La parete intubata
di Andrea Gobetti
(pubblicato su Rivista della Montagna n. 112, ottobre 1989)
fotografie di Marco Marantonio
«Dev’essere l’anno della miseria, caro Franck: il guaio è che dura tre volte un anno normale». Franck succhia chinotto e mi lascia dire. Specchiato nei suoi occhiali, vedo un bel volto da disperato.
«È cominciato con la tendinite. La tendinite alla mia età, capisci? Non se la beccano più neanche i pivellini… Avevo bisogno di un risultato, di un qualcosa che assomigliasse a una vittoria. Ho forzato. E così, vai di tendinite! E addio ultimi sponsor».
«Addio ultimi sponsor» ridacchia Franck, «ecco un bel titolo per un film».
«Un film su un fallito, su un disperato» mi accaloro. «Che dici, Franck, lo facciamo?». Sulle sue labbra sottili e vissute compare un sorrisetto di scoraggiamento. No, eh?
Continuo la mia storia dolorosa. «Ho provato ad allenare i ragazzi. Ce n’erano due che avevano fiducia e venivano su bene. Uno era bravo. Ha cominciato a vincere a livello regionale, e mi ha piantato subito per un coach milanese che prometteva mari e monti. L’altro è rimasto un fedelissimo, ma in gara non rende, trema, e sulle vie proprio non si alza. Così abbiamo cominciato ad ubriacarci insieme».
Franck accarezza il chinotto e sorride. Sa cosa vuoi dire ubriacarsi con Dan. Una notte di anni lontani giurammo di incontrarci alla fine della storia. Stesso ospedale, stessa cirrosi.
«Allora mi sono messo a organizzare scommesse. Sulle prime andava bene, in fondo è un ambiente di gonzi. Con una buona rete di informatori puoi prevedere abbastanza le cose. Insomma, racimolo un gruzzolo che mi permette di cominciare a respirare quando… zac!, il vecchio Jerry Moffat mi frega. Me lo davano per spacciato, marcio, scoppiato, finito. E lui, invece, quel lurido mercoledì a Grenoble, va a vincere. Come ha fatto non lo so, sarà salito a scoregge. Ho perso il controllo dei nervi e sono esploso in mezzo a un pubblico stitico di urla e di applausi. Gridavo: “Cadi, cadi bastardo!”. Ma lui niente, impeccabile fino alla catena».
«A quanto l’avevi dato?».
«Uno a trentacinque, quotazioni da vecchie glorie. Come avrebbe fatto a vincere un uomo che, da Buoux al Verdon, tutti gli osservatori davano ormai per rovinato? Non scommetteva nessuno, neppure uno a trentacinque. È venuta solo una vecchietta, e ci ha messo su mille sterline. Quasi non le volevo, mi sembrava di stare a sciacallare sulla nostalgia. Invece la vecchia era l’infernale e maledetta zia di Jerry, e quelle mille sterline erano soldi di lui». “Ero motivato” ha detto Jerry sul podio, dopo la gara. Non ho stentato a credergli. Ma io intanto ero rovinato… e continuo a esserlo».
… Dopo qualche ora o qualche giorno la tremarella svanisce. Diventi tutt’uno col tubo...

Franck si toglie gli occhiali, indaga dentro di me, sino alle budella, con quel suo occhio strabico che m’ha sempre fatto paura veder sorridere, sia al bar che in parete. “L’occhio che promette guai”, lo chiamavo un tempo. Il suo sorriso agghiacciante è il preludio di una proposta. «Dan, ho giusto per le mani un lavoro, un lavoro per i relitti della verticale del tuo stampo». Mi illumino.
«Il lavoro è una maledizione» dico forte, mentre cerco col mio camparino il suo chinotto per un cin-cin a preludio di una nuova vita.
Mi sono ritrovato scaffolder, montatore di impalcature, con la lingua inglese dappertutto. Non capivo un tubo, ma di tubi ne vedevo molti: in linea, al quadrato, al cubo, finché essi non diventavano una parete, due torri, un palco da concerti in attesa di una notte di gloria. Eravamo scaff, arrampicavamo per un tanto all’ora; per tre giorni salivamo insieme sul palco, e con lui scendevamo in una notte e un giorno. Quando l’ultimo tubo toccava terra, ci sfilavamo i guantoni dalle dita tagliate e andavamo a ritirare i soldi. Se un tempo m’occorreva essere mistico per sopportare l’altezza, la lontananza dall’ultimo chiodo, adesso era utile essere un duro. Farsi pagare a puntino. Chiedere il “money” quando lo spettacolo finiva, le torri erano ancora intatte e ventidue TIR aspettavano di essere caricati per correre a far ricrescere la parete intubata a Dublino, Bruxelles, Copenaghen. Il padrone non è Dio, esiste di sicuro e deve pagare, se vuole guadagnare.
Si lavorava in stadi, arene, parchi. Tutti luoghi dove ci si sentono addosso gli occhi del pubblico anche se le gradinate sono deserte, perché anche lui – il pubblico – sta lavorando da qualche altra parte. Salivo sui tubi con lo sguardo fiero e l’imbrago fluorescente, mi assicuravo ai tubi con fettucce colorate che promettevano di reggere 2000 chili. Dopo qualche tempo, Franck mi ha fatto una smorfia dietro gli occhiali neri: «Così non va, Danny. Adesso non sei più un arrampicatore: non devi dimostrare niente a nessuno, né di essere bravo né di essere prudente. Non sei a un corso di roccia, devi fare l’operaio e andare su e giù come il palco richiede. Se pensi che sia troppo pericoloso, non andarci, ma non stare a salirci imbragato come un salame, che metti paura agli altri».
Ci sono rimasto male. Ho fatto gli occhi da cane bastonato. Franck aveva ragione. Chi sapeva lavorare saliva, scendeva, attraversava in altezza con una sola cintura: quella che regge sia i pantaloni che il martello da scaff.
«E la motivazione?» mi sono ritrovato a supplicare tra il serio e il faceto. Franck ha aperto e chiuso tre volte il sipario delle labbra sul cavo orale, mentre indice, medio e pollice fingevano d’essere il cibo che ci entra. Lui sì che era l’uomo che cammina sui tubi.
Ho compreso al volo di voler arrampicare ancora sul ferro, per fare il “tube master” di David Bowie e di Bruce Springsteen. Viaggiare, vedere il mondo, cioè gli stadi di Torino, Modena e Livorno. C’era da guadagnare un “palo” a data, e un palo son dieci “bulloni”, cioè un milione. Allora ho deciso di togliermi il vistoso imbrago da climber e di travestirmi da operaio.
Dopo qualche ora o qualche giorno la tremarella svanisce. Diventi tutt’uno col tubo come diceva Royal Robbins (parlando però della roccia di Salathè Wall). All’inizio, comunque, ti accontenti di praticare i gradi bassi della tubisteria, le lunghe catene verticali che mandano i pezzi ai piani alti. A ogni piano vedi i facchini sudare sull’acciaio orizzontale sempre più in basso, e consideri piacevolmente le differenze di paga dall’aristocrazia del vuoto. Il primo giorno di montaggio ti vedi com’eri quando puzzavi ancora di magnesite. Vedi i pivelli lanciarsi subito a montare in punta alla torre finché essa è ancora un mozzicone, alta come un boulder, un masso di Fontainebleau. Li vedi affannarsi e ruggirsi consigli con fare serio, e cerchi di toglierti di sotto. Tu sei oltre lo sguardo, il disprezzo, l’ammirazione. Sei l’ingranaggio operaio in una sfida cosmica. C’è da saldare il conto con un Dio ghignante che vede gli operai sfracellarsi ai piedi della Torre di Babele. Una reincarnazione dopo l’altra abbiamo attraversato il tempo e siamo ancora noi, gli edili di Babele divenuti oggi scaffolders, a domandarci se give me vuol dire: “glielo prendo o glielo lascio, ‘sto tubo?”.
Siamo italiani, inglesi, tedeschi, francesi e spagnoli. E c’è anche un greco, per fortuna poliglotta. La nostra salvezza è quella di aver sentito tutti lo stesso rock negli ultimi vent’anni, di ricordare le canzoni dove si afferrano e si lasciano gli uomini o le cose. Sei stordito? Non hai capito bene il movimento collettivo? Cosa sta avvenendo? Ti chiedono: «Quepasa, hombre?». Nessun problema, non hai che da rispondere: «Yesterday l’m blow in… the vin» (ieri, insomma, mi sono perduto nel vino). E, se ti senti troppo lontano dalle tagliatelle, puoi tentare il revival di un grande successo della ponteggiatura nostrana: “Fatti mandare dalla mamma a prendere il bozzo…” Bozzo, lui sì che sa cavarsela nel caos linguistico primordiale. Lui è l’elemento verticale, il palo d’angolo del grande meccano, e liquida senza problemi i suoi incerti equivalenti anglosassoni. Sua altezza “er bozzo” può al massimo degnarsi di diventare l’afro-cubano “el bozòn”, quando un sole tropicale brucia il cervello degli scaffolders. Sul suo esempio le layers, le traversine orizzontali, diventano le “leggere” (alla faccia del ferro) e, siccome ne occorrono sempre tante, dall’alto le richiedono “come se piovesse”. «What means “come se piovesse”?». «Many, many, many: do you understand?». «Oh, yes».
Se il primo giorno è un casino, il secondo è l’inferno della carne, dolgono fibre muscolari sconosciute, riscoperte dalle infinite situazioni dell’arte tubaria. Ora i pivelli si accatastano buoni buoni nelle catene. Le torri hanno superato il limite della caduta veniale.
«Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare», direbbe John Belushi. Ma tu non hai voglia di parlare. Ci sono stati sogni angoscianti e scatti nel letto, quella notte. Sali in alto e ti metti a disposizione di chi sa dare ordini precisi al gran ballo delle diagonali e delle traversine. Al massimo osi immaginare che pezzo verrà dopo, su quale linea verticale di bozzi andrà spostata la prossima catena.
È facile, nel grande meccano, sbagliarsi tra l’uguale e il simmetrico. C’è un solo modo per far sì che sui bozzi corrispondano le relative traversine e le diagonali. Con le traversine non ci si può sbagliare di molto, ma con le diagonali sì. Un solo errore riproduce i suoi figli bastardi, moltiplicandoli piano per piano come cellule cancerose. Uno scaff mitico, uno che abbia perlomeno montato il palco di Woodstock, può tentare di recuperare l’errore come farebbe un’astuta nonnina con un punto perduto, quando stringe il girocollo di un maglione di lana. Ma spesso il rimedio può diventare peggiore del male. E tocca rismontare.
C’è un ispettore a controllare che il palco non frani in testa ai Duran Duran e colleghi, altrimenti i ragazzi da discoteca perderebbero molti dei loro eroi. L’ispettore è come ”l’Uomo Del Monte”. Arriva e dice: «No, il tuo palco non è ancora maturo!». E tocca rismontare.
Una volta, a Firenze, si andò avanti così per giorni. Era un palco di merda, nero, con la facciata dorata, i bozzi pesantissimi e le diagonali traditrici, tenute su da un fermaglio ridicolo. Errori e doppi turni a non finire.
«Arrivano più soldi», sorridevano gli sherpa di quella perfida parete intubata. Poi cadde Spider. Lo fregò una diagonale, in alto. Uscì dal coma dopo un anno, e riprese a lavorare dopo tre. Tra chi lo vide, qualcuno non riprese.
Franck mi legge in faccia che dentro di me stanno brucando pensieri neri. «Scendiamo?» propone. «Passiamo in cucina a vedere un chinotto e un po’ di pavimenti?» È un ordine, naturalmente. A terra attraversiamo un nugolo di facchini sbuffanti a cui uno scaffolder tedesco sta dicendo di far presto a portare i pezzi alle catene umane verticali. «Sono qui a lavorare» risponde uno di loro con accento livornese «ché se volevo morire m’ingoiavo un culo di bottiglia». Il tedesco capisce che è ora di stare zitto.
Il terzo giorno lavoriamo su tubi facili, a ritmo tranquillo. Le torri sono già salite e ci restano da montare un paio di torrette e qualche piccolezza. Tra le cordate italiane e straniere saluti, scambio di foto, indirizzi, arrivederci in pizzeria. Mentre per i terricoli è tempo d’eccitazione, di stressato tripudio, noi ci si rilassa. Domani arrivano i boss, arriva il re dei re, arrivano gli artisti. Gli spogliatoi diventano camerini principeschi, la circolazione va regolamentata con “pass” gialli, verdi e blu da distribuire agli addetti ai lavori a seconda della loro importanza.
A noi scaff non importa molto. Il nostro “pass” è il martello in cintura. I palloni gonfiati della “Security”, con i muscoli agli estrogeni, la divisa da Rambo, i dobermann e i tatuaggi, hanno imparato a conoscerlo a sufficienza per non stuzzicare più la classe operaia. Al centro delle torri si schiude il palcoscenico. Ci sono passaggi di finezza, ora: appendere enormi amplificatori, allinearli al millimetro, far passare cavi, posizionare laser e luci. Sembra che domani canti Patrick Edlinger.
Poi, nel cuore della notte, le luci si spegneranno, le note si disperderanno in cielo, la folla sarà di nuovo inghiottita dalle case.
C’incontriamo, Franck e io, sul prato disseminato di rifiuti. Cerchiamo portafogli perduti, non si sa mai. Una volta tanto lui non ha i soliti occhiali scuri.
«Hai sognato di nuovo di essere un divo?», mi chiede Franck senza alzare gli occhi dal pattume.
«No», rispondo scatarrando perché ho fumato troppo, «ci vado ora a sognare, attacco domattina alle 7».
«Beato te, io faccio la notte».
«Beato? Mah!» concludo salutandolo. Domani farà caldo, come quando in falesia non arrampica nessuno. Lo smontaggio è una fatica: lo smonto è un gorgo di metallo che si ingorga le torri e il palco, lo smonto sono dilettanti allo sbaraglio perché, come da tutte le vette, è meno faticoso ma più rischioso scendere che salire. Allo smonto ci vanno gli occhi aperti, e tutti e due a volte non sono sufficienti, perché i ragazzi sono stanchi. E può accadere che i pezzi volino di sotto, il responsabile della pista gridi: «Disgraziati!», e qualcuno risponda: «Meglio lui che me!».
Lo smonto ricorda i “disarmi” dei grandi abissi, lo smontaggio dei campi nelle ritirate dai giganti himalayani, quando gli eroi sono già sotto, lontano, e i capi festeggiano con loro perché la spedizione o l’Italia o qualcun altro, comunque, ha vinto.
Franck ricompare allo stadio nel tardo pomeriggio, quando le torri sono ormai ridotte a un basamento degno di cabine da spiaggia. «Non t’impressionare, ragazzo» dice da dietro gli occhiali neri, «e attieniti all’articolo quinto: chi ha i soldi in tasca ha vinto».
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Mi viene in mente una sola parola: Icaro!
Vale tutto il tempo speso a leggerlo. Gobetti ,un nome una garanzia