzie di ogni genere, il tutto a prezzi convenientissimi (più o meno la metà di quanto si paga da noi!).
Ciò dipende in buona parte dal fatto che Singapore è città libera nel senso più ampio della parola. Essa infatti è libera sopra tutto dalle tasse che (beato paese!) sono completamente sconosciute ai suoi abitatori uno dei quali mi spiegò che l’unico balzello da loro pagato era un modesto dazio sui carburanti e sulle bevande alcooliche!
Ma un’altra attrattiva per i turisti, e non solo per quelli che hanno fatto per venti giorni una cura dimagrante nella giungla, è la cucina, naturalmente cinese, di Singapore.
Personalmente non sono un goloso ma certo non potrò dimenticare le cene da Fatty’s (una volta tanto faccio anche della propaganda gratuita ad una persona). Il noto ristorante da principio delude un po’ per il semplice fatto che… non c’è. Esso infatti è costituito soltanto da un marciapiede della China Town sul quale Fatty in persona, grassoccio e sorridente, anzi sollidente, accoglie i visitatori amabilmente. In quanti sono? Dieci? Dodici? Benissimo i signoli salanno subito selviti. Dalla casa accanto esce un ragazzo con un trespolo, un altro arriva con una grande tavola rotonda della misura adatta alla comitiva e la dispone sopra; da non so dove compaiono dodici sedie, i bicchieri e i bastoncini che sostituiscono le posate.

Ci sarà da attendere molto? Nossignoli. Da Fatty tutto è semple plonto e il nostro anfitrione, senza scomporsi, con la stessa abilità con la quale certi prestigiatori tolgono in un battibaleno dal loro cappello a cilindro sei conigli e dodici colombe bianche, ti fa uscire dai suoi due modesti fornelli a carbonella disposti anch’essi sul marciapiede, uno dietro l’altro certi piatti eccezionali a base di pinne di pescecane, anitra, pollo, maiale, per non parlare di certe aragoste che non stavano nei pur grandi piatti di portata; il tutto al prezzo che noi possiamo pagare per un pasto in una qualsiasi trattoria al pidocchietto rosso: potenza della inventiva e della adattabilità alle più diverse circostanze della razza cinese!
Ma Singapore, o, meglio, i cinesi di Singapore, che sono la classe dirigente della città, sono un monito al mondo: i cinesi non sono solamente i pazienti venditori di «clavatte pel tle lile» che erano giunti da noi in avanscoperta nell’immediato anteguerra, né sono soltanto i geniali cuochi tipo Fatty e i pazienti precisissimi operai che a Singapore costruiscono materiale ottico e fotografico per tutto il mondo; cinesi sono anche e soprattutto i geniali amministratori di questa città e cinesi sono i grandi uomini d’affari che a Singapore, come in altri centri d’oriente, non esitano a costruirti interi quartieri residenziali e alberghi di cinquecento e più camere e industrie avveniristiche e tutto ciò nel breve volgere di tempo di pochissimi anni con un dinamismo e una tenacia quale è difficile riscontrare anche fra i più intraprendenti businessmen americani.
Morale della favola: cari amici, ringraziamo il destino che ha dato alla Cina un governo autoritario che, come tutti i governi autoritari che si rispettano, riesce ottimamente a frenare l’iniziativa personale e la grande intelligenza e intraprendenza della razza cinese. Se non ci fossero Mao e la dittatura da lui instaurata, a quest’ ora, poveri noi, la Cina intera con il suo miliardo di uomini intelligenti e parchi e pieni sopra tutto di buona voglia di lavorare, sarebbe tutta una immensa Singapore e noi europei saremmo sommersi dalla loro, per noi insostenibile, concorrenza e sarebbe il disastro economico ancora peggiore di quello nel quale ci troviamo.
Tutto sommato quindi, auguriamo lunga vita al presidente Mao!
Scopri di più da GognaBlog
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
Leggere la risposta di Beppe Tenti mi addolora e mi emoziona. Addolora il suo breve racconto sulla situazione attuale, che effettivamente immaginavo. Sembra essere il destino inesorabile di tutte queste popolazioni, una perdita di cultura inestimabile, pari a quella della perdita di biodiversità del pianeta. Dall’altro mi emoziona leggere un suo scritto informale, avendo seguito le sue esplorazioni con la chiara visione di cosa sia “una spedizione”. E mi addoloro ulteriormente quando vedo cosa la TV spaccia al pubblico come “avventura”, dimenticando i viaggi di Overland, senza spiegare quanta competenza, esperienza, rischio, buon senso e forza siano necessarie per affrontare viaggi di quel genere in quel modo.
Grazia, che dire… la tua apertura in questo commento è cosa rara, da ringraziare e meditare. E’ un brutto momento per tanti, anche per me che faccio divulgazione, spesso in Natura. Ma è anche un periodo che, per il nostro lavoro, ci pone di fronte alle nostre aspettative mancate, a ciò che si poteva fare, a quello che forse non si riuscirà a fare più, a quanto valga la pena.
Manca andare in Natura a pensare. Ma forse dovremmo smettere.
Caro Paolo,
quando a inizio marzo hanno oscurato l’Italia, ho compreso che la stagione turistica 2020 non sarebbe esistita.
Insieme a tanti altri aspetti delle nostre vite, ora il progredire del tempo sembra essere mutato e espressioni come « presto » hanno già acquisito nuove connotazioni.
Non so quando avrò la possibilità di guidare nuovi ospiti, ma forse quando arriverà quel tempo, io sarò già un’altra grazia e volgerò il mio sguardo altrove. Da quando ho cominciato, ho cambiato tante volte strada in cerca del mio cammino. Incredibile quanto tempo della nostra vita si passi alla ricerca di noi stessi, deponendo, volta per volta, tutti gli abiti e le armature che ci sono stati imposti o che, volontariamente, abbiamo scelto d’indossare!
Proprio in questi giorni, a seguito di mie pubblicazioni su Instagram, ho riflettuto su quanto poco si sappia di me, delle mie passioni, di come passi il mio tempo. Certo, sulla Montagna (chiamiamo così l’Etna) si sa qual è il mio titolo, che lingue parlo, che sono appassionata di botanica e promuovo stili di vita in armonia con la Natura. Ma il resto?
È bello il tuo invito a raccontare le nostre avventure accompagnandole da riflessioni e spero possano esserci presto nuovi viaggi da sognare.
Caro Alessandro che ricordi mi sono venuti leggendo il tuo bellissimo (come al solito) articolo!!!
Io ho continuato viaggiare anzi ho fatto due volte il giro del mondo aiutato anche dall’idea di Overland, 20 stagioni televisive realizzate per RAI 1.
Le notizie più’ recenti del Irian Barat/ Irian Jaia / West Irian / ora Nuova Guinea Occidentale, sono terribili e sconcertanti. Il territorio è chiuso. C’è un movimento di liberazione che aizza gli uni contro gli altri. Le singole Tribu’ cosa stiano facendo lo sanno solo i militari che sono in loco per sedare la rivolta… Al Carstenz si può andare solo in Elicottero (costosissimo). Lo hanno aperto alle scalate della parte rocciosa finale per soddisfare gli alpinisti moderni che si sono inventati il traguardo delle “Seven Summit” che comprendendo anche l’Everest qualche problema lo crea. Peccato che le notizie in loco siano sempre sconfortanti. Tutti i Dani non usano più l’astuccio penico ma dei calzoni lerci, rotti, naturalmente usati che i minatori che lavorano nelle miniere del Gruppo Carstenz regalano invece di buttarli. Peccato. Quanto abbiamo visto appartiene ad un passato remoto. Un abbraccio e un caloroso” WA” Beppe.
Bellissimo racconto.
Alessandro è bravissimo nel mettere a nudo i suoi sentimenti e le sue emozioni, in un modo che non ho letto nemmeno leggendo “In terre lontane” di Bonatti.
Complimenti
Grazie Matteo! Li ho letti entrambi. E sono davvero illuminanti!
Speriamo possiate tutti presto riprendere la vostra attività, Grazia.
Tornando a questo scritto di Gogna, sarebbe bello che ognuno di noi, tra i soliti noti che si divertono a commentare qui, provasse a scrivere un reportage simile, su una sua esperienza vissuta. Anche sui nostri monti, ma descrivendo mondi che non ci sono più, che si sono trasformati. Riprendendo anche noi i pensieri di un tempo, confrontandoli con il nostro attuale sentire, nell’andare in montagna.
@Paolo Gallese: “Voglio anche informarmi sull’attuale situazione, rispetto agli anni 70. Non so cosa troverò, cosa possa essere cambiato negli anni. ” ti consiglio di leggere Il mondo fino a ieri di Jared Diamond, ed. Einaudi. E’ lo stesso cha ha scritto il più famoso “Armi, acciaio e malattie” e che ha iniziato andare in Nuova Guinea nel 1964 per studiarne le popolazioni e a continuato per più di trent’anni. Il libro prende spunto dal vissuto dell’autore e parla diffusamente dei guineani, ma non solo. L’ho trovato molto interessante e ben scritto e facile da leggere, secondo la tradizione anglosassone.
Sì, ho l’onore d’esser guida. 🙂
Sono piuttosto cinico su questo. Basta osservare la tanta gente che si incontra in Natura, dove lo spirito dovrebbe essere aperto a ciò che hanno intorno, al tempo stesso freddo e in allerta, per ciò che nasconde.
La verità è che c’è poco spirito dove servirebbe e poco istinto dove indispensabile.
Mi viene da ridere. Forse è per questo che tanti alpinisti sono burberi, un po’ misogeni. Chissà.
Tu sei guida?
Sarebbe auspicabile, Paolo, che invece di farsi ottenebrare i sensi, l’umana coscienza si risvegliasse e cominciasse a esprimere rispetto per ogni forma di vita.
Che sia 🙏
Sarà 🙏
È 🙏
Sto cercando Grazia, ma non trovo granché di recente on line. Intuisco che nella parte bassa della valle di cui parlava Alessandro si è sviluppato un forte turismo, che i problemi tribali tra gruppi persistono e che il governo indonesiano sembra ansioso di portare “civiltà” a tutti i costi (esistono diverse associazioni locali impegnate nella salvaguardia delle tradizioni e dell’isolamento). Resisteranno…?
Paolo Gallese,
anche a me è sorta la curiosità di sapere se le condizioni in cui vive questa popolazione siano immutate e anche a me porta pace sapere che sono su questa Terra, anche se lontani in tutti i sensi dalla mia vita.
Non sapevo che i Dani non avessero né spiriti né dei, ma solo il culto dei defunti. Vado ad informarmi.
Voglio anche informarmi sull’attuale situazione, rispetto agli anni 70. Non so cosa troverò, cosa possa essere cambiato negli anni.
Ma essere sicuri che nel mondo ci siano ancora popolazioni come queste, mi rassicura.
Sono un monito per tutti noi, che abbiamo dimenticato non tanto il significato di vivere in armonia con la Natura (non mi abbandono a pensieri romantici), quanto la durezza del viverla. Una durezza che impone un essenziale, nei modi, nel linguaggio e nei pensieri che, questo sì, abbiamo perso.
Grazie per la condivisione, è sempre molto istruttivo sapere come vivono queste popolazioni. Purtroppo i danni li facciamo noi occidentali, missionari compresi. Non ho mai capito perché portare a tutti i costi la nostra cultura a popoli che non ne hanno alcuna necessità. Ora come ora, con quello che succede qui da noi, se avessi la fortuna di andare in un posto così penso che mi ci fermerei e non tornerei più indietro.
Caro Alessandro, grazie per l’articolo e per l’interessante introduzione, intelligente nell’autocritica del tuo approccio “occidentale” da cui prendi le distanze, dopo cinquanta anni. Sei uno dei pochi a farlo, eri Cortés e sei oggi De Las Casas, coraggioso a disfarti del “fardello dell’uomo bianco” che a nessuno è giovato, e a metterti a nudo nei tuoi pregiudizi, con quei corsivi e quei grassetti a segnalare pensieri niente affatto ingenui, su cui è fondamentale riflettere anche oggi da parte di tutti noi… Chapeau!
Grazie per l’articolo sulle usanze dei Dani, sulle difficoltà incontrate per viaggiare nei loro territori e anche per l’ultimo paragrafo profetico e adatto alla situazione attuale.
Grazie, Alessandro, per averci invitati ad avventurarci nel tuo sorprendente viaggio!
Il tuo splendido racconto mi ha trasmesso molta pace e, prima ancora di entrarci a punta di piedi, mi sono soffermata più volte sul passaggio seguente:
“Entrambi questi momenti, aggressione e esibizione, a volte al limite del falso, celebrano il rito forzato e ciclico dal quale è precisamente nostro compito uscire, usando la stessa energia del mito che c’impone quel comportamento.”
e poi:
“Proviamo a immaginare una vita senza metalli, senza plastica, senza carta, senza vestiti, senza danaro. (…) Riduciamo a cento, centocinquanta, le parole del nostro vocabolario, eliminando tutti i termini astratti. Conoscere solo il fuoco, la pioggia, il sole, gli alberi. Sapere tutto dei nostri vicini senza essere curiosi. Essere più legati ai nostri vecchi, non isolare i nostri ammalati, vivere nella paura della tribù vicina, ma senza ansia e senza rassegnazione”.
Per prima cosa commento l’introduzione allo scritto. È affascinante scoprire i dietro le quinte di avventure come queste. Spesso si parla poco degli sforzi e dei problemi da risolvere molto prima di partire. Ed è interessante, anzi, illuminante scoprire tra le righe il contesto culturale, economico e poi esistenziale del grande alpinista che ci racconta e si racconta. Grazie!
Ora mi godo, nell’interpretazione suggerita, il racconto di viaggio. E torno dopo. 😀