La diffusione del vademecum dell’Ebu per i cameramen dovrebbe evitare “l’oggettivazione delle prestazioni atletiche femminili sullo schermo”, ma si traduce in una forma di censura che penalizza le capacità delle donne.
Il corpo delle atlete non può essere un tabù
(l’autogol delle riprese politicamente corrette)
di Filippo Impallomeni
(pubblicato su secoloditalia.it il 26 luglio 2026)
È tutto un equilibrio sopra la follia. Adesso l’Unione Europea di Radiodiffusione (Ebu) ha deciso che bisogna cambiare il modo in cui vengono riprese in televisione le gare di atletica femminile. L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di tutelare le atlete evitando inquadrature considerate irrispettose e ipersessualizzanti, al fine di garantire una maggiore concentrazione del pubblico sulle prestazioni sportive.
Le linee guida per le riprese degli sport femminili
Così, negli ultimi giorni, sono state pubblicate delle vere e proprie linee guida per gli operatori di ripresa con tanto di immagini esplicative, le stesse che ridisegneranno il futuro della comunicazione riguardante le gare femminili.
Elaborate in collaborazione con European Athletics, queste nuove indicazioni rappresenterebbero una risposta diretta verso “l’oggettivazione delle prestazioni atletiche femminili sullo schermo”. Perlomeno secondo il direttore esecutivo di Ebu Sport, gli addetti ai lavori, alcune atlete e qualche pseudo-femminista, “queste linee guida rappresentano un importante passo avanti”. Esulta anche Dobromir Karamarinov, presidente di European Athletics: “Mi congratulo con l’Ebu. Noi ci impegniamo a garantire che il nostro sport venga presentato in modo da rispettare e valorizzare tutti gli atleti, indipendentemente dal genere, dalla razza, dalla religione, dall’orientamento sessuale o dal contesto socioeconomico”. Parole toccanti, dalle quali emerge però un evidente cortocircuito. Ma andiamo per ordine.
Vietate inquadrature dal basso e troppo ravvicinate
Il documento vieta espressamente da ora in poi le angolazioni dal basso, impone di evitare primi piani sulle zone del bacino e del petto durante i momenti di attesa, raccomanda inquadrature frontali e a figura intera.
Nel dettaglio si legge che “in pista, diverse eccellenti angolazioni di ripresa offrono al pubblico e ai commentatori una visione tecnica e competitiva delle gare. Tuttavia, queste angolazioni possono talvolta compromettere la visione degli atleti. Riprendere gli atleti da una posizione al di sotto del bacino rischia maggiormente di produrre immagini poco lusinghiere. Pertanto, è preferibile rimanere davanti all’atleta ogni volta che è possibile o evitare inquadrature molto ravvicinate”.
Il cortocircuito del politicamente corretto
Sfugge però un piccolo particolare. Il corpo, nell’atletica come nella ginnastica, nel nuoto o nel ciclismo, non è un elemento estraneo allo sport: è lo strumento stesso della prestazione. Mostrare la tecnica, la muscolatura, la falcata o il gesto atletico non equivale necessariamente a sessualizzare l’atleta. Il rischio è che, nel tentativo di evitare ogni possibile fraintendimento, si finisca per considerare il corpo femminile un elemento da occultare anziché una componente naturale della competizione.
Il rischio dell’autogol
L’intenzione dichiarata dall’Unione Europea di Radiodiffusione risulta allora condivisibile, quantomeno in teoria. Interrogarsi nel merito della scelta risulta allo stesso tempo necessario: è davvero attraverso nuove indicazioni su cosa si possa o non si possa mostrare che si migliora il modo di raccontare lo sport femminile?
Trasformare questa sensibilità in un insieme di prescrizioni rischia di introdurre un principio diverso: quello secondo cui ogni immagine deve essere valutata prima di tutto per il possibile significato che qualcuno potrebbe attribuirle, col rischio di alimentare un clima nel quale la preoccupazione di non urtare nessuna sensibilità finisca per prevalere sulla naturalezza del racconto televisivo. Il confine tra attenzione e autocensura diventa allora inevitabilmente più sottile e, paradossalmente, si finisce per concentrare ancora di più l’attenzione proprio su ciò che si vorrebbe evitare.
Il corpo dell’atleta nel racconto
Nessuno rimpiange le riprese inutilmente morbose o costruite per attirare clic, un bravo videoreporter dovrebbe saperlo comprendere da solo. Il corpo, le gambe, l’addome, così come la schiena fanno però parte del racconto. Il corpo dell’atleta non è un elemento accessorio della competizione: è la competizione stessa. Nell’atletica la falcata, la postura, la muscolatura, l’esplosività, la tecnica di corsa o di salto rappresentano il cuore della prestazione.
Il problema è lo sguardo di chi osserva
Lo stesso vale per il nuoto, la ginnastica artistica, il ciclismo, il pattinaggio e molte altre discipline nelle quali il gesto tecnico coincide inevitabilmente con il corpo che lo esprime. Ridurre il tutto a una sessualizzazione del corpo risulta allora pericoloso e in controtendenza con quelle stesse battaglie che le donne portano avanti da decenni. Perché il problema non è il corpo, ma lo sguardo con cui lo si osserva. Una telecamera che racconta una gara non dovrebbe essere costretta a comportarsi come se il corpo femminile fosse, di per sé, qualcosa da nascondere o da trattare con particolare imbarazzo.
Lo sport dovrebbe insegnare l’opposto. Dovrebbe ricordare che il corpo è disciplina, allenamento, sacrificio, forza, talento. Non un dettaglio da oscurare per timore che qualcuno possa guardarlo con occhi sbagliati: non in Europa, non in Occidente, dove le donne sono ancora libere di correre con i capelli al vento indossando una normale tenuta sportiva. Chissà se, nel pugilato, qualcuno chiederà mai di inquadrare da lontano i fighter per non mostrarne i muscoli.
Il commento
di Carlo Crovella e della Redazione
L’ideologia woke è un gorgo senza fondo: si avviluppa su se stessa, portandoci a vietare ogni risvolto della realtà. L’ultima invenzione è il vademecum sulle riprese sportive, finalizzato a evitare immagini sessualmente sensibili delle atlete impegnate in competizioni, in particolare dell’atletica leggera.
In parole semplici l’utilizzo di capi di abbigliamento più sottili e attillati rende “necessario” evitare i primi piani con décolleté, lato B o ventre piatto.
Vedremo solo più delle riprese da lontano, pagando il prezzo di perdere la smorfia di contentezza o di dispiacere per l’andamento della gara.
Siamo sempre più vittime di una prigione castrante: è ora di smetterla e liberarcene definitivamente. Non è in queste scemenze che si gioca l’autonomia delle donne e il loro successo nella vita.
E che dire, allora, delle tute delle sciatrici o dei costumi delle nuotatrici? Metteremo una censura anche ai gonnellini delle tenniste?
E poi perché solo alle donne? Non può essere che anche un singolo atleta maschio sia infastidito se ripreso da vicino con l’outfit aderente sul basso ventre?
A questo punto tutti i servizi TV, anche quelli non sportivi, così come ogni foto, ogni scritto, ogni articolo, ogni libro… andrebbero tutti “epurati” di ogni possibile riferimento “sessuale”, risvolto che è quasi sempre nella testa di chi guarda o legge e raramente alberga nella mente di chi compone il video o lo scritto.
Tanto, anche con le riprese da lontano, ci saranno sempre dei “maniaci sessuali” (come si chiamavano un tempo, quando eravamo felici e disincantati), che avranno modo di innescare le loro fantasie…
E allora tanto vale lasciare le riprese TV così come sono, senza tutte queste fisime che non portano nessun valore aggiunto e determinano solo dei problemi operativi.
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1 – E’ ovvio che certe inquadrature di atlete femmine non sono “proposte” con la stessa frequenza come per gli atleti maschi. Così come le testimonial “fighe”, conturbanti e sexy, tanto sui cartelloni pubblicitari quanto in video Tv, sono numericamente molto agli eventuali testimoniale maschi. Scendete da Marte: la vita è fatta csì. Voler mettere la doglia di dico del perbenismo è rendere indistinti bei fisici femminili è pura ipocrisia.
2 – La rara partecipazione in questi spazi di articoli a firma femminile non è frutto di alcuna censura, meno che mai da parte di Gogna. Semplicemente arrivano pochi articoli scritti da donne. Care ragazze, volete più articoli scritti da donne? Ebbene: prendete penna e calamaio, scrivete articoli, spediteli a Gogna e sicuramente aumenteranno gli articoli a firma “femminile”.
3 – Il woke nel suo complesso è oggettivamente in fase calante. Magari riprenderà vigore, ma allo stato attuale è in fase calante rispetto ai suoi massimi. Non è chiaro, poi, a quale “minoranza” ci si riferisca sul caso di specie. A livello complessivo (popolazione mondiale), pare che il genere femminile sia solo leggermente inferiore rispetto a quello maschile (49% contro 51%: parlare di “minoranza” è eccessivo). In Europa pare addirittura che siano più le donne degli uomini, per cui non sono neppure minoranza in sens statistico.
4 – Nell’ottica di cogliere spunti di riflessione, si prelevano articoli anche dal Secolo d’Italia come da qualsiasi altra testata, fino all’estremo opposto come linea editoriale. Il tutto in modo politicamente “laico”. Chi si scandalizza per la presenza, “qui”, di testi provenienti dal Secolo d”Italia forse non ha ben metabolizzato l’impostazione del blog scelta dal suo fondatore e amministratore, con il quale consiglio di chiarirsi.
E se imponessero a uomini e donne di gareggiare con la stessa uniforme che eviti ammiccamenti ?
Un bel grembiulino sportivo che renda tutti uniformi e contenga saldamente chiappe , tette , e gambe fino al ginocchio.
Si sposa abbastanza bene con il califfato , e potrebbe essere imposto anche ai civili.
Completamente d’accordo con Placido. Un conto sono le necessità tecniche di ripresa, ma ben altra cosa è il loro ( FURBO) utilizzo.
Come distinguere le parti di un corpo femminile che possono destare l’interesse sessuale degli uomini? Come sai i mussulmani per non sbagliare lo nascondono dalla testa ai piedi!
Bel commento Placido
Spiace constatare che i contributi e la prospettiva femminile in questo blog siano pressoché nulli
Il problema della sessualizzazione del corpo femminile esiste, non è una fisima woke come qualcuno vuole far credere e chi lo nega è parte integrante del problema.
Il più delle volte chi nega il problema è parte di quel mondo che ritiene che i generi siano perfettamente definiti, che ha ben chiaro quali dovrebbero essere i ruoli accettabili per ciascun genere, eccetera.
I destridioti, insomma.
Per convincersi che il problema esiste (e cosa succede a lasciar la mano libera al mercato) basta guardare una partita di rugby o di calcio femminile, sport in decisa ascesa di praticanti e di pubblico, e una di football americano femminile.
Detto questo non so se questa sia un metodo giusto di contrasto e di certo non deve essere l’unico, ma le “considerazioni” a commento mi sembrano decisamente stupide e miopi.
L’ennesima puntata dell’inutile rubrica intitolata “Il commento di Carlo Crovella”.
L’articolo e il commento confondono artificiosamente la tutela della dignità delle atlete con la censura del corpo femminile, e confondono la libertà di ripresa con il diritto di utilizzare qualsiasi inquadratura, indipendentemente dalla sua funzione.
Senza voler essere perbenista, bigotto o “castrante”, chiedo a Crovella se certe inquadrature che si vedono (vedevano?) nelle riprese delle atlete sono (erano?) utilizzate con la stessa frequenza e insistenza anche per gli atleti maschi.
Detto questo, noto che, come al solito, la voce delle donne non viene considerata: articolo scritto da un uomo, commento in calce scritto da un uomo.
Ovviamente anche noi uomini abbiamo tutto il diritto di esprimere la nostra opinione sull’argomento, ma sarebbe interessante sentire soprattutto quella di chi maggiormente subisce questo tipo di inquadrature voyeuristiche.
Inoltre, liquidare la questione come l’ennesima espressione del “wokismo” o del politicamente corretto è solo un modo per evitare di discuterne nel merito.
La sinistra degli ipocriti e dei qualunquisti collabora con la destra dei reazionari per nascondere la realtà. La potenza del corpo è necessariamente connessa con il desiderio della bellezza.
Forse la redazione (che da qualche tempo a quanto pare si è abbonata al Secolo d’Italia) e il nostro sabaudissimo commentatore non se ne sono resi conto, ma il mondo si sta muovendo in un’altra direzione, e non solo per difendere categorie definite woke da chi pensava di racchiudere la sinistra nel (comunque legittimo) campetto delle rivendicazioni delle minoranze.
Ma si sa, i reazionari per definizione arrivano sempre l’attimo dopo a comprendere come gira il mondo.