L’11 dicembre 2025 si è tenuta a Istanbul l’International Conference on Peace and Democratic Society. Per altre informazioni sul problema curdo e sul PKK vedi www.ocalanvigil.net.
L’alba di una nuova era
(prospettive per il 12° congresso del PKK)
di Abdullah Apo Öcalan
(scritto nella prigione di Imrali, 25 aprile 2025)
(pubblicato su Nunatak n. 78, autunno 2025)
Le foto in B&N che accompagnano l’articolo sono inedite e sono state scattate tra il 2014 e il 2015 sui monti Qandîl, roccaforte del PKK in Başur (Sud Kurdistan – Iraq).
La realizzazione della leadership nel PKK è un punto di svolta nella storia curda. È importante almeno quanto il risveglio curdo. Apo (1) non è un messia venuto dal cielo, ma una leadership che ha costruito se stessa attraverso uno sforzo e una pratica sociali. È questa la costruzione della leadership socialista nella storia del Kurdistan e del popolo curdo. Apo è la creazione di una leadership, non di un culto della personalità; è la creazione di una leadership collettiva. Nel processo di emersione di questa leadership, l’identità curda si era disgregata, le leadership tradizionali erano crollate e il popolo curdo era stato bandito dal pensiero stesso. Si può capire come lo sviluppo dell’identità curda in un tale contesto abbia assunto significati miracolosi. Ma adesso basta! Sono cinquant’anni che aspetto di venire capito davvero. Ho cercato di spiegarlo e spiegarlo e spiegarlo. Non capire la realtà della leadership nel PKK significa non capire né il PKK, né cosa sia un curdo libero, e nemmeno un Kurdistan libero. Significa insistere nell’arretratezza. Ecco perché non riuscite a progredire e a essere avanguardia. Sono cinquant’anni che lotto senza sosta per rendervi parte della realtà della leadership.
[…] E arriviamo così all’impasse nel PKK e alla ricerca di una soluzione, cioè alla questione dello scioglimento. Questa è la situazione che sto vivendo in questo momento. Ci troviamo nella ripetizione di un momento, senza molta creatività, ed è quindi necessario compiere un balzo. Occorre superare una qualche soglia.
Ironicamente, ad aprire questa nuova fase non siamo stati noi ma Devlet Bahçeli (2), un turco che proprio con me è stato particolarmente spietato e ha fatto sempre di tutto per ottenere la mia condanna a morte. Devlet Bahçeli, […] un comandante della guerra senza quartiere contro di noi, ha personalmente detto alla delegazione del partito DEM: «Ho dedicato tutta la vita a questo, ma ora voglio aprire una nuova era». lo credo che questa sia una chiara richiesta di una soluzione per la pace e la società democratica. È sia un appello di pace che di solidarietà. Una chiamata alla pace con un contenuto democratico. Gli sviluppi in parte lo dimostrano. L’unica conclusione che se ne può trarre è che «solo chi è in guerra può fare la pace». Vale a dire che solo chi porta la responsabilità della guerra può assumersi la responsabilità della pace, e non forze che stiano in secondo o terzo piano. E questo perché la pace è un affare serio almeno quanto la guerra.
La responsabilità di un atto così serio può essere assunta solo dai suoi principali protagonisti. Quindi, nei fatti, dallo Stato che conduce questa guerra. Credo sia necessario trasformarla in un nuovo inizio, in un tentativo di pace. Questo è quanto è stato espresso negli ultimi sei mesi. Abbiamo risposto immediatamente perché ritenevamo che non dovessimo lasciar penzolare questa mano tesa, e che non si sarebbe dovuto mostrare indifferenza verso questa voce. In quanto parte in causa di questa guerra, abbiamo sentito la responsabilità di rispondere senza indugio. Di questo l’opinione pubblica è stata messa a conoscenza. È questo ciò che significa: solo le forze combattenti possono realizzare la pace. Nessun altro interlocutore ha questo potere. […] Stiamo compiendo un grande sforzo per costruire una società democratica. Vogliamo superare questa soglia.
Cosa vuol dire? Vogliamo passare da una fase di guerra e di conflitto separatista alla pace e all’integrazione democratica con la Repubblica di Turchia in particolare. Con gli altri Stati di Iraq, Iran e Siria saranno avviati processi simili. Che si tratti di un’iniziativa della Turchia mi appare sia una necessità logica che un’espressione delle condizioni oggettive. Così dovrebbe essere, e così è. Per questo un tale passo va trattato con grande serietà. Per quanto stia incontrando alcune difficoltà, sembra andare nella giusta direzione. Sapremo oltrepassare questa soglia? Solo gli sforzi della nostra creatività lo renderanno possibile…
Natura sociale e problematicità
[…] Una volta parlavamo della divisione tra città e villaggio nel contesto dello Stato, e la credevamo fondata sulla divisione di classe. Questo non è sufficiente… ci sono certo anche delle problematicità che hanno un’origine di classe, e ci sono problematicità tra lo Stato e la comune; affronterò più avanti questi temi perché sono molto seri. Ma la vera problematicità nella società comincia con il conflitto tra gli elementi maschile e femminile. Man mano che i pensieri maschile e femminile si irrigidiscono, si offusca la vista sulla realtà fondamentale… questo lo vediamo prima di tutto nella donna. L’era della dea… in effetti, questa si mostra in parte nelle ricerche archeologiche. Le rappresentazioni della dea degli ultimi trentamila anni mostrano che è stata vissuta un’epoca del genere. È accertato che un periodo di questo tipo è stato vissuto dall’Eurasia fino all’Europa occidentale, e dal Medio Oriente all’Africa. Ma che significato ha questa divinità femminile? Che la donna partorisca non necessita di ulteriori spiegazioni… la nascita avviene nel corpo della donna. Punto.
È necessario, però, comprendere bene che il cambiamento che avviene nella donna è tipico della specie umana. Tutte le ricerche mostrano come la riproduzione delle piante sia più semplice, come anche la divisione nella prima cellula, e sapete come avviene il parto negli animali: il cucciolo a ventiquattro ore dalla nascita si regge sulle sue zampe. Questo è vero per tutti gli animali. Alcune durano di più e altre di meno, ma la loro nascita è facile, e anche il loro sviluppo; gli animali si prendono cura dei cuccioli per pochi mesi, al che li lasciano e quelli sono in grado di sopravvivere. Ma negli esseri umani si presenta una situazione interessante: non solo hanno una nascita complicata, ma non possono vivere senza il sostegno materno per almeno cinque o sei anni. Quindi, mentre per gli animali sono ventiquattr’ore, per il genere umano possono essere fino a sette anni. E questo di cosa necessita? Di un contesto sociale attorno alla madre. Perché non è chiaro quale sia l’uomo. Non esiste alcun fenomeno che leghi il cucciolo al maschio. Come si sono incontrati all’inizio l’uomo e la donna? Sia negli esseri umani che negli animali esiste un impulso sessuale.
L’impulso della sessualità è una delle pulsioni fondamentali proprio come quello della fame. Le pulsioni sono coscienza, sono segno di vitalità. Senza sensazione della fame non c’è la sua soddisfazione, quindi non c’è la vita. Senza pulsione sessuale non c’è riproduzione, e senza riproduzione non è possibile la vita. Questo si capisce facilmente. Chi è il padre? In effetti prima il padre non c’era. E nemmeno c’era una consapevolezza riguardo a con chi si fosse stabilita una relazione sessuale; esisteva solo un impulso.
La cultura è una forma di coscienza che emerge nella specie umana. Ciò ha dapprima inizio nella donna, perché è la donna che dà alla luce il bambino. […] La donna che partorisce deve crescere il bambino. Deve nutrirlo, e pertanto deve raccogliere cibo. Anche questo richiede un enorme lavoro e un grande sforzo. Parliamo di una storia lunga circa due milioni di anni. Tutto ha inizio nella Rift Valley in Africa, per poi concentrarsi in Medio Oriente. La vera fase di acculturazione avviene nelle valli dei monti Tauro e Zagros. È qui che l’umano diventa davvero umano, e la donna diventa donna. Approfondiamo un po’ questo aspetto. La donna cresce il bambino perché sa che è nato da lei. Probabilmente, così come i bambini e le bambine che crescono insieme si riconoscono, anche la donna conosce qualche zio e zia, e altri suoi parenti, come fratelli e sorelle.
E con questo inizia la cultura, con gruppi di sette, dieci o quindici persone. Il numero non va mai oltre i venti individui. Questi insieme formano un clan. Il clan è la prima forma di organizzazione nella storia della socializzazione. E il clan è una cultura che si forma attorno alla madre. Ecco, quando la struttura della laringe lo favorisce, circa tre milioni di anni fa, inizia a emergere anche il fenomeno che chiamiamo linguaggio. Si passa dal linguaggio gestuale a quello dei suoni. Infine, il pensiero mitico e il linguaggio simbolico fanno la loro comparsa in quella regione che chiamiamo Mezzaluna Fertile. In una straordinaria esplosione culturale si evolve in ciò che chiamiamo civiltà.
Con essa si sviluppano il villaggio-città e lo Stato-classe. Ciò che è significativo è che questa natura sociale si sia sviluppata attorno alla donna. Questa struttura sociale incentrata sulla donna è rimasta la cultura dominante fino all’epoca della società sumera, o più precisamente fino al 2000 a.C. circa. La concezione della madre conquista l’egemonia culturale. Ciò si riflette nelle statuette e nei resti dei templi ancora oggi esistenti. Se ne trovano descrizioni molto chiare in epopee mitologiche come quelle di Gilgamesh, Babilonia, e nell’Enuma Eliš. Quindi, la conclusione a cui arriviamo è che un tempo esisteva una forma di vita sociale incentrata sulle donne. […]
Marx fa iniziare la storia con le classi. Ma l’inizio della problematicità non si ha con le classi, bensì intorno alla socialità delle donne. Per quanto ne sappiamo, questa problematicità conduce alla civiltà, e alla società civilizzata. Porta alla nascita della città, e anche qui vediamo l’impronta della donna. Uruk è la prima città, il primo Stato, e di fatto la prima classe. L’Epopea di Gilgamesh fornisce ogni indizio al riguardo. È entrata a far parte dell’epica perché è stata una grande guerra; è la prima epopea scritta dall’umanità, e in questo primato si trovano centinaia di prime volte. La creazione delle classi, la creazione dello Stato, la creazione del potere; si tratta di primi passi eccezionali.
La dea fondatrice della città di Uruk è Inanna. […] Quindi una concezione di divinità costruita attorno alla donna esprime questa ascesa. Esprime quel culto, il culto della dea. La sua sacralità è così sviluppata che anche uno come Gilgamesh trema come una foglia. Nelle cerimonie di fertilità è presente un chiaro rito sessuale. L’autore del mito descrive questi matrimoni sacri come cerimonie straordinarie. E l’uomo forte che consuma quel matrimonio viene ucciso il giorno dopo. Tradizioni simili si incontrano in molte culture. Anche tra gli Aztechi, tutti i giovani uomini catturati venivano sacrificati. Fino al XVI secolo questa cultura era praticata in molti luoghi. Dopo aver passato un breve periodo di tempo insieme a una vergine, un mese o un anno, veniva ucciso e il suo fegato mangiato. […]
Tutto questo deriva dal culto della dea. È la dea che fa uccidere colui che ha celebrato l’unione sacra con lei. La spiegazione sociologica per questo fenomeno è che la dea non vuole cedere il proprio posto al dio… è la donna che non vuole cedere il suo posto a una divinità maschile. Dumuzi è l’amante di Inanna, per quanto lei lo ami, lo uccide e lo manda negli inferi. Questa è la regola. Perché? Perché la donna sa cosa le succederebbe se cedesse il suo posto a un dio. E infatti questo è ciò che accade in epoca babilonese. […] C’è una donna, la dea, che detiene il potere, nel tempio si trovano sacerdoti a lei fedeli, lei prende quello che vuole, celebra il matrimonio sacro con lui e il giorno dopo lo uccide. Sapendo che verrà ucciso, Gilgamesh fugge dicendo: «Non scegliere me!». Ha un primo piano di fuga, poi un secondo, ma ogni volta viene catturato e riportato indietro. Ma credo che si verifichi qualcosa di straordinario quando la sua vita viene risparmiata. Non so come gli venga risparmiata, non ho fatto ricerche in merito. Ma il fatto che gli venga risparmiata la vita è un evento straordinario, ecco che nasce l’Epopea di Gilgamesh.
La peculiarità di Gilgamesh è proprio che si tratta di un uomo che non viene più ucciso. Una volta che lui non è tra gli uomini sacrificati questa epopea prende forma. Viene scolpita sulla pietra, incisa su mattoni dando il via a una nuova era di mascolinità che dura fino ai giorni nostri. Tra il 4000 e il 2000 a.C., fino all’epoca babilonese, il potere passa gradualmente agli uomini. Ora è l’uomo che prende il posto della donna nel tempio. Gilgamesh manda una prostituta da Enkidu, che probabilmente è un proto-curdo delle montagne. […] È in questo modo che Enkidu viene condotto giù dai monti Zagros; lui che viene descritto come un uomo forte e magnifico, potente almeno quanto Gilgamesh stesso. Gilgamesh non può vivere senza Enkidu, perché è lui che protegge la città egemonica. […] È un’epopea tragica, ma il succo è questo: mediante la donna si può controllare l’uomo delle montagne. Il tempio della donna viene trasformato in un bordello, Musakkaddim, e Gilgamesh ottiene la monarchia diventando dio e re. Proprio come i soldati vengono reclutati tra i giovani curdi in particolare mediante il bordello, lui conduce l’uomo delle montagne a unirsi alla prostituta nel tempio per crearsi un esercito di uomini fedeli. Nel giro di due o tre giorni questo crolla devastato. Dice che non tornerà mai più sulle montagne. Perché ha scoperto la prostituzione. Quel giorno sono state gettate le fondamenta di questa istituzione che corrode la società, prostituisce le donne e degrada gli uomini al loro stato peggiore. Questa è l’essenza dell’Epopea di Gilgamesh. […]
La donna raccoglie piante, l’uomo caccia e uccide esseri viventi. La guerra è l’uccisione di un essere vivente. Uccidere un animale è un assassinio. La donna che crea una socialità attorno ai semi delle piante rappresenta un fenomeno del tutto diverso dall’uomo che si rafforza attraverso l’uccisione. Approfondirò meglio questi due fenomeni. Uno si trasforma nella attuale società fondata sul massacro, l’altro sta ancora cercando di tenere insieme la società. Quindi, la cultura che mantiene viva la società si fonda su una sociologia che si sviluppa intorno alla donna. La società fondata sulla guerra, cioè sul saccheggio, è una società dominata dal maschile. La sua unica preoccupazione è il plusvalore. Marx lo collega alla formazione delle classi, ma non ce n’è bisogno. Una volta che intorno alla donna si crea una società basata sulle piante e un aumento degli alimenti, emerge l’opportunità del plusvalore e il maschio mette gli occhi su di esso. Caccia sì gli animali, ma poi si appropria anche del cibo raccolto dalla donna. Si appropria del cibo e si appropria della donna. Ecco come comincia la faccenda. L’uomo prende due piccioni con una fava.
Sì, la donna ha sviluppato una società e ha fondato una casa. La donna nutre i suoi figli in un clan di donne, in una società di donne. Diventa una dea e governa l’umanità per trentamila anni. Ma ecco che il maschio cacciatore dà forma a delle unità speciali, a una sorta di club della fratellanza maschile. Il club della fratellanza maschile è anche un piccolo gruppo di compari. Dapprima il gruppo di cacciatori uccide gli animali, se ha successo organizza un banchetto. Poi vede che la donna semina grano, orzo, lenticchie e fondando villaggi sviluppa la società che definiamo neolitica. Lei costruisce una casa, perché ha dei cuccioli da nutrire e proteggere, ha sorelle come zie e fratelli come zii. Ha dei bambini, e questo è un clan. Ma lei produce e inventa. Inanna dice a Enki: «Mi hai rubato centinaia di Me (cioè centinaia di arti creative e di istituzioni), io li ho creati e tu ora ne rivendichi la proprietà». «Dici di averli creati tu, ma stai mentendo! Li ho creati io e tu ora te ne appropri». È davvero così che cominciano i problemi? Sì. […]
È strano, io non amo parlare dei miei ricordi, ma me ne viene in mente uno. Ho ancora vivido il ricordo dell’asino che avevamo da fratelli. Lo caricavamo di fieno e di pesi. Ricordo ancora anche il campo. Una volta mia sorella Eyne commise un errore e io la picchiai. Quello che mi disse mi è rimasto impresso nella mente: “La tua forza basta solo contro di me”. Probabilmente ero un po’ più forte di lei. Ricordo che le alzai le mani perché non stava facendo il lavoro in modo corretto o accurato. È strano che Eyne non abbia mai sentito l’esigenza di venire a farmi visita. […] Non ha mai pensato a me come a un fratello. Non si è mai sviluppato un amore granché profondo. Può avere a che fare con quella volta che l’ho picchiata? Forse ha iniziato a pensarci. Un giorno cercherò di scoprirlo.
[…] Oggi il problema della famiglia è gigantesco. lo credo che derivi dal matrimonio stesso, dalla forma di matrimonio. Dalla favoletta della sacralità della famiglia. Non esiste nessuna famiglia sacra. Con il matrimonio si rinchiude la donna nella casa, la si sottopone a un regime di schiavitù brutale, che non può tollerare. Lei crolla, esplode, e l’uomo reagisce con violenza. […] In ultima istanza il problema viene da qui, non dalle classi sociali. Deriva dal rapporto uomo-donna. È un problema? Sì, ed è uno dei problemi fondamentali. Ecco perché siamo andati a cercare indizi nell’Epopea di Gilgamesh. Abbiamo cercato le sue radici nella società sumera. Qui più tardi lo Stato, la città e la divisione in classi raggiunsero il loro apice. […] Ma questa transizione avvenne solo dopo trentamila anni di sviluppo di una società incentrata sulla donna, e dopo un’esplosione della produzione.
L’Alta Mesopotamia possiede flora e fauna molto ricche. Basta allungare la mano per trovare una grande varietà di piante. E così è nei dintorni di Karacadaĝ dove vengono coltivati per la prima volta il grano e l’orzo. Qui vengono addomesticate pecore e capre. È una regione nutrita dalle piogge. Qui suolo e pioggia sono in perfetta armonia, una condizione rara in altre parti del mondo. Si sviluppa così un’esplosione di piante e animali. Gli esseri umani che arrivavano dall’Africa si concentrarono qui. C’era spazio per essere sia cacciatori che raccoglitori. Una cosa si realizza intorno alla donna, l’altra intorno all’uomo. E che succede poi? Succede che questi si scontrano. L’uomo è un cacciatore e ha le armi. Il conflitto viene combattuto con le ossidiane e con le selci. I dintorni di Göbekli Tepe sono ancora pieni di resti di armi. […] Il maschio ha una piccola cerchia di compari, una decina. Ha in mano una lama di ossidiana e uccide ovunque vada. Nella società matrilineare, il fratello della madre detiene il potere sul clan.
Io stesso amo profondamente il fratello di mia madre, mi è molto caro; non conosco le sorelle di mio padre mentre conosco bene le sorelle di mia madre. Si tratta di una rimanenza di questa caratteristica della società matrilineare. In questa controrivoluzione la società matrilineare subisce un duro colpo. […] Alla fine l’uomo porrà fine alla sovranità della donna con la società sumera. La società sumera è una transizione verso una società patriarcale; essa si completa con la schiavitù della donna. Dopo di che troviamo le mitologie babilonesi come l’Enuma Eliš. Leggetela; la troverete suggestiva. Il contenuto di queste epopee venne poi trasformato in religione dal popolo ebraico. La società ebraica ha tratto la Torah dal poema dell’Enuma Eliš. […] DallaTorah deriva la Bibbia, da cui deriva il Corano. Questo non lo può negare nessuno. Il risultato finale è la prigionia domestica della donna. È possibile che anche Zarathustra abbia dato un suo non piccolo contributo in merito. […]
È questo il vero problema della società. Questo genera le classi e lo Stato. Ed è il maschio a orchestrare tutto ciò. Il maschio fa la rivoluzione aristocratica e la rivoluzione borghese, ma tutte ruotano intorno alla schiavitù delle donne. Il maschio si fa Stato, e una volta Stato non esiste più alcun potere in grado di limitarlo. Lo Stato esprime il potere illimitato di impronta maschile. […]
La contraddizione tra lo Stato e la comune nella società storica
[…] La storia non è una storia di lotta di classi, ma un conflitto tra Stato e comune. La teoria marxista del conflitto basata su questa distinzione di classe è la causa principale del crollo del socialismo reale. Non c’è nemmeno bisogno di criticarla. La causa principale sta nel tentativo di edificare una sociologia basata su questa divisione di classe. Quindi, cosa significa sostituirla con la contraddizione tra Stato e comune? Si tratta di una valutazione preziosa. Magari anche ben nota, ma che va sistematizzata. Vorrei farne qui un’analisi sistematica. Voglio analizzare qui il materialismo storico in questo quadro concettuale. E in più mi propongo di fondare il socialismo odierno non su un comunismo della dittatura di classe, ma su un insieme di concetti che regolino le relazioni tra Stato e comunalità. Ho la forte sensazione che ciò potrà portare a risultati molto costruttivi e sorprendenti.
Mi baso sul fatto che la società è fondamentalmente un fatto comunitario. Prima ho dato una definizione di cosa è un clan. Ecco, questa è la socialità. E socialità significa comune. La comune ancestrale è il clan. In particolare, in base alle nostre conoscenze, per quanto riguarda il termine comune è necessario analizzare le basi su cui è cominciato il balzo culturale in Mesopotamia e le origini della società sumera, cioè lo Stato, la città, la proprietà e la classe. Concentrarsi sullo Stato è corretto, ma anche sulla comune. E dove sta la socialità? La società è alla base del lavoro. Perché fino al 4000 a.C. circa, la forma di sviluppo sociale era il clan. La possiamo anche chiamare tribù, o aşiret (3), dove però questa è in realtà un’unione di comuni. La tribù è invece una comune. La famiglia non si era ancora formata. Famiglia e tribù avevano in realtà lo stesso significato ed esprimevano lo stesso fenomeno. La famiglia non era molto differenziata dalla tribù, e la tribù dalla famiglia. Con il Neolitico lo sviluppo che si verifica è sorprendente. La tribù è prevalentemente legata al Neolitico. Prima del Neolitico c’era il clan. Anche dalla nostra lingua possiamo apprendere il nostro legame con la comune, che è entrata nel curdo con il termine kom (4).
[…] Il capo tribù fonda lo Stato, i membri della tribù che da ciò vedono lesi i loro interessi si costituiscono nella comune. Ecco come stanno le cose. È piuttosto semplice. Non ho certo fatto una grande scoperta. Marx la chiamerebbe una scoperta scientifica, ma sono tutte storie. La nascita e lo sviluppo della classe operaia non hanno fatto chissà che meraviglie o scoperte scientifiche; si tratta di cose semplici. Il maschio dominante nella tribù assume forma di Stato, lui o il patriarca dell’aşiret o chi per loro; i membri comuni vanno avanti come aggregazione e infine come famiglia. Quelli al vertice diventano la dinastia statale; chi sta sotto forma la tribù continuamente vessata. Dove c’è uno Stato c’è anche una tribù oppressa. Ecco dove comincia la divisione. Mi sembra un po’ forzato affermare, come fa il marxismo, che la divisione sociale si fondi sul proletariato.

Certo, c’è stato un processo di proletarizzazione e di imborghesimento dovuto alla rivoluzione industriale, ma questo è stato il risultato di uno sviluppo di migliaia di anni, di cinquemila anni. Imborghesimento e proletarizzazione esistevano da prima, a Babilonia, a Sumer e ad Assur. Esistevano ad Atene ed esistevano a Roma. Solo più tardi sono arrivate in Europa occidentale. Non è qualcosa che l’Europa ha inventato, ne ha solo ampliato la portata e le ha rese egemoniche. Compare una forma di sfruttamento chiamata capitalismo e la sua egemonia. Questa egemonia si afferma in tutto il mondo. Ma le sue radici risalgono alla società sumera. Questo è il racconto di formazione dello Stato: lo Stato schiavista, lo Stato feudale, lo Stato capitalista. Ma in effetti non va interpretata in questo modo. La vera domanda è: dov’è la comune?
Verso la fine della sua vita, Marx si concentrò sulla Comune di Parigi, dove morirono molte persone che aveva conosciuto. Si parla di circa diciassettemila comunardi uccisi. In loro memoria Marx scrive una valutazione della Comune di Parigi. Interrompe la scrittura de Il capitale perché le sue previsioni avevano subito un duro colpo. Io credo che abbia vissuto una frattura interiore e si sia rivolto all’idea di comune. Non usa più tanto il concetto di classe, ma quello di comune. C’è un momento in cui Kropotkin critica a Lenin la distruzione dei soviet. Soviet non significa altro che comune, ma con il sistema della NEP (Nuova Politica Economica: fu introdotta da Lenin in Russia nel 1921, NdR) a questa Lenin preferisce lo Stato, e Stalin spinge le cose fino alle estreme conseguenze.
[…] Il concetto di società morale e politica rappresenta un altro modo di designare la comune; è l’espressione dell’antagonismo della comune verso lo Stato. […] È una questione etica e politica, non giuridica. Il diritto esiste, ecco, si svilupperà come codice municipale. Vogliamo che trovi espressione nella legge. Sarà per noi una condizione e un principio. L’espressione più scientifica per questo è libertà comunale. In questo senso siamo comunalisti. […] La comune sarà un soggetto che funzionerà più sulla base dell’etica che della legge. La comune è anche una democrazia. Il politico si esprime attraverso la politica democratica. Comune è un sostantivo, etica e politica sono aggettivi. La comune è etica e politica: uno è un sostantivo, gli altri aggettivi. Questo è ciò che indichiamo come la più profonda revisione del marxismo: sostituiamo il concetto di classe con quello di comune. La critica di Kropotkin a Lenin è corretta. Anche quella di Bakunin a Marx: è incompleta ma corretta.
Il marxismo deve essere assolutamente sottoposto a critica su questo punto. Se Marx avesse capito Bakunin, e Lenin avesse capito Kropotkin, il destino del socialismo sarebbe stato sicuramente molto diverso. Il socialismo reale è l’esito del fatto che loro non sono stati in grado di realizzare questa sintesi.

Modernità
In Europa la nuova era è detta modernità. Noi definiamo la modernità attraverso i tre cavalieri dell’Apocalisse: capitalismo, Stato-nazione e industrialismo. La modernità esprime la realtà di questa epoca. Non va identificata con il solo capitalismo. La modernità si costituisce della triade di capitalismo, Stato-nazione e industrialismo. Si tratta di una struttura che ha preso forma a partire dal XVI secolo. Anche il socialismo reale è un prodotto di questa modernità.
Il socialismo avrebbe dovuto emergere come alternativa alla triade della modernità. Eppure sono state messe in agenda solo un’analisi e una lotta socialiste contro il capitalismo. E anche queste non sono state sviluppate a fondo. In effetti non poteva svilupparsi in questo modo perché si limitava a un manifesto d’intenti: il Manifesto del partito comunista. L’industrialismo venne accettato così com’era, persino esaltato. Questa mancanza strategica è stato un grave errore. In più Marx non offrì una degna analisi dello Stato-nazione, lasciando un enorme vuoto ideologico. A onor del vero, Marx si rese conto di questo buco nella sua analisi. Nel processo di stesura de Il capitale, il terzo volume avrebbe dovuto riguardare lo Stato, ma non fece in tempo a completarlo. Se anche lo avesse finito sarebbe stato difficile farlo in modo corretto, perché a Marx mancava una prospettiva di analisi dello Stato-nazione. In Marx non c’è nemmeno un’analisi o una critica dell’industrialismo. Il suo socialismo si limita a un’analisi attraverso le lenti dell’anticapitalismo. Presenta molte lacune e non è mai stato sviluppato del tutto. La capacità di questa teoria socialista di essere punto di riferimento per l’analisi della modernità è piuttosto ridotta. Anzi, è parte integrante di questa modernità e resta confinata in essa.
Il problema della nostra epoca è che la modernità sta trascinando l’umanità verso il giorno del giudizio, guidata da questi tre cavalieri dell’Apocalisse. L’attuale livello di sfruttamento raggiunto dal capitalismo è al limite della barbarie. Si è diffuso per il pianeta come un cancro. Lo Stato-nazione rappresenta la sua forza d’urto. Nel sistema dello Stato-nazione, la nazione diventa una società-milizia. Alla base di questo sistema ci sono violenza e guerra. Lo Stato-nazione è il sistema della società di guerra. E in queste guerre ogni volta vengono uccisi milioni di esseri umani. L’industrialismo avanza consumando le risorse della vita, sottoterra e in superficie; prima tra tutte l’ambiente. Oggi l’umanità è sul punto di venire divorata dal mostro che lei stessa ha creato. L’industrialismo è sfuggito a lungo alla critica; è stato ignorato. La prima cosa da affermare qui è che l’industrialismo non è affatto innocuo come può sembrare. L’industrialismo non ha soltanto modificato il tessuto sociale, ma anche il rapporto stesso tra umano e natura. È sbagliato considerare l’industrialismo solo come un fenomeno pacifico fondato sull’economia. Fin da subito l’industrialismo è stato strettamente legato alla tecnologia bellica. È questo che ha reso possibile lo Stato-nazione. In altre parole, la combinazione di industria, tecnologia e guerra è una delle caratteristiche fondanti dell’industrialismo. […]
In sintesi, un antagonismo che considera lo sviluppo industriale come una sfera neutrale, e lo ignora nella lotta contro la modernità, non ha, né può avere, alcuna possibilità di successo. La modernità è inarrestabile, e se continuiamo così al pianeta restano altri cinquanta anni di vita. Non parlo di uno scenario distopico, ma di una vera e propria apocalisse. Marx intuì questo pericolo e vi oppose la sua antitesi, ma senza riuscire a svilupparla. […]
Abbiamo sviluppato una nuova alternativa analitica alla teoria socialista per superare la modernità e il socialismo reale che la sostiene. L’abbiamo chiamata Modernità democratica. Abbiamo sviluppato un’analisi che pone la nazione democratica al posto dello Stato-nazione, la comunalità della comune al posto del capitalismo, l’economia ecologica al posto dell’industrialismo, dove questi sono i pilastri della modernità. Abbiamo definito come Modernità democratica il nostro sistema libertario di società che abbiamo creato sulla base dell’analisi della relazionalità di queste tre aree; l’abbiamo messo per iscritto e abbiamo visto che ha trovato un significativo riscontro sociale. […]

La realtà del popolo curdo e del Kurdistan
[…] La realtà curda ha cessato di esistere con la modernità. Sia come concetto che come realtà, il popolo curdo e il Kurdistan sono stati cancellati e repressi con la nascita della Repubblica di Turchia. […] Non c’era più alcuna realtà dietro alle parole curdo e Kurdistan. Il successo più importante del PKK come movimento moderno è stato quello di riportare in vita questa realtà. Il PKK ha dimostrato l’esistenza della realtà curda e del Kurdistan e l’ha resa indistruttibile. […] La grande resistenza del PKK ha reso l’esistenza del popolo curdo e del Kurdistan una questione permanente. Ha sviluppato una forte consapevolezza sull’esistenza dei curdi. Per rendersi conto di questo risultato occorre condurre indagini storiche e sociologiche. Ho aperto questa via cinquantadue anni, un mese e quattro giorni fa affermando: «Il Kurdistan è una colonia». Dopo averlo detto sono quasi svenuto.
È stata una scoperta difficile per me, avevo paura persino di pronunciarle, quelle parole. Quando lo dissi a un paio di amici quasi ebbi un mancamento. Da quel giorno siamo arrivati a oggi. Non sottovalutate mai il potere della parola. Quando essa si incontra con la verità può essere un propellente molto efficace e creativo. Queste parole non solo hanno indicato la via per la resistenza pratica, ma si sono trasformate in una grande analisi storica, cui ha fatto seguito un’interpretazione del periodo neolitico, dell’ideologia della libertà delle donne, delle riflessioni sul socialismo… Tutto questo aveva il fine di svelare la realtà curda e promuovere la rinascita del popolo curdo. Ce l’abbiamo fatta. Questa grande epopea storica, l’analisi sociologica e la lotta politica hanno dimostrato la realtà del popolo curdo e del Kurdistan, facendola accettare agli amici e ai nemici. Questo è un grande successo. PKK è il nome di questo successo.
Abbiamo risolto il problema della libertà? No. L’esistenza curda è stata provata, ha maturato una coscienza ideologico-organizzativa, ma il cammino del processo di liberazione si è arrestato. E dietro a questa interruzione si celano l’ideologia del socialismo reale e i suoi effetti. […] Il socialismo reale è crollato, noi siamo sopravvissuti, ma abbiamo vissuto una crisi enorme. Il socialismo reale è crollato perché non ha saputo superare i suoi limiti teorici e sviluppare un socialismo orientato alla libertà. Sfuggire alle crisi ideologiche è molto difficile. Crolla l’orizzonte ideologico sul quale facevi affidamento.
Su quale quadro concettuale, su quale analisi sociologica potrai basarti ora? Quando il socialismo reale crollò, non rimase granché. Mentre con tentativi ed errori lottavo per conservare la fede nel socialismo, feci questa considerazione: insistere sul socialismo è insistere sull’essere umano. Ho conservato la mia fede e la mia lealtà verso il socialismo e ho intrapreso una lotta per trasformarle in una forma di consapevolezza. Sono stati anni difficili e di crisi. Verso gli anni 2000 abbiamo aperto un nuovo processo di intensificazione e di analisi. La nazione democratica è uno dei risultati strategici di queste analisi che abbiamo sviluppato sul socialismo, e ha dato una boccata d’aria fresca alla prospettiva socialista. Si tratta di una trasformazione strategica sia per il socialismo che per il PKK. Solo da oggi questa trasformazione riceverà un nome e acquisirà ufficialità. Sono vent’anni che cerchiamo di portare a termine questa trasformazione. La soluzione della nazione democratica sarà il fondamento del processo che ci attende. La prospettiva di soluzione della Modernità democratica è la nazione democratica. Nel testo dell’appello abbiamo parlato di pace e di società democratica. Entrambe hanno lo stesso significato.
Il PKK è un movimento che si è proposto di svelare la realtà del Kurdistan e rendere la sua esistenza indistruttibile. Il passo successivo è realizzare la libertà. Una società libera realizzerà la sua esistenza e la sua forma sulla base della comunalità in una direzione politico-etica. Non appare realistico realizzare questo passo attraverso il PKK. Senza il PKK cosa ne sarebbe oggi del popolo curdo e del Kurdistan? Sarebbero una cultura consegnata alla storia come gli Incas e gli Aztechi in America Latina o i nativi nel Nord America. Ma la situazione non è ancora stata completamente risolta. I curdi nelle regioni di Dersim, Bingöl e Zagros rappresentano un relitto culturale. Tribù disgregate, una lingua disfunzionale, reliquie di sette religiose, conflitti familiari tribali… Il motivo per cui questa situazione non è stata superata a un livello accettabile, nonostante la presenza del PKK, è la profondità della frammentazione storica e sociale. A un certo punto, non ho più ritenuto sufficiente definirla una colonia. Si tratta di una situazione che va oltre la colonia. È una sorta di discarica. Una società discarica, un cimitero. […]
Perché lo Stato ha istituito questo tavolo di negoziazione? E come siamo riusciti a riunirvi a questo tavolo? Questo è un incontro serio, un incontro curdo, e veniamo da un processo in cui lo Stato puniva severamente anche la semplice pronuncia della parola “curdo”. Contiene significati molto diversi; stiamo valutando come realizzarlo nella pratica. Io sono quello che sa meglio come si è arrivati a questo punto e come si è svolta la lotta per arrivarci. Anche i nostri quadri migliori sono ancora lontani dal comprenderlo. Ecco perché non riescono a essere creativi. Non riescono a dimostrare leadership. Non temono di dare la propria vita o di morire, ma non vogliono affrontare la verità. Dietro a questo, c’è il fatto che la realtà curda non ha nemmeno carattere di colonia; deriva dal suo carattere di discarica. L’Africa è stata colonizzata. Ma ora sono tutti Stati-nazione. Lo stesso vale per l’America Latina.
Ma questo non è il caso della realtà curda. Cosa significhi essere curdi rimane poco chiaro. È qualcosa di tradizionale o di moderno? È diventata una sorta di tragica realtà. Questo non è il risultato dell’oppressione esterna, come si potrebbe pensare, ma deriva piuttosto da cause interne. […] Il PKK ha sfidato questa negazione con la sua grande resistenza; ha rivelato la realtà storica e sociale dell’identità curda e ha costretto sia gli amici che i nemici a riconoscerla. Ma le conseguenze di questa negazione non sono state ancora superate del tutto. State ancora fuggendo dalla vostra realtà. Vedo questo pericolo nell’identità e nella personalità di tutti voi. Non vedo in voi una personalità e un’identità sane e salde, non riesco proprio a vederle.
Questo non si raggiunge solo con la resistenza. Una cultura rivoluzionaria, la formazione di istituzioni democratiche, delle istituzioni nazionali democratiche, degli istituti di ricerca e di studio, degli istituti linguistici, avranno tutti un ruolo decisivo nella costruzione del nuovo. Queste cose non sono possibili con il capitalismo. La società curda deve essere anticapitalista. I curdi si libereranno attraverso la nazione democratica, l’eco-economia e la comunalità, costruendo e consolidando permanentemente un loro stile di vita. Ovviamente questo sarà possibile grazie alla lotta per la propria ricostruzione e per l’autodeterminazione. Anche la resistenza verso l’esterno, contro l’oppressione esterna, è stata vinta. Una delle ragioni per cui il PKK ha esaurito il suo compito è proprio il fatto di aver vinto la resistenza contro l’esterno. D’ora in poi la resistenza e la lotta dovranno rivolgersi verso l’interno. Il prossimo periodo sarà un periodo di costruzione. Ciò richiede la pace e una società democratica. Ci troviamo a un punto di svolta.

Il PKK e la sua dissoluzione
Con il crollo del socialismo reale all’inizio degli anni ’90, il PKK perse le sue fondamenta ideologiche. […] Tuttavia, nonostante questa crisi, è riuscito a sopravvivere grazie al suo carattere di liberazione nazionale di tendenza socialista. Il fatto che il nostro movimento fosse ancora giovane, e l’urgente necessità e motivazione per la liberazione nazionale lo hanno mantenuto in piedi. Abbiamo continuato su questa strada e lo abbiamo mantenuto vivo. Eravamo consapevoli che il socialismo reale era stato superato, ma non sapevamo ancora cosa avrebbe dovuto sostituirlo. Di conseguenza, gli anni ’90 per noi sono stati un periodo di profonda depressione dal punto di vista ideologico. Nel 1998 dichiarai: «Mi dimetto da un partito come questo». Il motivo era che non eravamo riusciti a superare la crisi ideologica all’interno del partito.
Con il processo di Imrali siamo entrati in una fase di riflessione globale che ha affrontato tutte queste questioni. Questo periodo di intenso impegno teorico ha portato alla realizzazione di un’opera in cinque volumi (5). Ad esempio, abbiamo ridefinito la strategia della lotta socialista. Abbiamo scritto una raccolta importante per la riorganizzazione ideologica e strategica del movimento. Criticheremo a fondo il PKK dall’interno e svilupperemo le nostre autocritiche. Sia gli aspetti positivi che quelli negativi di cinquant’anni di lotta verranno sottoposti a profonda critica e autocritica. Lo stallo interno al socialismo è generale ed esistono vari sforzi per affrontarlo. Eppure la crisi continua. Le analisi sul socialismo che abbiamo sviluppato stanno suscitando interesse anche al di fuori del Paese, in alcuni ambienti socialisti e intellettuali, e vengono considerate illuminanti.
La questione della dissoluzione non è nuova per quanto ci riguarda. Quando ho visto emergere una richiesta in tal senso da parte dello Stato, ho risposto di conseguenza. Ho affermato di avere la preparazione ideologico-politica e le capacità pratiche necessarie per risolvere il problema. Infatti, negli ultimi sei mesi ci siamo confrontati con tali questioni, e abbiamo portato il processo a dove si trova oggi. Non occorre approfondire oltre l’argomento. È necessario che l’autocritica interna si rinnovi e che sia radicale […] Non stiamo solo parlando di una struttura. Stiamo parlando di una profonda trasformazione della personalità e della mentalità. La ricostruzione è veramente possibile solo su questa base, e per questo serviranno probabilmente alcuni mesi.
Per garantire che il processo si svolga in modo sano e giunga a una conclusione significativa, non si deve avere fretta. Il governo o lo Stato vorrebbero presentarlo immediatamente come un disarmo, ma questa impostazione non è corretta. Saremo noi a definirne i termini. Una nuova era è sia la nostra promessa che la nostra richiesta. Ma non sarà solo come vogliono loro. Le nostre posizioni teoriche e politiche su questo tema sono piuttosto mature e abbiamo accumulato esperienza. Non si deve pensare che noi non siamo in grado di valutare la questione dello scioglimento del PKK, di risolvere le sue contraddizioni o persino di tenere un congresso a tale scopo. Come ho detto, questo processo di trasformazione è già in atto da parecchio tempo.

Prospettive per la Nuova Era
II PKK è nato e si è sviluppato come movimento organizzato sulla base dell’ideologia del socialismo reale e del principio secondo cui i popoli hanno diritto a determinare il proprio destino; e ha organizzato di conseguenza la sua strategia e la sua tattica di lotta. Suo obiettivo fondamentale era un Kurdistan unito e indipendente. Avevamo accettato questo obiettivo come un credo del socialismo. Ma analizzando il crollo del socialismo reale e la realtà con cui si confrontarono gli Stati-nazione sviluppatisi secondo la sua prospettiva, abbiamo capito che questo modello non aveva nulla a che fare né con il socialismo né con la liberazione nazionale. Al contrario, sebbene fosse stato costruito secondo una prospettiva socialista, aveva finito per servire il capitalismo degli Stati-nazione. Quel modello era un modello capitalista. […] Abbiamo sostituito la lotta di una classe contro l’altra con il conflitto della comune contro lo Stato. Lo Stato-nazione si oppone al socialismo e lo corrompe.
Per questi motivi abbiamo messo a testa in giù lo Stato-nazione, sia come idea che come obiettivo. Al suo posto abbiamo affermato la nazione democratica. La nostra prospettiva per la nuova era è la ricostruzione della società sulla base della nazione democratica, dell’eco-economia e del comunalismo. Davanti a noi abbiamo ora la responsabilità di sviluppare il quadro concettuale e teorico richiesto dalle basi filosofiche di questa ricostruzione, dalle sue dimensioni ideologiche e dalla sua realizzazione in una struttura sociale articolata. Nel seguito di questo lavoro affronteremo tutti questi argomenti in titoli e sezioni mirate. Qui vogliamo definire il quadro programmatico e quello strategico-tattico.
Il nostro ultimo appello è stato un “Appello alla pace e alla società democratica”. Il fatto che questo annuncio sia stato fatto con la conoscenza, se non con il permesso formale, della Repubblica di Turchia è curioso e significativo al tempo stesso. Perché la pace la puoi fare solo con lo Stato contro cui combatti, e una società democratica si può costruire solo attraverso il dialogo con quello Stato. Questo è ciò che chiamiamo riconciliazione democratica. E anche questa era contenuta nel nostro appello.
Non c’è dubbio che le intenzioni delle parti possono essere differenti. Ma il passo compiuto e l’appello lanciato sono sostanzialmente corretti. Le posizioni delle parti stesse dimostrano che si tratta della mossa giusta. Dal mio punto di vista, il congresso può concludersi qui; ma i nostri quadri lo formalizzeranno e lo metteranno in agenda. Non credo che ci saranno problemi. La cosa più importante è che stiamo sviluppando le basi ideologiche, il programma pratico e le dimensioni strategico-tattiche di questo futuro. La società democratica è il programma politico di questa fase. Non ha come obiettivo lo Stato. La politica della società democratica è la politica democratica. […] La vita libera dei popoli è possibile grazie alla comune. Se lo Stato-nazione è l’arma del capitalismo, il fondamento e l’arma dei popoli è la comune. Anche mediante i comuni è possibile organizzare questa società comunale. È possibile sia dal punto di vista teorico che pratico. Ma è possibile solo con un’attenta e vera lotta anticapitalista. Se i quadri fondatori sono confusi o privi di volontà, non avrà successo.
Prima di tutto, crediamo sia importante raggiungere questo obiettivo con la Repubblica di Turchia. I negoziati in corso hanno portato la situazione a questo punto. Si tratta di una tappa significativa. Forse questi incontri rappresentano già metà della soluzione. Da qui in poi sarà necessario uno sforzo concreto e significativo. Ho grande speranza e fiducia nel successo. Il raggiungimento di questo obiettivo porterà a importanti risultati non solo per il popolo curdo e per il Kurdistan, ma per l’intera regione. Un successo in questo senso avrà ripercussioni sulla Siria, l’Iran e l’Iraq. Per la Repubblica di Turchia, questo rappresenterebbe l’occasione di rinnovarsi, di conquistare la democrazia e di assumere un ruolo di leadership nella regione.
Francamente, coloro che si oppongono a questo processo non valgono granché. Verranno sconfitti. Ma superare questi ostacoli impone delle responsabilità alle parti. Questo processo avrà implicazioni non solo a livello regionale, ma anche internazionale. Il confederalismo regionale emerge come una assoluta necessità. Il conflitto israelo-palestinese, i conflitti settari, le contraddizioni dello Stato-nazione, trovano tutti soluzione nel confederalismo democratico. Questa soluzione richiede anche una nuova Internazionale. Sarebbe un giusto passo dal valore storico avviare senza indugio uno sforzo internazionalista con i nostri amici.
Note
(1) Apo è l’usuale diminutivo del nome Abdullah; riferirsi ad Abdullah Öcalan come a Rêber Apo, o Sêrok Apo, significa chiamarlo leader o avanguardia. Nel Movimento di liberazione del Kurdistan, spesso ci si riferisce a Öcalan come a Sêrokatî, cioè “la leadership”; a questo fanno riferimento i passaggi successivi.
(2) Tra i fondatori del movimento dei Lupi grigi, Bahçeli è presidente del Partito del Movimento Nazionalista (MHP), oggi parte dell’alleanza di governo della Repubblica di Turchia guidata dall’AKP di Recep Tayyip Erdoğan.
(3) Con il termine aşiret Öcalan si riferisce a una federazione di varie comunità tribali. Non esiste un termine corrispondente in italiano, perciò normalmente si mantiene l’originale turco; resta però inteso che il fenomeno delle federazioni tribali non è rimasto confinato alla Mesopotamia, ma anzi ha largamente influenzato anche la storia italiana ed europea fin dall’antichità.
(4) La parola curda kom può essere tradotta con gruppo o collettività. Condivide la stessa radice proto-indoeuropea della parola latina cum passata all’italiano in con, ed è alla base di termini come comunità, comune, condivisione…
(5) Si tratta del Manifesto della civiltà democratica. I primi tre volumi (1. Civiltà e verità, 2. La civiltà capitalista, 3. Sociologia della libertà) sono stati pubblicati in italiano dalle edizioni Punto Rosso. Una nuova edizione con traduzione riveduta e corretta sarà presto disponibile, mentre i volumi successivi sono in corso di traduzione.
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Mi chiedo cosa avrebbe fatto la Meloni al posto di Dalema.
Credo avrebbe fatto così: trasferimento immediato di Ocalan nel canile in Albania come pericoloso immigrato clandestino e potenziale terrorista, poi con volo di stato e senza alcun processo, l’avrebbe spedito direttamente in Turchia e chiedendo al capo di stato turco “Serve altro? Vuole che mi metta a 90 gradi?”
Un errore e anche un orrore: la sinistra, almeno quello che si appella volentieri alla costituzione, avrebbe dovuto concedere l’asilo politico a Öcalan per sottrarlo alle persecuzioni del governo turco.
Dove sta l’errore della sinistra?
È un altro errore della sinistra. Öcalan sbarcò a Fiumicino il 12 novembre 1998 per chiedere asilo politico come prevede la costituzione italiana, ma il governo D’Alema preferì l’ambigua amicizia con la Turchia. Allora il 16 gennaio 1999 Öcalan lasciò l’Italia alla volta di Nairobi, dove fu catturato dai servizi segreti turchi.