La tragedia di Spinetta Marengo – 3
di Lino Balza
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15) La grande piattaforma rivendicativa
Negli anni ’70 il Consiglio di Fabbrica della Montedison di Spinetta Marengo assurge a modello sindacale e politico. Innanzitutto, sul piano della democrazia: i rappresentanti sindacali rappresentano effettivamente i lavoratori, il delegato è eletto su scheda bianca dal gruppo omogeneo, nessuna gerarchia interna, nessun esecutivo ristretto, tutto è deciso dalle riunioni dei 50 delegati, con votazioni ad alzata di mano, tutti partecipano alle trattative con la direzione, l’ultima parola è alle assemblee dei lavoratori. Non saranno tutte rose e fiori, come vedremo, ma si cominciò così.
Pensiamo che feci confezionare un enorme striscione con su scritto: CONSIGLIO DI FABBRICA MONTEDISON SPINETTA MARENGO CHIMICI METALMECCANICI EDILI COMMERCIO. Sì, perché alle riunioni del consiglio avevano diritto di partecipare tutti i delegati delle imprese di appalto, che contribuivano a formare l’esercito dei circa duemila dipendenti dello stabilimento. Peccato che quello striscione andò perso durante una delle tante manifestazioni alle quali partecipavamo in giro per l’Italia (mi incazzai moltissimo), e peccato che di esso non riesco a trovare traccia fotografica (qualche redazione giornalistica certo la conserva).
Il Consiglio di fabbrica, come realizzazione di quella democrazia e di quella partecipazione, conseguiva una capacità di elaborazione che ci contrapponeva non solo conflittualmente, ma anche intellettualmente, alle direzioni padronali. Per cominciare, prima di arrivare alle trattative e agli scioperi, si tenevano assemblee reparto per reparto. La “Piattaforma rivendicativa sull’ambiente e la salute”, ad esempio, fu costruita interamente dai lavoratori (non solo operai, ma perfino capi reparto) analizzando pezzo per pezzo ogni singolo impianto, facendo emergere tutte le criticità per la salute e la sicurezza, chiedendo radicali interventi di manutenzione e anche di impiantistica. Erano decine le assemblee, anche di notte perché quattro sono le squadre che si alternano in un ciclo continuo, personalmente una fatica perché le partecipavo tutte, ma anche la soddisfazione di guardare negli occhi poche persone per volta (cosa ben diversa dalla sterminata assemblea plenaria dei giornalieri in mensa).
Le assemblee produssero rivendicazioni alte come un volume, e delle stesse dimensioni fu raggiunto il testo di accordo, dopo aver contrattato per circa due mesi con la direzione e i suoi tecnici, mentre di volta in volta i delegati verificavano l’andamento della trattativa con il proprio gruppo omogeneo. L’accordo, pagina per pagina, capitolo per capitolo, paragrafo per paragrafo, prevedeva precisi impegni ma evidenziava anche punti di disaccordo: la mancata realizzazione degli uni e degli altri prefigurava già nuovi scioperi. Quella piattaforma rivendicativa aziendale fu gradita anche dai capi reparto, sempre tra il martello operaio e il sordo incudine della direzione, e oso dire perfino dal direttore (me lo confidò anni dopo Maurilio Aguggia) perché a sua volta contrattava da Milano investimenti e finanziamenti con l’amministratore delegato, di cui faceva beninteso gli interessi a scapito dei lavoratori.
16) Il progetto dei cinque consigli di fabbrica
Il mito degli anni ’70 è “potere operaio”, “ruolo dirigente della classe operaia”. L’aggettivo è riduttivo perché nella lotta si erano affacciati anche impiegati e tecnici. In particolare, il prestigio del Consiglio di fabbrica della Montedison di Spinetta Marengo attrae questa fascia di lavoratori finora insultati come “servi del padrone”.
Tant’è che nel ’78 la prestigiosa rivista “Sapere” fondata dallo scienziato Giulio Maccacaro pubblica, al titolo “Eliminazione dei ‘fanghi rossi’. Sviluppo della chimica fine e dell’occupazione”, una parte consistente della piattaforma integrativa anche da me scritta con Luigi Mara nell’ambito della Vertenza nazionale di Gruppo Montedison, elaborata dai Consigli di fabbrica di Spinetta Marengo, Castellanza, Novara, Rho e Milano.
Brevemente. Il biossido di titanio è un pigmento bianco di chimica fine ma, così come veniva prodotto, rappresentava uno degli esempi più emblematici di distruzione ambientale e di rapina del territorio. Ovvero i “fanghi rossi” scaricati nel Tirreno a ridosso della Corsica incazzata e, come abbiamo visto, nel Bormida ad Alessandria malgrado il pretore. Ebbene, il progetto elaborato dei cinque Consigli di fabbrica capovolge radicalmente la logica sfruttatrice padronale, cioè utilizza a monte come materia prima i rifiuti dell’industria siderurgica, e a valle recupera sottoprodotti e scorie inquinanti del titanio per produrre pigmenti di ferro atossici e materiali magnetici, cioè chimica fine.
Insomma: drastica riduzione del carico inquinante e dei consumi energetici globali, fine dei fanghi rossi, qualificazione della ricerca di chimica fine, integrazione fra siderurgia e chimica, aumento dell’occupazione e sua qualificazione, rispetto della salute dell’ambiente pur migliorando la bilancia dei pagamenti del Paese.
Se Governo e Montedison avessero accolto la Piattaforma, lo stabilimento di Spinetta Marengo, bonificato e riconvertito, avrebbe raggiunto i 2mila occupati, piuttosto che scendere a 600. La scelta fu, invece, di uscire dal mercato del biossido di titanio, chiudere l’impianto di Spinetta con i suoi 460 addetti e Scarlino nel grossetano, nonché al sud penalizzare definitivamente Crotone. Eppure, la Piattaforma era approdata al Consiglio Europeo, fatta propria quale proposta di programmazione del settore chimico e ricerca sia dal sindacato nazionale e sia dal PCI, ma entrambi ingorgati nel periodo dei cosiddetti governi di “Unità nazionale”.
Ne parlo con orgoglio, a dimostrazione del ruolo dirigente della classe lavoratrice all’epoca raggiunto a Spinetta, dell’affermazione concreta della sua soggettività tramite la costruzione di una elaborazione autonoma e, appunto, di classe.
17) Ricerca chimica
Negli anni ’70, all’interno del sindacato, e con meritato credito nella Montedison di Spinetta Marengo, c’era la convinzione che nel Paese – come classe operaia – stavamo svolgendo un ruolo di classe dirigente, mentre quelli del governo e del padronato stavano invece spingendo l’industria, in particolare la chimica e la ricerca, allo sfascio. Ne avevamo dato prova, come abbiamo raccontato, con l’elaborazione della piattaforma nazionale di “Sviluppo della chimica fine e dell’occupazione” denominata del “Progetto dei Cinque consigli di fabbrica”.
Con la stessa convinzione organizzammo ad Alessandria un importante Convegno nazionale, con l’ambizioso titolo “Il futuro della Montedison è nella chimica fine”. Leggiamo quanto scrissi sui giornali il 30 settembre 1979.
“Quando alle otto hanno aperto la porta, anche le bandiere inumidite dalla notte sono sembrate ai compagni del Consiglio di fabbrica un po’ meste. Non era facile essere ottimisti: i treni fermi, gli aeroporti bloccati, le autostrade chiuse, una nebbia pesante a tonnellate. Senza dubbio alcuno: era la giornata meno adatta per la riuscita di un convegno. […] E invece dopo pochi minuti già facevano ingresso i compagni di Porto Marghera: erano partiti prudentemente il giorno prima, per gli appelli dei telegiornali: incidenti a catena, decine di morti, mettetevi in viaggio solo in caso di estrema necessità. Appunto, l’estrema necessità di essere presenti per preparare una strategia comune dei Consigli di fabbrica sulla ricerca. E arrivano un gruppo dietro l’altro da ogni regione d’Italia: Scarlino, Bollate, Cengio, Castellanza, Novara, Cesano Maderno, Villadossola, Milano, San Giuseppe Cairo, Linate, ecc. Da Mantova erano partiti, ma coinvolti in un incidente stradale: telefonavano tenete conto del nostro documento. Da Torino: venite a prenderci all’aeroporto”. […] Negli anni 2000, oggi, non c’è più la nebbia di una volta […]”. E oggi non c’è neppure più lo spirito del’68, che muoveva i consigli di fabbrica di tutta Italia.
“Un convegno che ha avuto per sette ore la presenza costante di oltre trecento persone a turno, con la partecipazione in assemblee articolate dei 1600 lavoratori dello stabilimento. Un convegno di massa, finalmente. […] Tutti consapevoli che senza ricerca non c’è futuro per la chimica. Senza chimica non c’è futuro per l’economia, per i posti di lavoro. […] I ricercatori di Spinetta condividono un documento di 78 pagine per la qualificazione del Centro di ricerca di Spinetta e lo sviluppo dello stabilimento. […] Il documento conclusivo ha trovato pieno accordo delle numerosissime forze politiche e sociali. E’, grazie al convegno, un patrimonio di massa.”
Unica assente: Montedison, pur invitata al confronto. E’ decisamente avviata a demolire tutti i Centri di ricerca divisionali, non solo quello di Spinetta. Scomparirà Montedison stessa insieme a tutta la chimica italiana. Invece di puntare allo sviluppo della chimica, Montedison stava percorrendo altre strade. Altrettanto fallimentari. Come vedremo. Fino all’avvento della Solvay.
18) Fine anni ‘70
L’affermazione del “ruolo dirigente della classe operaia” viene interpretato come realmente realizzabile alla Montedison di Spinetta Marengo, realizzabile dal basso. Infatti, negli anni ’70 come Consiglio di fabbrica elaboriamo una “Piattaforma rivendicativa aziendale” che – come scrivo su “L’Unità” , addirittura, “affronta temi come la produttività: però non con i classici strumenti padronali di sfruttamento, straordinari, vecchi incentivi salariali, doppio lavoro, lavoro precario. eccetera, bensì dando battaglia per mutare l’organizzazione del lavoro, ricomporre le mansioni e aumentare la professionalità, contrattare gli organici e i regimi di orario per una maggiore utilizzazione degli impianti, risanare l’ambiente, mutare il modo di lavorare, di decidere e di dirigere.”
E, sempre interpretando questo ruolo dirigente della classe operaia, realizziamo (sono impegnato in prima persona, catalizzando ricercatori e tecnici) realizziamo, come abbiamo visto, elaborazioni quali la piattaforma nazionale di “Sviluppo della chimica fine e dell’occupazione” denominata del “Cinque consigli di fabbrica”, e, proprio a Spinetta, il Convegno nazionale con l’ambizioso titolo “Il futuro della Montedison è nella chimica fine”.
Eppure, mi sto rendendo conto, e lo scrivo, che queste realizzazioni dal basso non sono adeguatamente sostenute dal sindacato (inteso come CGIL) e dal PCI, benché proprio il Consiglio generale della CGIL avesse lanciato la proposta del ‘Piano di impresa’ come proposta originale per un controllo democratico dell’economia, quale via italiana alla democrazia industriale, insomma una proposta che per il PCI poteva essere un sentiero per “la via italiana al socialismo.”
Della “via italiana al socialismo” ancora si dibatteva nelle Sezioni del PCI, perché il PCI si proclamava ancora partito dei lavoratori o addirittura partito della classe operaia. Non siamo più ai tempi delle scomuniche ai comunisti. Però, ci rendiamo conto che il momento storico era dominato dalla proposta di “Governo di Unità Nazionale”, con PCI PSI e DC. E dunque che la parabola del PCI sarà tracciata dal cambio del nome: PCI PDS DS PD. Ma non anticipiamo i tempi.
Con la fine degli anni ’70, mentre va esaurendosi la mia avventura sindacale quale delegato del Consiglio di fabbrica, nel breve giro di pochi anni sfiorisce l’epoca di una entità politica, quella di Spinetta Marengo, considerata un po’ come l’università del sindacato, fucina di segretari di camere del lavoro e di partito, capace di affermare il ruolo dirigente della classe lavoratrice, di lotta e di governo, capace dell’autogestione degli impianti durante gli scioperi ma anche dell’elaborazione, unitaria fra operai impiegati e quadri, di piattaforme che meritarono il plauso anche fuori dai confini nazionali.
L’onda del ’68 si infrange… contro la scala mobile. Il PCI, in calo elettorale, avverte la necessità di prendere le distanze dal sindacato “per riaffermare la propria natura di rappresentante della classe operaia, senza deleghe al sindacato, in piena reciproca autonomia di pensiero e azione”. Il rapporto fra sindacato e lavoratori era già in evidente crisi.
Chi, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, racconta questa fase storica ai duemila dipendenti del polo chimico di Spinetta Marengo? Il più piccolo giornale del mondo.
19) “Unità operaia” vs consiglio di fabbrica
Alla fine degli anni ’70, l’onda rivoluzionaria del Sessantotto si era già arenata. Si infrange nell’autunno 1980 alla Fiat con la battaglia più dura, più lunga e più combattuta della storia sindacale: 24mila esuberi annunciati, poi tradotti in 14.469 licenziamenti, poi in cassa integrazione a zero ore per 23 mila; sciopero a oltranza con il pieno sostegno del Partito comunista (Berlinguer ai cancelli di Mirafiori non esclude l’occupazione della Fiat); 35 giorni di agitazioni e aspre forme di lotta (picchetti, violenze, blocco delle merci); finché la cosiddetta “marcia dei 40mila” colletti bianchi in piazza a Torino sconfigge le “tute blu”… sui giornali e sulle tv, e impone un accordo sindacale a Roma con cassa integrazione straordinaria di due anni per 23 mila lavoratori e successivi passaggi delle eccedenze ad altre aziende.
La spinta alla resa dell’accordo, sull’onda del clamore dei mass media padronali, era arrivata in particolare da Cisl e Uil, dai socialisti della Cgil, da Dc-Psi- Psdi-Pri che così votano la fiducia al governo quadripartito guidato da Arnaldo Forlani e respingono l’ingresso del Pci nell’area di governo.
Ma già al finire degli anni ’70, il Pci, in calo elettorale aveva avvertito la necessità di prendere le distanze dal sindacato “per riaffermare la propria natura di rappresentante della classe operaia, senza deleghe al sindacato, in piena reciproca autonomia di pensiero e azione”. L’avvicinamento presessantottino di Cisl e Uil ai partiti di centrosinistra già era sempre più stretto. Il rapporto fra sindacato e lavoratori era già in evidente crisi. Ecco che la Cellula Montedison di Spinetta Marengo rilancia UNITA’ OPERAIA “Il più piccolo giornale del mondo”. Coincide con mio sofferto e determinante distacco dal sindacato, pur restando sempre iscritto alla CGIL.
“Unità Operaia” si definisce “Il più piccolo giornale del mondo” in quanto un “ultratascabile”, scritto fitto fitto, graficamente (tra virgolette) “illeggibile”. Insomma, praticamente un foglio piegato a metà: quattro facciate. Niente a che vedere con “il lusso” de “Il Monocolo”, organo del Consiglio di fabbrica che ho messo in soffitta insieme al mio ruolo di delegato di reparto. La scelta spartana mi è obbligata: la carta costa e la stampa è ridotta al vecchio ciclostile, di più non passa il convento comunista. In compenso, siamo in grado di informare e commentare in tempo reale, praticamente quasi con cadenza quotidiana. Reinventandolo in questo formato, accetto l’invito di rilanciarlo da parte del direttore occulto, il mitico Gianni Spinolo, il segretario della “Sezione Guido Rossa” di Spinetta Marengo, la sezione operaia più importante della provincia.
Nell’80 il PCI conta 1.752.153 iscritti, di cui 15.182 ad Alessandria. Mentre si celebrano i 60 anni del partito, dopo il “Compromesso Storico” arriverà l’altra proposta berlingueriana di “Alternativa Democratica”. Non solo. Sulle pagine di “Unità Operaia” scorre anche l’attività del partito, il tesseramento, il finanziamento, le 90 Sezioni e le Giunte locali… insomma uno spaccato di vita del Partito Comunista Italiano. Non solo. Nella fabbrica più importante della provincia, “Unità Operaia” diventa, senza “Il Monocolo”, anche l’unico organo di informazione in materia sindacale, di supporto e supplenza. Non solo. Dialetticamente fa emergere quanto stavano diventando profonde le divergenze fra PCI e sindacati a livello nazionale. Non solo. A livello locale si affrontano momenti di acuto disaccordo, anche pubblico, fra Cellula e Consiglio di Fabbrica.
20) PCI vs sindacati
Primi anni ’80. Emergono profonde divergenze fra PCI e sindacati a livello nazionale. A livello locale, alla Montedison di Spinetta Marengo, affiorano momenti di acuto disaccordo, anche pubblico, fra la Sezione comunista operaia più importante della provincia e il Consiglio di Fabbrica più importante della provincia. Protagonista “Unità Operaia”, “Il giornale più piccolo del mondo” che, a riscatto della sua umilissima confezione, ha un successo incredibile tra i lavoratori.
Mentre il sindacato sta abbandonando la partecipazione democratica innovata dai “Consigli dei delegati di gruppo omogeno” e dalle “Assemblee di fabbrica”, Unità Operaia per parte sua passa direttamente a dare voce ai lavoratori, anche ai quadri impiegatizi. Tale determinazione del PCI è testimoniata da tre grosse iniziative su temi di sensibile attualità, da laurea ad honorem in statistica e sociologia. Cioè: un “Questionario su scala mobile e costo del lavoro”, uno “sul terrorismo,” e uno su “impiegati e quadri”. Con grande partecipazione in fabbrica e grande rilievo della stampa non solo cittadina; seguiti da articoli, commenti, interventi che si spandono sui mass media.
Altro tema dolente sta diventando la sensibilità sulla tutela della salute dentro e fuori la fabbrica. E altro “incidente” nei rapporti tra comunisti e sindacalisti. Il caso di Elio Terroni. L’operaio accusa di essere rimasto intossicato dal gas di Algoflon (i Pfas che diventeranno famosi) e il medico di fabbrica lo congeda come influenzato. L’Algoflon, si sa, non perdona i ritardi di cure: Terroni muore entro pochi giorni. Furiosa polemica di “Unità Operaia” contro la direzione. Come tutta risposta: raccolta di firme promossa dai dirigenti aziendali per scongiurare il sindacato di astenersi dal processo penale. Sembra che la vinciamo noi: il sindacato partecipa come parte civile, ma, infine, in cambio di soldi, finirà col ritirarsi dal processo. (Mentre, detto per inciso, io sarò sbattuto fuori di fabbrica in cassa integrazione per aver denunciato ai quattro venti quella vergognosa decisione).
In pratica, la Cellula del PCI comincia a produrre vere e proprie piattaforme rivendicative, con tanto di supplementi. Il primo è sul moribondo Centro Ricerche, richiamando i contenuti rivendicati con i ricercatori tramite la Piattaforma dei 5 Consigli di fabbrica (1978)e con il Convegno sulla Ricerca (1979), ma dimenticati dal sindacato. Il secondo è rivolto al reparto Pigmenti, che diventa dirompente pomo della discordia.
Con tanto di eco che risuona sui giornali locali, la “vicenda Pigmenti” di settimana in settimana avvelena sempre più il rapporto fra Consiglio di fabbrica e Cellula (la quale riceve anche insulti a livello personale). Dopo l’indagine che avevo sollecitato, l’Ispettorato del lavoro aveva concesso sei mesi di tempo per risanare i cancerogeni piombo e cromo lavorati a cielo aperto nel reparto. Trascorsi inutilmente i quali, sindacato e direzione avviano (durerà due anni) un tragico balletto di morte sulla pelle dei lavoratori, soprannominati la “tribù dei nasi forati”, falcidiata dal cancro.
Secondo la Cellula, d’urgenza il reparto va invece chiuso e riaperto nuovo di zecca completamente automatizzato. Invece, sindacato e padrone impongono il braccio di ferro inventando il solito, inesistente, ricatto della perdita del posto di lavoro. Non dimenticherò mai quell’operaio che in assemblea di fronte a tutti, per esorcizzare le mie “minacce di morte”, imbottisce il panino di pigmento avvelenato e lo addenta: “sono anni che lavoro qui e sto benissimo”. Povero Nando, povero omone, che pochi anni dopo non ci sarà più a gloriarsi della bravata.
21) 1980. Fine della democrazia diretta. Il “funzionariato” sindacale si riprende la fabbrica
Rileggere “Unità Operaia” oggi: è come guardare al microscopio la realtà sindacale degli anni ‘80: è un bel esercizio di sociologia.
Serve a smentire luoghi comuni. Come all’annoso dilemma: “impiegati-tecnici-quadri alleati o parte della classe operaia o avversari”? E’ vero che era sempre esistita la difficoltà, culturale, del sindacato nel suo rapporto con questi lavoratori, difficoltà che viene fatta culminare con la famigerata marcia dei cosiddetti “40mila quadri” Fiat. Però non era una situazione generalizzata. Alla Montedison di Spinetta Marengo, nel mio periodo all’apice del Consiglio di Fabbrica, in tutta la seconda metà degli anni ’70, tecnici e ricercatori erano sempre stati partecipi e decisivi (e iscritti alla CGIL) nelle piattaforme rivendicative che abbiamo elaborato ad alto livello.
Non si sentivano un corpo separato dagli operai. Lo confermano le loro risposte al questionario realizzato nell’80 da Unità Operaia in base ad una ricerca preparata dal CESPE (Centro studi di politica economica sezione ricerche sociali) e dall’Istituto di Sociologia di Milano, questionario che incontra un “tasso di restituzione entusiasmante” fra i 269 impiegati (dal 1° all’8° livello contrattuale).
Gli impiegati si sentono tanto diversi dagli operai? Vediamo le analisi dei dati: Soddisfazioni professionali: 43% molte o abbastanza, 47% poche o nessuna. L’organizzazione del lavoro è pessima: 33%. Si fa carriera per raccomandazioni (26%) e fedeltà (25%). Gli assenteisti esistono veramente (94%) e il sindacato dovrebbe prendere posizione (84%). Reddito familiare mensile: da 500mila lire a oltre 2 milioni. Non è giusto che il punto di contingenza sia uguale per tutti: 36%. C’è stato un appiattimento retributivo: 91%. L’aspettativa più importante è per lo stipendio (31%) piuttosto che per la professionalità (25%). Il 7% non è interessato a migliorare la posizione nel lavoro, di cui il 40% confessa: perché non voglio lavorare troppo.
Iscritti al sindacato: 41% (CGIL 42%, CISL 18%, UIL 18%, SinQuadri 22%). Non iscritti il 59%… soprattutto perché i sindacati fanno politica. Il delegato è designato dal sindacato piuttosto che eletto: 36%, e non è il lavoratore più preparato. I sindacati dovrebbero maggiormente interessarsi (27%) di collaborare con l’azienda e di (26%) difendere l’occupazione. Il 40% ritiene che gli interessi dei Quadri siano più vicini alla direzione che agli altri lavoratori.
Come si deve decidere (scioperi, contratti) in fabbrica: con assemblea (77%) e referendum (32%). Il 65% reputa il mondo del lavoro organizzato la forza in grado di cambiare la società, e non la classe imprenditoriale. Il 48% è vicino all’area socialista/comunista, 6% democristiana, 22% indifferenti.
Infine, l’autodefinizione è: siamo classe sociale media (36%), anzi medio bassa (58%)”.
Sarebbe stato interessante rivolgere lo stesso questionario anche agli operai. Quali differenze? Negli anni ’80 il rapporto sindacale è già diventato difficile anche con gli operai, non più solo con i quadri. Colpa della crisi di democrazia, colpa della burocrazia sindacale che si sta ricomponendo come prima del maremoto del ’68.
Scrivo su Unità Operaia il 5 febbraio 1981: “Per un decennio l’antidoto alla mala pianta del funzionariato partitico erano stati i Consigli di fabbrica, composti da delegati eletti su scheda bianca dai gruppi omogenei, e le Assemblee che votavano e decidevano. Cioè la Democrazia Diretta. In fabbriche grandi come la Montedison di Spinetta, i funzionari provinciali e regionali praticamente non mettevano mai piede nelle trattative e nelle decisioni. Li escludevamo perché ambivano poter presentare il loro conquistato cravattino al cospetto delle direzioni aziendali per sentirsi anche loro dirigenti, a braccetto dei manager. Ai manager avrebbero fatto comodo questi (salvo rare eccezioni) burocrati incompetenti e senza rapporto con i lavoratori. A Montedison, come a tutto il padronato, farà finalmente comodo trattare con i funzionari e con delegati ridotti a terminali del sindacato esterno”.
15 https://youtu.be/KBmaylOzm7c?si=uX8oBTLWgDE8D56r la grande piattaforma rivendicativa
16 https://youtu.be/FFmCFI2-w-A?si=8OmH_9Ce9mjgNCDQ Il progetto dei cinque consigli di fabbrica
17 https://youtu.be/idA9muxmxIc Ricerca chimica
18 https://youtu.be/7wbE8ZvKfLg La fine degli anni ’70
19 https://youtu.be/EAokMoM9hQo “Unità operaia” vs consiglio di fabbrica
20 https://youtu.be/RxrkVdoh3tg partito comunista vs sindacati
21 https://youtu.be/vqvtuTQZ9_U?si=2g9qqB89WsvQJYnZ fine della democrazia diretta
22 https://www.youtube.com/watch?v=xmnI2zOgyGg&t=2s Omicidio all’Algoflon
23 https://www.youtube.com/watch?v=w-wWtsKV34w&t=6s 1984, il ciclone Craxi
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Nei tribunali del popolo i colpevoli hanno tutti un none e un cognome. Uno degli ultimi si chiama Maurizio Landini, un demagogo che confonde il sindacalismo con il corporativismo senza alcuna prospettiva di rinnovamento sociale e politico.
Leggo sempre tutto d’un fiato questi racconti di vita vissuta con condizioni che ancora vigono in tante parti del mondo.
Com’è che siamo arrivati a farci così ricattabili accettando l’inaccettabile?