L’aggressione israelo-statunitense in corso contro l’Iran sta trascinando anche il Kurdistan iraniano (Rojhelat) in una spirale di guerra senza fine. Ma il movimento curdo sembra in grado di non farsi intrappolare nell’ennesima guerra fratricida. E al tempo stesso di non rinunciare a battersi per l’autogoverno del proprio popolo, tanto contro la teocrazia di Teheran quanto contro la tecnocrazia di Washington e Tel-Aviv.
Un solo amico, le montagne… anche in Iran
(i curdi nell’epicentro della terza guerra mondiale)
di Daniele Pepino
(pubblicato su Nunatak, n. 81)
Vienna, 13 luglio 1989. Nel corso di un incontro segreto tra funzionari del governo della Repubblica Islamica d’Iran e la leadership del Partito Democratico del Kurdistan d’Iran (PDKI), viene assassinato a colpi di pistola Abdulrahman Gassemlou, segretario generale del PDKI, recatosi nella capitale austriaca in cerca di una soluzione diplomatica e pacifica al conflitto curdo-iraniano.
Berlino, 19 settembre 1992. Tre anni dopo, in un agguato al ristorante greco Myconos è l’intero vertice del PDKI – tra cui il segretario generale Sadegh Sharafkandi, successore di Gassemlou – a cadere sotto il piombo di un commando formato da agenti segreti iraniani e da libanesi di Hezbollah. La delegazione del partito curdo-iraniano era in Germania per partecipare – come osservatore – ai lavori dell’Internazionale Socialista.
Sono solo due degli innumerevoli episodi che raccontano la guerra – aperta e sotterranea – che lo Stato iraniano conduce da decenni – in patria e all’estero – contro i propri dissidenti, curdi in questo caso. Ma qual è la storia del movimento di liberazione del Kurdistan iraniano e quali sono le forze che combattono tutt’oggi nel Rojhelat, cioè nel Kurdistan orientale, cioè in Iran? È, ovviamente, una storia lunga e complicata, non basteranno queste poche pagine a raccontarla. Ma per capire quello che sta accadendo oggi, qualche cenno occorre farlo. Anche perché, tra le quattro parti del Kurdistan occupate da Turchia, Iran, Iraq e Siria, quella iraniana è forse quella meno conosciuta dalle nostre parti; e perché nell’attuale spirale di guerra il Rojhelat sta tornando al centro della scacchiera, e il poco che i media ci raccontano è, generalmente, falso.
Il Rojhelat e l’effimera “Repubblica di Mahabad”
“Rojhelat”, in lingua curda, significa “levante” o “oriente” (letteralmente “sole – roj – che viene, che sorge”), così come “Rojava” significa “occidente” o “ponente” (“sole che va, che tramonta”). Si usa quindi per indicare la parte orientale del Kurdistan, quella attualmente nei confini della Repubblica iraniana. È una divisione che risale al 1639 quando l’Impero turco ottomano e quello persiano safavide, con il Trattato di Zuhab, fissarono la frontiera tra i due regni sulla catena dei monti Zagros, abitata dai curdi, e che da allora segna quello che è all’in- circa ancora oggi il confine tra l’Iran, da una parte, e l’Iraq e la Turchia dall’altra. Nonostante lo smembramento e tutti i problemi che ha portato con sé, la frontiera non ha mai separato veramente i curdi dei due versanti, che hanno preservato nei secoli una continuità culturale ed economica “transfrontaliera”. Una comune identità che, in particolare nei momenti di debolezza degli imperi, si rafforzava dando origine a periodiche agitazioni tribali contro i poteri centrali.
Ma fu soltanto in seguito alla Seconda guerra mondiale che ebbe origine, a Mahabad, il primo – seppur effimero e limitato – esperimento di autogoverno curdo con una rivendicazione di “unità nazionale”. Nel 1941, Gran Bretagna e Unione Sovietica avevano invaso la Persia e deposto lo scià, creando nel Paese un vuoto di potere che favorì il protagonismo del movimento curdo, ancora fortemente legato alle élite tradizionali e ai loro interessi tribali, ma già influenzato dalla circolazione di idee socialiste e di aspirazioni nazionali. Da questo movimento nacque, nel 1945, il Partito Democratico del Kurdistan Iraniano (PDKI), guidato da Qazi Muhammad, e l’anno dopo, nel gennaio del 1946, l’esperimento passato alla storia come “Repubblica di Mahabad”. Fu un’esperienza breve, maturata nel caos e nell’instabilità dell’immediato dopoguerra, e che finì undici mesi dopo, con il ritiro dell’Armata Rossa e delle forze angloamericane dal Paese, e il ritorno del potere centrale. Percependo il cambiamento nei rapporti di forza, le componenti più conservatrici e i possidenti curdi, gli aghà e gli shaykh locali, abbandonarono il campo e riconsegnarono le terre al governo dello scià, condannando la repubblica all’isolamento e alla repressione.
Malgrado la sua brevità, la “Repubblica di Mahabad” rappresenta un evento fondante nella storia moderna del popolo curdo, con un grande valore simbolico non solo per la parte iraniana. Militanti, intellettuali, combattenti, conversero a Mahabad da tutte le parti del Kurdistan per contribuire alla sua amministrazione, alla sua difesa, alle iniziative sociali e ai dibattiti politici e culturali che vi fiorirono. Qazi Muhammad, leader del PDKI, assunse il ruolo di presidente, mentre Mustapha Barzani, leader tribale giunto dall’Iraq con un seguito di duemila uomini in armi (peshmerga) – dopo un fallito tentativo di rivolta in Başur (sud del Kurdistan, nord Iraq) – costituì la forza di difesa militare. È in questi frangenti che nacque anche il PDK iracheno, tutt’oggi guidato dal clan Barzani, inizialmente come una emanazione del PDKI iraniano ma che poi come vedremo prenderà strade molto diverse. Con la fine della guerra, gli Stati Uniti individuarono nell’Iran dello scià uno dei baluardi (insieme alla Turchia) dell’anticomunismo nell’area, e con il ritiro dell’Armata rossa le truppe iraniane rioccuparono il Rojhelat. Tutti i partiti e le organizzazioni vennero sciolte, la lingua curda proibita, e il 17 dicembre 1946 l’esercito entrò a Mahabad massacrando le residue forze di resistenza popolare e giustiziando i leader dell’esperimento repubblicano.
Lotta di classe, liberazione nazionale, scontri fratricidi
Negli anni ’50 e ’60 il movimento nazionalista curdo, fortemente indebolito, rimase sottotraccia e il conflitto nella regione assunse il carattere di un aperto scontro di classe tra i contadini impoveriti e i latifondisti locali, i possidenti curdi che collaboravano con la monarchia e si erano impadroniti delle terre comuni e delle piccole proprietà.
In un dilagante ciclo di lotte contadine -fatte di riappropriazioni e occupazioni di terre – fu più che altro protagonista il Partito Tudeh (“delle masse”) di impostazione comunista filosovietica, mentre il PDKI rimase fiaccato dalle sue ambiguità e contraddizioni interne: una parte del partito stava coi contadini, un’altra con le élite terriere, così perdendo gran parte del suo appoggio popolare e della sua base sociale.
Nel 1953 un golpe militare – sostenuto da Stati Uniti e Gran Bretagna – depose il primo ministro Mossadeq, colpevole di voler promuovere riforme sociali, nazionalizzare l’industria del petrolio, e smarcarsi dal controllo coloniale angloamericano. Il golpe inaugurò anni di “terrore bianco” che repressero nel sangue le forze di sinistra e il movimento contadino del Kurdistan.
Le forze della resistenza curda – anche in seguito al ritorno di Barzani dall’esilio iraniano – spostarono il loro baricentro in territorio iracheno, in particolare dopo la “rivoluzione panarabista” che nel 1958 pose fine alla monarchia hascemita in Iraq. Nel 1961 iniziò un movimento insurrezionale che durerà una quindicina di anni, e che vedrà un iniziale fronte comune tra le forze curdo-irachene e quelle curdo-iraniane per la lotta armata nei due Stati contro i rispettivi governi, in cui le montagne da una parte della frontiera fornivano terreno di supporto e retrovie logistiche per la guerriglia dall’altro lato, e viceversa. Ma questa fase di solidarietà e lotta comune non durò molto, inaugurando decenni di fratture nel movimento fomentate dalle influenze dei poteri regionali e internazionali. Per rompere il fronte curdo, il regime dello scià incominciò a fornire supporto al PDK di Barzani in Iraq, il quale accettò il sostegno militare iraniano e si inoltrò così sullo scivoloso piano della dipendenza da uno Stato straniero.
E le conseguenze di questo sostegno non tardarono a manifestarsi. Già da metà- anni ’60 il supporto economico e militare dell’Iran – e di Israele e Stati Uniti, decisi a indebolire il governo repubblicano e “anticoloniale” di Baghdad – incassò la sua nefasta contropartita. Una parte dei curdi iraniani proseguì la collaborazione con Barzani accettando di interrompere la lotta contro lo scià in casa propria; un’altra parte – tra cui la sinistra del PDKI – rifiutò questa collaborazione e, tra il 1966 e il 1968, riprenderà la lotta armata in territorio iraniano, costituendo nuovi comitati rivoluzionari e scatenando un’insurrezione che durerà un anno e mezzo sui monti di Mahabad, Baneh e Sardasht. Il PDK di Barzani – ormai satellite delle politiche di Teheran, Washington e Tel-Aviv – arriverà a combattere apertamente le forze curdo-iraniane decise a proseguire la lotta per l’autodeterminazione, giustiziandone i dirigenti o consegnandoli alla polizia dello scià.
La guerra fratricida che contrappose gli interessi dei movimenti curdi iracheni e iraniani è un esempio lampante delle trappole create dalla dimensione transnazionale della questione curda, che continueranno a produrre lacerazioni funeste fino a oggi. In questa come in tante altre occasioni, i combattenti curdi di un Paese furono spinti a cercare l’appoggio di uno degli Stati confinanti – il quale però a sua volta ospitava e opprimeva la propria minoranza curda – così sacrificando la solidarietà pan-curda sull’altare degli interessi locali e condannando alla repressione i propri fratelli e sorelle oltre-frontiera. Ci ritorneremo più avanti, parlando di quel che sta accadendo – e soprattutto non sta accadendo – nei giorni nostri.
Negli anni ’70, sull’onda di una tendenza internazionale, il movimento in Rojhelat virò sempre più verso il socialismo. La dirigenza del PDKI venne assunta dalla sua corrente di sinistra, rappresentata da quel Gassemlou che, come abbiamo visto all’inizio, cadrà in un’imboscata dei servizi iraniani a Vienna nel 1989. Nacquero diverse altre organizzazioni e partiti, tra questi il principale fu Komala (Organizzazione rivoluzionaria dei lavoratori del Kurdistan), costituitosi nel ’78 con un programma dichiaratamente comunista, che alla questione dell’autodeterminazione del Kurdistan affiancava l’obiettivo di una rivoluzione socialista guidata dai contadini e dai lavoratori d’Iran.
Rivoluzione, controrivoluzione, guerra civile, esilio
Nel gennaio 1979 una rivoluzione di popolo rovesciò il regime dello scià Reza Palavi. Non c’è qui lo spazio per approfondire quello che fu un movimento di rivolta popolare durato diversi mesi con lotte durissime di operai, studenti, commercianti, contadini e “minoranze”. Scioperi di massa paralizzarono l’economa del Paese, costringendo alla fuga lo scià, mentre i consigli operai nelle fabbriche e i consigli contadini nelle campagne (le showras) – come nella Jugoslavia o nella Russia dei primi Soviet – incominciavano ad autogestire e a trasformare radicalmente la società. Con il ritorno dell’ayatollah Khomeini dall’esilio, nel febbraio ’79, assunse però sempre più rilevanza la componente del clero sciita, inizialmente solo una tra le tante componenti del movimento. Le forze popolari e della sinistra, fiaccate da decenni di sanguinosa repressione e dalle divisioni interne, verranno in breve marginalizzate e represse dall’islamismo politico, che riuscì a proporsi come forza affidabile agli occhi delle classi medie presentandosi come argine al pericolo di una rivoluzione comunista.
Anche in Rojhelat il sogno rivoluzionario fu di breve durata: venne creato un “Consiglio del popolo curdo” (formato tra gli altri da Komala e PDKI) con l’obiettivo di negoziare col nuovo governo centrale un Kurdistan autonomo in un Iran democratico. Ma l’affermarsi della repubblica teocratica di Khomeini sancì la fine di una simile prospettiva laica e socialisteggiante. Già nell’estate del ’79 i partiti curdi furono messi fuori legge e venne proclamata la jihad, la “guerra santa”, contro i curdi “atei e socialisti” o “sunniti” che fossero.
Furono anni di vera e propria guerra civile, aggravati anche dalla guerra Iran-lraq scoppiata nel 1980 e che si trascinerà fino al 1988 in una inutile carneficina che costerà alle due parti un milione di morti. Il PDKI controllava diverse aree rurali nel nord del Rojhelat mentre Komala era più presente nel sud della regione. La violenza repressiva, condotta dalle milizie fondamentaliste sciite dei pasdaran (perché l’esercito non era ritenuto del tutto affidabile), investì per anni la zona, anche perché diversi altri gruppi rivoluzionari iraniani incominciarono a usare i monti del Kurdistan, sui confini turchi, iracheni e sovietici come basi per azioni di guerriglia contro il governo. In quegli anni, il PDK iracheno di Bar- zani continuò la sua infame politica di collaborazione con le forze di polizia iraniane, agendo nelle aree di confine come una vera e propria polizia curda al servizio di Teheran. Come se non bastasse, la rivalità tra il nazionalista PDKI e il comunista Komala sfociò in scontri armati con numerose vittime tra le file dei due partiti.
Dalla metà degli anni ’80 al decennio ’90 il movimento armato curdo subì un pesante ridimensionamento: le forze della guerriglia si ritirarono per lo più in Başur (nord Iraq) ospitate nei territori controllati dal partito UPK di Jalal Talabani (Unione Patriottica del Kurdistan, in curdo YNK), una scissione a sinistra del PDK ostile alla politica collaborazionista di Barzani (i due partiti si affronteranno militarmente per anni, e tuttora si spartiscono l’amministrazione del KRG, la regione autonoma del Kurdistan iracheno). Qui, le forze curdo iraniane poterono sopravvivere in un precario esilio “all’estero”, nella provincia irachena di Suleimanya, prima sui monti Qandil poi nella zona di Konia, riuscendo anche a sferrare periodiche operazioni di guerriglia in Iran, ma perdendo gran parte della propria presenza e appoggio popolare in patria, e subendo una continua campagna di omicidi mirati e di bombardamenti delle proprie basi da parte del governo di Teheran e dei suoi sicari. Invece di serrare i ranghi, la situazione provocò un’ulteriore frammentazione del movimento, al punto che, di scissione in scissione, nei primi anni Duemila si contavano ben tre PDKI e due Komala, con lo stesso nome ma guidati da leadership diverse in concorrenza tra loro.
La nascita del PJAK e l’affermarsi del confederalismo democratico
Nei primi anni Duemila si assiste però anche all’affermazione di nuove forze di movimento e di guerriglia, con un maggior radicamento sociale e un crescente protagonismo soprattutto dei giovani e delle donne. Nel 1999, la cattura di Abdullah Öcalan – presidente del PKK – e la sua carcerazione in Turchia scatenarono proteste di massa senza precedenti nel Rojhelat, con manifestazioni di piazza di decine di migliaia di persone e una repressione che causò centinaia di morti, feriti e arresti. Molti giovani, in questa nuova atmosfera politica, si unirono ai ranghi del PKK e formarono strutture organizzative basate sulle idee di Öcalan e del confederalismo democratico anche in territorio iraniano. Nel 2003 il movimento tenne la sua prima conferenza e approvò la creazione di un partito specifico per il Rojhelat.
Il 4 aprile 2004 venne ufficialmente fondato il PJAK (Partito per la Vita Libera in Kurdistan), che cominciò una estesa campagna di guerriglia con attacchi contro l’asfissiante presenza delle odiate forze di sicurezza iraniane. Combinando l’azione armata con una diffusa attività politica e sociale, il PJAK ottenne rapidamente popolarità tra i giovani, le donne e i movimenti sociali radicali in tutto il Rojhelat, da Mukrian e Ardalan fino a Urmia, Kermanshah e llam. «Nei primi anni Duemila il curdo-turco PKK stava attraversando un profondo periodo di trasformazione interna in seguito alla cattura del suo leader storico Abdullah Öcalan. Oltre alla revisione ideologica – dal marxismo-leninismo al Confederalismo democratico – il PKK aveva dato vita a una vasta rete di organizzazioni che comprendeva anche due partiti fratelli, uno per rappresentare i curdi della Siria [PYD] e uno per quelli dell’Iran.
Il Partito per la Vita Libera in Kurdistan (Partiya Jiyana Azad a Kurdistanê, PJAK) era stato fondato nel 2004 dai numerosi militanti del PKK che provenivano dal Kurdistan iraniano e che erano entrati a far parte del partito di Öcalan per varie ragioni: la popolarità e il successo della sua insurrezione in Turchia, la vicinanza al confine iraniano del suo quartier generale sul massiccio di Qandil, ma anche e soprattutto la mancanza di alternative, dato lo stato di inattività e il ripiegamento interno degli storici PDKI e Komala. (…) Inoltre, il nuovo progetto politico del Confederalismo democratico e delle donne curde proposto in quegli anni dal movimento öcalanista appariva fresco e innovativo a molti giovani e donne della regione rispetto al progetto nazionalista dei tradizionali partiti curdo-iraniani (1)».
Il nuovo paradigma elaborato dal PKK si rivela molto più capace di intercettare le tensioni della società curda, rispetto agli storici partiti, screditati da ambigui rapporti con le élite locali, dilaniati da scontri di potere, da dinamiche gerarchiche tribali e ormai per lo più costretti all’esilio nelle loro basi in Nord Iraq. Abbandonando le novecentesche secche del nazionalismo borghese e del socialismo reale, le idee di Öcalan riescono a dare forza a un movimento comunalista, ecologista, femminista, che si diffonderà – nonostante la spietatezza della repressione – non solo nel Rojhelat ma anche in diversi settori della società iraniana, in particolare tra le donne e i giovani, intrecciandosi con il diffuso risentimento sociale nei confronti del regime degli ayatollah. Lo testimonierà, anni dopo, il movimento insurrezionale che nel 2022 riempirà strade e piazze del Paese per quasi un anno – in seguito all’uccisione a Teheran della studentessa ventenne curda Jina Amini (Mahsa Amini in persiano) da parte della polizia morale – una sollevazione sociale che adotterà proprio lo slogan usato dalle donne “apoiste”: Jin Jiyan Azadí (Donna vita libertà).
Gli anni che ci separano dall’oggi sono segnati da un susseguirsi di periodi di tregua e da riprese delle campagne di lotta armata anche da parte delle varie fazioni di PDKI e di Komala, intenzionati così ad affermare la propria esistenza e a uscire dall’irrilevanza in cui rischiavano di essere confinati sia dalla repressione che dal crescente peso del PJAK.
Spirali di guerra e nuove alleanze
Arriviamo così, a grandi passi, alla recente attualità. Dall’inizio dell’ultima campagna di aggressione militare degli USA e di Israele contro l’Iran, si sono susseguite con insistenza le notizie di un imminente “intervento dei curdi”, i quali avrebbero dovuto costituire la forza di terra da scagliare contro il regime iraniano. A parte la vaghezza dell’affermazione (chi sarebbero questi “curdi”?), si può dire che si tratta di una vera e propria fake-news, buttata là nel grande calderone della propaganda di guerra e del confusionismo mediatico. È uno dei tanti esempi di come, nell’era dell’informazione, in cui ci illudiamo di sapere tutto in tempo reale, in realtà di ciò che succede davvero non sappiamo un bel niente. Più aumentano le informazioni, più domina la superficialità, e le dinamiche reali appaiono sempre più difficili da comprendere.
Ma c’è di più: questa, come altre notizie che pretendono di raccontare quel che accade in Medio Oriente, rivelano una mentalità profondamente coloniale, secondo cui i popoli – “orientali”, “indigeni”, ecc. – possono soltanto reagire alle dinamiche innescate dalle potenze occidentali, non hanno agende politiche proprie, non sono altro che “proxy”, burattini. A volte si possono anche ribellare, ma rimangono pedine su una scacchiera apparecchiata da altri, da chi fa la “geopolitica”, quella vera, quella delle grandi potenze. È un punto di vista che pervade, in maniera più o meno consapevole, pressoché tutto lo scenario occidentale, dai “filoamericani” agli “antiamericani” di ogni colore. È difficile scrollarsi di dosso l’idea che la “politica” sia cosa nostra (così come la “scienza”, la “filosofia”, ecc.), che gli altri possano tutt’al più seguire, adeguarsi. È un inconscio suprematismo di origine coloniale, che crea infantilizzazione, inferiorizzazione, e che tra le altre cose determina l’incapacità di riconoscere i processi rivoluzionari in atto, perché non rispecchiano il modello che ne abbiamo in testa. L’odierna situazione in Rojhelat, così come gli ultimi anni in Rojava, dimostrano esattamente il contrario, ovviamente per chi è disposto a vederlo.
Quello che è successo negli ultimi mesi nel Kurdistan iraniano è che la gran parte dei maggiori partiti curdi hanno formato una coalizione lanciando un documento programmatico comune (2). È l’esito di un processo iniziato già durante le rivolte del 2022 (Donna Vita Libertà) con una serie di comunicati congiunti e proseguito con la creazione di una “piattaforma consultiva” circa un anno fa. Si tratta di un passo molto importante se teniamo conto del fatto che nell’ultimo mezzo secolo molti di questi partiti hanno avuto conflitti aperti tra loro, arrivando a combattersi in vere e proprie guerre civili tra curdi. Ora, a fine febbraio 2026, questa coalizione ha raccolto forze estremamente eterogenee tra loro: dal PJAK (sostenitore del confederalismo democratico) al PDKI (in origine nazionalista e oggi su posizioni più autonomiste), da due fazioni di Komala (comuniste) fino al PAK (indipendentista) e a Khabat (di stampo islamista). Una simile alleanza è qualcosa di inedito nel panorama del Rojhelat, viste le distanze ideologiche e la storia di rivalità che ha segnato i rapporti tra i vari gruppi, spesso sfociata in scontri fratricidi.
Ma la cosa più rilevante è il “tono” del programma comune della coalizione, in cui risulta evidente l’influenza del PJAK. Tra i 15 punti che compongono il programma, oltre alla necessità di una difesa comune e di porre fine alla violenza interna tra fazioni curde, vi si afferma il sostegno ai movimenti sociali di lotta nel resto dell’Iran e la cooperazione con le altre nazionalità e popoli oppressi del Paese (è bene ricordare che l’Iran è un impero in cui più della metà della popolazione appartiene a “minoranze” etniche non persiane: oltre ai curdi, beluchi, azeri, arabi, ecc.). Un punto specifico è dedicato all’«impegno per la piena uguaglianza tra donne e uomini e lotta attiva per la giustizia di genere in tutti gli ambiti politici, sociali e organizzativi». Viene inoltre ribadita la volontà di creare un sistema di autodifesa e di «amministrazione democratica che garantisca la partecipazione e i diritti di tutti i gruppi etnici, religiosi e comunitari». Sono evidentemente le parole d’ordine del confederalismo democratico, che dalla sua “culla” in Bakur (Turchia) grazie alla lotta senza frontiere del PKK ha saputo ispirare la rivoluzione del Rojava e oggi mostra di saper influenzare anche il movimento di liberazione in Rojhelat (3).
Contro teocrazia e tecnocrazia, per l’autogoverno popolare
Ma oltre alle parole d’ordine espresse da questa alleanza, l’influenza del paradigma comunalista e anti-statale espresso tra gli altri dal PJAK si può individuare in ciò che non è successo. A dispetto delle falsità mediatiche e delle farneticazioni di Trump e di Netanyahu, fino a oggi nessuno dei partiti curdi ha accettato di farsi usare come carne da cannone per gli interessi di USA e Israele. Non era affatto scontato (e non è detto che qualcosa del genere non possa accadere, ché ci sono diverse fazioni curde storicamente alleate degli Stati Uniti). I “curdi iraniani” avrebbero potuto lanciarsi in una guerra (verosimilmente suicida, visto come stanno andando le cose) contro il regime di Khamenei, recitando il ruolo di proxy di terra per l’aggressore israelo-statunitense.
Non l’hanno fatto, e le dichiarazioni del PJAK al proposito sono chiarissime sulle ragioni di tale scelta: non solo ragioni tattiche o di opportunità, ma ragioni profondamente politiche, dettate dalla consapevolezza dell’equivalenza dei due schieramenti nemici e della propria estraneità a una guerra che non è la loro. Per decenni, se non secoli, i curdi di qua o di là della frontiera sono stati usati come carne da macello per interessi imperiali o coloniali che non erano i loro. Oggi, per lo meno in questa fase, la volontà di non voler più essere manovalanza per potenze altrui sembra aver prevalso. In questo processo ha senz’altro avuto un peso l’esperienza acquisita nella rivoluzione in Rojava, e la conseguente crescita di forza e di credibilità (politica, ideologica, militare) della corrente che si rifà al pensiero di Abdullah Öcalan.
Tanto più che il PDKI, il partito che alcune fonti dicono avere avuto dei contatti con gli USA, non possiede grandi forze di guerriglia effettive sul territorio iraniano, sopravvive soprattutto nelle basi del Kurdistan iracheno, ma non ha da decenni una forza militare in grado di incidere all’interno dei confini iraniani. Mentre il PJAK non solo non ha risposto all’appello degli Stati Uniti (dai quali peraltro è bollato come organizzazione terroristica), ma ha al contrario lanciato un appello al popolo curdo d’Iran a costruire strutture di autodifesa, consigli popolari, per prepararsi a sopravvivere all’attacco che Israele e Stati Uniti stanno conducendo contro la Repubblica islamica, un attacco che ha visto buona parte dei bombardamenti proprio nella regione del Kurdistan.
Questo appello, che rientra negli sforzi politici che il PJAK porta avanti da anni e in cui rientra anche la coalizione con gli altri partiti curdi iraniani, va nella direzione di costruire una “terza via”, contrapposta sia ai piani di Israele e USA di ridefinizione degli equilibri in Medio Oriente, sia ai piani della Repubblica islamica che da sempre attacca, uccide, reprime i curdi in Iran. È un appello all’unità e all’organizzazione sociale, invita la popolazione ad aiutarsi a vicenda, a costruire reti di solidarietà e comitati per la gestione di tutti gli aspetti della vita quotidiana, dei servizi, della logistica, dell’autodifesa, in una situazione di guerra imposta dall’esterno che nessuno ha voluto. Invita i giovani, dice letteralmente il comunicato, a “farsi scudo della società”, per difendere le proprie comunità, unendosi alla guerriglia. Si fa anche appello alle persone impiegate nelle varie forze militari della Repubblica islamica, invitandole ad abbandonare la regione oppure a voltare le spalle al regime e ritornare tra le fila del proprio popolo.
Questa è la prospettiva, cercare di non soccombere alla guerra imposta al popolo costituendo le proprie forze di autorganizzazione sociale e di autodifesa anche militare. Si sta cercando di fare quello che si è fatto quindici anni fa in Rojava, nel momento in cui una guerra cade sulla testa di un popolo: promuovere le strutture attraverso cui potersi difendere e costruire autonomia. Ricordiamo quanto successo in Iraq nella Guerra del golfo, quando gli Stati Uniti convinsero il PDK di Barzani a fare da forza proxy di terra contro Saddam Hussein: il risultato fu un genocidio, con migliaia di curdi sterminati da Saddam con il gas. Questo è il ruolo che le potenze egemoni hanno da sempre riservato ai curdi. Il PJAK, e più in generale il movimento ispirato da Öcalan, si sforza di liberare il popolo curdo da questo vincolo storico che è stato imposto loro dopo la Prima guerra mondiale e la spartizione del Kurdistan.
Se vogliamo fare un parallelo, si sforza di non cadere in un destino segnato come è oggi quello del popolo ucraino, per non fare quella fine. Si tratta di non dover scegliere tra uno Stato e un altro, tra la padella e la brace, ma di scegliere se stessi come popolo. L’unica contraddizione è oggi tra chi vuole riformare questo sistema mondiale capitalista e chi invece vuole liberarsene per poter costruire una vita diversa. Da una parte c’è lo Stato, tutti gli Stati, dall’altra ci sono i popoli, le società. Questa è la direzione intrapresa dal PJAK in Rojhelat, anche sull’onda di quanto già successo in Rojava. Israele, Stati Uniti, Iran, Russia, Cina, giocano tutti nello stesso campo, quello capitalista-statale, dall’altra parte c’è il campo dell’autogoverno popolare (4).
«La più grande menzogna raccontata sull’Iran è che il suo futuro debba provenire dai governanti che lo soffocano o dalle potenze che lo minacciano dall’esterno. Questa falsa scelta viene ripetuta con accenti diversi e bandiere diverse, ma produce sempre lo stesso risultato: il popolo iraniano appare solo come un insieme di vittime da gestire, spettatori per cui parlare, o corpi da salvare, punire, disciplinare, bombardare o rappresentare da altri. L’unica possibilità che viene costantemente messa da parte è l’unica che conta: che la società stessa possa diventare l’artefice della propria liberazione.
Questo è il filo che collega forze che altrimenti si oppongono l’una all’altra. La Repubblica Islamica, Israele, gli Stati Uniti e l’Europa non sono soggetti fra loro identici. Hanno interessi diversi, linguaggi di legittimità diversi, metodi di coercizione diversi e obiettivi strategici diversi. Tuttavia, convergono su un punto decisivo. Nessuno di loro vuole un Iran trasformato dall’autoattività organizzata di lavoratori, donne, studenti, insegnanti, infermieri, nazionalità oppresse, giovani precari e poveri. Ciò che possono tollerare è la repressione dall’alto, le sanzioni dall’esterno, la transizione tecnocratica, la sostituzione dell’élite, il collasso controllato o il riallineamento geopolitico. Ciò che non possono tollerare è una società capace di liberarsi. (…).
Dalla rivolta del dicembre 2017 al gennaio 2018 all’Aban 2019, dalla rivolta della sete nel Khuzestan e dalle proteste per l’acqua a Isfahan nel 2021, a “Donna, Vita, Libertà” nel 2022 e al massacro del gennaio 2026, ogni momento in cui la società è scesa in strada è stato accolto non solo con proiettili, arresti e torture, ma con un più ampio meccanismo di paralisi. Anche le successive ondate di disordini sono state accolte con forza letale, blackout delle comunicazioni e il linguaggio dell’emergenza. (…).
Una società capace di autoliberarsi è pericolosa per ogni regime e ogni impero perché rifiuta di rimanere materia prima per i loro progetti. Non può essere facilmente ridotta a un cliente, un campo di battaglia per procura, uno spettacolo di esiliati, un pretesto morale, un sito da bombardare o una merce di scambio. Introduce una terza forza in un campo costruito su falsi binari. (…).
Un Iran libero, se mai esisterà, dipenderà dal grado in cui la gente comune ricostruirà la capacità collettiva di agire: di organizzarsi, di rifiutare, di ricordare, di proteggersi a vicenda e di inventare istituzioni al di là della teocrazia e della supervisione imperiale. Questo è il vero scandalo per tutte le potenze che circondano l’Iran. Ciò che temono di più è una società che non aspetta più di essere governata, salvata o interpretata da altri, ma diventa invece capace di determinare il proprio destino attraverso la rivoluzione (5)».
Gli esiti della guerra mondiale in atto in Medio Oriente sono imprevedibili. Al di là di chi potrà prevalere nello scontro tra i vari attori statali, una cosa è certa: una rivoluzione dal basso in Rojhelat potrebbe avere ripercussioni dirompenti non solo nel resto del Kurdistan, ma in tutto l’Iran, in tutta la regione e chissà dove. Saprà trovare qualche altro amico, oltre alle montagne?
Note
(1) Nicola degli Esposti, Storia dei Curdi e del Kurdistan, Carocci, 2025.
(2) Vedi: Dalla “Repubblica del Kurdistan” all”‘Alleanza dei Partiti Politici del Kurdistan Iraniano”, in retekurdistan.it, 14 marzo 2026.
(3) Cfr. La politica curda in questo momento, ondarossa.info, 5 marzo 2026.
(4) Iran: il PJAK lancia l’appello ad “autogoverno e autodifesa” nel Kurdistan orientale, radiondadurto.org, 5 marzo 2026.
(5) Siyavash Shahabi, Nessun attore in guerra vuole che il popolo iraniano decida del suo destino, Kritica.it, 12 marzo 2026.
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