Adam Ondra, Greenspit e il Nuovo Mattino

Adam Ondra, Greenspit e il Nuovo Mattino
di Andrea Giorda

“Ciao, sono Adam Ondra, lunedì andiamo a provare Greenspit, ci andrebbe super bene se tu ci raccontassi la storia della Valle“, questo in sintesi il messaggio ricevuto sul mio telefono: il dubbio di uno scherzo era lecito.

Ci diamo appuntamento al Bar del Caseificio di Rosone in Valle dell’Orco e puntuale arriva Adam con un altro grande campione, Marcello Bombardi. I due si conoscono fin da piccoli, perché hanno frequentato lo stesso mondo delle gare.

Il clima è cordialissimo e rilassato, la Film Crew, come la chiama Adam, impone però tempi e modi rapidi, loro devono girare il video per gli sponsor e pubblicarlo un giorno preciso: il 10 novembre 2025 (!).

Adam Ondra, Andrea Giorda e Marcello Bombardi mimano l’incastro chiave di Greenspit

Adam parla un perfetto italiano ma, per non escludere gli operatori, ci chiede di parlare tutti in inglese. Mi offro, viste le incertezze nell’indicare la strada più rapida per arrivare a Greenspit: ci sono andato una sola volta, a vedere questa fessura strapiombante di 13 metri e con la Film Crew alle calcagna spero di non aver sbagliato strada.

Il posto non è certo uno dei più belli della Valle, ma Adam da subito rimane affascinato, non rimane deluso, anzi si entusiasma come un bambino. Mettere in fila i successi di Adam Ondra è impossibile, perciò rimango stupito da quell’eccitazione che ci coinvolge tutti. Pensavo che uno che ha scalato la Down Wall sul Capitan e tanto altro vivesse come una routine questi eventi; qui l’obiettivo di Adam è di scalarla flash, ossia conoscendo i movimenti ma senza provarli prima. Lui è particolarmente preciso e ha dichiarato recentemente che per etica non può neanche pulire le prese, le prese non vanno toccate o non è più flash.

1982. Roberto Perucca in apertura sul primo tiro del Nautilus (Sergent), con un solo excentric e le EB ai piedi.

Un 8b+ per Adam su una parete a tacche sarebbe poco più di un riscaldamento, tutto cambia per una fessura, che è come un guanto, può starti larga o stretta e lo puoi scoprire solo mettendoci le mani dentro. Greenspit poi obbliga a diversi incastri di piedi, che si possono fare in diversi modi in funzione dell’altezza e della forza.

A detta di tutti i ripetitori è molto fisica. Insomma, anche per il più forte scalatore del mondo è una prova insidiosa e la sua osservazione, mentre Bombardi la prova, è maniacale.

Quando si sente pronto, pur con la giornata gelida si mette i pantaloni corti, sta un po’ senza scarpe sulla roccia, i piedi sono violacei ma non patisce. Si mette delle scarpe che hanno visto molte battaglie e forse noi avremmo già cestinato, ma è evidente che il suo punto forte è altro. Si scalda appendendosi in giro, io e Marcello lo pariamo ma, visto il terreno scosceso, se viene giù finiamo tutti e tre a Rosone… Ridiamo confidando nella sua proverbiale tenuta.

Marcello Bombardi (assicurato da Adam Ondra) all’inizio di Greenspit

Le telecamere, il drone fisso a mezz’aria, il fotografo: tutto è pronto… fino a quel momento mi sembrava di essere al cazzeggio, come quando scalo con i miei amici, ma il silenzio improvviso e vedere Adam concentrato a testa bassa, che si trasformava come Clark Kent in Superman, mi ha fatto effetto.

Se sei Adam Ondra, hai le telecamere addosso, se ti scappa un piede o la fessura non è adatta alle tue mani e ti appendi, la tua prestazione diventa banale, non più spendibile per il web. Hai un colpo solo in canna.

Tutto l’investimento di viaggi e giorni della troupe, dei contratti con gli sponsor di barrette (che paga il video) andrebbe in fumo. È banale dirlo, ma in quel momento è solo, non ha trucchi, è vestito come noi con un paio di scarpe consumate, per me fa anche freddo, l’atmosfera è umida, eppure lo vedo partire deciso, gli scappa anche un piede, deve anche provare gli incastri da appeso, ma non molla. In uscita mette male un friend che non entra e gli scivola lungo la corda, per noi attimi di ansia; decide, dopo una piccola esitazione, di farne a meno, caccia due urli, riparte solido e con due bracciate spettacolari arriva in catena.

Marcello su Greenspit

Se fosse cascato in uscita avrebbe potuto arrivare a terra! Marcello mi dice che era pronto a correre indietro… ma comunque un solo altro friend era utile, e fiondando in strapiombo non è detto che non sarebbe uscito. La tensione si scioglie, si cala, mi corre incontro e mi dà il pugno e poi fa lo stesso con Marcello. Adam è un fiume, ci spiega cosa ha fatto e poi, trascinati dal suo entusiasmo, facciamo tutti e tre una foto mimando l’incastro chiave.

Il programma della Film Crew prevede un giro per i luoghi storici nella Valle, ma ormai è tardi e Adam decide di fermarsi anche il giorno successivo. Io butto lì che posso, per festeggiare, preparare una pasta a casa mia a Noasca: tutti sorridenti, finalmente anche il regista ceco, e mi allontano. Marcello rimane con Adam che vuole provare la Pura Pura, un traverso basso, molto duro che va aggiunto in continuità a Greenspit. A detta del suo ideatore, l’inglese e grande specialista di fessure, Tom Randall, il grado sale a 8c.

Adam Ondra, assistito da Marcello Bombardi, si concentra alla base di Greenspit

Per l’annuario UP di VersanteSud avevo scritto la storia di Greenspit, è curioso come a scoprirla sia stato un mio carissimo amico, Roberto Perucca, un grande sognatore che aveva iniziato a scalare con me nella palestra del Palazzo a Vela di Torino. Era spesso ospite, nei primi anni ‘80, alla Baita di Sitting Bull a Ceresole. Ricordo il suo entusiasmo e la sua sorpresa quando Mario Ogliengo ed io lo invitammo ad esplorare il versante destro del Sergent, da cui poi nacque, nel 1982, la nota via del Nautilus. Aveva solo 17 anni, diventò fortissimo in fessura e scalò negli anni ‘90 anche con Manlio Motto e i fratelli Rinaldo e Vincenzo Sartore.

Il nome che aveva dato Perucca è una esclamazione tipica piemontese “Orco Boia”: Greenspit è il nome dato dal primo scalatore nel 2005, lo svizzero Didier Berthod che trovò alcuni spit artigianali verdi che poi levò. Berthod, dopo l’exploit, si chiuse in un convento per diverso tempo, preso da una crisi mistica.

Adam, assicurato da Marcello, nei primi metri di Greenspit

Marcello, Adam e la Film Crew arrivano a casa mia sulla piazza di Noasca. Adam è contento di aver chiuso anche la Pura Pura al primo giro, ma mi confessa che dopo il traverso era stanco e se non fosse stato per una ottima knee bar (incastro di ginocchio) avrebbe faticato parecchio. Vorrei dire… sticazzi, ma accenno come dire… ovvio.

Già, ma cosa mangeranno due campioni come Marcello e Adam? Abituato ad amici che non toccano una brioche da anni per fare un 7b, sono un po’ preoccupato.

Presto risolto, mangiano di tutto, il mio kg di pasta che pensavo eccessivo viene spazzolato. Adam vede la ricotta fresca e mi chiede se può aggiungerla al ragù, sarà d’ora in poi la “pasta alla Adam Ondra”, ragù e ricotta. In realtà la ricotta l’avevo presa a Rosone per mia moglie Sabrina, ma visto che le avevo dato buca per rimanere a scalare con Adam Ondra invece che con lei, era incazzata come un puma e me l’avrebbe tirata nella schiena. Adam mi confessa di preferire il vino alla birra, da un ceco non me l’aspettavo. Infine, il Vin Santo con i Torcetti accende le discussioni.

Adam in piena azione su Greenspit

Adam vuole vedere il mio articolo su Up di Greenspit e leggere la mia intervista a Steve Haston, è rassicurato perché Haston mi disse che la fece flash, ma con alcuni friend già piazzati per un tentativo della moglie. Per cui la prima salita flash senza aiuti è di Adam.

Poi mi chiedono di raccontare un po’ la storia della Valle in vista di domani, il regista ha già un programma preciso, Fessura Kosterlitz e Fessura Sitting Bull.

Non è facile raccontare la storia del Nuovo Mattino, del rifiuto dell’alpinismo eroico e via dicendo. Le loro conoscenze della storia dell’alpinismo sono minime e anche quando parlo di Berhault o Edlinger vedo che non tutti mi seguono. Con pazienza e aiutato da foto e libri, capisco che questa piccola rivoluzione di ormai 50 anni fa accende il loro interesse e si appassionano e valutano che questa storia possa essere un grande scoop per il loro video.

Diciamo che questi video su grandi difficoltà sono un po’ tutti uguali, sfido a capire la differenza tra uno che scala su un 9a e uno su un 9b. Adam mi dice che proprio per quello loro ora fanno video lunghi con una trama e il Nuovo Mattino per lui è una storia fantastica.

Ad Adam dico che loro cercano posti nel mondo con i gradi più alti, questa valle ha visto il primo 8a intorno al 2000 ad opera dell’amico trentino Rolando Larcher. Non vi è nulla per lui, non è un posto da top climber, gli suggerisco lo Specchio di Itaca al Caporal liberato da Cristian Brenna, che lui conosceva perché la moglie è ceca.

La Film Crew resta sul programma più pratico e la mattina seguente, radiosa, andiamo alla Fessura Kosterlitz, gli faccio vedere le vie sul Sergent e la Fissure du Panetton di Edlinger. Per sfiga incrociamo un Guardia Parco che per fortuna conosco e mi chiede se abbiamo l’autorizzazione a fare servizi foto/video nel Gran Paradiso.

Adam in piena azione su Greenspit

No, ovviamente, panico, il Guardia Parco mi dice che rischiamo che il Parco faccia cancellare il video da YouTube. Tutto questo lavoro è anche una grande opportunità per la Valle Orco, Adam ha milioni di persone che lo seguono nel mondo, e andrebbe tutto in fumo. Devo farmi venire un’idea e ci fiondiamo dal Sindaco di Ceresole che contatta addetti del Parco e riusciamo ad avere un lasciapassare, ma sulla Fessura Sitting Bull non possiamo usare il drone.

Il nostro regista ha il fumo negli occhi, lo calmo e gli dico che ora possiamo andare, siamo in ritardo e lui è molto nervoso.

Arriviamo alla Baita di Sitting Bull, quella che affittavo con i miei amici nei primi anni ‘80, non riconosco nulla, ora c’è una strada e al posto della vecchia baita dove stavamo noi c’è una casa in stile ma moderna. Ho confessato ad Adam che non ero più tornato dal 1987 perché non avevo il coraggio di rivedere quei posti che in effetti sono cambiati molto.

Adam in catena, felice

Mi fanno una lunga intervista a pezzi che loro poi monteranno, il regista si calma perché vede che non si perde tempo e anche grazie all’esperienza fatta nel mio vecchio lavoro, rispondo ai suoi desiderata davanti alla telecamera. Vogliono che parli in italiano, è più bello, dicono, e Adam traduce al volo in ceco quello che dico al regista, che fa commenti animati che non capisco. Adam mi rassicura che va tutto bene.

Con gli ultimi raggi di sole raggiungiamo la Fessura Sitting Bull, dovevamo scalarla insieme ma non c’è tempo, non ho neanche le scarpette.

Adam vuol sapere la storia. Nel 1978 Roberto Bonelli scalò come primo italiano la Fessura Kosterlitz, a ruota lo seguimmo io e Gabriele Beuchod e subito nacque un’amichevole competizione per trovare la propria fessura. La Valle era deserta e con la scusa di studiare ero fisso a Ceresole nelle case dell’Azienda Elettrica dove lavorava mio padre. Nel dicembre del 1979, dalla piana davanti al Grand Hotel ho intravisto (al tempo c’erano meno piante) la parte alta di questa fessura che aveva una curiosa zeta che interpretai come una esse e chiamai Sitting Bull. Il nostro immaginario, come per altre vie della Valle (Il lungo Cammino dei Comanches) erano i film western.

Sia Beuchod che io in quella estate avevamo scalato in libera vie che sono rimaste, Gabriele l’Orecchio del Pachiderma, io il Diedro Atomico. Ma entrambe quelle vie, tecnicamente, sono più delle Dülfer che delle fessure, oltre che essere più facili.

Sitting Bull era una vera fessura, scalabile solo ad incastro come quelle che vedevamo sulle foto di Yosemite. Fessure di quella difficoltà non ne erano state salite o si scalavano in artificiale con i cunei di legno o di alluminio. Nella spregiudicatezza dei vent’anni, e per emulare il mio idolo californiano Chuck Pratt, mi imposi di scalarla dal basso, in libera e solo con i nut e gli excentric.

Casa Giorda a Noasca: da sinistra, Marcello, Andrea e Adam.

Una follia, perché le protezioni erano poche e non adatte e solo la fortuna e l’abitudine a non cadere mi salvarono per arrivare alle piante soprastanti. Ricordo le mani gelate e insensibili nella parte alta della fessura e una sensazione di o la va o la spacca che a venti anni un po’ incoscientemente accetti.

Per Adam, Sitting Bull è poco più che una passeggiata, ma è interessato a capire l’evoluzione della scalata nella Valle e dei materiali, e quando si sta sistemando i friend all’imbragatura io gli faccio vedere i miei vecchi excentric, i friend noi non li avevamo.

Con il regista decide che la scalerà provando a metterli, ma arrivato quasi ad un terzo si arrende non riuscendo a incastrarli, ridiamo e dice che forse i nodi di corda che usano dalle sue parti sull’arenaria funzionerebbero meglio.

Arrivato in un attimo in catena mi dice in italiano “Andrea, bellissima”, per esigenze del regista e del fotografo la scala tre volte.

Il sole è radente, il cielo blu cobalto, i larici gialli e lo scalatore più forte del mondo è qui con me a condividere un sogno visionario, difficile non cadere nello stupore e nell’emozione.

Negli anni ’70 non esistevano i social, la comunicazione avveniva solo su stampa, ma Sitting Bull non la vollero pubblicare perché era solo un tiro, non una via! Non esistevano i monotiri… era dunque una cosa minima (sic!). Adam mi chiede che grado davamo, ora la danno 7a, noi nessuno, perché negli anni ’70 la scala delle difficoltà era ferma al sesto grado e già solo il settimo grado che proponeva Messner era osteggiato dalla maggioranza del mondo alpinistico. Ugo Manera mi ha raccontato che una sua proposta al Club Alpino Accademico di accettare il settimo grado fu sonoramente bocciata.

Casa Giorda a Noasca: da sinistra, Adam, la Film Crew e Marcello.

A pubblicare con gran risalto Sitting Bull furono per primi i francesi nel 1982, “Libre à l’italienne” intitolarono sulla rivista Alpinisme et Randonnée. All’epoca, le riviste francesi erano il nostro riferimento, e fu una conferma e una gratificazione mai immaginata della nostra visione.

Loro sperimentavano la nuova arrampicata in Verdon e Jean-Marc Troussier e Philippe Macle, amico di Edlinger e scopritore di Céüse vennero a vedere le novità in Orco. Macle, morto prematuramente, ha aperto in Verdon una delle vie più belle ed estetiche del mondo, l’Ange en décomposition.

Nel 1982 c’erano tutti i più forti in Valle dell’Orco, Edlinger, Marco Bernardi, Andrea Di Bari e Alessandro Gogna con Manolo e Roberto Bassi, era il centro del mondo. In poco più di tre anni era cambiato tutto, ogni anno ne valeva 10. Era arrivata la scala francese, aperta, i primi friend e soprattutto scalatori nuovi, mutanti che si allenavano, pionieri dell’arrampicata sportiva. Non più studenti, operai e personaggi al limite dei servizi sociali, ma atleti professionisti che già vivevano di arrampicata.

Ci si poteva proteggere meglio e si poteva cadere! Il grado così è salito dal settimo all’8a in brevissimo tempo e anche Manolo scalò Sitting Bull, la Greenspit degli anni ‘70, immortalato a doppia pagina a colori su Rock Story di Alessandro Gogna. Edlinger scalò in libera il Totem Bianco e Marco Bernardi e Manolo Incastro Amaro.

Il decennio d’oro (1972 – 1982) in cui la Valle dell’Orco era stata un laboratorio di interesse internazionale (che si apre con la Via dei Tempi Moderni al Caporal e si chiude con il Nautilus al Sergent) termina con l’arrivo e la consacrazione di questi grandi campioni. Poi i riflettori si sono abbassati, non solo sulla Valle dell’Orco ma anche sul Verdon, sulla Valle di Mello e su tutti i siti storici degli anni ’70.

Adam e Andrea alla base di Sitting Bull

Il libro giustamente più celebrato che consacra questo breve, ma rivoluzionario, periodo è i Cento Nuovi Mattini di Alessandro Gogna.

Quelle foto della bassa Valle di Susa e di Finale Ligure senza spit, con scalatori che fanno tenerezza, con le calze bianche, le EB Supergratton ai piedi, laschi inimmaginabili con pochissime protezioni, rappresentavano già il passato quando è uscito il libro.

La peculiarità e la fortuna per noi di quegli anni sono l’essere stati cresciuti e accompagnati da penne, maestri e intellettuali straordinari, come Gian Piero Motti, Andrea Gobetti, Ivan Guerini e ovviamente Alessandro Gogna, per rimanere sugli italiani. L’arrampicata richiamava riflessioni profonde, il grado era secondario, loro hanno dato un senso a quello che succedeva in quel decennio d’oro di grandi cambiamenti.

Non mancavano le critiche, come l’accusa per chi pensava solo a scalare, di essere un parassita sociale, un “vitellone” come direbbe Fellini. La morale comune, di matrice cattolica o cattocomunista per dirla con un neologismo dell’epoca, premiava il sacrificio. non certo chi pensava di campare di espedienti pur di scalare, esercizio socialmente inutile.

Ma ormai le riviste internazionali mostravano i nuovi templi dell’arrampicata sportiva Buoux, Frankenjura e da noi Finale Ligure e altre mecche anni ‘80. Nell’Orrido di Foresto Marco Bernardi nei primissimi anni ‘80 aveva già chiuso Strenuous, un tiro dato 7c+ solo per pudore, perché il grado più alto al mondo era 8a. Andrea Gallo lo seguirà e scalerà Funeral Party alle Striature Nere. La Valle dell’Orco era ormai fuori da tutto ciò, proseguiva con una storia di interesse locale, un 6c o un 7a a metà anni Ottanta era ordinario, lo stesso grado che negli anni ’70 era ai vertici internazionali.

Rivista Alpinisme et Randonnée

Chi dice che però erano mutate le regole che definivano l’arrampicata libera, dice il vero: io dico però che ogni epoca ha le sue regole, che vanno rispettate, contestualizzate e che mutano nel tempo.

Ad esempio, negli anni ‘80 è nato il concetto di arrampicata a vista, ma nessuno conosceva il termine attuale Flash, negli anni ‘70 non esisteva il resting, ma si scalava per diversi metri senza nulla o su protezioni precarie che spesso non si tiravano per paura che venissero via. Scalare in libera era semplicemente non usare chiodi o nut per progredire. Le vie poi erano spesso schiodate e senza soste, da attrezzare salendo.

Premesso che l’alpinismo o l’arrampicata outdoor non sono un vero sport, perché ancora oggi sono basati su autodichiarazioni e misure non oggettive come i gradi (basta vedere la differenza tra un 6a degli anni ’80 e un 6a odierno), trovo profondamente sbagliato che si valutino prestazioni passate con regole nate successivamente. Non esite in nessuno sport una valutazione storica con regole retroattive. Emilio Comici, Giovanni Battista Vinatzer: vogliamo mettere in dubbio che scalassero in libera e ridurne il valore?

Da brontosauro e testimone degli anni ’70 ricordo bene che la prima evoluzione del concetto di arrampicata libera è stato non tirare i chiodi, cosa comune negli anni ’60, e così fu definito l’A0.

Adam a passeggio sulla Fessura Kosterlitz

Quindi A1, A2, ecc. era l’artificiale con le staffe, A0 tirare un chiodo per passare, libera non tirare nulla e usare solo la roccia. Il concetto di non effettuare resting si è affermato negli anni ‘80 con la diffusione dell’arrampicata sportiva, con protezioni fisse o i friend e la possibilità di cascare senza conseguenze, quella sì una novità assoluta!

Scalare in libera negli anni ’70 voleva spesso dire prendersi rischi enormi, laschi ora non più accettati, spesso mortali. In Valle Orco i precursori sono stati Danilo Galante e Roberto Bonelli e noi, ammirati da quelle vie come il Diedro del Mistero o la Fessura della Disperazione, abbiamo seguito quell’esempio.

Come quelle vie, Sitting Bull rompeva un tetto di cristallo, nel 1979; il 7a in fessura era l’ignoto, un salto emotivo e tecnico non conosciuto. Lo dico non per me, ma per difendere il coraggio e l’audacia di tutta quella generazione. Sancire ora che non era arrampicata libera, perché non erano codificati i resting, è una profonda idiozia.

Molti di quelli che fanno queste affermazioni non farebbero un metro senza i moderni friend, i guantini, le soste, ecc.

Il rischio di usare retroattivamente delle regole è di falsare la misura, come chi ora dice che il film Via col vento è razzista perché i neri sono sempre al servizio dei bianchi e parlano con la b al posto della p, badrone per intenderci. O i film di Dino Risi o simili che irridevano anche la disabilità, allineati alla morale anni ‘60, oggi un riprovevole esempio di body shaming. Idiozie, come è idiozia paragonare con parametri nuovi e arbitrari le epoche passate. Questi film, notate, in televisione non li danno più!

Sitting Bull, oggi

In conclusione, le vie suddette a mio parere sono state scalate in arrampicata libera negli anni ’70, e negli anni ’80 con nuove regole senza resting. Chissà, fosse esistita la regola ci avremmo provato anche noi.

Avendo la fortuna di scalare ancora oggi dopo più di 50 anni, posso dire che in particolare, da un punto di vista emotivo e psicologico, è molto più facile scalare oggi in libera che un tempo.

A più di 60 anni in falesia ho chiuso qualche 8a, grado ormai basico che fanno i bambini dotati, ebbene, non ho mai avuto le emozioni o il timore di quando ho scalato Sitting Bull con i miei pochi excentric. Questi ragionamenti li ho fatti e condivisi in anni recenti, sia con Gabriele Beuchod che con Roberto Bonelli, purtroppo la sorte non è stata dalla loro parte e sono prematuramente scomparsi.

Negli anni ‘80 esplode anche la moda e il marketing dell’abbigliamento e delle attrezzature sportive, non si andava più con i vecchi Jeans o pantaloni di velluto rattoppati dalla nonna, ma salopette colorate firmate e fuseaux attillati. Le sponsorizzazioni permettevano ai big di vivere e dedicarsi solo all’arrampicata, avevano una dignità, erano star, testimonial, non più parassiti sociali.

1980 circa. Mario Ogliengo su Sitting Bull.

Greenspit, scalata clean nel 2005, ha riacceso i riflettori internazionali sulla Valle dell’Orco e ci ha portato qui Adam Ondra. Non posso fare a meno di collegare la storia di Greenspit a quella di quel ragazzino, il più giovane, l’indiano metropolitano Roberto Perucca, che nella baita di Sitting Bull metteva ossessivamente la cassetta dei Pink Floyd, la colonna sonora della sua breve vita. La sua via capolavoro si chiama appunto Crazy Diamond, andatela a fare sul Becco della Tribolazione, aperta con Rinaldo Sartore, in libera, con pochissime protezioni mobili, è il suo lascito terreno. Si è spento in modo assurdo, cadendo su un sentiero, vicino al bivacco Carpano. Perucca, partito dalla baita di Sitting Bull, ha portato avanti dopo di noi la voglia di esplorare, di avventura, di sfondare i tetti di cristallo, di provare ad andare oltre. Greenspit era sicuramente un progetto impossibile, ma lui ha pensato che sarebbe stato scalato un giorno e ha messo anche qualche spit per provare, riportando inconsapevolmente la Valle dell’Orco ad essere un laboratorio internazionale al centro dell’attenzione mediatica.

Il sole è appena tramontato. Adam ed io alla base di Sitting Bull ci dobbiamo salutare. Lo vedo preso anche emotivamente da queste storie, da questa Valle magica, che per lui non ha nulla di difficile, ma è stata fondamentale per un percorso che ha portato anche al suo 9c. Stiamo per allontanarci, vede la mia imbragatura sbrindellata e, con un motto di riconoscenza ed empatia, si leva la sua imbragatura e mi dice “provala”. Io dico “mi va perfetta…”. “Tienila, Andrea, vedi, c’è il mio nome sopra…”.

Adam Ondra, Greenspit e il Nuovo Mattino ultima modifica: 2025-12-22T05:25:00+01:00 da GognaBlog

Scopri di più da GognaBlog

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

17 pensieri su “Adam Ondra, Greenspit e il Nuovo Mattino”

  1. Sovviene ai pensieri “Il vecchio e il bambino”.modificata.
    …immagina questo placcone o questo diedrone , tutto era verde e non vi era nessuno…intatta  natura scorreva di sotto…mentre Il Mattino volgeva alla sera…non c erano droni ne quasi le foto, soltanto noi stessi senza padroni…
    “Mi piaccion le fiabe ,raccontane altre….”
    Mi perdoni il Francesco nazionalpopolare. 

  2. Pietrodp , sicuramente come tanti della sua generazione Adam ondra si è appassionato conoscendo persone come te…..

  3. Rat-Man secondo me non hai colto il senso…..lo trovo molto semplice, senza enfasi da esaltati, critico senza malizia nei confronti del business, insomma sincero….. c’è un grande campione in giro…ci sono luoghi storici . .. Ecco tutto 

  4. Grazie a Giorda per il bell’articolo. Adam non é solo il campione assoluto dell’arrampicata, ma ne é il più grande appassionato vivente. 

  5. Sí, Marcello, lo so. Me ne sono reso conto quasi subito, però ormai ero trascinato dall’onda dell’alpinismo degli “orizzonti conquistati” e ho lasciato che scorressero parole e ricordi.
    Ora mi ritiro e vi lascio a Greenspit.

  6. Bertoncelli, con tutto il rispetto, ma forse hai sbagliato articolo.
    Questo era sull’arrampicata. 

  7. Eppure, senza quei vecchi mattini noi non saremmo gli stessi, così non possiamo far altro che ringraziare chi c’era e chi ha ancora voglia di raccontare cose che noi non abbiamo vissuto e che, magari, potranno darci la voglia di spingerci un po’ in là, uscendo dai luoghi comuni e barriere solo virtuali.

  8. E poi, se proprio vogliamo dirla tutta, altri racconti che alimentarono ancor di piú la mia passione – a quei tempi già smisurata – furono quelli memorabili di Roberto Bianco e della sua compagnia di amici. A suo tempo furono pubblicati sulla Rivista del CAI e sono apparsi in parte sul GognaBlog. Se amate l’alpinismo d’alta quota, leggeteli.
     
    Colgo qui l’occasione per ringraziare Roberto per il dono del suo magnifico libro: “Anche sulle pareti nord soffiò un vento nuovo”. Roba da lustrarsi gli occhi!
    Caro Roberto, mi hai commosso. 
    Ho sistemato il libro accanto a “Gli orizzonti conquistati” e “Tra zero e ottomila”. Se lo merita.

  9. Voglio spiegarmi in modo chiaro: mi innamorai dei monti e dell’alpinismo grazie ai racconti e alle fotografie e alle avventure di Walter Bonatti, Gaston Rébuffat, Kurt Diemberger (“Tra zero e ottomila”). Poi la passione diventò passione di vita quando scoprii le autobiografie di Giusto Gervasutti, Renato Chabod, Edward Whymper e imparai delle gesta dei “Bergvagabunden”. E di tanti altri, spesso squattrinati.
    Però liberi e sognatori. È ciò che piú conta.
     
    P.S. So che il mio commento è fuori tema. Semmai va inserito tra quelli che parlano del Monte Bianco o di qualche vallone solitario della Valpelline.

  10. Eppure, pur ammirando le incredibili capacità degli arrampicatori sportivi, il mio cuore batte piú forte di fronte alle fotografie di Ugo Manera mentre traccia la sua strada sulle rocce del Monte Bianco.
    Mi emoziono ancora, come a diciotto anni. Beh, quasi.

  11. I roditori sono dei campioni di rosicamento.
    Articolo bello, scritto bene  da chi la storia di quei luoghi la conosce molto bene, per averla vissuta e, comunque, essersi interessato a conoscerla.
     

  12. L’arrampicata attraverso l’età e le età – uno dei migliori articoli a tema alpinismo/arrampicata comparsi qui sul GognaBlog negli ultimi tempi: grazie ad Andrea Giorda.
    Sinceramente non ci vedo il “giovanilismo” stigmatizzato da ratman, ma certamente (e direi naturalmente) la nostalgia di quando si era più giovani, forti e spensierati.

  13. Vecchi mattini: operazione nostalgia
    Non è strano che  in una regione in cui le cose notevoli sono state fatte da “stranieri” – a cominciare a Gervasutti – si riscaldi da 50 anni a questa parte il solito brodo di un mattino tramontato da decenni.
    Evidentemente è un modo di parlare di se stessi, della baita dei ricordi che tengono caldo il cuore.
    Bisognerebbe avere il pudore di accettare il proprio tramonto ed evitare l’imbarazzo di un giovanilismo un poco patetico

  14. Articolo bellissimo!
     
    Conobbi Roberto Perucca nei primi anni ’80 ai corsi guida. Erano anni in cui alpinismo e arrampicata si confondevano ancora e il primo era sicuramente più accettato e accreditato che la seconda. Se il caso non ti faceva incontrare un “futurista” te ne restavi nei tuoi pantaloni al ginocchio anche col cervello.
    Per evolvere tecnicamente dovevi leggere molto, discutere allo sfinimento e rischiare inconsapevolmente l’anoressia. Ma a meno di vent’anni c’era l’energia di fare tutto.
    Grazie a Giorda per questi panini di saggezza!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.