Quando per lo scialpinismo non si parlerà più di “gita”?

La tragedia scialpinistica della Val Ridanna (Ridnauntal) del 21 marzo 2026 mi ha convinto della necessità di esprimere in questo GognaBlog ciò che da anni vado dicendo e scrivendo con convinzione. Quando per lo scialpinismo non si parlerà più di “gita”? Quanti aderiranno a questa “crociata”?
Cronaca e analisi di quanto è successo precedono qui un saggio sulla parola “gita” e sull’assurda mania tutta italiana di accostarla allo scialpinismo. Usanza che purtroppo trova riscontro nell’altra grande irresponsabilità divulgativa, quella di propagandare come “sicuri” progetti di formazione, servizi di accompagnamento od oggetti in vendita che al massimo potrebbero definirsi “più sicuri”.
Lo scopo è quello di dare anche in Italia dignità alpinistica allo scialpinismo.

Quando per lo scialpinismo non si parlerà più di “gita”?

[Yes, ‘n’ how many deaths will it take till he knows that too many people have died? The answer, my friend, is blowin’ in the wind (E quanti morti ci dovranno essere affinché si sappia che troppa gente è morta? La risposta, amico mio, se ne va nel vento (Bob Dylan)]”.

I fatti
25 sciatori di varia nazionalità sono stati travolti da una valanga avvenuta intorno alle 11.40 di sabato 21 marzo 2026 in Val Ridanna.

21 marzo 2026, ore 11.40: la valanga dalla Ruderer Spitze
Il fondo della Ridnauntal (Val Ridanna). Foto: Roberto Moiola/Getty Images.

Le vittime del primo momento sono Alexander Frötscher, di 56 anni, originario di Ridanna, ma residente a Vienna, e Martin Parigger, di 62 anni, di Ridanna, che era la guida alpina di un gruppo di scialpinisti austriaci, con una grande esperienza alle spalle visto che aveva praticato scialpinismo in tutto il mondo e scalato cime oltre i 6mila metri sulle Ande e in Himalaya.
Feriti lievi due cittadini tedeschi, mentre tre sono stati ricoverati a Innsbruck in gravi condizioni: un turista tedesco e un austriaco, oltre alla bresciana Laura Santino, 26 anni, originaria di Vobarno e residente a Promo di Vestone (BS). Anche quest’ultima, la più grave, non ce l’ha fatta. La ragazza era sposata con un uomo di Casto (suo compagno anche in questa escursione) e ha giocato per molti anni a pallavolo tra Vobarno e Villanuova. Lavorava per la cooperativa sociale Cogess (attiva nei servizi per persone con disabilità in Valsabbia), che gestisce la fattoria didattica La Mirtilla di Idro. Sale così a tre il bilancio provvisorio (ma si spera definitivo) delle vittime. 

Untere Gewingesalm

Il distacco della valanga è avvenuto nella zona della Hohe Ferse (Tallone Grande) 2669 m, montagna dalla quale ha origine il crinale che, rivolto a nord-nord-est, la collega con la Ruderer Berg 2486 m e, successivamente, con la Ruderer Spitze 2445 m e con la Zunderspitze (Cima d’Incendio) 2380 m. 

La mappa dell’itinerario

Quest’inverno, caratterizzato da cadute di neve assai bizzarre, aveva già registrato un numero piuttosto elevato di vittime a nord e a sud delle Alpi. Il Servizio europeo di allerta valanghe (EAWS), un organismo di cooperazione europeo responsabile dell’allerta valanghe, ha dichiarato sul proprio sito web che durante la stagione invernale 2025/2026 (fino al 16 marzo 2026) si sono registrati 127 decessi legati a valanghe di neve in Europa. I morti sotto le slavine (senza riguardo alla loro nazionalità) sono stati 29 in Austria, 31 in Francia, 15 in Svizzera, 3 in Slovenia, 1 in Andorra, 6 in Slovacchia, 1 in Polonia, 8 in Spagna: in Italia le vittime sono state 33 (di cui 15-20 italiani, ordine di grandezza solo “plausibile” dato che non esiste al momento una fonte pubblica che dica: “X su 127 erano italiani”.
Nell’ultimo decennio, in Europa si è registrato un solo inverno con un numero maggiore di morti per valanghe: 147 nel 2017/18.
Si stima che i praticanti dello scialpinismo siano il 6-10% della popolazione in Austria, il 4-7% in Svizzera, il 2-4% in Francia e solo l’1-3% in Italia. Dunque, appare davvero alto il valore di 15-20 vittime italiane nella stagione 2025-2026 (che non è ancora finita).

Foto estiva della Obere Gewingesalm. In alto si distinguono la Zunderspitze e la Ruderer Spitze.

Tralasciando i casi di Grundlawine, cioè di ‘valanga di fondo’, in cui viene giù l’intero pendio lasciando quasi scoperti rocce e terreno, il motivo dei distacchi è quasi sempre il cosiddetto Altschnee problem, ‘il problema della neve vecchia’ tradotto letteralmente, conosciuto anche nel mondo dello scialpinismo come “neve a lastroni” (Schneebrett). La neve caduta a inizio inverno si è gelata, per molte settimane non ne è caduta altra, le nevicate di fine stagione non si sono consolidate con quella ‘vecchia’ e così i casi di distacco.

Le comitive sono partite la mattina del 21 marzo 2026 da Maiern (Masseria), da un posteggio a 1420 m; hanno seguito una strada forestale nel bosco, hanno oltrepassato la Untere Gewingesalm 1782 m e proseguito fino alla fine della vegetazione boschiva, cioè fino alla Obere Gewingesalm 2054 m. Da qui gradualmente l’itinerario si addentra in un’ampia conca compresa tra la Zunderspitze (Cima d’Incendio) 2380 m a sinistra e la Ruderer Spitze 2445 m. Le comitive hanno quindi affrontato il pendio finale (30°-35°) che porta in obliquo a destra verso la cresta nord-ovest della Ruderer Spitze, a poche decine di metri dalla vetta di questa. La pendenza incoraggiava il giudizio di un terreno apparentemente sicuro. Ed è un passaggio obbligato.

Le operazioni di soccorso sulla ben visibile valanga

La slavina si è staccata alle 11.40 con un fronte di 150 metri e una lunghezza di ottocento. E’ partita in prossimità della cima (circa da quota 2390 m) e ha messo in moto praticamente l’intero pendio settentrionale della Ruderer Spitze, che in quel punto presenta la maggior ripidezza, coinvolgendo i 25 scialpinisti (qualcuno parla di una trentina) impegnati nella salita e travolgendone 7: la maggior parte, fortunatamente, è stata solo sfiorata e non inghiottita dalla massa nevosa perché gli scialpinisti procedevano sgranati in fila indiana. Le tracce dei primi si sono fermate a 2431 m. La valanga li ha colpiti nel tratto più esposto e tecnicamente pericoloso dell’itinerario.

Il punto più basso raggiunto dalla valanga

In molti articoli usciti in seguito all’incidente si dice che la quota del distacco della valanga è di 2445 m, confondendola quindi con l’altezza della vetta della Ruderer Spitze.

Il pericolo valanghe in val Ridanna, come praticamente in tutto l’Alto Adige oltre i 2000 metri di quota, in quel momento era moderato (grado 2 su 5, mäßig), ma si sa che la situazione può sempre cambiare velocemente secondo l’esposizione del pendio e il vento che lungo la cresta di confine spesso soffia, il foehn, noto anche come favonio.

L’intervento di salvataggio è stato compiuto da cinque elicotteri: tre Pelikan altoatesini, eliambulanza Aiut Alpin Dolomites e il Christophorus 1 di Innsbruck. Sul posto sono giunti gli uomini del soccorso alpino (CNSAS), dell’Alpenverein, della Guardia di finanza con delle unità cinofile, come anche i vigili del fuoco della zona. In totale sono stati circa un centinaio i soccorritori (80 a terra, più gli equipaggi e le equipe mediche degli elicotteri, totale 115) impegnati nella ricerca delle persone rimaste sepolte. Le quali erano tutte dotate di Artva, il dispositivo che serve per la localizzazione sotto la superficie.

A supporto è stata allertata anche la centrale operativa di Innsbruck, così come è stata effettuata la richiesta di posti letto in terapia intensiva presso gli ospedali di Merano, Bolzano e Bressanone.

Quello dei soccorritori, come riferisce Philipp Braunhofer, capostazione del Soccorso alpino-Bergrettung di Racines, è stato un intervento «molto lungo e impegnativo per il grande numero di persone coinvolte. Fortunatamente, le condizioni atmosferiche erano buone: la mattina c’era sole e poco vento».

Ancora una volta, dunque, emerge che il pericolo 2 non significa “sicurezza”. “Pericolo moderato” (2 nella scala fino a 5) non è uguale a “pericolo debole” (1 nella scala fino a 5) e pertanto non va interpretato in modo convenzionalmente ottimista.

Gli esperti citano il cambiamento climatico come una delle cause. Secondo loro, le temperature più elevate stanno alterando i ritmi stagionali tradizionali, con conseguente minore stabilità della neve. La neve vecchia e quella caduta di recente non si legano più “come un tempo”. Anche venti più forti causano l’accumulo di pericolosi lastroni di neve. Valanghe di fondo e neve a lastroni rimangono grandi incognite, generalmente sottovalutate. Anche l’elevato numero di scialpinisti presenti a insistere sullo stesso terreno ha potuto contribuire al distacco. Dunque, quasi mai è giustificato parlare di “fatalità”, anche nel quadro attuale di sempre maggiore popolarità dello scialpinismo e dello sci fuoripista.

Perché non “gita”
L’uso delle parole precise non è un vezzo stilistico: è una forma di responsabilità. Ogni volta che parliamo o scriviamo, scegliamo non solo cosa dire, ma anche come rendere accessibile il nostro pensiero agli altri. La precisione linguistica è il ponte tra l’intenzione e la comprensione: senza di essa, anche le idee migliori rischiano di deformarsi o perdersi.

Scegliere una parola invece di un’altra non è mai un gesto neutro: è un atto che orienta il significato, delimita l’interpretazione e, in ultima analisi, incide sulla qualità dell’informazione. Nella comunicazione, soprattutto quando ha una funzione informativa, la differenza tra termini, anche se apparentemente simili, può determinare la distanza tra verità e fraintendimento. La precisione, dunque, non è rigidità, ma efficienza comunicativa.

In primo luogo, le parole precise riducono l’ambiguità. Ma allora occorre molta attenzione quando si usa una parola precisa come “gita”. Infatti: cosa significa “gita”?
La parola “gita” in italiano indica generalmente un’uscita, uno spostamento o un viaggio di breve durata, compiuto per ricreazione, svago, istruzione o interesse culturale o ambientale. Sono classiche le espressioni “gita scolastica” o “gita fuori porta” o “gita sociale”. Esempi goderecci e spensierati di gita sociale sono quelle che una volta si chiamavano “narcisate”, cioè la raccolta indiscriminata di narcisi nella giusta stagione seguita dalla classica “colazione al sacco”. Spesso si usa l’espressione “gita in montagna” quando ci si riferisce a un’escursione poco impegnativa, magari in famiglia.

Per questi motivi “gita di scialpinismo”, ma al contempo anche “gita in barca” sottintendono la natura esclusivamente ludica, di svago dell’attività in questione, escludendo ogni complicazione “avventurosa”. Quando questa distinzione è trascurata, il messaggio perde aderenza alla realtà. Si accredita il sospetto che anche la recente diffusione del termine “skialp” sia dovuta soprattutto al venir meno della dignità alpinistica del termine “scialpinismo”.

Dunque, usare la parola “gita” in un contesto scialpinistico ne altera il significato, proprio perché è precisa quando non dovrebbe…

In secondo luogo, la precisione è una forma di rispetto. Chi ascolta o legge merita chiarezza. Usare parole adeguate significa non costringere l’altro a indovinare, colmare lacune o interpretare intenzioni implicite. Questo vale ancora di più nei contesti sensibili (dalla comunicazione medica a quella politica, ma anche nella comunicazione di attività in terreno d’avventura) dove una parola imprecisa può generare equivoci, ansia, sfiducia o decisioni sbagliate. Non è un caso che molti grandi pensatori abbiano insistito sul rapporto tra linguaggio e verità: George Orwell, ad esempio, denunciava come il linguaggio vago o manipolato potesse distorcere la realtà fino a renderla irriconoscibile.

Dunque, usare la parola “gita” in un contesto scialpinistico ne sminuisce arbitrariamente e poco rispettosamente la valenza d’avventura, proprio perché è precisa quando non dovrebbe…

In terzo luogo, la precisione non riguarda solo la correttezza e il rispetto: riguarda anche la profondità.

La vetta della Ruderer Spitze e la valanga del 21 marzo 2026 con le operazioni di soccorso

Ogni parola porta con sé un campo semantico preciso: scegliere la parola giusta significa cogliere una sfumatura, distinguere tra concetti simili ma non identici, affinare il pensiero stesso. In questo senso, il linguaggio non è solo uno strumento per esprimere idee già formate, ma un mezzo per formarle. Come suggeriva Ludwig Wittgenstein, i limiti del nostro linguaggio sono anche i limiti del nostro mondo: più il vocabolario è preciso, più il mondo che possiamo descrivere (e quindi comprendere) si amplia.

Dunque, usare la parola “gita” in un contesto scialpinistico non contribuisce a formare un corretto pensiero al riguardo dello scialpinismo, perché dimentica che questo è “alpinismo vero e proprio a tutti gli effetti”.

Alexander Frötscher

In un’epoca dominata da messaggi rapidi, abbreviazioni e comunicazione frammentata, l’attenzione alle parole può sembrare un lusso. In realtà è il contrario: è proprio quando il tempo è poco e l’attenzione è dispersa che la precisione diventa decisiva. Una parola scelta bene può evitare spiegazioni lunghe, prevenire errori, costruire fiducia ed evitare delusioni.

In definitiva, usare parole precise significa prendersi cura del proprio pensiero e degli altri. È un atto insieme intellettuale ed etico: rende la comunicazione più efficace, il pensiero più rigoroso e le relazioni più trasparenti. Non si tratta di parlare “meglio” in senso estetico, ma di parlare in modo più vero.

Ma tutto ciò si verifica ad una condizione: che la parola precisa sia anche “giusta”. La scelta lessicale diventa così una disciplina mentale: obbliga a distinguere, a definire, a non confondere piani diversi.

Martin Parigger, guida alpina

Questa esigenza diventa cruciale nei contesti in cui l’informazione guida decisioni in ambito scientifico, medico, giuridico, giornalistico. Ma anche guida decisioni in discipline in cui l’avventura e l’incognito giocano parti rilevanti. In questi casi, una parola imprecisa può produrre effetti concreti a volte devastanti. Parlare di “rischio elevato” invece che di “rischio moderato”, o usare “causa” al posto di “correlazione”, non è una semplice variazione stilistica: è una modifica sostanziale del contenuto informativo. Associare lo scialpinismo a un gioco è estremamente pericoloso oltre che diseducativo.

In conclusione, la preferenza tra una parola e un’altra è una scelta tra diversi modi di rappresentare la realtà. Quando l’obiettivo è informare correttamente, questa opzione diventa decisiva: da essa dipendono la chiarezza del messaggio, la qualità della comprensione e la fiducia di chi ascolta. Usare la parola giusta significa, in fondo, rispettare i fatti e chi li deve conoscere.

Non bisogna aver paura di andare contro a una tradizione, anche alla più radicata: in italiano le alternative alla parola “gita” associata allo scialpinismo sono più d’una: escursione, ascensione, salita. E qui invito il lettore a proporne altre. Non è un’impresa dappoco, perché si tratta di modificare il proprio e l’altrui pensiero al riguardo di quella che in realtà è la disciplina più pericolosa nell’intera gamma di ciò che si può fare in montagna.

Laura Santino, pallavolista

Nelle altre lingue
Ho voluto anche esplorare come altre lingue si pongono in questo problema specifico. Se in italiano si dice “gita di scialpinismo”, quali sono le espressioni usate in tedesco, francese, inglese, spagnolo, o anche nelle lingue slave? Solo per capire se anche nelle altre culture c’è questo significato ludico, che mal si accompagna con il significato seriamente “avventuroso” che ha invece l’alpinismo.

In inglese si usa ski tour o ski touring. Tour in inglese non è spensierato o ludico: indica semplicemente un’uscita/itinerario, anche impegnativi. Nessuna connotazione “leggera”: Tour può essere molto serio.

In tedesco si usa Skitour: qui valgono le medesime considerazioni fatte per l’inglese.

Laura Santino

In francese si usa randonnée à ski (o ski de randonnée). Randonnée significa escursione, ma non è per forza ludica, perché può essere anche lunga, impegnativa, alpinistica. Molto più neutra di “gita”, meno “giocosa”.

In spagnolo si usa travesía de esquí o esquí de travesía. Travesía richiama attraversamento, percorso. Più “avventuroso” che ludico, spesso associato a itinerari lunghi.
In sloveno izlet (che significa “gita”) non si usa con scialpinismo.
Anche wycieczka (“gita” in polacco) non si usa con scialpinismo.

In conclusione, è italiano l’unico caso in cui lo scialpinismo è associato a una chiara sfumatura ludico/ricreativa. Altrove si evita l’idea di “gita spensierata” e si preferisce un lessico neutro o tecnico, compatibile con il rischio e l’impegno.

Quando per lo scialpinismo non si parlerà più di “gita”? ultima modifica: 2026-03-24T05:01:00+01:00 da GognaBlog

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51 pensieri su “Quando per lo scialpinismo non si parlerà più di “gita”?”

  1. Pellata, pellatina o pellatona a seconda della difficoltà e dislivello. Qui nelle Alpi occidentali la “gita” di scialpinismo la fa solo più qualche scialpinista d’antan.

  2. Tizio va in falesia perché: ” li la sicurezza è a prova di bomba”.
    Qualcuno non ha mai visto nodi sbagliati, grigri passati a rovescio , soste evitate perché: “Azz , bisogna fare la manovra..”  ?
    Come ha detto Riki , potremmo anche ribattezzare la falesia “banalesia” , per via della sua relativa sicurezza, ma la gravità funziona anche li , e un errore ti ammazza anche li , a prescindere da come la chiami.
    Purtroppo mi è capitato di vedere scialpinisti morire su cime notoriamente non pericolose , anche per una mera questione di condizioni meteo che avevano glassato di ghiaccio pendii e canali che il ghiaccio vivo non lo vedevano mai.
     

  3. “Gita: lunga passeggiata o breve viaggio, prevalentemente a scopo turistico o ricreativo: una g. in campagna, al mare; fare una g.; andare in g.; organizzare una g.; g. scolastica, fatta da singole classi o da un’intera scolaresca; g. aziendale, organizzata da un’azienda per il proprio personale.”
    (cfr. vocabolario Treccani)

  4. io sono un conservatore, nel senso che detesto il cambio dei nomi in corso d’opera per motivi allogeni. “Le parole sono importanti” recitava quel film!
    Se uno nel 2026 non ha capito che sotto le valanghe si muore… non fatemi finire la frase!
    Disciamo che non accetto che un neofita si avvicini allo scialpinismo come se fosse sbarcato da Marte, ignaro della legge di gravità e delle sue conseguenze!
    E disciamo pure che spende 500 euro per il kit antivalanga (questo si che lo cambierei di nome!), si chiederà a cosa serve! E se non se lo chiede… piangeremo la dipartita di uno che vota diversamente da me (buona questa!).
    E il fatto di chiamare la gita diversamente non cambierà le cose, creerà solo più confusione (e amarezza per me). Perché di fatto è una gita. Rischiosa, ma se non succede nulla è una gita!
    Poi il tempo e la cultura aiuteranno a far virare l’accezione della parola verso un percepito più puntuale, che includa il concetto di rischio. Che secondo me è già presente nella stragrande maggioranza dei casi.
    Ricordo anche che purtroppo in molti degli ultimi incidenti sono stati coinvolti diversi professionisti, proprio a rafforzare la tesi che chi era li fuori, sapeva benissimo che la gita non è solo una gita!
    Come ho detto prima, mi è andata di stra-lusso, sono uno dei tanti sopravvissuti della mia generazione, lo ribadisco spesso. Ho fatto delle porcherie di cui il solo pensiero mi imbarazza (anche per colpa/merito degli articoli che leggevo sulle riviste!). 
    Ma se cambio il nome alle cazzate fatte in gioventù, non ne cambio il contenuto, cioè il rischio che ho corso!
    Riassumendo, se no non ne usciamo: sui contenuti siamo tutti d’accordo. Su cosa fare un po’ meno. Io penso che se bisogna spendere delle energie per condividere fattivamente quanto stiamo dicendo, e creare maggiore cultura, non le sprecherei per imporre/proporre un cambio di nome, ma in altre direzioni più remunerative in termini di conoscenza.  

  5. Enri…” Bisognerebbe fare capire alla gente” …non condivido per nulla questo atteggiamento… c’è gente che si riempie le mutande di tritolo con lo stesso proposito…..
     

  6. Bobby. Il lato oscuro della conoscenza e della confidenza può essere la famosa “overconfidence” che ha fregato molta gente. In montagna come in mare un po’ di paura e di diffidenza può salvarti la vita. Come in tante cose, oltre alla fortuna, e’ sempre un tema di equilibrio tra paura e desiderio. Nel lungo periodo se sopravvivi vuol dire che forse sei riuscito a trovarlo in qualche modo e sei stato anche fortunato ma in un singolo momento della tua esperienza di vita capita di squilibrarsi di qua o di là. Penso sia successo a tutti nel corso della “carriera”. Grazie alla fortuna e forse anche ad un pizzico di capacità siamo qui a parlarne. Sul tema specifico dell’uso delle parole, io sono d’accordo. Non si tratta di un fatto irrilevante e futile. Il linguaggio contiene l’esperienza dell’umanitaria, non a caso si dice “Nomen Omen”. 

  7. Non intendevo dire che il rischio è zero per un locale ed infatti anche le Guide a volte sono vittime. Ma in generale essere sul posto e del posto aiuta molto. E questo purtroppo moltissimi di coloro che partono dalle città non lo capiscono.
    Andare a fare una scialpinistica non è come andare in falesia ma a volte sembra di si.

  8. Fra l’altro, durante una gita ( o un escursione ) scialpinistica , prima o poi viene il momento di fare delle scelte ; se le scelte sono di carattere ” tecnico” ( quota , esposizione, venti prevalenti , accumuli,  ultime nevicate , temperature , lettura ( e comprensione ) del bollettino, allora si può impostare una discussione.
    Se invece la stima della sicurezza del pendio prende una direzione  “esoterica” , diventa più difficile maturare una competenza oggettiva , slegata dagli “ipse dixit” e dalla “mano calda” di chi guida il gruppo.
    Giusto dire che in montagna il rischio zero non esiste,  ma è veramente colpa del termine ” gita” o dei requisiti per partecipare, come spiega anche la matrice di Muster ?
     

  9. @ Enri
    In linea di massima si , ma spesso (Nelle ultime settimane:Pizzo Meriggio , Val Ridanna , etc. ) la guida alpina locale e i valligiani che conoscono a menadito l’itinerario, sono proprio fra le vittime delle valanghe.

  10. A parte il fatto di usare il termine gita o altro, a mio avviso bisognerebbe far capire alla gente che qualsiasi attività in montagna che abbia a che fare con neve, ghiaccio, ghiacciai è ancora piu pericolosa. E il pericolo aumenta se non si è in grado di leggere questi elementi. Cosa che riescono a fare molto meglio solo coloro che in montagna ci abitano. Perchè svegliarsi ogni mattina e vedere il pendio davanti, annusare l’aria, percorrere decine di volte quell’itinerario….. determinano la conoscenza dell’ambiente e quindi una maggior capacità di valutazione del rischio (che comunque rimane presente). Cosa che chi vive in città non acquisirà mai. So che molti qui non sono d’accordo ma per me rimane un punto chiave. Ovvio che chi abita in città può andare a fare le scialpinistiche, le cascate, le goulotte ma il rischio che corre è piu alto. Come minimo informarsi dai locali, avere nel gruppo un locale, una guida che sa cosa è successo negli ultimi 7 giorni. E perlomeno cercare di essere consapevoli della propria inconsapevolezza.

  11. La maggior parte degli esseri umani preferisce BUGIE RASSICURANTI A SCOMODE VERITÀ…..dissonanza cognitiva ….

  12. #38 Riky. Ma… proprio per “mettere in sicurezza gli utenti dalle bugie”!Quando tu sostieni che “cominceresti con il sospendere per un anno tutti i professionisti che usano la parola sicurezza per pubblicizzarsi” stai dicendo la stessa cosa che dico io per la parola “gita”. Francamente non capisco dove sia la differenza e perché nel primo caso sia giusto intervenire e nel secondo no.
    Possiamo scrivere mille articoli sui concetti di rischio e pericolo, fare conferenze e comizi, tenere diecimila lezioni ai corsi di scialpinismo: ma se poi accostiamo il tutto alla parola “gita” (che è quanto di più giocondo e illusorio possiamo esprimere) rendiamo il nostro lavoro assolutamente inutile. Perché è proprio in quel momento infatti che facciamo davvero “finta che in montagna non si possa morire”. Perché ci stiamo divertendo, no? Perché è un gioco, no? E’ una gita, cazzo, mica è la parete nord dell’Eiger…! Dire che lo scialpinismo è una “gita” sarebbe fare “corretta comunicazione”?Gita o non gita non è una questione di politically correct come nel caso del tuo esempio sul cancro, per il quale purtroppo (almeno allo stato attuale delle nostre conoscenze mediche) poco possiamo fare perché non ci colpisca. In un’ascensione scialpinistica molto possiamo fare per evitare tragedie, il che non avviene con una malattia grave.
    L’ostilità e l’indifferenza con le quali molti commenti qui presenti hanno accolto la mia piccola “crociata” mi convincono ancora di più che questo problema è proprio nodale, perché affonda le proprie radici nella convinzione che in fondo non possiamo (ma io direi “non vogliamo”) fare nulla per cambiare il nostro atteggiamento che si affida solo alla sicurezza “esterna” (app, meteo, esperienza tecnica) e che rimuove qualunque invito a guardarsi dentro, nella convinzione che il mondo naturale nulla abbia a che fare con noi, nell’attuale visione semplificatoria e meccanicistica della relazione ambiente-uomo.
     

  13. D’accordissimo con Franz del post #16. Già la nostra lingua aggiunge quell’ “-alp” o “-alpinismo” che altrove – in altre lingue – non c’è, anche se magari si sale sotto la funivia e si scende in pista, non credo sia utile andare a modificare il termine gita. Se salgo le Jorasses dalla normale posso dire di aver fatto “una gita sul Bianco”? Se è solo questione di pericolosità allora dovremmo anche cambiare il lessico quando affermiamo alla morosa di “andare a fare un giro in moto”, in auto o in bici… È la causa di morte più probabile! .Evidentemente a noi italiani piace usare i paroloni, come il titolo di Dottore ben insegna…

  14. @alessandro, assolutamente no! (relativamente alla “gita”)
    Se anziché dire “cancro” dico “una brutta malattia”, chi ce l’ha non si sente meglio o meno offeso o preso in giro, perché sa benissimo che il cancro se ne frega e fa il suo infido mestiere. 
    Magari se gli avessimo detto di non fumare o di non seppellire l’amianto nell’orto di casa, forse avremmo fatto qualcosa di più concreto che cambiare il nome alla sua malattia!
    Se anziché chiamarla “gita” (come si fa da almeno 50’anni) la chiamo “escursione pericolosa” o “ciccibucci” cosa cambia? Che ci prendiamo in giro col gioco dei sinonimi e del politically correct? Le valanghe non spariscono e la gente non le schiva come prima!
    Anziché educare sui concetti di rischio e pericolo, fare e promuovere una corretta comunicazione, continuiamo a far finta che in montagna non si possa morire e se accade dobbiamo per forza trovare un colpevole, e continuiamo (non io) a usare la parola “sicurezza” che a me da più fastidio di un insulto a mia madre.
    Perché almeno quello non ammazza nessuno!
    La parola “sicurezza” usata nei contesti della montagna non solo è offensiva per chi ha due nozioni di statistica, ma è soprattutto falsità intrinseca. 
    Una gravissima bugia che porta solo alla morte.
    Gita? Ma si, che cambia?
    Sicurezza? Il cancro, non “una brutta malattia” della comunicazione degli ultimi anni.
    Io comincerei con il sospendere tutti i professionisti che la usano per pubblicizzarsi per un anno.
    Così mettiamo “in sicurezza” gli utenti dalle bugie!

  15. Almeno al 32 qualcuno ha chiarito la cosa in termini tecnici.
     
     
    La parola gita a me personalmente non fa pensare a una cosa facile e sicura. Basta dire gita difficile o/e gita pericolosa che uno, a meno che non sia idiota, capisce di cosa si tratta.
    Io comunque continuerò a dire gita. Vi voglio bene.

  16. Cari 33 e 35 sara’ anche un panegirico ma stiamo dicendo la stessa cosa. Non vi sembra che usare la parola gita significhi appunto che e’ una cosa che si fa in tutta sicurezza?

  17. @31 Esegari la portata delle mie considerazioni che, riguardando il tema in generale (ho scritto più volte che NON faccio mai riferimento a questo caso di specie). Non è che devi stare sempre e solo a casa. Si deve andare con molto acume (oggi ne vedo pochissimo in giro) e tantissima prudenza (idem). Parlo in generale, non voglio entrare nel merito del caso di specie.

  18. Mi sembra un panegirico sulla parola gita come se cambiare una parola portasse ad un cambiamento di mentalità. 
    Non sarebbe meglio focalizzare il pensiero su ciò che è il problema diretto e non ciò che lo indica indirettamente ? 
    Per quanto mi riguarda il problema è comunicare che la montagna è sempre rischiosa mentre invece viene spesso fatto passare il concetto ‘andare in montagna in sicurezza’. 
    Lo vediamo sui social dove l’influencer di turno si premunisce di kit ferrata perché in montagna si va in sicurezza, lo fanno le guide alpine quando vengono pubblicizzate come sicurezza in montagna, lo fanno purtroppo indirettamente giornali e soccorso alpino quando in seguito ad un incidente si focalizzano sulla mancanza di attrezzatura o al contrario sul fatto che le persone coinvolte fossero attrezzate come se questo fosse garanzia di sicurezza e quindi ci fosse un modo sicuro di andare in montagna. 
    Tutta la comunicazione che riguarda la montagna sembra vendere una montagna sicura, mentre invece bisognerebbe comunicare una montagna intrinsecamente insicura in cui c’è sempre la possibilità di farsi male e con la giusta esperienza si può solo diminuire il rischio. 
    Ma dubito che i soggetti coinvolti abbiano voglia di cambiare narrazione. 

  19. “Il motivo è stato quasi sempre il cosiddetto Altschnee problem, ‘il problema della neve vecchia’ tradotto letteralmente, conosciuto anche nel mondo dello scialpinismo come “neve a lastroni” (Schneebrett). La neve caduta a inizio inverno si è gelata, per molte settimane non ne è caduta altra, le nevicate di fine stagione non si sono consolidate con quella ‘vecchia’ e così i casi di distacco.”Ma porca miseria, scrivete un articolo divulgativo…. Un minimo di chiarezza.Non è affatto così!Il problema della neve vecchia è causato da lunghi periodi asciutti, con poca neve al suolo e freddo intenso. La neve al suolo si trasforma per metamorfismo costruttivo in cristalli angolari, totalmente slegati gli uni dagli altri, in pratica un letto di fragilissime sferette sopra le quali qualsiasi cosa arrivi dopo (le nuove nevicate) vi scivolerà sopra.
    ESATTAMENTE quello che è successo in Val Ridanna
    Il c.d. “lastrone” si riferisce alle caratteristiche dell’ultimo strato sommitale, e si usa quando la neve è in grado di trasmettere gli sforzi, quando si comporta come fosse una lastra unica (e fragile).
    Per una valanga di neve asciutta, con distacco lineare, servono:- lo strato di scorrimento, e questo PUO’ essere costituito dalla “neve vecchia”, ma ci sono altre opzioni- neve con coesione, capace di trasmettere gli sforzi (il lastrone)- pendenza

  20. @Da Crovella 21: “per questo motivo ritengo che nelle uscite scialpinistiche occorra disporre di margini di sicurezza e prudenza ancora maggiori del passato e sicuramente maggiori di altre discipline praticabili in montagna. Occorre sapersi “contenere” e addirittura saperlo fare fino al saper rinunciare totalmente.”
    Inappuntabile e indiscutibile. Però nel caso specifico di questa tragedia, io vorrei davvero capire una cosa (non è una domanda retorica, chiedo proprio a chi ne sa di più): un atteggiamento come quello suggerito sarebbe davvero stato in grado di impedire di restare sotto la valanga? E se sì, in base a quali criteri, che avrebbero dovuto apparire evidenti ai “gitanti” e invece sono stati ignorati? Perché rischiamo di metterci su un pericoloso piano inclinato, e concludere che la chiave delle sicurezza nello sci-alpinismo consiste nel restare sempre a casa…

  21. @29Per qualche ragione nei tribunali si ricerca un :”determinismo” sulle cause della sciagura , che è spesso assente ; e a volte sono così stupidi che andrebbero a sanzionare per il presunto “grossolano errore” anche i tecnici del servizio valanghe di Aineva , che avevano previsto per quel giorno un pericolo solo 2-“moderato” .Un ottusità simile si registra in chi vorrebbe incriminare chi ha attrezzato una via dopo ogni incidente in cui sulla stessa viene via un chiodo con lesioni conseguenti.

  22. C’è una frase in questo articolo che mi induce alla rabbia: “Dunque, quasi mai è giustificato parlare di “fatalità”, anche nel quadro attuale di sempre maggiore popolarità dello scialpinismo e dello sci fuoripista.”. Serve davvero, in uno scritto di un uomo di montagna, dare un assist di questo tipo a una magistratura già giustizialista, sempre con il coltello fra i denti e ringalluzzita dal malaugurato successo nel referendum? 

  23. Mah… non ho detto che, ora, la problematica delle valanghe sia SOLO responsabilità delle conseguenze del cambiamento climatico…Piuttosto intendo dire che, negli ultimi 10 anni circa, spesso mi è capitato di non poter “collegare” i comportamenti attuali del manto nevoso con gli schemi codificati nella prima ondata della nivologia (almeno in termini di sistematica diffusione nelle scuole di scialpinismo), roba che risale agli anni Ottanta… Ergo occorre tenere le orecchie aguzze anche da parte dei cosiddetti “esperti” che hanno consumato le loro notti a studiare quei manuali e molte delle ore ore in montagna a fare profili e vari test… Se questa mia conclusione vale per cosiddetti esperti (istruttori ecc), figuriamoci per che è giunto alla montagna “solo” negli ultimi tempi…
     
    Ergo: prudenza raddoppiata! Ovvero freno a mano tiratissimo! E invece vediamo ondate di persone che, in nome dell’appagamento ludico, vanno a briglia sciolta… Beh, non c’è da stupirsi se la correlazione fra questi due fenomeni antagonisti si traduca in numerosi incidenti…

  24. ritorniamo al solito discorso: la scienza ci sta offrendo dei parametri per valutare mediamente il rischio valanga, ma l’elefante in salotto che tutti fanno finta di non vedere è sempre lo stesso. 
    E cioè che una previsione e una valutazione PUNTUALI con gli strumenti di oggi è pressoché impossibile e quasi uguale a quelle di 40’anni fa. 
    Perché è impossibile (oggi) mettere insieme tutti i fattori innescanti e avere una mappa di valutazione del rischio.
    Prova ne è che rimangono coinvolti istruttori delle guide durante i corsi.
    Perché?  Perché siamo realisti: se siamo liberi per fare il corso (la gita) la domenica, andiamo la domenica. Blablabla, una volta arrivati al parcheggio non torniamo indietro, magari scegliamo quella meno pericolosa… ma non torniamo indietro. 99 volte su 100 va bene, 1 volta va male.
    Le finché ci sarà la gravità, le valanghe cadranno. Finché ci sarà un sacco di gente a fare gite, qualcuno ci rimarrà sotto. 
    Io comunque sono stato molto bravo (traduzione: mi è andata di culo in maniera esagerata, come a quasi tutti quelli che scrivono).
    Sarebbe interessante avere una serie storica degli incidenti per frequenza. (incidenti/giornate di pratica dello sport)
     

  25. Ma era proprio necessario andare a masturbare il lessico – gita – per scrivere qualcosa di diverso su che cosa è lo scialpinismo?

  26. Quando in Marmolada qualche anno fa ci fu quel grosso distacco qualche “esperto” disse grazie alle nuove tecnologie quadri incidenti in futuro non succederanno più e qualcuno rispose ….forse è proprio a causa delle nuove tecnologie che succedono questi disastri…..
    Al solito apocalittici vs integrati

  27. La neve cambia continuamente. È inutile dare responsabilita al cambio climatico, anche se indubbiamente esiste. Ogni valutazione va fatta sul campo in tempo reale e non per schemi legati a tradizioni e consuetudini. Con la neve non si scherza.

  28. Concordo con quanto scritto nell’articolo, e aggiungo un commento rafforzativo dal mondo della scuola.
    La “gita scolastica” esiste solo nei nostri amarcord: “viaggio d’istruzione”, “uscita didattica” vanno bene, ma la “gita” si fa di domenica, non le si sacrifica un giorno di apprendimento in classe. Nella mia scuola va così, e chi dice inavvertitamente “gita” viene ripreso. Non sanzionato eh, ma ripreso si.

  29. @21 Sul finale leggere: …anche se si trattasse “solo” di denuncia civile…

  30. Le mie riflessioni sono incentrate sulla tesi di Gogna che è ormai “sbagliato” chiamare “gita” una uscita di scialpinismo, tesi che ho fatto anche mia da parecchio tempo, per le sue stesse argomentazioni e per le tante implicazioni che tale presa di coscienza comporta. Non mi riferisco ai morti di questi giorni raccontati nell’articolo. Mi pare che se leggi meglio i miei interventi non facciano nessun riferimento al fatto specifico di cronaca, ma mi riferisco a un generale approccio “giulivo” emerso da circa 20-25 anni nell’andar in montagna, un errore trasversale a tutte le discipline, ma che rilevo esser molto più accentuato nello scialpinismo. In tale disciplina si scontrano paradossalmente l’esigenza di “appagamento ludico” (vedi commento 16) e all’opposto la caratteristica che lo scialpinismo è la più insidiosa delle discipline che si svolgono in montagna. Chi ha la mentalità alpinistica e si impegna in uscite con gli sci trasporta la mentalità alpinistica anche a queste ultime. L’appagamento ludico è figlio del predominio della componente sciistica su quella alpinistica anche nello scialpinismo (non a caso, oggi, si parla di Skilap). Ed è un elemento molto pericoloso, il prologo di quasi tutti gli incidenti da 15 anni circa in qua.
     
    Sono anche io arci convinto (da sempre) che le valanghe abbiano una corposa com’ponente di “imprevedibilità” e lo sono ancor di più da circa 10-15 anni, cioè da quanto ho la sensazione che il riscaldamento globale abbia “modificato” i normali meccanismo di assestamento del manto nevoso, quelli studiati dalla prima ondata della nivologia (40 anni fa circa). Ora ci stiamo muovendo su un manto nevoso che è “diverso” rispetto a 30-40 anni fa e quindi ancor più imprevedibile e insidioso.
     
    per questo motivo ritengo che nelle uscite scialpinistiche occorra disporre di margini di sicurezza e prudenza ancora maggiori del passato e sicuramente maggiori di altre discipline praticabili in montagna. Occorre sapersi “contenere” e addirittura saperlo fare fino al saper rinunciare totalmente. Invece leggi la cronaca dei vari i incidenti (parlo in generalem non faccio nessun riferimento specifico…) e magari scopri che il bollettino in quella zona per quel giorno dava 4 o addirittura 5 e la gente ci è andata lo stesso. Se “sragioni” cos’, travolto dall’esigenza di appagamento ludico, è chiaro che cammini sul filo del pericolo… basta un piccolo nonnulla e patatrack
     
    (Cmq gli scialpinisti colpevoli del distacco nelle scorse settimane sono stati “denunciati” dai Carabinieri. visto che si sono mossi i Carabinieri (e NON gli amici travolti) a me pare più probabile che si tratti di denuncia penale, ma anche se fosse “solo” una denuncia giuridica, sempre rogne sono… Altro che appagamento ludico: vai a fare una “gita” in sci con gli amici e te ne torni a casa con una denuncia sul groppone… Bella sudisfa…)

  31. I commenti precedenti non tengono conto del fatto che una delle vittime era una guida alpina ultrasessantenne del posto, molto esperta e preparata. Non credo che sarebbe andato lì con clienti se solo avesse stimato la presenza di un concreto rischio valanghe.  Credo che si sia trattato di pura fatalità, atteso che il rischio zero in montagna non esiste mai.  

  32. Io prenderò cioca per broca  ma il nesso fra le denunce penali ( ci dono anche quelle civili, caro giuricostituzionalista? Gia ma tu sei uno di quelli che sctive anche reato penale… 😃) e il fatto descritto nell’articolo? resta il fatto che il pontificare a caso ( ma puoi anche sostituire la s con due zeta) su cannibali a ogni fatto di cronaca e fuori è condotta banalmente becera.

  33. Sono pressoché astemio e soprattutto non amo bere vino, per cui non c’è alcun fiasco da posare. Piuttosto dovresti aggiornarti e smerigliati le sinapsi che, come al solito, hai preso “cioca per broca”.
     
    Le mie considerazioni sui cannibali hanno portata generale sulla fauna che frequenta la montagna e non specifiche su chi ci lascia la pelle. Sono anni ed anni le che le spongo, occorre ancora precisarlo? Siete ben duri di comprendonio!
     
    E’ inoltre fatto di cronaca che, nelle scorse settimane in area lombarda, sono scattate delle denunce penali (dei Carabinieri) a carico di scialpinisti che hanno fatto partire delle valanghe sommergendo altri presenti, alcuni dei quali loro compagni di gita. Che farà la procura? Magari archivia, ma le denunce ci sono eccome e sono state riportate da quotidiani locali (nota: nessuna vittima fra i coinvolti, alcuni però “feriti” e ricoverati in ospedale).

  34. “. Il punto è che assistiamo al “rifiuto”, anzi addirittura alla ribellione, verso il concetto di farsi educare dagli esperti” 
    aldilà del fatto che trovo di pessimo gusto dare del cannibale e sostanzialmente del coglione ha chi ha lasciato la pelle sotto una valanga, vieppiù senza plausibilmente saper nulla dell’evento,  io ricordo un insegnamento fondamentale che mi è stato trasmesso al corso per tecnici  di elisoccorso negli ormai purtroppo lontani anni 90 da uno che in montagna ci andava davvero (tal Franco Garda) e che non è lontano da quel che dice anche Cominetti, ovvero che la valanga non lo sa che sei esperto.
    quindi emerito Crovella, come sempre, posa il fiasco. 
    Che di scemenze in tema di giustizia e valanghe hai in questi giorni saturato il web  🙂

  35. Credo che l’unica lingua in cui la parola sci è associata all’alpinismo (sci-alpinismo) sia l’italiano, che io sappia. In francese “skirando” o più propriamente “ski de randonnée”, in anglosassone “backcountry ski”, in tedesco “skitouren” … Termini che a me ricordano più sci ed escursionismo ed in effetti devo dire che la maggior parte degli scialpinisti quello fa. Per me parlerei di scialpinismo quando tiro fuori dallo zaino picca e ramponi, non dico una corda, ma almeno i ramponi. Vuole essere una benevola provocazione, intendiamoci, però però però…
    Per cui “gita” lo trovo appropriato, anche perchè nel 90% dei casi si cerca un appagamento ludico più che un ingaggio da lotta con l’alpe, e non lo vestirei di connotazioni negative. 
    Poi bastasse risolvere un problema etimologico per evitare i pericoli delle montagne, allora vabbè.

  36. Anche io sono per una montagna frequentata con il massimo della consapevolezza e, coerentemente con questa visione, sono stato istruttore attivo per decine di anni (oggi sono Emerito, ma concettualmente sempre così penso). per cui penso di aver dato il mio contributo a cercare di render consapevoli i frequentatori della montagna, specie innevata. Il punto è che assistiamo al “rifiuto”, anzi addirittura alla ribellione, verso il concetto di farsi educare dagli esperti. Si va in mo0ntagna come viene, ognuno vuole fare quello che gli passa per la testa in quel momento. E se segnali che tutti questi devono “imparare,  ti mandano a quel paese. Quindi quello che mi irrita non è tanto l’iniziale mancanza di consapevolezza (“nessuno nasce imparato”…), ma la riottosità nell’acquisire. E’ questo punto preciso, in ultima sintesi, il concetto di cannibale, almeno come uso io il termine (che cmq ha una molteplicità di risvolti, difficile trasmetterli tutti). Ebbene di fronte alla riottosità, che rende “irrecuperabili i cannibali, qualsiasi meccanismo che scremi il loro accesso ai monti mi va benissimo: dalla montagna spartana e scabra, al patentino, all’interruzione del soccorso per 5 anni… Diciamo che applicando un mix di meccanismi si amplia il più possibile la platea di cannibali o fermati dall’accesso ai moneti o “educati” (magari forzatamente, ma alla fine  “educati”) grazie all’obbligo di prendere il patentino.

  37. A me sembra una perdita di tempo come il cambiamento di scovazzino in operatore ecologico, cieco – non vedente e cosi via. Tante ciacole e poche fritole si dice da noi…

  38. Io tutte queste certezze, sul fatto che fossero “cannibali”, “poco esperti”, “troppo sicuri perché muniti di artva” onestamente non le ho. Ma forse ho troppa poca esperienza e quindi mi son chiesto se avessi scelto quella gita e se fossi stato in grado di valutare correttamente quel pendio.

  39. Non sono ancora riuscito a capire se tu vuoi più montagna per pochi tramite il taglio di soccorsi e infrastrutture o per la via legale di patentini, certificazioni e azioni legali.

    Una combinazione di entrambi Matteo.
    Aggiungerei anche tramite azione preventiva per identificare e segnalare i “cannibali”. Vero Crovella?

  40. Ma che senso ha cambiare un termine?
    Comunque io ricordo il socio che all’uscita della via degli inglesi in Badile se n’è uscito con “bella gita ma un po’ lunghetta!”, da allora le mie sono tutte gite.
     
    “Ho ravvisato che stanno scattando denunce penali …forse la “certezza della bastonata in tribunale” potrebbe agire come deterrente”
    Non sono ancora riuscito a capire se tu vuoi più montagna per pochi tramite il taglio di soccorsi e infrastrutture o per la via legale di patentini, certificazioni e azioni legali.
    Io invece sarei per montagna più consapevole e basta.

  41. Ottimo e interessante articolo, che riporta molti elementi utili, non presenti negli articoli dei quotidiani che ne hanno parlato.
     
    Un saluto

  42. Per me possiamo anche chiamarle “Pasquale” le gite di skialp (in particolare quelle … primaverili 😜).
    Nulla cambia rispetto alle conoscenze necessarie per valutare la sicurezza dell’itinerario scelto.

  43. Se crediamo di limitare il numero di decessi da valanga cambiando il nome da gita a escursione, stiamo freschi.
    Anzi: stiamo (io no) a casa, che è meglio, vá.

  44. Concordo pienamente con l’articolo: la distinzione tra ‘gita’ ed ‘escursione’ è fondamentale e riguarda trasversalmente ogni attività montana, non solo lo scialpinismo. In qualità di Accompagnatore Nazionale CAI, mi impegno costantemente a trasmettere agli allievi il valore terminologico e concettuale di questa differenza. Ti ringrazio per la riflessione, che mi offre nuovi e preziosi spunti per approfondire l’argomento durante i corsi.”

  45. Quindi ben venga la “crociata” per abrogare il temine “gita” nello scialpinismo: la appoggio in pieno e ho già applicata nei miei scritti e nella mi attività divulgativa e didattica. Purché, all’atto pratico, non sia solo una questione di forma espressiva. Se la gente si abitua a ragionare diversamente nei contenuti, il termine che si usa è quasi indifferente. Se invece, pur cancellando il termine “gita”, la gente continua ad approcciare la montagna “da cannibali”, le cose non cambiano. Cmq, un tentativo di e-ducare (e-ducere, cioè condurre fuori dall’ignoranza…) i cannibali è doveroso e da “istruttore” non mi sottraggo al compito, pur gravosissimo. Però sono poco fiducioso slul’efficacia. Cannibali ce ne sono sempre stati e sempre ce ne saranno: il problema NON è la loro esistenza, ma il loro numero strabordante. Il fatto è che l’esplosione numerica dei praticanti di scialpinismo degli ultimi 2-3 decenni è fondamentalmente costituita da cannibali o cmq da gente che ragiona in quel modo…

  46. Sono un appassionato trasversale di tutte le discipline che si praticano in montagna (almeno… delle discipline “tradizionali”, molte recenti non mi “acchiappano”), ma la mia matrice storica e ideologica è scialpinistica. per varie ragioni persona-familiari troppo lunghe da raccontare e qui irrilevanti. quindi “so” bene di cosa si parla. E’ vero che nel linguaggio spicciolo degli scialpinisti italiani si è sempre usato il termine “gita” per indicare un’uscita di scialpinismo. A volte anche nei suoi diminutivi/vezzeggiativi, come “gitozza” o “gitina”, o nei suoi superlativi, come “gitona”, per indicare rispettivamente una piccola escursioni invernale, o una mega uscita, magari primaverile in alta quota, con finale alpinistico. Ebbene nonostante questo uso distorto, nei decenni passati si poteva usare il termine “gita” perché l’assioma di fondo è sempre stato “lo scialpinismo è la disciplina più insidiosa che si pratica in montagna”. ovvero si usava il temine “gita”, ma nessuno lo caricava del significato di “scampagnata”. per cui si facevano le cose “a puntino”, come nella preparazione e conduzione di un’ascensione alpinistica. Il grande cambiamento è avvenuto dopo il 2000, progressivamente, con nuove generazioni che approcciano lo scialpinismo (o, meglio, quello che dovrebbe essere lo scialpinismo) con una leggerezza che prima non esisteva. E’ ormai uno sport, e come tale lo si pratica dando per scontato che non ci sia differenza rispetto ad una corsa in un prato cittadino. Ecco che il termine “gita” cambia completamente importanza: è vero che oggi dicono “gita” e lo usano in termini di “momento ludico e spensierato”. Ma la montagna è sempre severa, anzi secondo me lo scialpinismo è diventato perfino più insidioso di un tempo, perché il riscaldamento globale ha comportato dei cambiamenti nei meccanismo di assestamento del manto nevoso. Di conseguenza occorre un approccio ancor più severo e rigoroso di un tempo. Invece assistiamo a una sbracamento generalizzato. Questo trend, profondamente correlato con il vistoso aumento numerico dei praticanti, è il prerequisito del gran numero di incidenti. purtroppo ogni appello alla prudenza viene disatteso. non so bene cosa proporre. Ho ravvisato che stanno scattando denunce penali per chi stacca una valanga e fa finire sotto altre persone, compresi i proprio amici/compagni fi giornata. Forse la “certezza della bastonata in tribunale” potrebbe agire come deterrente, chissà…

  47. Anche il numero di persone sullo stesso pendio è un fattore di cui si parla poco …..cosa che si potrebbe gestire già al parcheggio…. aimé 

  48. Probabilmente,  riducendo l’illusione di poter sopravvivere ad una valanga avendo arva pala e sonda e peggio zaini con airbag, le cose cambierebbero: meno sprovveduti si avventurerebbero in gite mortali.
     

  49. Il problema della neve vecchia c’è sempre stato e le stagioni meno abbondanti di precipitazioni sono sempre state quelle che hanno fatto più morti per valanghe. “Intanto c’è poca neve” si sente dire… 
    Non voglio assolutamente sminuire chi studia neve e valanghe, sia chiaro, ma vorrei sottolineare che tante conoscenze teoriche non ci mettono al riparo dalla neve che slitta a valle. Servono pratica e rispetto. Le valanghe devono farci una paura fottuta perché sono subdole e complicatissime da capire. Meglio evitarle. 
    Detto così sembra una cazzata eh!?

  50. Più che dissertare sull’uso della parola gita mi soffermerei sulla considerazione di elementi tecnici e psicologici che vanno assolutamente considerati nella pratica dello scialpinismo.
    La conoscenza della neve e del suo comportamento non sono la stessa cosa! I cosiddetti esperti (di neve, non di scialpinismo) altro non sono che dei ricercatori che scoprono sempre più aspetti della neve. Le analisi del distacco di valanga portano a scoprirne le cause e a redarre schemi, diagrammi e tabelle che indubbiamente aumentano i dati sulla conoscenza dell’elemento neve.
    Allo scialpinista serve il potere prevenire un distacco e, secondo me, in questo altro campo, i mezzi di prevenzione sono gli stessi di quando ho iniziato a praticare lo scialpinismo negli anni ’70.
    Il muoversi sulla neve, specialmente in salita, riserva  ancora un alto grado di fatalità,  per cui, la fatalità, non si combatte con l’acquisizione di una grande mole di dati tecnici e prove di laboratorio, ma con la rinuncia generata dalla paura. Quanta più paura ci faranno le valanghe, tante rinunce a gita in corso, ci salveranno la pelle. E non sto semplificando ma sto rendendo pratico un credo che sempre più si affida a dati teorici, codici (i bollettini), dispositivi di sicurezza (artva, airbag, avalunch, gps, casco, ecc) e procedure di valutazione che non possono portare lo scialpinismo alla stregua di una partita di curling. Una falsa sicurezza, indotta da tutti gli elementi che ho citato, ci può solo mettere nei guai.
    Conosco esperti in neve e valanghe con cui non farei una gita scialpinistica impegnativa (aggettivo che se aggiunto al sostantivo “gita” mette subito in chiaro le cose) per nessuna ragione al mondo meno quella in cui io sono la guida e lui/lei il cliente che mi paga.
    E anche così la fatalità resta in agguato e allora si rinuncia a quella determinata gita facendone un’altra meno problematica. È l’unica salvezza e comunque non è abbastanza. 

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