Oggi 27 ottobre 2026 in Israele si vota per eleggere il nuovo parlamento, che poi nominerà un nuovo governo. Sono le prime elezioni dopo l’attacco compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023.
Prendendo spunto da una sbadataggine di Francesca Albanese, Valter delle Donne vuole dimostrare con la giusta ironia quanto sia difficile e forse perfino impossibile boicottare le aziende legate a Israele ed elencate nella black list di The Boycott Directory di Abbott & Keefer.
In effetti le posizioni integraliste in qualunque iniziativa presentano questo rischio, a volte così grave da sfiorare il ridicolo. Ma probabilmente basta anche essere un po’ meno integralisti per ottenere lo scopo di far cedere il terreno sotto ai piedi di tutte le grandi aziende sotto elencate, prigioniere dell’assillante meccanismo per il quale anche il solo mancato incremento di fatturato di un anno è preludio di terrore e disperazione per un possibile crollo in borsa.
Il boicottaggio non può essere ridotto alle 24 ore dell’integralista Camilla, bensì deve perdurare nel tempo dotandosi del necessario elenco di prodotti e aziende non coinvolte nella black list. Questo elenco non è stato ancora stilato ma non vi è dubbio che possa esserlo: a meno che si voglia credere che gli israeliani sono i soli agenti in qualunque mercato (la Redazione).
La giornata da incubo di una militante pro-Pal
(da una figuraccia di Francesca Albanese sul boicottaggio anti-Israele)
di Valter Delle Donne
(pubblicato su secoloditalia.it il 23 settembre 2026)
Francesca Albanese viene colta in castagna con i capi d’abbigliamento Loro Piana e Celine e scoppia il cortocircuito. La relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati posa per Love Magazine indossando due marchi del gruppo LVMH, finito a sua volta nelle directory utilizzate da alcuni attivisti per orientare i boicottaggi legati a Israele.
Tra le ragioni indicate da The Boycott Directory di Abbott & Keefer figurano infatti anche investimenti in società israeliane. Tanto è bastato per inserirle nella black list dei Pro Pal. Possibile che Albanese non lo sapesse? Improbabile. Unica attenuante per la paladina pro-Pal è che la lista dei prodotti proibiti è davvero sterminata e che la vita quotidiana di una militante dura e pura è piena di tentazioni e trabocchetti.
Cosa succederebbe se una militante pro Pal decidesse di applicare davvero, per ventiquattr’ore e senza eccezioni, il bando ai prodotti inseriti in questa lista? Lo abbiamo fatto noi del Secolo d’Italia. Ed è un’esperienza a dir poco tragicomica.
La missione di Camilla
Prendiamo la militante tipo, Camilla, giovane donna metropolitana. Immaginiamola mentre quaderno alla mano, prende la decisione solenne del boicottaggio di tutti ma proprio tutti i marchi all’indice: «Da domani, niente più eccezioni». Il problema arriva appena sveglia.
Davanti allo specchio, in bagno, mentre afferra il dentifricio identifica il primo prodotto proibito: è un Colgate. Anche le pro-Gaza alle prime armi sanno che Colgate-Palmolive compare nella lista nera. Rimette quindi il tubetto sul lavandino. Per ora, solo spazzolino e acqua. Rimedierà col colluttorio. Ma è Listerine della Johnson & Johnson: livello di boicottaggio altissimo. Poi sente miagolare Ernesto, il gatto chiamato così in onore di “Che” Guevara. Le crocchette? Hill’s Pet Nutrition, marchio di Colgate-Palmolive, anch’esso presente nella black list. Meno male che ci sono le bustine di Purina, ma è peggio ancora: sono della Nestlè. La rivoluzione, alle otto del mattino, è già arrivata nella ciotola del gatto.
La colazione è ancora più drammatica: caffè e merende sono della Nestlè, così come il latte e l’acqua minerale in frigo. Rimedia con un gelato dal congelatore. Ma la vaschetta è marchiata Grom. Scorre compulsivamente fino alla lettera G: anche questo marchio è sulla lista nera. La colazione di Camilla si ferma a un bicchiere d’acqua tiepida del rubinetto.
Victoria’s Secret finisce nel cassetto
La nostra militante pro-Pal non si rassegna: si veste e apre il cassetto della lingerie. C’è un completino di Victoria’s Secret conservato per un’occasione speciale. Altro controllo: anche il marchio americano compare nella directory, che ne contesta tra l’altro i rapporti commerciali con società israeliane.
Camilla prova a cavarsela con un ragionamento: «L’ho già comprato, indossarlo non finanzia nessuno». Poi ricorda la promessa: niente eccezioni. Il completino torna nel cassetto. La coerenza è arrivata anche in camera da letto.
Il vero problema arriva in ufficio
Tocca allo smartphone. Instagram, Threads e WhatsApp compaiono nella lista. Camilla decide quindi di passare a Signal. Poi arriva al lavoro.
Accende il computer: Windows. Apre la posta: Outlook. Riunione su Teams. Documenti su OneDrive. Microsoft e diversi suoi servizi sono classificati tra i target prioritari del boicottaggio. Qui la rivoluzione incontra il reparto informatico.
Camilla non può cancellare il software aziendale, così manda una mail proponendo alternative open source. Risposta: «Le faremo sapere».
Dalla Coca-Cola al dado della minestrina
A pranzo, Camilla evita come la peste la Coca-Cola del collega e il McDonald’s ordinato in ufficio. Nel pomeriggio passa davanti a Starbucks e tira dritto.
Torna a casa affamata e stanca. Ha voglia di un cibo semplice, confortante: una rassicurante minestrina calda. Ma il dado è Knorr (Unilever). Giammai. Per fortuna ha a disposizione anche un’altra marca: è Maggi. Le viene da piangere quando legge l’etichetta a caratteri microscopici: è della Nestlè. Ha deciso la svolta salutare: comprare sedano carota e cipolla al supermercato sotto casa. Opzione equa e solidale. Appena giunta sotto l’insegna colorata del Carrefour, prima di mettere la moneta da un euro nel carrello, sente un brivido lungo la schiena. Scorre la lista dallo smartphone colta da un triste presagio. Anche questa catena di supermercati è nella black list dei pro-Pal.
E Zara resta nel sacchetto
Stasera Camilla salta la cena. Ma, visto che c’è, vuole trovare conforto con un po’ di borghesissimo shopping. Vuole finalmente regalarsi quel vestitino che le piace tanto. Per scrupolo scorre dalla A, in ordine alfabetico, fino alla Z. È raggelata: campeggia come prima voce Zara. Come non detto, niente vestitino. Camilla torna a casa con l’alito pesante, la pancia vuota e la voglia di rilassarsi sul divano guardando in tv una delle sue serie preferite. Ma ormai trova multinazionali da boicottare ovunque: Prime Video, smart tv, app, piattaforme. Meglio un libro: accende il suo Kindle, ma per poco. C’è anche quello sulla lista nera. Il bilancio del primo giorno è sconfortante.
Prima di andare a letto, affamata, fa un bagno caldo ma senza bagnoschiuma. Sul bordo della vasca ci sono Dove e Lux, entrambi marchi Unilever. Camilla ormai non deve neppure controllare: prende lo smartphone, scorre la directory e riceve l’ennesima conferma. Niente sapone. Vuole indossare almeno due gocce di profumo, come la mitica Marylin Monroe. Ma tra Acqua di Parma, Givenchy e Christian Dior non ce n’è uno che si salva dalla lista nera dei pro-Pal.
La rivoluzione di Camilla si arrende al boicottaggio dei Tampax
A darle il colpo di grazia, una fitta inconfondibile, una fitta attesa in questi giorni. La data è quella. Prima di aprire il mobiletto del bagno scorre con spasmodica apprensione la lista, sperando di non trovare alla lettera T quello che teme. Invece anche quello c’è: Tampax.
Camilla resta immobile qualche secondo, con l’asciugamano addosso, lo stomaco vuoto e lo spazzolino ancora praticamente immacolato dalla mattina. Poi guarda il gatto Ernesto, che dalla sua ciotola vuota la osserva con l’aria di chi ha già maturato una posizione politica autonoma.
Sono le 23.57. Mancano tre minuti alla fine delle sue ventiquattr’ore di boicottaggio integrale. Alle 23.59 Camilla è ancora eroicamente coerente.
A mezzanotte e un secondo apre il frigo, scongela il Grom, mette le crocchette Hill’s e la bustina Purina a Ernesto (razione doppia), corre in bagno con Colgate, Listerine, Dove e Tampax e mette a tutto volume musica da Spotify. Spruzza Acqua di Parma anche sul divano.
La rivoluzione è finita. Ernesto, finalmente, mangia.
Il commento
di Carlo Crovella
Non solo su questo Blog mi sono sentito chiedere: “Come mai nessuno ferma Israele?”.
La risposta è molto articolata: perché si sviluppa su più punti, che cerco di sintetizzare:
- Il grande popolo ebraico, salvo rare eccezioni, si è stretto attorno a Israele che concepisce come il nucleo centrale della Terra di Israele promessa da Javhè ad Abramo e a tutti i suoi discendenti per i secoli dei secoli (Genesi 12 15). Sul finire di settembre 2026 il Rabbino capo di Roma, Riccardo Shemuel Di Segni, ha dichiarato: “Noi siamo anche Nazione”, intendendo che la Terra di Israele è la “madre patria” dell’ebraismo e di tutti gli ebrei, seppur sparsi nel mondo. Di conseguenza, gli ebrei anche se non residenti in Israele, si sono sentiti (salvo rare eccezioni individuali) molto feriti dalle ripetute e violente accuse a Israele, fondate o meno che siamo. Questo ha comportato un ulteriore stringersi attorno ai loro fratelli impegnati in Medio Oriente in una guerra che, magari con interruzioni, di fatto dura da 80 anni;
- Per ragioni geopolitiche di primaria importanza gli USA non solo hanno “bisogno” di Israele, ma hanno necessità che essa si estenda il più possibile e che diventi sempre di più la piazzaforte armata dell’Occidente in Medio Oriente, in un’ottica anti cinese. E’ presumibile che gli USA costruiranno basi militari (o solo americane o israelo-statunitensi) dove risiederanno missili con testate nucleari costantemente puntati su Pechino e su altri obiettivi cinesi. L’importanza geopolitica di Israele comporterà la sistematica copertura degli USA su ogni rivolto politico, militare, diplomatico (sistematico veto USA all’ONU su ogni risoluzione anti-israeliana). Va precisato che non si tratta dell’atteggiamento degli USA di Trump, ma degli USA, a prescindere dal Presidente in carica;
- I Paesi europei, di fronte alle minacce di attacchi russi, hanno bisogno come il pane della tecnologia di altissima qualità (esempio: coperture anti missilistiche delle principali città o addirittura di intere Nazioni), di cui Israele è leader nel mondo: presumibilmente, al di là di schermaglie prive di effetti concreti (come il riconoscimento dello Stato di Palestina o i ridicoli dazi sulla frutta secca esportata dai coloni israeliani che operano in Cisgiordania) nessun paese europeo prenderà effettivi provvedimenti contro Israele, per il rischio che Israele si rifiuti di fornire la tecnologia per le suddette esigenze di difesa;
- Infine c’è un aspetto che sfugge ai più ed è il più interessante sul piano comportamentale anche individuale. Molti attivisti pro Pal sbandierano la loro scelta di boicottare le aziende israeliane o sostenitrici di Israele, sostenendo che se tutti agissero così si “strozzerebbe” l’economia israeliana e i suoi interscambi commerciali. L’ironico articolo di Valter Delle Donne qui sopra riportato si basa sulla recentemente stilata Black List di multinazionali che o hanno preso posizioni a sostegno di Israele o hanno addirittura finanziato Israele e le sue forze armate. Ebbene: l’intenzione individuale di certi attivisti pro Pal può essere “encomiabile” sul piano ideologico ma (come illustra con evidente sfottò l’articolo) si scontra con lo stile di vita in cui, bene o male, siamo avviluppati in Occidente, specie nei cotesti metropolitani o similari. Alla fin fine o si mangia formaggio d’alpeggio e verdura del proprio orto oppure diventa ben difficile ostracizzare tutti i prodotti delle aziende che hanno a che fare con il mondo economico che sta dalla parte di Israele. Il miraggio di strozzare l’economia israeliana resta quindi… un miraggio e nulla più. Spesso, come nell’articolo, si infrange la sera stessa del primo giorno: perfino il gatto di casa auspica il ritorno al solito stile di vita.
La situazione attuale di Israele le conferisce un ruolo primario nello scacchiere Occidentale, a volte per meriti propri (come aver saputo sviluppare, nei decenni scorsi, la ricerca tecnologica e diventare leader mondiale in alcuni settori) a volte per circostanze casuali (la prossima Guerra Fredda sarà quella USA-Cina e la posizione geografica di Israele è rilevantissima in questo senso). A volte, infine, Israele è così dentro all’economia occidentale che quasi tutte le grandi multinazionali sono in contatto, diretto o indiretto, con lei e soprattutto la sostengono e la finanziano.
Tutto ciò premesso, mi sto convincendo che Israele sia destinata, in un arco temporale di 10-15 anni, a diventare la punta di diamante dell’Occidente. Intendo dire che si potrebbe concretizzare la prosecuzione del trend in atto arrivando a un punto in cui sarà molto più importante, nel “nostro” emisfero geopolitico, il Premier israeliano ancor più del Presidente USA. Sarebbe la chiusura del cerchio storico: cento anni fa circa il Nazismo ha tentato di sterminare gli ebrei i quali, assorbito il colpo e ripresisi pian piano, potrebbero arrivare a detenere la leadership dell’Occidente.
Fantascienza? Basta aspettare e la realtà ci risponderà da sola.
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Vorrei sentire una parola dal sig. Crovella circa il punto “2 popoli 2 stati” e, già che ci siamo, anche sull’altro punto “Coloni in Cisgiordania”. Magari ha già espresso tali opinioni e me le sono perse. Ma repetita iuvant e il sig. Crovella non difetta di chiarezza e di mancanza di peli sulla lingua. Grazie