Nello scorso 2025 si sono celebrati i cent’anni della via Lettenbauer-Solleder alla parete nord-ovest della Civetta. Quest’anno, invece, sono scoccati i cinquanta dalla prima ascensione della parete ovest della Cima Busazza firmata da Renato Casarotto, Giacomo Albiero e Giuseppe Cogato. Per la Civetta si parlò del primo VI grado sulle Dolomiti; per la Busazza si trattò del primo VII grado, ufficialmente dichiarato, su una grande parete. Ecco una testimonianza raccolta una quindicina d’anni fa dalla viva voce di uno dei protagonisti, il vicentino Giacomo Albiero, nella quale si svelano alcuni singolari retroscena di quella rocambolesca, storica scalata.
Busazza 1976-2026
(quando non si possono piantare chiodi nemmeno quelli a pressione)
di Eugenio Maria Cipriani
(pubblicato su Le Alpi Venete, primavera-estate 2026)
È la tarda primavera del 1976. Renato Casarotto (1948-1986) e Giacomo Albiero (1925-2018) sono reduci da una salita in un angolo sperduto delle Dolomiti meridionali. Si tratta della Cima della Borala, nei Monti del Sole, 450 metri con un tiro iniziale di VI pieno, non proteggibile; o, almeno, non con gli attrezzi di allora ovvero chiodi, cunei e cordini. La vera arrampicata “trad”, insomma, non quella di oggi millantata per tale ma agevolata da un’infinità di friend, stopper, excentric, cliff e chi più ne ha più ne metta e che di tradizionale hanno poco o nulla. Al termine della via, però, i due vicentini oltre a non sentirsi appagati non sono nemmeno stanchi. Dispongono ancora di qualche giorno di ferie, ma non hanno alcuna intenzione di restare con le mani in mano. Decidono di cambiare zona e puntano alla Civetta.

C’è ancora tanta neve e la loro scelta cade di necessità su una parete esposta al sole: la sud-ovest della Busazza, per la via Gilberti-Castiglioni. Attaccano verso mezzogiorno e bivaccano a cinquanta metri dalla cima. Se la prendono comoda e a ogni sosta si attardano a sbirciare la parete alla loro sinistra, dove una lunga fessura incide un’enorme serie di pance grigie. Ne sono affascinati. Tornati alla base della parete, Casarotto propone di provare a metterci le mani sopra, ma Albiero lo dissuade: la stanchezza inizia a farsi sentire. Optano per un’escursione al rifugio Tissi e lì incontrano Armando Aste, il quale racconta loro del suo progetto alla Ovest della Busazza. Mossa incauta quella del roveretano il quale, evidentemente, non si rende bene conto di chi sono i suoi interlocutori. Aste conferma la bellezza della via e le difficoltà estreme, il che equivale a far fiutare carne cruda a due leoni affamati.
Casarotto e Albiero tornano, quindi, a Vicenza con un chiodo fisso: scalare per primi quella parete. Una decina di giorni dopo, i due sono di nuovo ai piedi della Busazza. Con loro c’è anche Piero Radin che, insieme a Casarotto, aveva vissuto un anno prima, sul gigantesco diedro sud-ovest dello Spiz di Lagunàz, una delle imprese più epiche dell’alpinismo dolomitico. I tre salgono veloci per 6-700 metri trovando tracce di passaggio, ma anche segni inequivocabili di ritirate in doppia. Sul traverso che porta alla fessura che rappresenta il passaggio-chiave per vincere la parte finale e più difficile della parete, trovano una corda fissa e, all’imbocco della fessura, persino un chiodo a pressione. Casarotto passa senza problemi e dice ai compagni di rimuovere corda e chiodo a pressione.
«Se dobbiamo tornare indietro – obiettano timidamente Albiero e Radin – magari la corda sulla traversata potrebbe venirci utile!».
Casarotto è irremovibile e loro non discutono: benché perplessi, eseguono. Il maltempo, però, ci mette lo zampino e devono ritirarsi. Il classico «te lo avevamo detto» con Casarotto serve a poco. Il fuoriclasse di Arcugnano fa orecchie da mercante e i tre, con le pive nel sacco, devono rifare la traversata in senso contrario. Questa volta, però, arrampicando e, per di più, sotto l’acqua. Segue un’infinità di doppie fino alla base. Il “leone” Casarotto, dopo aver non solo fiutato, ma addirittura azzannato la preda, non ha intenzione alcuna di mollarla. Il fine settimana successivo è di nuovo lì. Radin, impegnato col lavoro, non può essere della partita. Al suo posto, insieme ad Albiero, c’è un “bocia” di Vicenza, Giuseppe Cogato che, come raccontò poi lo stesso Albiero, «se avesse avuto piena coscienza di cosa stava per affrontare, molto probabilmente avrebbe fatto dietrofront». Per tutta la salita, infatti, mentre Casarotto compiva le sue acrobazie verticali, Cogato continuava a ripetere ad Albiero: «Che dici, Giacomo, Renato ci porterà fuori da qui?».
Cogato aveva buone ragioni per preoccuparsi! Nonostante Casarotto si fosse preparato dei manici di scopa tagliati su misura per essere incastrati lungo quella fessura (di fronte alla quale – ricordiamolo – erano indietreggiati nientedimeno che Armando Aste e Sergio Martini), dovette superare quei 30 maledetti metri di VI+/VII grado (oggi, chi l’ha ripetuta integralmente in libera parla di VIII) senza alcuna protezione. In primo luogo perché la roccia non accettava nessun tipo di chiodo o cuneo (oggi, invece, con i friend grandi ci si può proteggere adeguatamente); secondariamente perché non poteva permettersi il lusso di togliere le mani dalla roccia, nemmeno per pochi istanti: «Metro dopo metro e sbuffando come una locomotiva – sono parole sempre di Albiero – Renato salì con una gamba e un braccio incastrati in quella fessura larga circa trenta centimetri, mentre con l’altro braccio e l’altra gamba si puntellava alla parete. La roccia, fratturata e a cubetti, si sbriciolava a ogni suo movimento e cadeva addosso a me e a Giuseppe. Noi lo guardavamo muti, affascinati e terrorizzati allo stesso tempo, la tensione era alle stelle».
Trenta metri più in alto Renato trovò un provvidenziale scalino di roccia e riuscì a fare sosta. Recuperò i due compagni e ripartì subito lungo la continuazione della fessura, ora finalmente solida ma sempre difficilissima. Vera “macchina da guerra”, Renato, lentamente ma inesorabilmente, macinò metri e difficoltà venendo a capo anche della seconda parte della fessura. Le ore, però, volarono via e giunse il buio. Casarotto, per sua fortuna, trovò un buon ripiano dove riuscì almeno a sedersi, mentre Albiero e Cogato dovettero accontentarsi di passare la notte (di dormire non se ne parlò nemmeno) in piedi sullo scalino di roccia, appesi ai chiodi. Era fine maggio e per fortuna la luce del giorno arrivò presto. Rimettersi in moto non fu facile, ma la scalata riprese poco dopo l’alba.
La cordata si ricongiunse e la “macchina da guerra” conquistò implacabilmente, metro dopo metro, il restante tratto di parete. All’incirca a mezzogiorno del 30 maggio 1976 i tre si strinsero la mano sui 2894 metri della Cima Busazza. Sotto di loro 950 metri circa di parete di cui 30 di VII e qualche centinaio di IV, V e V+! A un anno di distanza dall’impresa sullo Spiz di Lagunàz, Casarotto aveva scritto un’altra chiara pagina di storia dell’alpinismo dolomitico.
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Casarotto, semplicemente un mito.