Sutta u picu ru suli
di Roberto Manfrè
(pubblicato su Rivista della Montagna, n. 145, ottobre 1992)
Sutta u picu ru suli è una tipica espressione siciliana che, tradotta in italiano, sta per “sotto il sole a picco”. Sottolinea l’inclemenza del sole nelle ore più calde e rievoca il sudore e la fatica dei tempi in cui i contadini si recavano a mietere il grano coi falcetti. Arrampicare sotto il sole è una prerogativa della Sicilia, ma nei mesi estivi non è affatto piacevole.
Parlare di grandi speroni e di lunghe creste sembra del tutto fuori luogo per la Sicilia. In genere la presenza di tali strutture viene attribuita alle Alpi o, comunque, all’alta montagna. In Sicilia l’alta montagna è rappresentata dall’Etna che, essendo un vulcano, offre “solo” qualche lunga ma semplice escursione su pendii ghiacciati (eruzioni permettendo).
Nonostante la mancanza dell’alta montagna, però, nell’isola esistono alcune strutture che ricordano molto da vicino le formazioni del continente, e spesso solo qualche macchia di vegetazione denuncia il fatto che ci si trova a bassa quota o in riva al mare.
Fra le grandi pareti siciliane non si può non menzionare, a sud di Palermo, la parete nord della Rocca Busambra 1613 m, che presenta un dislivello di 600 metri circa e una lunghezza di 4 km. Nonostante la bellezza esteriore della grande architettura, purtroppo la roccia, salvo in alcune piccole zone, è decisamente poco adatta all’arrampicata, vista la presenza di vaste zone di muschio alternate a placche lisce e compatte.
Meno imponente è la parete sud del Pizzo Mirabella 1165 m, a ovest della Rocca Busambra, che presenta una bella cresta ovest immersa in un’oasi naturale, in parte ancora non aggredita dall’uomo.
Tranne questi due casi (e alcuni altri minori), le maggiori pareti dell’isola si osservano comunque lungo la costa fra Palermo e Trapani e nell’isola di Maréttimo.
Sul Monte Pellegrino la parete est (detta anche “Paretone”) è la più alta, con un dislivello fino a 250 metri e un aspetto molto imponente. Subito a nord di Palermo si trova Monte Gallo, con il versante nord che presenta speroni e strapiombi fino a 400 metri di altezza, affacciati su di un mare profondo e burrascoso che contribuisce a rendere l’ambiente selvaggio e suggestivo.

Proseguendo verso ovest, sopra l’aeroporto di Punta Ràisi s’incontra il Monte Pecoraro 910 m, continuazione verso nord della dorsale della più tristemente famosa Montagna Longa (incidente aereo del 5 maggio 1972). Il suo versante occidentale si presenta inciso da profondi canaloni e con grossi speroni che toccano anche i 500 metri di dislivello. Questa parete mi ha spesso ingannato sulle dimensioni reali, e la lettura delle possibili linee di salita è risultata sempre falsata. Ancora a ovest, il Monte Palmeto sembra il fratello minore del Monte Pellegrino e presenta, con identica esposizione, una parete affacciata sul golfo di Castellammare e raggiunge i 400 metri di dislivello. Infine, ancora a ovest, occorre menzionare il Monte Còfano 659 m, regno delle lunghe creste che si sviluppano fino a 1200 metri e vera oasi naturalistica da salvaguardare.
Pizzo Mirabella e Monte Pelavet
Fra le tante relazioni comparse sui vecchi notiziari della sezione palermitana del CAI, la mia curiosità fu attratta dalla cresta ovest del Pizzo Mirabella, soprattutto per la lunghezza e la bellezza del luogo in cui si sviluppa.
Nell’agosto 1983 mi decisi ad andare a vedere e, coinvolto mio fratello Gabriele e Alessandro Bellavista, dopo un pericoloso approccio a bordo di una Fiat 500 iniziammo la salita con in tasca la relazione. Il risultato? La cresta non presenta vere difficoltà e alterna tratti elementari a brevi paretine. Sul tiro chiave trovammo un vecchio chiodo che forse aspettava da più di trent’anni il passaggio di altri alpinisti.
Dalla cima, con mio fratello, osservammo la cresta sud del Pelavet, che dista pochi chilometri. Dopo qualche occhiata di intesa con Gabriele, nonostante le proteste di Alessandro decidemmo di scendere velocemente per percorrere anche la cresta meridionale del Pelavet. La seconda ascensione della giornata fu più veloce della prima e, date le difficoltà, procedemmo senza mai legarci in cordata. La via sul Pelavet si rivelò forse più divertente della precedente, con una roccia molto arrotondata che non è presente in nessun altro posto in Sicilia.
Fata Morgana (con Tonino Paladino, 13 maggio 1984)
Da molto tempo architettavo una salita sul Paretone, e una prima salita mi riuscì nell’aprile ’81, con l’estroverso Alessandro Bellavista. La via non ci soddisfece molto, per via della vegetazione e della terra, ma fu proprio in quell’occasione che l’idea di salire una via più diretta cominciò a tormentarmi. La parete presenta vari strapiombi; il più importante è situato nella parte alta ed è inciso da una profonda fessura di cui è difficile capire la larghezza.
I miei tentativi (ben quattro) si concentrarono negli anni seguenti al 1981, ma la poca decisione e la scarsità di compagni disposti a sopportarmi per tante ore di seguito, dettero scarsi risultati. Nell’83 provai a salire da solo, e per guadagnare tempo pensai di fare un bivacco a metà parete per essere già in alto nella giornata decisiva. Durante la notte la mia frontale attirò la curiosità degli abitanti della frazione di Vergine Maria che, pensando di farmi un piacere, chiamarono i pompieri. Il risultato fu che dovetti spiegarmi, a 200 metri di distanza, con i poveri vigili del fuoco rassicurandoli sul mio stato di salute fisico e mentale.
Il giorno dopo riuscii a salire quattro metri in artificiale, ma la rottura di una fettuccia della cintura mi fece desistere. Ero comunque soddisfatto, perché un primo ostacolo era superato.
Il 13 maggio 1984 giunse finalmente il momento dell’attacco decisivo. Ero in compagnia di Tonino Paladino, che a quel tempo arrampicava da soli sei mesi, ma dimostrava già una tranquillità e una tenacia che non lasciavano dubbi sulla sua tenuta alla distanza. Superammo rapidamente la prima parte della via e in breve ci ritrovammo su un inaspettato cengione sotto l’enorme strapiombo. Il tiro successivo fu un vero lavoro da forzati. Un primo tratto molto marcio mi costrinse a un lancio di nut (memore dell’esperienza di Bonatti ai Drus) che, dopo qualche tentativo, andò in porto; poi dovetti fare i conti con una bella fessura e un camino chiuso in alto. I quattro metri successivi al camino mi portarono via più di un’ora, in gran parte per piantare uno spit martellando con la mano sinistra. Nel frattempo Tonino, molto coinvolto dagli eventi, si addormentò mentre era impegnato ad assicurarmi (e questo la dice lunga sul personaggio). Un breve pendolo su un vuoto stomachevole e la via non ebbe più storia.
Ancora oggi occorrono almeno 6 ore per aver ragione della via, e ritengo che Fata Morgana sia l’itinerario più impegnativo di tutta la Sicilia.
Ho sentito le sirene cantare (da solo, 11 maggio 1991)
Lo sperone che, simile a un enorme naso, spicca sulla parete nord-ovest del Pizzo Sella era da tempo nella mia lista delle vie da salire. Tuttavia la lunghezza e le difficoltà di individuazione di un itinerario nella parte alta, unite alle solite difficoltà nel trovare un compagno, mi fecero rimandare il progetto. Per la verità feci pure un tentativo solitario nel 1982, ma dopo 30 metri capii che non era ancora giunto il momento di salire lassù.
Nel 1984, con l’imprevedibile Maurizio Lo Dico, superai i 190 metri iniziali della via risolvendo il primo tratto duro. Maurizio superò in testa alla cordata il tiro chiave alla sua maniera (1 chiodo e 1 nut per 40 metri di V+ e VI) e, giunto in sosta, mi raccomandò di non volare perché gli ancoraggi della sosta non avrebbero retto. Arrivato a mia volta al punto di sosta, mi accorsi che l’assicurazione consisteva in un paio di nut posati in mezzo ad alcuni massi e che non c’era verso di poter rinforzare la tenuta degli ancoraggi.
Cercando di dimenticare di essere legato in cordata, iniziai il tiro successivo e, dopo 10 metri su massi instabili, scoprii una clessidra che, come un’isola per un naufrago, mi riportò nel mondo dei vivi.
Arrivati su un cengione, decidemmo che per quel giorno ne avevamo abbastanza, e con poche doppie riguadagnammo la base.
Dopo quell’esperienza per molto tempo cercai inutilmente un compagno. Infine, nel maggio 1991, decisi di provare da solo.
Mi preoccupavano molto di più i tiri già superati che non quelli ancora da superare; e tuttavia, animato stranamente da un’insolita sicurezza, dopo aver preparato e soppesato tutto il materiale, sistemai la sveglia alle 5.30.
Superato il momento drammatico del risveglio, mi preparai in fretta e con un certo nervosismo (di solito la mattina ci impiego un po’ a svegliarmi).
Oltre il primo tiro, le cose cominciarono ad andare meglio anche se soffrivo un po’ il freddo a causa di un vento fastidioso. Il tratto chiave risultò meno complicato del previsto. Nei tiri successivi qualche goccia di pioggia mi fece invocare rapidamente tutti i santi del calendario preceduti da una parola non troppo gentile, ma ero deciso a continuare.
Dopo un po’ il tempo smise di fare i capricci, e il mio umore migliorò.
Ero arrivato al punto massimo raggiunto sette anni prima e ciò che vedevo sopra di me non mi piaceva affatto. Infatti, poco dopo, mi ritrovai a lottare con un enorme cespuglio che occupava completamente un diedro, e solo grazie all’esperienza maturata in decenni di lotte vegetali sulle pareti più verticali riuscii a venirne fuori.
Dopo aver superato con qualche numero il resto del diedro, mi ritrovai in cima al primo pizzo e capii che ormai era fatta. Il resto della via non presentava altri ostacoli se non alla fine, dove un diedro-camino costituiva il passaggio obbligato per superare una placca liscia. Percorso in scioltezza un tratto di circa 100 metri, mi ritrovai sotto il camino, che si rivelò gentile e mi consentì di passare senza troppe complicazioni, a parte qualche ginocchiata di troppo. Ancora un bel tiro su placca e finalmente sbucai sul pianoro sommitale. L’assenza di vento rendeva il posto particolarmente tranquillo. Zoppicando allegramente ritornai all’auto e, nonostante un certo sfinimento, sprofondai lentamente in una piacevole sensazione di benessere.
Teste calde (con Maurizio Lo Dico, 19 maggio 1985)
Quando attaccammo la via, probabilmente non avevamo capito quanto fosse lunga. In ogni caso, viste le difficoltà che con cui dovevamo fare i conti, procedevamo con molta tranquillità. Solo la nostra scorta d’acqua si assottigliava in maniera preoccupante. Quando arrivammo nella parte alta, l’acqua era ormai finita da un pezzo e così pure l’energia di Maurizio, che soffre particolarmente il caldo e la sete. Ma l’unica via d’uscita passava per il pianoro sommitale del Pizzo Balata, e solo accelerando il passo come i cavalli nei pressi dell’abbeverata riuscimmo a uscire da quella torrida situazione.

Durante la discesa, inciampando su un sasso, volai a testa in giù in direzione di alcuni massi sui quali atterrai con un grosso schianto. Convinto di essere finito in frantumi come una porcellana cinese caduta a terra, cominciai a tastarmi con molta delicatezza e, con grande sollievo, verificai che tutto era a posto. Contati i bernoccoli e fasciato un ginocchio, saltellai fino alla strada. Dopo un po’ incontrammo di nuovo Giuseppe Maurici e Marco Bonamini che avevano tentato di salire uno sperone parallelo al nostro. Tutti e quattro monopolizzammo a lungo una fontana della zona, con grave disappunto delle vacche intorno a noi.
Via del Vitellozzo (con Marco Vitellaro, 4 febbraio 1989)
È un itinerario nato per caso, su uno sperone che era sfuggito alla mia ricerca di pareti inviolate. Avevo percorso più volte la parte alta della dorsale principale del Monte Còfano, e da sempre pensavo che avrei dovuto cercare un punto di attacco sul versante nord, dove questa affonda le radici.
Ingannando l’ignaro Marco Vitellaro (al secolo Vitellozzo) sul vero obiettivo della nostra ascensione, lo convinsi ad accompagnarmi in questa piccola avventura.
Il periodo non era dei migliori, ma la giornata era bella e il freddo, sul versante nord, sopportabile.
Superato il primo sperone di 350 metri, dove la roccia, nonostante l’esposizione a nord, è particolarmente salda, giungemmo in cima alla prima spalla. Fu allora che compresi il mio errore di valutazione. Infatti, la spalla su cui credevo di arrivare era ancora lontana e nel mezzo, tra noi e quella, la cresta nascosta nell’ombra sembrava tutt’altro che facile. Un tratto troppo affilato ci costrinse subito a scendere sulla parete ovest. Ma le difficoltà non diminuivano affatto, e per di più non ci si riusciva a proteggere.
Dopo un tiro rocambolesco la situazione si normalizzò, e senza troppi rischi giungemmo sulla Spalla Rossa, la mia meta.
La prosecuzione lungo la cresta principale la conoscevo bene, e ormai procedevo rilassato. Improvvisamente, quando mi ero ormai convinto che le nostre pene fossero finite, il povero Vitellozzo cominciò a dar segni di spossatezza. In quel periodo soffriva un po’ di cuore, e in quel preciso momento la sua pressione sanguigna non era adeguata alla situazione.
In breve, quella che di solito è una cresta divertente da percorrere in scioltezza, si trasformò in un vero calvario, per lui e per me che dovevo incitarlo. In cima, la solita foto ricordo quella volta si tinse di un’aura più gloriosa.
Kangacejros (Alessandro Bellavista, Filippo Bosco, Maurizio Lo Dico, 7 novembre 1982)
Su questa cresta di Capo Còfano non mi sento di scrivere racconti: non sono io l’autore della prima salita. Da quanto narra uno dei protagonisti (il povero Filippo Bosco, detto Filo), pare che per tutta la salita i suoi compagni di cordata abbiano continuato a discutere animatamente sulla via da seguire (e stavano su una cresta non molto larga), e conoscendo i personaggi posso capire a quale supplizio Filo sia stato sottoposto.
Via a Vela (con Fabrizio Antonioli, 4 maggio 1984)
Il nome di questa via non deriva dalla febbre per lo sport della vela che recentemente ha coinvolto tutti grazie agli exploit del Moro. Il richiamo allo sport marinaro è legato al vento che per tutta la salita ci tormentò con forti raffiche e che sarebbe stato molto più utile a una barca in navigazione. Comunque fu una bella salita su roccia ottima, decisamente diversa da quella del resto di Capo Còfano.
Gioco d’ombre (con Maurizio Lo Dico, 20 aprile 1987)
Forse una degli itinerari più belli che abbia mai percorso. Dopo aver salito la via dello Sballo di San Vito di Gogna e compagni, non ero ancora soddisfatto, ed ero convinto che su quella parete si potesse realizzare qualcosa di meglio. La linea individuata era piuttosto semplice ma piena di incognite, e i dubbi della vigilia erano molto forti. Il mio compagno era l’intramontabile Maurizio che, a dire il vero, non arrampicava da parecchio. Tuttavia Maurizio appartiene alla generazione pre-spit, più abituata alle lunghe permanenze in parete.

Il primo tentativo non ebbe un buon esito, e dopo due tiri di corda fummo costretti a scendere per via del grande caldo. Dopo una giornata di riflessione a San Vito, all’alba del giorno successivo schizzai in piedi e convinsi il povero Maurizio, in coma, che era il momento giusto di riprovarci, trascinandolo fuori dalla tenda. Purtroppo la sua lontananza dalle pareti si faceva sentire, e per quel giorno l’amico si accontentò di seguirmi da secondo meravigliandosi per lo stato di grazia in cui mi trovavo. In tutta la via usai due chiodi e pochi nut, e la parete mi lasciò passare senza opporre troppi ostacoli. Ricordo solo un forte dolore alla gola, che mi tormentò per qualche giorno dopo la salita e che non riesco a spiegarmi ancora oggi. Incredibili le variazioni termiche di quel giorno, che passarono dal caldo insopportabile del mattino al freddo del pomeriggio.
Ho aperto molte vie, ma mai come quella volta l’uscita in cima dopo dieci ore di arrampicata ebbe un sapore così dolce e liberatorio.
Mai nelle ore di punta (disavventure siciliane)
Era l’estate 1987 e il caldo torrido del giorno consigliava di arrampicare nel tardo pomeriggio. Non avendo molto tempo a disposizione, scelsi, come faccio spesso, di percorrere la via Diretta alla Roccia dello Schiavo (220 m fino al VI) per poi scendere dalla più semplice via Murtola (230 m, IV-). Il percorso che ne veniva fuori mi era utile per mantenere una certa forma. Tutto era perfetto quel pomeriggio di luglio, e anche quella volta non notai i curiosi che spesso si soffermano sulla strada del Parco della Favorita. Avevo iniziato da poco la discesa quando cominciai ad accorgermi che la prima strada, quella che da Palermo porta al lido di Mondello, era intasata dal traffico. Pensando ad un incidente, non mi curai molto dell’accaduto. Poco dopo, un elicottero si avvicinò verso di me. Mi resi subito conto che il problema ero proprio io.
Giunto alla base della parete, mentre mi cambiavo le scarpe, mi vidi spuntare un carabiniere con tanto di baffi, tutto sudato, il quale mi informò senza mezzi termini che dovevo seguirlo in caserma (a quanto pare avevano ricevuto la segnalazione che un pazzo voleva buttarsi di sotto). Alla mia domanda su quali fossero le mie colpe, il povero caramba mi rispose sconsolato: «ma non vede quello che ha provocato?!».
In quel momento, in effetti, il caos regnava sovrano; oltre alla prima strada si era intasata anche quella nel senso inverso e un’altra strada, che dallo stadio taglia verso il Parco, era ormai satura di autobus e macchine bloccate nel traffico. Cercai di spiegarmi, ma il carabiniere era troppo provato per ascoltarmi; per evitare problemi, acconsentii a seguirlo. Giunto in strada, la scena appariva veramente allucinante: centinaia di persone erano lì ad aspettarmi per vedere chi fosse il pazzo che voleva buttarsi di sotto. La gente applaudiva e voleva stringermi la mano. Trovai rifugio nell’auto dei carabinieri che rapidamente mi portarono in caserma. Spiegai chi ero e che mi stavo soltanto allenando. Mi guardarono come un extraterrestre e continuarono con i loro controlli. Dopo mezz’ora dovettero rilasciarmi e il maresciallo di turno, nel salutarmi, mi disse: «La prossima volta potrebbe evitare le ore di punta?».
I percorsi
1) Pizzo Mirabella, cresta ovest
Sviluppo: 650 m
Difficoltà: IV
Primi salitori: Luigi Di Giorgio, Giovanni Galluzzo nel 1947; prima solitaria: Roberto Manfrè l’11 settembre 1983
Accesso: da Palermo si percorre la strada a scorrimento veloce per Sciacca, che si interrompe poco dopo Portella della Paglia; scavalcata la portella, si devia dopo il primo tornante a destra per la strada bianca che porta alla masseria La Chiusa e, proseguendo a destra, sotto le pareti.
Via bella e panoramica; utili e consigliabili nut e fettucce.
Salita: si sale per un pendio di 150 m circa fino al primo contrafforte. Si segue un diedro (III) fino a una piazzola sulla cresta. Sosta 1, clessidra; 35 m. Si segue la cresta (III) fino a un pendio. Sosta 2; 50 m.Si sale il pendio (I) fino al secondo contrafforte. Ci si alza per un diedro (IV, clessidra) e quindi per paretine fino a una comoda sosta. Sosta 3, clessidra; 30 m. Si continua senza via obbligata evitando gli alberi (II) fino a un terzo salto. Si segue una fessura verso sinistra (III+) e, più facilmente, sul filo della cresta. Sosta 4; 50 m. Si prosegue facilmente fino ad un quarto contrafforte (I). Si segue una fessura in verticale (IV, chiodi); quindi ci si sposta in obliquo a sinistra (IV) e si seguita più facilmente fino alla sosta. Sosta 5; 40 m. Si continua a seguire la cresta fino a un quinto salto (II). Si sale per una placca a sinistra, si supera un alberello (III+), si traversa a destra (ch.) e si risale una fessura (IV, nut); quindi, più facilmente, si perviene alla sosta. Sosta 6; 40 m. Si sale una paretina (III+) e poi si seguita per blocchi fino alla placca finale (III+) che porta all’uscita. Si prosegue per la cresta orizzontale (qualche passo di II), si sale un camino (III+, umido) e da ultimo si giunge sulla vetta.
Discesa: ci si abbassa sul lato ovest per roccette (II) fino a una forcella. Si seguono tracce di sentiero sul versante nord traversando sul pendio verso un’evidente strada forestale. Si scende per la strada e, dove questa si interrompe, si prosegue per un sentiero a sinistra del ruscello fino a ritornare all’attacco (1 ora).
2) Pizzo Pelavet (Maja e Pelavet) 1278 m, cresta sud ovest, via della Solitudine
Sviluppo: 400 m
Difficoltà: III
Primi salitori: Vito Oddo, Giuseppe Maurici, S. Tornambe e G. Petta nel 1977
Accesso: da Piana degli Albanesi si percorre la strada per San Giuseppe Jato fino alla Portella della Ginestra dove, in un grande spiazzo, si può lasciare l’auto.
Via bella, facile e panoramica su roccia ottima.
Salita: si attacca sulla destra per cenge erbose. La via segue la cresta che ha un andamento discontinuo. Si percorre la cresta senza via obbligata. Sono possibili numerose varianti più impegnative, specie nei risalti in alto.
Discesa: dalla sommità ci si abbassa in direzione nord est per tracce di sentiero fino a una sella; si continua verso ovest dentro una valle e poi per una strada forestale fino a rientrare al parcheggio (45 min.).
3) Monte Pellegrino, il Paretone, via Fata Morgana
Sviluppo: 340 m
Difficoltà: 6c, A0; 6a obbligatorio
Primi salitori: Roberto Manfrè e Tonino Paladino il 13 maggio 1984; prima solitaria: Roberto Manfrè il 14 aprile 1990
Accesso: dall’abitato di Vergine Maria si sale per una stradina privata che si lascia andando a sinistra. Si scavalca un muretto a secco e per tracce di sentiero all’attacco.
E’ l’itinerario più impegnativo di tutta la Sicilia, ed è il risultato di quattro anni di tentativi. D’estate conviene attaccare dopo l’uno del pomeriggio. Il primo tiro è in comune con la via dello Starnuto. Utili 10 rinvii, nut.
Salita: si attacca (freccia) per una paretina (IV, 1 ch.), quindi si salgono un diedro a sinistra (V+, 1 ch.) e una rampa fino alla piazzola. Sosta 1, 2 ch. di sosta; 40 m. Si scavalcano le palmette a sinistra, si traversa a sinistra (V, 2 ch.); quindi, per uno spigolo ben appigliato, si seguita fino a una cengia a destra. Sosta 2, 2 ch.; 30 m. Si sale in obliquo a destra (VI, 2 ch.), si traversa a destra fino a dei cordini (IV, clessidra), si obliqua a destra ad una clessidra (V+, VI); si sale a sinistra (VI-) e spostandosi in obliquo a destra, si perviene alla sosta. Sosta 3, 2 ch.; 35 m. Si sale ad un diedro a sinistra (V+, nut) che si segue (6a, clessidra) fino a un chiodo; si traversa a sinistra e facilmente si giunge a una nicchia; si esce a destra (V, nut, ch.) e si prosegue in verticale fino a una cengia, quindi si aggira una fessura sporca a destra fino a pervenire ad una piazzola. Sosta 4, 2 ch.; 25 m. Si segue una rampa a sinistra fino a un cengione (III-). Sosta 5, 2 ch.; 20 m. Si supera un diedro a destra (V, nut); quindi per una rampa si continua sino ad un antro. Sosta 6, ch., spit; 25 m. Si segue un diedro a destra (V, ch.), si traversa a destra ad una rampa che si segue (VI-, V, ch.) fino a placche inclinate; si sale in verticale per 3 m, si traversa a sinistra a uno spit (V, VI); quindi si continua in verticale seguendo i chiodi (6a, 6c o A0, 7 fra chiodi e spit); infine si traversa a destra (V+, nut lasciato) fino a piazzola. Sosta 7, clessidra; 40 m. Si segue un’esile fessura verso sinistra (V+, nut); quindi per un diedrino si perviene a una zona più facile obliquando a sinistra ad un grosso cengione (III+). Sosta 8, ch.; 30 m.
Si sale in A1 su nut (roccia friabile); quindi si continua per la fessura (V+, nut) e il camino (IV) dal quale si esce in alto per un diedro (V+, VI, 4 ch.), si traversa a corda a sinistra fino alla sosta (V+, ch.). Sosta 9, ch.; 40 m. Si sale un diedro a sinistra (IV+), si supera una placca gialla dalla quale si esce a destra (V, terra) e poi si prosegue in verticale fino a un cengione; di qui si prosegue in verticale (IV, poi III) fino all’uscita. Sosta 10, clessidra; 55 m.
Discesa: dalla sommità si raggiunge una stradina forestale che conduce alla strada per la statua di Santa Rosalia (dove conviene portare un’auto per tornare giù). Si percorre la strada fino al Santuario di Santa Rosalia (10 min.), dove parte un autobus diretto in città.
4) Monte Gallo, parete nord ovest, via Ho sentito le sirene cantare
Sviluppo: 450 m
Difficoltà: VI
Primo salitore: Roberto Manfrè l’11 maggio 1991 dopo un precedente tentativo effettuato con Maurizio Lo Dico nel 1984
Accesso: dall’abitato di Sferracavallo si percorre il lungomare e quindi, per una sterrata, si giunge fino ad un cancello. Si sale per il pendio vicino a una recinzione, che si passa facilmente, e per sentiero si seguita fino alla stradella che traversa a 100 m di quota. Seguendo la stradina, si giunge facilmente all’attacco (freccia).
La via supera l’evidente sperone del Pizzo Sella, cima centrale del Monte Gallo. A tratti la roccia è instabile; sono necessari nut e chiodi.
Salita: ci si alza per placche (IV, IV+), si obliqua a sinistra e si sale per uno spigoletto (IV) fino a una piazzola. Sosta 1, clessidra con fettucce; 45 m. Si segue il diedro sopra la sosta (V-, IV), quindi una placca strapiombante (V+, nut); si traversa a sinistra (V-) e si sale ad un diedro-camino (V+, ch.) dal quale si esce a destra (massi) fino a piazzola. Sosta 2; 35 m. Si gira lo spigolo a sinistra (instabile) e si sale per massi (IV+) fino a una piazzola. Sosta 3; 25 m. Si sale un diedrino (V+) e si obliqua a sinistra per una placca; quindi si continua in verticale (V) fino a una piazzola. Sosta 4; 30 m. Si supera uno speroncino (IV); quindi, attraverso la fitta vegetazione, a destra si aggira uno sperone (è preferibile superarlo direttamente). Si torna a sinistra per massi e cespugli (III) fino a una grotta rossa. Sosta 5; 60 m. Si entra dentro un diedro sulla sinistra (vegetazione abbondante, V), che si segue per qualche metro; quindi si continua a sinistra per placca (V+) e, tornando a destra, nel diedro che si segue fino a un albero. Sosta 6; 35 m. Si segue il camino (V); quindi, per massi, si continua fino alla cima del primo pizzo. Sosta 7; 20 m (250 m dall’attacco).
A questo punto si scende nell’intaglio (III). Sosta 8; 20 m. Si supera una zona con vegetazione seguendo un vago spigoletto a sinistra (III+, poi II); si obliqua a sinistra fino ad una grotta, poi si raggiunge un intaglio a sinistra. Sosta 9; 30 m. Si sale una parete bianca (IV, passo di V), si traversa a destra per cengia, si torna a sinistra e quindi si continua in verticale sino ad alcune palmette. Si supera una placca strapiombante (IV+) fino a pervenire ad un cengione. Sosta 10; 50 m. Si percorre il cengione verso destra fino a un albero; quindi si continua per una rampa verso sinistra fin sotto un diedro. Sosta 11; 25 m dall’albero. Si supera un diedrino strapiombante (VI), si segue il camino (VI, poi V+; è difficile proteggersi), si seguita obliquando a sinistra (IV+) fino alla sosta. Sosta 12; 45 m. Si percorre un diedro salendo su un masso a sinistra (V+) e si prosegue per salti erbosi (IV); quindi si sale per un diedro con placca a destra seguendo la fessura (V+) e pervenendo più facilmente all’uscita. Sosta 13; 25 m.
Discesa: dalla cima si scende verso sud ovest fino a una sella che divide il Pizzo Sella dal Pizzo Vuturo (cima occidentale del Monte Gallo). Si risale verso il Pizzo Vuturo e, per una rampa, si scende fino al canalone che riporta alla strada (50 min.).
5) Monte Pecoraro, parete ovest, via delle Teste Calde
Sviluppo: 600 m
Difficoltà: IV+
Primi salitori: Maurizio Lo Dico e Roberto Manfrè il 19 maggio 1985
Accesso: uscendo a Cinisi dall’A29 Palermo-Trapani, si percorre la SS n. 113 in direzione di Palermo per 100 metri; si passa sotto l’autostrada e si percorre una sterrata a destra, che costeggia l’autostrada passando sotto le pareti.
Via interessante che sale per lo sperone più alto della parete. Utili nut e fettucce.
Salita: si attacca sullo sperone più basso, per un diedrino (freccia) vicino a un grosso carrubo. Si percorre il diedro (IV-), quindi ci si innalza per uno spigolo (III, III+) fino a una grossa cengia sotto una placca. Sosta 1; 45 m. Si prosegue per la placca (IV-) fino a una cengia, si oltrepassa un albero a destra e, per uno speroncino con vegetazione (HI), si continua fino a strapiombi rossi. Sosta 2; 45 m. Si segue una rampa verso destra, si supera un albero (IV) fino a un cengione con albero. Sosta 3; 35 m. Si sale per lo speroncino a sinistra (III) e quindi per lo spigolo con massi instabili fino a un pendio. Sosta 4; 45 m. Si evitano i pendii verso destra lungo una placca (III+) fino a un terrazzo; quindi per uno speroncino (IV) e un diedro si raggiunge una piazzola. Sosta 5; 50 m. Si sale in verticale fino alla cima di un primo pizzo. Sosta 6; 10 m. Si scende nell’ intaglio (III+); quindi per un diedro (attacco di V-, poi IV) ci si porta a una piazzola. Sosta 7; 40 m. Si segue lo spigolo rosa (III+, IV-) e quindi un pendio fino a una paretina. Sosta 8; 50 m.
Si supera la paretina (III+), si oltrepassa un albero e, per placchette (I, II) si giunge a un punto di sosta. Sosta 9; 40 m. Si sale per uno speroncino di 30 m (II), e quindi si continua per un pendio fino a un affioramento roccioso. Sosta 10; 50 m. 51 procede su roccette fino a una placca grigia. Sosta 11; 40 m. Si supera la bella placca (III+) sostando su buona clessidra. Sosta 12; 50 m. Si sale il pendio per 15 m (I). Sosta 13. Si prosegue per placche grigie (HI) e per un diedro (IV-) fino a un pendio. Sosta 14; 50 m. Si sale per il pendio e una paretina di 25 metri (II) fino alla cresta orizzontale che porta in vetta.
Discesa: dall’uscita si cammina in direzione sud fino a un canalone che riporta alla strada (1 ora).
6) Monte Còfano, sperone nord, via del Vitellozzo
Sviluppo: 570 m
Difficoltà: V+
Primi salitori: Roberto Manfrè e Marco Vitellaro il 4 febbraio 1989
Accesso: si lascia l’A29 Palermo-Trapani all’uscita di Castellammare del Golfo e si prosegue in direzione di San Vito Lo Capo sulla SS n. 187; al bivio per Custonaci si devia e, poco dopo il paese, si prende la strada per Cornino e Scurati ; infine, si continua sulla strada litoranea che si dirige alle pendici del monte.
La via sale lungo lo sperone nord, che è solcato da un evidente camino. Sono necessari chiodi e nut.
Salita: si attacca a sinistra, evitando il primo salto che presenta un bel diedro. Si segue una rampa erbosa fino a una comoda sosta (II). Sosta 1; 40 m. Si segue lo spigolo (III, III+) fino a una grossa piazzola. Sosta 2; 42 m. Si prosegue per lo spigolo fin sotto una placca (III+). Sosta 3,10 m. Si supera la placca, si traversa a destra e per un diedro (IV+) si perviene alla base di un camino sulla sinistra. Sosta 4; 50 m. Si risale il camino (IV) dal quale si esce a sinistra, quindi si continua verso destra (vegetazione) superando un diedrino (IV+) fino allo spigolo. Sosta 5; 30 m. Si segue un diedro a destra (IV) dal quale si esce a destra (V); quindi si continua per placca fino a una piazzola con grossa clessidra (ometto). Sosta 6; 48 m. Si risale un pendio con vegetazione fino a un camino-fessura (I, II). Sosta 7; 40 m. Si sale il camino; quindi, per massi (III), si continua fino a una cengia sotto una rampa a destra. Sosta 8; 50 m. Si segue la rampa, poi facilmente si giunge in vetta alla prima spalla (350 m dall’attacco). Sosta 9; 50 m. Si scende verso un masso giallo a sinistra del filo di cresta (III, III+). Sosta 10; 40 m. Si arma una corda doppia di 15 m su spuntone (sosta alla fine). Sosta 11. Si traversa verso destra fino a grosso albero (II). Sosta 12; 20 m. Si scavalca la cresta e si scende a una piazzola (III+, IV-). Sosta 13, ch.; 15 m. Si scende per 60 m, quindi si risale per una placca (V+); si traversa a destra, si torna a sinistra e per lo spigolo e una fessura (V) si perviene fino a una stretta piazzola. Sosta 14, spuntone; 45 m. Si traversa a destra (V+), si supera un tratto articolato fino a un camino che si segue fino a un intaglio. Si sale la placca (V-, friabile) e si perviene facilmente in vetta alla Spalla Rossa. Sosta 15; 70 m. Di qui parte la Cresta del Menhir, che prosegue con difficoltà discontinue per oltre 500 m (la si può percorrere slegati o in conserva).
Discesa: dalla cima si scende verso est lungo il pendio. Si supera un breve salto di roccia (II) e, per placche appoggiate, si prosegue sul versante sud fino a raggiungere la stradina che riporta al litorale (1 ora).
7) Monte Còfano, Cresta Kangacejros (cresta ovest)
Sviluppo: 660 m
Difficoltà: V
Primi salitori: Maurizio Lo Dico, Alessandro Bellavista e Filippo Bosco il 17 novembre 1982
La via sale per la cresta ovest che, nella parte bassa, si biforca in due creste parallele. Si segue quella di sinistra. Roccia marcia nei primi tiri. Itinerario interessante. Utili nut e qualche chiodo.
Salita: si attacca il primo sperone (il più basso) per una placchetta (freccia). Si sale per una placca instabile (III+), si obliqua a sinistra (III-) fino a una fessura che si segue (V, clessidra) fino a una stretta piazzola. Sosta 1 ; 35 m.
Si traversa a sinistra e si sale su un masso sporgente (III+), quindi si seguita per un canalino con vegetazione fino a una forcella. Sosta 2; 35 m. Si segue un diedro a destra (III+), quindi per il filo di cresta (molti massi) ci si porta a sinistra fin sotto un salto più dritto. Sosta 3, spuntone; 46 m. Si evita il salto successivo a destra continuando sino a un forcellino; si supera un salto più liscio (IV-) e per una placca si perviene a una piazzola. Sosta 4; 42 m.
Si supera un salto arrotondato (IV-), quindi si continua per la cresta senza via obbligata. Sosta 5; 50 m. Si segue la cresta, si supera un diedrino (III+) e facilmente (I, II) si giunge sotto un salto verticale (150 m dalla sosta 5). Si sale per una fessura-diedro a destra (V, nut) e si sosta subito dopo. Sosta 9; 30 m. Si prosegue per la cresta, e per un pendio a destra (I), fino a una larga piazzola. Sosta 10; 50 m. Si supera una paretina rotta (III+), quindi si continua per la cresta a saliscendi. Sosta 11; 40 m. Si sale su un caratteristico pizzo giallo (HI), si scende e si raggiunge l’ultimo tratto dritto. Sosta 13; 40 m.
Si segue un diedro a sinistra (III) e si prosegue in verticale fin sotto una placca. Si sale un diedro a destra (III) e per uno spigolo (III+) ci si porta a un ampio cengione. Sosta 14; 45 m. Si segue un diedrino (IV, IV-); quindi, per massi e una pancia (IV+, evitabile a destra), si giunge all’uscita. Sosta 15; 40 m.
Discesa: come per l’it. precedente.
8) Monte Còfano, parete sud, via a Vela
Sviluppo: 210 m
Difficoltà: IV+
Primi salitori: Roberto Manfrè e Fabrizio Antonioli il 4 maggio 1984
La via sale uno sperone rossastro della parete sud ben visibile dal Baglio Còfano. Roccia buona. Utili nut e chiodi.
Salita: dal Baglio Còfano ci si abbassa per tracce di sentiero e quindi si risale il pendio per un sentiero fino all’attacco. Si attacca sotto uno strapiombo rosso (freccia). Si sale a sinistra per una rampa (III), quindi ci si innalza in verticale per 4 m (IV+, V-); si traversa a sinistra fino a uno spigolo che si risale (V+) fino a una piazzola. Sosta 1;30m.
Si sale verso destra evitando uno strapiombo (IV-, IV+); si passa fra dei massi (IV-) e, per un diedro, si perviene a una piazzola a sinistra. Sosta 2; 32 m. Si supera una bella placca (III), poi si evita una zona più ripida montando su un masso a sinistra. Si prosegue per placca (IV) fino ad uscire (V-) su una spalla. Sosta 3; 45 m. Si salgono dei massi (III) fin sotto uno sperone rosso. Sosta 4; 36 m. Si supera lo sperone (V+, nut); quindi si continua per una paretina obliquando a destra (IV) e giungendo facilmente alla sosta. Sosta 5; 38 m. Si prosegue facilmente fino all’uscita. Sosta 6; 30 m.
Discesa: come per la via del Vitellaio.
9) Monte Monaco, sperone est, via Gioco d’ombre
Sviluppo: 400 m
Difficoltà: V+
Primi salitori: Roberto Manfrè e Maurizio Lo Dico, 20 aprile 1987
Accesso: l’accesso a San Vito avviene normalmente lasciando l’A29 Palermo-Trapani all’uscita per Castellammare del Golfo e proseguendo sulla SS n. 187 in direzione Custonaci e San Vito. Si lascia la SS n. 187 a Custonaci e si prosegue in direzione San Vito Lo Capo; si oltrepassa il paese e si prosegue verso il villaggio turistico di Cala Impiso.
Non si è ancora usciti dal paese e già la mole del Monte Monaco fa vedere le sue pareti; un paio di chilometri dopo il paese, all’altezza della Tonnara, si è sovrastati dallo sperone su cui si svolgono tre belle vie (vedi il tracciato nella foto), la più a destra delle quali è Gioco d’ombre. L’auto si può lasciare proprio sotto lo sperone. Si giunge alla base della parete in circa 15-20 minuti di marcia su facile sentiero
L’itinerario, che si sviluppa su roccia ottima, è il più interessante dello sperone. Nella parte superiore sale molto vicino alla via delle Punte. L’attacco è in prossimità di un masso appoggiato, alto circa 2 metri. Sono necessari 8 rinvii, nut e fettucce.
Salita: si sale sul masso (IV-), si prosegue in verticale lungo una fessura (IV) e poi per una placca fino ad alcuni buchi (V+, nut); si traversa a sinistra (IV+) fino a dei buchi con clessidre. Si sale obliquando a destra fino a una “clessidra con cordino (V+). Si sale a sinistra per fessurina (V, nut), quindi si traversa e si obliqua a sinistra (V+, ch., clessidra) fino alla sosta. Sosta 1, clessidra; 32 m. Si sale una fessura a destra (V), poi si traversa a sinistra ad una piazzola con cespuglio (V+, clessidra); si sale una fessura in dülfer (V, nut), quindi si continua in verticale per una placca con cespugli (V) e seguendo una rampa che sale a destra (IV-) fino a una grossa clessidra. Sosta 2; 30 m. Si seguita in verticale su placche grigie (IV+, clessidra), quindi per una fessurina (V+, nut) fino a una grossa clessidra dove si sosta. Sosta 3; 40 m. Si sale a sinistra per una placca (V, nut), e quindi per una rampa (III+) fino ad una stretta piazzola. Sosta 4, clessidra; 15 m. Si prosegue in verticale per placche (V-, nut, ch.) fino a una fessura che si supera direttamente (VI, nut); si sale per un diedro (IV+, massi all’uscita) fino ad una piazzola con cespuglio. Sosta 5, ch.; 48 m.
Si sale una bella placca grigia (IV+) e si evitano alcuni massi instabili deviando a sinistra (V+, ch.); si traversa a destra e si sale per un diedro giallo (VI-). Si sale dapprima a sinistra (IV+) e poi a destra fino a una nicchia-diedro dove si sosta. Sosta 6, spit; 33 m. Si sale un diedro con masso sporgente (V, clessidra), poi un diedro-fessura (VI, clessidra) e un diedro a destra (V+, ch.), che porta ad una rampa di massi sovrastata da uno strapiombo giallo; si prosegue per la rampa (IV+) fino a un grosso spuntone. Sosta 7; 30 m. Si sale obliquando a sinistra (IV+) fino a un diedro (V, V+) che si segue per circa 15 m; quindi si devia a destra verso una piazzola sotto placche grigie. Sosta 8, clessidra; 35 m. Si continua a destra verso uno spigolo (IV+) e lo si oltrepassa (V+, nut) ; quindi per placche e uno spigolo con maniglie (V-, clessidra) si perviene a una stretta piazzola. Sosta 9; 42 m. Si sale una placca e un diedro (IV+, V, V+, nut) fino a una cengia con detriti. Si supera una placca a destra fino ad una larga piazzola (IV+). Sosta 10, spuntone; 45 m. Si supera un pilastrino (V), si seguita per roccette (I, II) fino alla sommità. Sosta 11 su spuntone.
Discesa: dalla cima si scende per una stradella che riporta alla strada per Cala Impiso (45 min.).
Scopri di più da GognaBlog
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.














Ho percorso alcune vie dello scritto.. Ho sentito cantare le Sirene e Gioco d’ombre…CAPOLAVORI